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mercoledì 25 giugno 2014

Addio a Eli Wallach, l’irresistibile Tuco de ‘Il buono, il brutto, il cattivo’ e attore capace di fare tutto

Eli Wallach è morto a 98 anni. È stato uno degli attori più eclettici
del cinema mondiale (foto la Repubblica online)
Era molto anziano - 98 anni - ma è pur sempre una coincidenza di quelle che non è difficile notare che Eli Wallach, uno dei pistoleri più ‘cattivi’ del western anni Settanta (in particolare), sia morto proprio in questo momento dell’anno. In cui persino all’ultimo Festival di Cannes, poco più di un mese fa, è stato reso omaggio a Sergio Leone (articolo) ‘padre’ dello spaghetti western e regista del bellissimo Il buono, il brutto, il cattivo, uno dei tre film che compongono la celebre trilogia del dollaro, considerata un esempio antologico di questo genere cinematografico. Nella succitata pellicola Wallach fu il brutto, l’irresistibile Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez, detto semplicemente Tuco. Quell’interpretazione non fece altro che confermare la straordinaria carica recitativa dell’attore nato e deceduto a New York. La sua deformante mimica facciale, l’irresistibile variazione della sua occhiata.

Nei panni del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo
Ma Eli Wallach non fu solo un bandido assetato di verdoni. Attraversò la storia del cinema americano e non solo con centinaia di ruoli che hanno lasciato il segno. Laureatosi all'università del Texas, fu tra i primi allievi dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 debuttò a Broadway imponendosi presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose Tattoo, di Tennessee Williams. Nel cinema, Wallach fece la sua prima comparsa nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol Baker in Baby Doll - La bambola viva di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello del crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e del rapinatore di treni in La conquista del West (1962). Ma non solo parti da villain per lui. Il suo eclettismo gli permise di essere il tenero amante di Marilyn Monroe ne Gli spostati (1961) e un raffinato falsario in Come rubare un milione di dollari e vivere felice (1966). Dopo l’esperienza leoniana, Wallach tornò spesso a lavorare in Italia, un Paese che amò molto e di cui riuscì a imparare la lingua. Nel 1948 sposò l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli. La notizia del decesso è stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci circolate su una pagina Facebook nello scorso fine settimana erano state smentite. Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli fu consegnato un Oscar alla carriera. In quell’occasione disse: «Da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori».

st.mar.
Per alcune informazioni si ringrazia Agi online

martedì 3 giugno 2014

“Un milione di modi per morire nel West”, comico puro tra Mel Brooks e i fratelli Coen

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Seth MacFarlane. Con Seth MacFarlane, Charlize Theron, Amanda Seyfried, Liam Neeson, Giovanni Ribisi, Sarah Silverman, Neil Patrick Harris, Rex Linn, Evan Jones, Wes Studi, Dennis Haskins, Tatanka Means, Ralph Garman, Tait Fletcher, Challen Cates, Jay Patterson, Crystal Miller, Allyn Rachel, Brett Rickaby, Jackamoe Buzzell, Dylan Kenin. Titolo originale: A Million Ways To Die in the West. Western/comico, Usa 2014. Universal Pictures uscita giovedì 9 ottobre 2014.

La trama
Dopo essersi tirato indietro da uno scontro a fuoco, Albert è lasciato per un altro uomo dalla sua scostante fidanzata. Sarà una misteriosa e bellissima donna, da poco arrivata in città, ad aiutarlo a tirar fuori il suo coraggio e a farlo nuovamente innamorare. Ma quando il marito di lei, un noto fuorilegge, si presenta assetato di vendetta, Albert dovrà immediatamente mettere alla prova il suo ritrovato eroismo. I personaggi parlano come si parla oggi: «Certo. I commenti sociali e il linguaggio sono senz'altro avanti coi tempi», spiega MacFarlane. «Io mi diverto a definirlo un film sulla macchina del tempo senza macchina del tempo».

