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mercoledì 25 giugno 2014

Addio a Eli Wallach, l’irresistibile Tuco de ‘Il buono, il brutto, il cattivo’ e attore capace di fare tutto

Eli Wallach è morto a 98 anni. È stato uno degli attori più eclettici
del cinema mondiale (foto la Repubblica online)
Era molto anziano - 98 anni - ma è pur sempre una coincidenza di quelle che non è difficile notare che Eli Wallach, uno dei pistoleri più ‘cattivi’ del western anni Settanta (in particolare), sia morto proprio in questo momento dell’anno. In cui persino all’ultimo Festival di Cannes, poco più di un mese fa, è stato reso omaggio a Sergio Leone (articolo) ‘padre’ dello spaghetti western e regista del bellissimo Il buono, il brutto, il cattivo, uno dei tre film che compongono la celebre trilogia del dollaro, considerata un esempio antologico di questo genere cinematografico. Nella succitata pellicola Wallach fu il brutto, l’irresistibile Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez, detto semplicemente Tuco. Quell’interpretazione non fece altro che confermare la straordinaria carica recitativa dell’attore nato e deceduto a New York. La sua deformante mimica facciale, l’irresistibile variazione della sua occhiata.

Nei panni del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo
Ma Eli Wallach non fu solo un bandido assetato di verdoni. Attraversò la storia del cinema americano e non solo con centinaia di ruoli che hanno lasciato il segno. Laureatosi all'università del Texas, fu tra i primi allievi dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 debuttò a Broadway imponendosi presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose Tattoo, di Tennessee Williams. Nel cinema, Wallach fece la sua prima comparsa nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol Baker in Baby Doll - La bambola viva di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello del crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e del rapinatore di treni in La conquista del West (1962). Ma non solo parti da villain per lui. Il suo eclettismo gli permise di essere il tenero amante di Marilyn Monroe ne Gli spostati (1961) e un raffinato falsario in Come rubare un milione di dollari e vivere felice (1966). Dopo l’esperienza leoniana, Wallach tornò spesso a lavorare in Italia, un Paese che amò molto e di cui riuscì a imparare la lingua. Nel 1948 sposò l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli. La notizia del decesso è stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci circolate su una pagina Facebook nello scorso fine settimana erano state smentite. Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli fu consegnato un Oscar alla carriera. In quell’occasione disse: «Da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori».

st.mar.
Per alcune informazioni si ringrazia Agi online

giovedì 5 giugno 2014

Storie di popoli a nuoto, Gianfranco Rosi va Lampedusa per girare un docu-film

Gianfranco Rosi girerà un documentario
sull'isola di Lampedusa
Raccontare le storie di Lampedusa, dei lampedusani, al di là dell’emergenza immigrazione, che comunque è sempre presente, come un’eco. Questo l’obiettivo del prossimo docu-film di Gianfranco Rosi, Leone d'Oro (2013) a Venezia per Sacro GRA, parlando del nuovo progetto prodotto da Rai Cinema, Luce Cinecittà, Avventurosa, co-produzione con la Francia. «Come faccio sempre per i miei film documentari - ha dichiarato all’Ansa - per i quali mi è necessario vivere nella realtà che voglio raccontare, così per il mio film su Lampedusa a settembre mi trasferirò sull'isola».

Raccontare di Lampedusa significa ricordare
la sofferenza dell'immigrazione
«A gennaio ho fatto il mio primo viaggio a Lampedusa - ha detto stavolta a Italpress online -  e mi è stata regalata una chiavetta usb con del materiale di cui adesso preferisco non parlare ma che, probabilmente, metterò nel film. Guardando questo materiale ho capito che non potevo non fare un film» su quest’isola tristemente celebre in tutto il mondo, «non ho potuto sottrarmi a questa responsabilità». Al momento il titolo di questo film che verrà («Non so quando inizierò a girarlo né quando lo finirò») è Mare Nostrum ma a Rosi non piace: «È un titolo molto provvisorio e sbagliato. E poi, il titolo ai miei film lo decido una settimana prima di finirli. Racconterò delle storie. Senza storie Lampedusa diventa un contenitore e i lampedusani delle comparse. Il cinema è raccontare storie e io voglio raccontare quelle dei lampedusani nella loro quotidianità, non solo quando sono alle prese con l’eccezionalità».