Recensione dal trailer
Il regista
Seth MacFarlane
Come mi è capitato di dire non troppo tempo fa quando ho recensito The Lone Ranger (articolo), torno a ripetermi: il western ‘moderno, ormai sperimenta diverse strade che divergono dai topoi del genere classico di questo filone della cinematografia. Per un’analisi più approfondita vi rimando al su-indicato articolo. Qui mi preme rilevare che con Un milione di modi per morire nel West (guarda il trailer più in alto a sinistra), siamo di fronte a un’ulteriore variante. Si sconfina nel comico puro, ben oltre la commedia in cui il film di Gore Verbinski è incasellato. Questa nuova impresa di Seth MacFarlane, eccentrico creatore del cartoon televisivo I Griffin e dell'orsacchiotto sboccato e sporcaccione Ted dell'omonima commedia con Mark Wahlberg, è una specie di Mezzogiorno e 1/2 di fuoco (1974) rivisitato, imparentato in qualche modo a Mel Brooks. «Il vecchio West? È una noia senza fine, tanto vale scherzarci sopra», dice il  regista MacFarlane, che l’anno scorso (2013) presentò la cerimonia degli Oscar. «Nel West non c’è molto da fare e tutti vogliono ammazzarti. Il pericolo è in agguato dietro ogni roccia, i modi di morire sono orrendi e insieme roba di ordinaria amministrazione. Nel nostro film ne mettiamo in scena almeno quindici».

Una scena con Liam Neeson, anche lui 'prestato' alla comicità del film
Una noia senza fine? Un tantino esagerato ma molti film stanno lì a dimostrare che il cineasta di Kent (Connecticut, Usa) un po’ di ragione ce l’ha (senza che stia qui a dilungarmi con esempi, se non ricordandovi, in breve, il lungo e noioso Wyatt Earp, 1994, di Lawrence Kasdan). In questo caso, forte di un cast di alto livello in cui spiccano Charlize Theron, Amanda Seyfried, Liam Neeson e Giovanni Ribisi, la pellicola di MacFarlane è forte di dialoghi rapidi, secchi e intrisi di freddure divertenti e intelligenti, che accompagnano situazioni al limite del grottesco, quelle che, come detto, rimandano alla maniera ‘brooksiana’. Come, ad esempio, l’enorme blocco di ghiaccio che crollando al suolo spiaccica lo sventurato che si trova lì sotto. E sempre dai pittoreschi scambi di battute, si finisce nei paraggi di gran parte delle opere dei fratelli Joel ed Ethan Coen.

Un'altra scena di Un milione di modi per morire nel West
Ben realizzata la ricostruzione degli scenari, come i tradizionali paesi del vecchio west; efficaci - pur sempre nell’ambito del ridicolo - i costumi, le scene di sparatorie e di ammazzamenti. Il tutto reso limpido da una fotografia di primo livello. Il regista sa sfruttare al meglio il materiale a sua disposizione, estraendo da attori navigati gli elementi recitativi indispensabili a questo scoppiettante tipo di racconto in immagini. Tutti gli interpreti, insomma, di norma abituati a cimentarsi con il genere drammatico o thriller o - al limite - commedia, si dimostrano all’altezza di quello comico nel senso più tangibile del termine. Proprio per quest’aspetto il film può apparire a tratti ripetitivo e altalenante nel coinvolgimento di chi vede, dal momento che nella girandola degli sketch, l’obiettivo del racconto per troppo tempo resta distante, confuso nella concatenazione degli eventi che è comunque scorrevole.

Stefano Marzetti

lunedì 26 maggio 2014

Tarantino vuole produrre la versione televisiva del suo “Django Unchained”

Django Unchained potrebbe diventare una mini-serie televisiva
Il regista
Quentin Tarantino
Una nuova versione per il piccolo schermo dell’acclamato western Django Unchained potrebbe essere tra i prossimi progetti di Quentin Tarantino. Il regista e sceneggiatore statunitense, che proprio per lo script del suo ultimo film ha ricevuto l’Oscar nel 2013, ha rivelato la sua idea in occasione della recente partecipazione al Festival di Cannes, dove ha presentato la serata dedicata a Sergio Leone e a Per un pugno di dollari (articolo). Tarantino ha dichiarato al quotidiano Usa Today di avere «circa 90 minuti di materiale mai visto su Django. La mia idea, sinceramente, è di mettere insieme una versione di quattro ore» che ricalchi il racconto in immagini del suo sensazionale western da grande schermo. «Ma non vorrei che fosse un film così lungo. Preferirei fossero quattro capitoli. Come una miniserie di quattro parti, da mostrare sulla tv via cavo».

Django Unchained (un omaggio al film del 1966 Django diretto da Sergio Corbucci) - la pellicola più lunga (165 minuti) del cineasta autore di Pulp Fiction - è stato nominato a cinque Oscar e ne ha vinti due: per la miglior sceneggiatura originale e per il miglior attore non protagonista, Christoph Waltz. (Fonte Coming Soon).

redazione

giovedì 22 maggio 2014

Cannes dedica a “Pulp Fiction” uno speciale celebrativo con Tarantino e la Thurman

Quentin Tarantino e Uma Thurman. Fra i due un sodalizio di successo
La locandina
Vent’anni dopo la vittoria della Palma d’oro, al Festival di Cannes si torna a parlare di Pulp Fiction, uno dei film più rivoluzionari della storia del cinema. Quentin Tarantino e Uma Thurman sono confermati per la partecipazione a uno speciale celebrativo sulla Croisette, domani sera venerdì 23 maggio, penultimo giorno della kermesse francese. Si attende conferma che Vincent Vega (leggi John Travolta che interpretò quel personaggio) si unisca al suo vecchio regista e alla co-protagonista per i festeggiamenti. La partecipazione del ballerino de La febbre del sabato sera è tutt'altro che scontata, ma l'attore è stato a Cannes questa settimana e lui stesso spera di esserci. Se così fosse, domani sera intorno alle 18,30, il trio che ha reso possibile quel film cult, si ritroverà a percorrere insieme il celebre tappeto rosso, per poi dirigersi verso la spiaggia dove avrà luogo la proiezione del film, presentato da Tarantino in persona.

John Travolta/Vincent Vega
in Pulp Fiction
Il regista statunitense è già a Cannes da una settimana e sabato prossimo, 24 maggio, presenterà la proiezione di chiusura notturna dedicata a Sergio Leone e al suo spaghetti-western del 1964 Per un pugno di dollari (articolo). Vent’anni di Pulp Fiction, si diceva, che sono poi quanti ne compie la pellicola dell’ormai 51enne regista del Tennesee di limpide origini italiane, che lo scorso aprile è tornata nei cinema per una sorta di celebrazione voluta da The Space Movies e Paco Pictures (articolo). E non è stato il primo film di Tarantino a transitare da Cannes. Nel 1992, il suo Le iene fu uno dei titoli della Selezione Ufficiale fuori concorso. Da allora le opere del regista che sono apparse sui lidi francesi includono Kill Bill Vol. 2 , Grindhouse - A prova di morte e Bastardi senza gloria.

redazione

domenica 18 maggio 2014

Cannes, applausi per il western “The Homesman” di Tommy Lee Jones

La locandina
La scheda
Un film di Tommy Lee Jones. Con Tommy Lee Jones, Hilary Swank, Grace Gummer, Miranda Otto, Sonja Richter, David Dencik, John Lithgow, Tim Blake Nelson, James Spader, William Fichtner, Jesse Plemons, Evan Jones, Hailee Steinfeld, Meryl Streep, Barry Corbin, Autumn Shields, Caroline Lagerfelt. Drammatico, Usa 2914. Durata 122' circa.