In questo modo, forse, «attraverso gli occhi di Rosi, verranno fuori gli occhi dei lampedusani, verrà fuori il senso di Lampedusa», dice il sindaco dell’isola Giusi Nicolini. «Non lo dico per piaggeria - aggiunge - ma le prime cose concrete per la nostra isola sono venute proprio dalla Rai. Del resto non può continuare così questa storia di popoli a nuoto né possiamo sentirci a posto con la coscienza perché c’è un’isoletta che si batte per salvare queste persone». (Fonte Italpress online).

redazione

giovedì 22 maggio 2014

Cannes dedica a “Pulp Fiction” uno speciale celebrativo con Tarantino e la Thurman

Quentin Tarantino e Uma Thurman. Fra i due un sodalizio di successo
La locandina
Vent’anni dopo la vittoria della Palma d’oro, al Festival di Cannes si torna a parlare di Pulp Fiction, uno dei film più rivoluzionari della storia del cinema. Quentin Tarantino e Uma Thurman sono confermati per la partecipazione a uno speciale celebrativo sulla Croisette, domani sera venerdì 23 maggio, penultimo giorno della kermesse francese. Si attende conferma che Vincent Vega (leggi John Travolta che interpretò quel personaggio) si unisca al suo vecchio regista e alla co-protagonista per i festeggiamenti. La partecipazione del ballerino de La febbre del sabato sera è tutt'altro che scontata, ma l'attore è stato a Cannes questa settimana e lui stesso spera di esserci. Se così fosse, domani sera intorno alle 18,30, il trio che ha reso possibile quel film cult, si ritroverà a percorrere insieme il celebre tappeto rosso, per poi dirigersi verso la spiaggia dove avrà luogo la proiezione del film, presentato da Tarantino in persona.

John Travolta/Vincent Vega
in Pulp Fiction
Il regista statunitense è già a Cannes da una settimana e sabato prossimo, 24 maggio, presenterà la proiezione di chiusura notturna dedicata a Sergio Leone e al suo spaghetti-western del 1964 Per un pugno di dollari (articolo). Vent’anni di Pulp Fiction, si diceva, che sono poi quanti ne compie la pellicola dell’ormai 51enne regista del Tennesee di limpide origini italiane, che lo scorso aprile è tornata nei cinema per una sorta di celebrazione voluta da The Space Movies e Paco Pictures (articolo). E non è stato il primo film di Tarantino a transitare da Cannes. Nel 1992, il suo Le iene fu uno dei titoli della Selezione Ufficiale fuori concorso. Da allora le opere del regista che sono apparse sui lidi francesi includono Kill Bill Vol. 2 , Grindhouse - A prova di morte e Bastardi senza gloria.

redazione

mercoledì 14 maggio 2014

Cannes, il Festival finisce un giorno prima e Tarantino omaggia Leone

Clint Eastwood in una scena di Per un pugno di dollari
Quentin Tarantino
Sergio Leone
La 67^ edizione del Festival di Cannes terminerà un giorno prima del previsto, cioè il 24 maggio anziché il 25, com’era previsto dal programma iniziale. Il cambiamento è stato deciso per evitare la coincidenza con le elezioni europee. E la chiusura dell’attesissima kermesse sarà ‘nelle mani’ del regista statunitense Quentin Tarantino, che renderà omaggio al mitico collega Sergio Leone (articolo), ‘padre’ dello ‘spaghetti western’ e suo autentico idolo. L’ultima serata, quindi, sarà dedicata alla proiezione della versione restaurata del capolavoro Per un pugno di dollari (1964), il primo film della cosiddetta ‘trilogia del dollaro’ (che conta anche Per qualche dollaro in più [1965] e Il buono, il brutto, il cattivo [1966]).

Il film di Sergio Leone, con protagonisti Clint Eastwood, Gian Maria Volontè e Lee Van Cleef, è uno dei simboli del western all'italiana, genere che per Tarantino ha sempre rappresentato un modello. Con le operazioni di restauro Per un pugno di dollari è stato digitalizzato in 4K (o Super HD, standard emergente per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e la computer grafica, cfr. Wikipedia) e anche il sonoro è stato migliorato.

redazione

giovedì 1 maggio 2014

Per i 25 anni dalla morte Sergio Leone torna a Cannes

Sono trascorsi venticinque anni dalla scomparsa di Sergio Leone
In occasione dei venticinque anni dalla sua morte (articolo), avvenuta il 30 aprile 1989 per un attacco di cuore, Sergio Leone rivive al prossimo Festival di Cannes (articolo). La Cineteca di Bologna porterà infatti sulla Croisette dal 14 al 25 maggio  una versione completamente restaurata della ‘Trilogia del dollaro’ (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo). Ricorre infatti anche il cinquantesimo anniversario dall'uscita di Per un pugno di dollari, primo vero capitolo del filone degli 'spaghetti western', di cui Leone era maestro indiscusso.

redazione

mercoledì 30 aprile 2014

Da venticinque anni senza Sergio Leone, un ricordo del ‘genio’

Sergio Leone (foto Il Mattino web)
Venticinque anni fa moriva Sergio Leone, comunemente soprannominato il ‘padre dello spaghetti western’, che in tutta la sua luminosa ma non lunghissima carriera - durata circa vent’anni - ebbe il tempo di girare solo sette film, uno più bello dell’altro. E ritagliarsi così un posto nella storia del cinema, non italiano, bensì mondiale. Perché le sue pellicole sono conosciute e adorate in tutto il pianeta. Era il 30 aprile del 1989 e Leone, al secolo Sergio Roberti, aveva solo sessant’anni quando, per colpa di un infarto, si spegneva nella sua città, Roma, dov’era nato il 3 gennaio 1929. In quel periodo - ricorda Federico Boni di Cinema Yahoo - stava lavorando su un progetto poi diventato ‘leggenda’, riguardante l'assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Sono venticinque anni che questo film torna periodicamente a galla (con Gabriele Salvatores negli ultimi tempi più volte interessato) per poi rientrare nel dimenticatoio produttivo.
Clint Eastwood, protagonista della 'Trilogia del dollaro'
Dopo decenni da assistenza alla regia, il debutto avveniva nel 1961 con Il colosso di Rodi, peplum (pellicola storica in costume, perlopiù ambientata in periodo greco o romano antico) cui tre anni dopo seguiva il primo capitolo della mitologica ‘trilogia del dollaro’. Con Per un pugno di dollari (1964) Sergio Leone inventava un’inedita specie cinematografica che fece impazzire il mondo, Stati Uniti d'America compresi. Quel primo ‘gioiello’ fece letteralmente scuola e gli fu ispirato da La sfida del samurai (in giapponese Yojimbo), film di Akira Kurosawa del 1961. Fra l’altro ‘gettava’ nell’universo di celluloide un tale Clint Eastwood, oggi 83enne e senza dubbio uno dei più fervidi e profondi registi contemporanei di Hollywood.

L'anno dopo Leone si concedeva il bis con Per qualche dollaro in più (1965), terminando il tutto nel 1966 con Il buono, il brutto, il cattivo, col quale il regista capitolino faceva un fenomenale miglioramento sia nella scrittura sia nella qualità dell’impalcatura filmica e dava così alla luce un lungometraggio di genere che solo negli States incassò venticinque milioni di dollari. Un'enormità per l'epoca, dopo i trenta ricavati in totale coi due film precedenti.