La trama
Tre donne devono attraversare quattrocento miglia a bordo di una carovana, sono completamente folli, ammalate di schizofrenia, le guida Mary Bee Cuddy con l’aiuto di George Briggs, un disperato la cui vita è salvata da Mary, fatto che lo mette in condizione di sentirsi in debito con lei. I due personaggi non si piacciono all’inizio ma sanno di dover contare per forza l’uno sull’altro, fino ad arrivare a comprendersi reciprocamente. L’obiettivo è attraversare la frontiera lungo tutto il Nebraska del 1854 e raggiungere il più ‘civilizzato’ Est, in Iowa, dove la moglie di un ministro della chiesa le aspetta per migliori cure. Il viaggio sarà un doloroso passaggio in mezzo ai pericoli e alla brutalità, che racconta una storia differente delle origini degli Stati Uniti.

Critica – Rassegna stampa
Applausi per il western in corsa per la Palma d'oro, con Hilary Swank e un cameo di Meryl Streep. Il viaggio-odissea di una pioniera che deve riportare a casa tre donne malate di mente. La protagonista: «Erano tempi duri, difficili da affrontare senza qualcuno da amare».

“Donne forti, temprate dalla dura vita dei pionieri, dal lavoro nei campi, dalla violenta legge del più forte. Il film di Tommy Lee Jones - scrive Chiara Ugolini di Repubblica.it - presentato a Cannes a nove anni da Le tre sepolture grazie al quale l'attore e regista ricevette il premio per la migliore interpretazione, è un omaggio a quelle donne”. Tommy Lee Jones però è categorico: «Non è un film femminista. Mette in scena delle donne dell'era vittoriana, sperdute nel Nebraska e rese folli da una natura ostile».

La due volte premio Oscar Hilary Swank in una scena di The Homesman
“Oltre all'autoritaria ma compassionevole Mary Bee Cuddy (è straziante la scena in cui per ricomporre la tomba violata di una bambina manda avanti il gruppo e finisce per vagare per un giorno e una notte senza cibo né riposo) ci sono altri personaggi femminili ritratti con intensità”, continua Ugolini. “Sono le tre donne diventate pazze: Theoline, uscita di senno quando a causa di un’epidemia ha perso tutto il bestiame, Arabella che non ha retto alla morte dei suoi tre figli, Tabitha piegata dalle angherie subite dal marito violento. Quando il reverendo del paese organizza un viaggio per farle arrivare all'Est, dalle loro famiglie di origine, per scortarle in questo viaggio difficile è scelta Mary Bee. Consapevole però che una traversata così, nel rigore dell'inverno, attraverso terre sotto il controllo degli indiani, sarebbe impossibile senza un uomo, Mary sceglie di liberare dalla sicura impiccagione uno scapestrato, un tipo spiritoso dalla sbornia facile, senza fede né morale  che con un premio di 300 dollari andrà con lei”.

Tommy Lee Jones e Hilary Swank sulla Croisette
“È un western fuori dai canoni quello di Tommy Lee Jones”, evidenzia Roberto Cerasuolo di Indie Eye. L’attore/regista, a chi fra i giornalisti in conferenza stampa “rimarcava questo aspetto chiedendogli motivazioni di natura politica (…) ha risposto: «Non voglio nascondere che il tema dell’imperialismo americano sul lato ovest del Mississippi sia un sotto-testo presente, abbiamo pensato a questo in fase preparatoria, quando scrivevamo il film e quando lo abbiamo realizzato, ma vorrei che The Homesman parlasse da solo su questi aspetti; l’originalità per me è comunque la cosa principale, quando la trovi non devi esitare e siamo stati piuttosto fortunati nel trovare la nostra via, non ti senti così se sei parte di un sistema».