Claudia Cardinale in C'era una volta il West
Diventato mito planetario, Sergio Leone proseguiva per la sua strada con C'era una volta il West (1968, a mio avviso forse il più bello), nato – secondo quanto ricostruito sempre da Cinema Yahoo - da un'idea di Bernardo Bertolucci e Dario Argento con un cast di pregio che annovera Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards e Charles Bronson. Cinque anni fa questo capolavoro era incluso nel National Film Registry dalla Biblioteca del Congresso americano per essere “culturalmente, storicamente o esteticamente” significativo. C'era una volta il West era seguito da Giù la testa (1971), secondo film della cosiddetta ‘trilogia del tempo’, con protagonisti  Rod Steiger, James Coburn e Romolo Valli.

Il manifesto di C'era una volta in America
Abbandonato il western dopo un decennio di trionfi, il cineasta romano impiegava tredici anni per realizzare il suo ultimo e più ambizioso lavoro, C'era una volta in America (1984). Presentato fuori concorso alla 37^ edizione del Festival di Cannes, il film era candidato a due Golden Globes, per poi vincere quattro Nastri d'argento e due Bafta. Come accaduto per tutti i film di Sergio Leone, il valore aggiunto furono le colonne sonore che fecero conoscere al mondo un altro artista romano, Ennio Morricone, notabile ingegno della musica molto spesso ‘prestato’ al mondo del cinema. Nell’occasione il regista compiva il casting più potente della sua carriera, ‘arruolando’ attori del calibro di  Elizabeth McGovern, James Woods, Robert De Niro, Treat Williams, Joe Pesci, Burt Young e una giovanissima Jennifer Connelly.

Per quanto ricordato, anche Filmamare sente l’obbligo di celebrare una data che riporta, giustamente, all’attenzione del mondo un personaggio rivoluzionario.


s.m.

lunedì 28 aprile 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – “The Lone Ranger” (con trailer)

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

Scheda del film
Un film di Gore Verbinski. Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter, Barry Pepper, James Frain, James Badge Dale, William Fichtner, Harry Treadaway, Matt O'Leary, Leon Rippy, W. Earl Brown. Titolo originale: The Lone Ranger. Avventura, Usa 2013. Durata 135' - Walt Disney.

Trama del film
È un film d'avventura intriso di azione e humour, in cui il famoso e storico eroe mascherato torna a vivere attraverso nuovi occhi. Il guerriero indiano Tonto racconta la storia di John Reid, uomo di legge che divenne leggenda, trascinando il pubblico in un'avventura fatta d’imprese epiche e rocambolesche, vissute dai due eroi impegnati nella lotta all'avidità e alla corruzione.

Recensione
Il regista
Gore Verbinski
Il senso della giustizia raggiunta senza usare colt o winchester e la presa di coscienza che nel far-west non è ancora obiettivo realizzabile. L’amicizia che può saldarsi anche nelle circostanze più drammatiche. L’indole spietata di uomini disposti a tutto pur di arricchirsi in una terra ancora selvaggia più che civilizzata ma comunque destinata a essere stravolta. L’incosciente e disumano genocidio dei nativi d’America - quello che in Balla coi lupi vide protagonisti i Sioux e i Pony - e che in questo caso riguarda i Comanches. L’epopea della ferrovia, quella che ha cambiato in modo radicale le sorti del Nuovo Continente.

Storica immagine del Cavaliere solitario
degli anni Cinquanta/Sessanta
Ancora oggi il cinema non può fare a meno di montare in sella insieme al mitico Cavaliere solitario, che nella storia dell’universo creato dai Lumière Bros., è stato proposto in varie salse, dalla tv, al film, al cartone animato. Serie televisiva a parte, intitolata The Lone Ranger - di enorme successo tanto che ne furono prodotti 221 episodi in cinque stagioni dal 1949 al ’57 - il grande schermo non è stato magnanimo con una vicenda fantasiosa e appassionante come quella ideata nella prima metà del secolo scorso da George W. Trendle. Pellicole prodotte in passato e ispirate direttamente alla serie tv - come Il cavaliere senza volto (1956, di Stuart Heisler) e Il cavaliere azzurro della città dell’oro (1958, di Lesley Selander), fino a La leggenda del ranger solitario (1981, di William A. Fraker, sequel del suddetto film del ’56) - sono di scarso valore.