Un'altra scena della pellicola di Tommy Lee Jones
Secondo Paola Casella di My Movies la pellicola del 67enne artista texano “è il percorso di maturità verso una nuova consapevolezza di un uomo fino a quel momento vissuto secondo le leggi della frontiera: giorno per giorno, senza scrupoli, e badando solo a se stesso. Ma il vero protagonista è il senso profondo di ciò che è giusto o sbagliato di Mary Bee: un istinto che prescinde da ogni epoca, circostanza o genere”. The Homesman “compie un salto di qualità, mettendo in gioco anche la visione del divino fino a quel momento data per acquisita”, scrive sempre Casella. “Più che di una redenzione, quel mondo apparentemente impostato sul mito della frontiera ha bisogno di una purificazione dei suoi appetiti egoistici e della sua concezione della supremazia di una razza, o un genere, o una nazionalità. Una necessità annunciata dal mutuo lavaggio di Mary Bee e George prima di intraprendere il loro viaggio, e ripetuta simbolicamente più avanti nella storia”.

redazione

mercoledì 14 maggio 2014

Cannes, il Festival finisce un giorno prima e Tarantino omaggia Leone

Clint Eastwood in una scena di Per un pugno di dollari
Quentin Tarantino
Sergio Leone
La 67^ edizione del Festival di Cannes terminerà un giorno prima del previsto, cioè il 24 maggio anziché il 25, com’era previsto dal programma iniziale. Il cambiamento è stato deciso per evitare la coincidenza con le elezioni europee. E la chiusura dell’attesissima kermesse sarà ‘nelle mani’ del regista statunitense Quentin Tarantino, che renderà omaggio al mitico collega Sergio Leone (articolo), ‘padre’ dello ‘spaghetti western’ e suo autentico idolo. L’ultima serata, quindi, sarà dedicata alla proiezione della versione restaurata del capolavoro Per un pugno di dollari (1964), il primo film della cosiddetta ‘trilogia del dollaro’ (che conta anche Per qualche dollaro in più [1965] e Il buono, il brutto, il cattivo [1966]).

Il film di Sergio Leone, con protagonisti Clint Eastwood, Gian Maria Volontè e Lee Van Cleef, è uno dei simboli del western all'italiana, genere che per Tarantino ha sempre rappresentato un modello. Con le operazioni di restauro Per un pugno di dollari è stato digitalizzato in 4K (o Super HD, standard emergente per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e la computer grafica, cfr. Wikipedia) e anche il sonoro è stato migliorato.

redazione

venerdì 9 maggio 2014

A Cannes, fuori concorso, il western "The Salvation" con Eric Cantona

Eric Cantona è nel cast del western The Salvation
All’imminente 67^ edizione del Festival di Cannes (articolo), fuori concorso sarà presentato un western singolare, The Salvation. Intanto è una pellicola danese - ispirata a una saga vichinga - e poi vede prima antagonisti e poi sodali due star come Mads Mikkelsen (protagonista dell'apprezzato Il Sospetto, 2012) e l'ex calciatore ma ormai interprete navigato Eric Cantona (attore principale nel divertente Il mio amico Eric, 2009). Non solo. Questo film è firmato da Kristian Levring, ex adepto del manifesto di cinema minimalista ‘Dogma95’ di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg. Un manifesto che chiaramente il regista ha del tutto abbandonato per questo western di vendetta e revolver dai toni classici.

La scheda
Un film di Kristian Levring. Con Eva Green, Mads Mikkelsen, Eric Cantona, Jeffrey Dean Morgan, Mikael Persbrandt, Michael Raymond-James, Jonathan Pryce, Douglas Henshall, Langley Kirkwood, Sean Cameron Michael, Alexander Arnold, Toke Lars Bjarke, Nanna Øland Fabricius, Robert Hobbs. Western, Dan 2014. Uscita: non stabilita.

La trama
La storia è incentrata su John, un colono la cui famiglia è stata brutalmente uccisa. John uccide l'assassino, innescando l'ira di Delarue, il capo della banda del posto. Il pacifico contadino è costretto a combattere i fuorilegge per salvare la sua città. Le riprese si terranno per otto settimane a Johannesburg.
redazione

mercoledì 30 aprile 2014

Da venticinque anni senza Sergio Leone, un ricordo del ‘genio’

Sergio Leone (foto Il Mattino web)
Venticinque anni fa moriva Sergio Leone, comunemente soprannominato il ‘padre dello spaghetti western’, che in tutta la sua luminosa ma non lunghissima carriera - durata circa vent’anni - ebbe il tempo di girare solo sette film, uno più bello dell’altro. E ritagliarsi così un posto nella storia del cinema, non italiano, bensì mondiale. Perché le sue pellicole sono conosciute e adorate in tutto il pianeta. Era il 30 aprile del 1989 e Leone, al secolo Sergio Roberti, aveva solo sessant’anni quando, per colpa di un infarto, si spegneva nella sua città, Roma, dov’era nato il 3 gennaio 1929. In quel periodo - ricorda Federico Boni di Cinema Yahoo - stava lavorando su un progetto poi diventato ‘leggenda’, riguardante l'assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Sono venticinque anni che questo film torna periodicamente a galla (con Gabriele Salvatores negli ultimi tempi più volte interessato) per poi rientrare nel dimenticatoio produttivo.
Clint Eastwood, protagonista della 'Trilogia del dollaro'
Dopo decenni da assistenza alla regia, il debutto avveniva nel 1961 con Il colosso di Rodi, peplum (pellicola storica in costume, perlopiù ambientata in periodo greco o romano antico) cui tre anni dopo seguiva il primo capitolo della mitologica ‘trilogia del dollaro’. Con Per un pugno di dollari (1964) Sergio Leone inventava un’inedita specie cinematografica che fece impazzire il mondo, Stati Uniti d'America compresi. Quel primo ‘gioiello’ fece letteralmente scuola e gli fu ispirato da La sfida del samurai (in giapponese Yojimbo), film di Akira Kurosawa del 1961. Fra l’altro ‘gettava’ nell’universo di celluloide un tale Clint Eastwood, oggi 83enne e senza dubbio uno dei più fervidi e profondi registi contemporanei di Hollywood.

L'anno dopo Leone si concedeva il bis con Per qualche dollaro in più (1965), terminando il tutto nel 1966 con Il buono, il brutto, il cattivo, col quale il regista capitolino faceva un fenomenale miglioramento sia nella scrittura sia nella qualità dell’impalcatura filmica e dava così alla luce un lungometraggio di genere che solo negli States incassò venticinque milioni di dollari. Un'enormità per l'epoca, dopo i trenta ricavati in totale coi due film precedenti.

Claudia Cardinale in C'era una volta il West
Diventato mito planetario, Sergio Leone proseguiva per la sua strada con C'era una volta il West (1968, a mio avviso forse il più bello), nato – secondo quanto ricostruito sempre da Cinema Yahoo - da un'idea di Bernardo Bertolucci e Dario Argento con un cast di pregio che annovera Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards e Charles Bronson. Cinque anni fa questo capolavoro era incluso nel National Film Registry dalla Biblioteca del Congresso americano per essere “culturalmente, storicamente o esteticamente” significativo. C'era una volta il West era seguito da Giù la testa (1971), secondo film della cosiddetta ‘trilogia del tempo’, con protagonisti  Rod Steiger, James Coburn e Romolo Valli.

Il manifesto di C'era una volta in America
Abbandonato il western dopo un decennio di trionfi, il cineasta romano impiegava tredici anni per realizzare il suo ultimo e più ambizioso lavoro, C'era una volta in America (1984). Presentato fuori concorso alla 37^ edizione del Festival di Cannes, il film era candidato a due Golden Globes, per poi vincere quattro Nastri d'argento e due Bafta. Come accaduto per tutti i film di Sergio Leone, il valore aggiunto furono le colonne sonore che fecero conoscere al mondo un altro artista romano, Ennio Morricone, notabile ingegno della musica molto spesso ‘prestato’ al mondo del cinema. Nell’occasione il regista compiva il casting più potente della sua carriera, ‘arruolando’ attori del calibro di  Elizabeth McGovern, James Woods, Robert De Niro, Treat Williams, Joe Pesci, Burt Young e una giovanissima Jennifer Connelly.

Per quanto ricordato, anche Filmamare sente l’obbligo di celebrare una data che riporta, giustamente, all’attenzione del mondo un personaggio rivoluzionario.


s.m.

lunedì 28 aprile 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – “The Lone Ranger” (con trailer)

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

Scheda del film
Un film di Gore Verbinski. Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter, Barry Pepper, James Frain, James Badge Dale, William Fichtner, Harry Treadaway, Matt O'Leary, Leon Rippy, W. Earl Brown. Titolo originale: The Lone Ranger. Avventura, Usa 2013. Durata 135' - Walt Disney.

Trama del film
È un film d'avventura intriso di azione e humour, in cui il famoso e storico eroe mascherato torna a vivere attraverso nuovi occhi. Il guerriero indiano Tonto racconta la storia di John Reid, uomo di legge che divenne leggenda, trascinando il pubblico in un'avventura fatta d’imprese epiche e rocambolesche, vissute dai due eroi impegnati nella lotta all'avidità e alla corruzione.

Recensione
Il regista
Gore Verbinski
Il senso della giustizia raggiunta senza usare colt o winchester e la presa di coscienza che nel far-west non è ancora obiettivo realizzabile. L’amicizia che può saldarsi anche nelle circostanze più drammatiche. L’indole spietata di uomini disposti a tutto pur di arricchirsi in una terra ancora selvaggia più che civilizzata ma comunque destinata a essere stravolta. L’incosciente e disumano genocidio dei nativi d’America - quello che in Balla coi lupi vide protagonisti i Sioux e i Pony - e che in questo caso riguarda i Comanches. L’epopea della ferrovia, quella che ha cambiato in modo radicale le sorti del Nuovo Continente.

Storica immagine del Cavaliere solitario
degli anni Cinquanta/Sessanta
Ancora oggi il cinema non può fare a meno di montare in sella insieme al mitico Cavaliere solitario, che nella storia dell’universo creato dai Lumière Bros., è stato proposto in varie salse, dalla tv, al film, al cartone animato. Serie televisiva a parte, intitolata The Lone Ranger - di enorme successo tanto che ne furono prodotti 221 episodi in cinque stagioni dal 1949 al ’57 - il grande schermo non è stato magnanimo con una vicenda fantasiosa e appassionante come quella ideata nella prima metà del secolo scorso da George W. Trendle. Pellicole prodotte in passato e ispirate direttamente alla serie tv - come Il cavaliere senza volto (1956, di Stuart Heisler) e Il cavaliere azzurro della città dell’oro (1958, di Lesley Selander), fino a La leggenda del ranger solitario (1981, di William A. Fraker, sequel del suddetto film del ’56) - sono di scarso valore.


A destra Johnny Depp, il comanche Tonto e il Lone Ranger Armie Hammer
Finalmente, giunto l’anno 2013, è arrivato nelle sale cinematografiche il divertentissimo e ben costruito The Lone Ranger (stavolta identico titolo della televisione) del regista statunitense Gore Verbinski (quello della fortunata saga de I pirati dei Caraibi, con Johnny Depp). Lungometraggio che se in una primissima fase lascia spiazzati, col procedere della narrazione filmica permette allo spettatore di sintonizzarsi sul registro in buona parte grottesco (che per certi versi rimanda a quello dei Coen, ad esempio Fratello, dove sei). Una sensazione già provata - ma con inferiore soddisfazione finale - con il sottovalutato e pazzo Lucky Luke (2009, di James Huth col premio Oscar Jean Dujardin).

Un'altra immagine dell'incontenibile Johnny Depp
Su questo solco, ma con una classe e un marchio d’originalità impossibili da imitare, si è espresso Quentin Tarantino con il recente e bellissimo Django Unchained (con Jamie Foxx). Si tratta, in sostanza, di un modo nuovo, o al limite assai diverso, di riproporre il genere western, che dagli anni Novanta del secolo scorso è tornato in auge ma con alterne fortune. Come tutti i generi, si dirà. Certo, ma l’andamento ‘instabile’ della filmografia ‘cowboy’ è stato a mio avviso più evidente ed è passato attraverso svariati tentativi di riprendere il discorso rimasto in sospeso con la scomparsa di Sergio Leone e di cineasti storici (anni Cinquanta/Sessanta/Settanta) come George Sherman, John Ford e John Sturges, per citarne un trittico. C’è stato poi il momento di un capolavoro come Balla coi lupi (1990, di un Kevin Costner mai più assurto a livelli tanto eccelsi); del toccante Gli spietati (1992, uno dei migliori di Clint Eastwood regista), del poco più che sufficiente Wyatt Earp (1994, di Lawrence Kasdan, lo stesso Costner protagonista) e, accelerando un po’ nel tempo, dell’incerto Open Range (2003, di nuovo Kevin Costner), del divertente Quel treno per Yuma (2007, di James Mangold con Russel Crowe), dell’interessante Appaloosa (2008, di e con Ed Harris, affiancato da Viggo Mortensen) e de Il Grinta, discreto (2010, fratelli Coen con il loro feticcio Jeff Bridges). Lunga (ma forse per qualcuno interessante) carrellata, mi rendo conto, ma mi andava così.

Tom Wilkinson
Helena Bonham Carter
Questa rilettura del leggendario vendicatore mascherato (una specie di Zorro con tanto di mascherina nera ma senza mantello e col fucile al posto della spada) è, a mio parere, pienamente riuscita. Verbinski ha deciso con successo di alternare il comico-grottesco al western ‘spietato’ (molto realistiche le sparatorie) in tal modo accontentando un po’ i gusti di tutti senza, a mio avviso, rischiare di perdere alcuno spettatore. Nella sceneggiatura di Justin Haythe (nel 2008 Revolutionary Road) i rimandi al passato ci sono eccome, come quelli a Sergio Leone, in particolare nelle scene del treno (vedi il meraviglioso C’era una volta il West, 1968) che sono addirittura accompagnate da un motivo musicale simile – al limite del plagio – a quello che fu ideato da Ennio Morricone. Anche gli effetti speciali - per realizzare i quali è stato formato addirittura un pool composto da David Amborn, Randy Fitzgerald, John Kelso, Ken Mieding e John Frazier - e la realizzazione di situazioni acrobatiche e rocambolesche, sono un ulteriore prezioso punto a favore dell'opera filmica. Il tutto corroborato dalla fotografia di Bojan Bazelli (nel 2010 L'apprendista stregone con Nicolas Cage), con panoramiche impressionanti su canyon e praterie. Il non facile montaggio di James Haygood (Fight Club nel 1999) riesce a evitare di trasformare in caos un complesso flusso di immagini.

Per quanto riguarda gli attori va rilevata la prova di un Johnny Depp (ancora nelle sale con il deludente Transcendence) che in questa circostanza dimostra il suo eclettismo nei panni del comanche fuori di testa ma ancora sufficientemente saggio, al centro delle scene più esilaranti e comiche a tratti degne di un Charlie Chaplin, spalla del protagonista Armie Hammer (visto in J. Edgar, 2011, di Clint Eastwood, con Leonardo Di Caprio), in questo The Lone Ranger dimostratosi all’altezza della situazione. Da citare il ruolo di un grandissimo attore come Tom Wilkinson (ancora nelle sale con Grand Budapest Hotel) convincente nelle vesti de villain (anche se il personaggio è inflazionato) e la partecipazione sempre preziosa di Helena Bonham Carter (nel cast del recente Les Misérables). Per me un film promosso a pieni voti.


Stefano Marzetti