A destra Johnny Depp, il comanche Tonto e il Lone Ranger Armie Hammer
Finalmente, giunto l’anno 2013, è arrivato nelle sale cinematografiche il divertentissimo e ben costruito The Lone Ranger (stavolta identico titolo della televisione) del regista statunitense Gore Verbinski (quello della fortunata saga de I pirati dei Caraibi, con Johnny Depp). Lungometraggio che se in una primissima fase lascia spiazzati, col procedere della narrazione filmica permette allo spettatore di sintonizzarsi sul registro in buona parte grottesco (che per certi versi rimanda a quello dei Coen, ad esempio Fratello, dove sei). Una sensazione già provata - ma con inferiore soddisfazione finale - con il sottovalutato e pazzo Lucky Luke (2009, di James Huth col premio Oscar Jean Dujardin).

Un'altra immagine dell'incontenibile Johnny Depp
Su questo solco, ma con una classe e un marchio d’originalità impossibili da imitare, si è espresso Quentin Tarantino con il recente e bellissimo Django Unchained (con Jamie Foxx). Si tratta, in sostanza, di un modo nuovo, o al limite assai diverso, di riproporre il genere western, che dagli anni Novanta del secolo scorso è tornato in auge ma con alterne fortune. Come tutti i generi, si dirà. Certo, ma l’andamento ‘instabile’ della filmografia ‘cowboy’ è stato a mio avviso più evidente ed è passato attraverso svariati tentativi di riprendere il discorso rimasto in sospeso con la scomparsa di Sergio Leone e di cineasti storici (anni Cinquanta/Sessanta/Settanta) come George Sherman, John Ford e John Sturges, per citarne un trittico. C’è stato poi il momento di un capolavoro come Balla coi lupi (1990, di un Kevin Costner mai più assurto a livelli tanto eccelsi); del toccante Gli spietati (1992, uno dei migliori di Clint Eastwood regista), del poco più che sufficiente Wyatt Earp (1994, di Lawrence Kasdan, lo stesso Costner protagonista) e, accelerando un po’ nel tempo, dell’incerto Open Range (2003, di nuovo Kevin Costner), del divertente Quel treno per Yuma (2007, di James Mangold con Russel Crowe), dell’interessante Appaloosa (2008, di e con Ed Harris, affiancato da Viggo Mortensen) e de Il Grinta, discreto (2010, fratelli Coen con il loro feticcio Jeff Bridges). Lunga (ma forse per qualcuno interessante) carrellata, mi rendo conto, ma mi andava così.

Tom Wilkinson
Helena Bonham Carter
Questa rilettura del leggendario vendicatore mascherato (una specie di Zorro con tanto di mascherina nera ma senza mantello e col fucile al posto della spada) è, a mio parere, pienamente riuscita. Verbinski ha deciso con successo di alternare il comico-grottesco al western ‘spietato’ (molto realistiche le sparatorie) in tal modo accontentando un po’ i gusti di tutti senza, a mio avviso, rischiare di perdere alcuno spettatore. Nella sceneggiatura di Justin Haythe (nel 2008 Revolutionary Road) i rimandi al passato ci sono eccome, come quelli a Sergio Leone, in particolare nelle scene del treno (vedi il meraviglioso C’era una volta il West, 1968) che sono addirittura accompagnate da un motivo musicale simile – al limite del plagio – a quello che fu ideato da Ennio Morricone. Anche gli effetti speciali - per realizzare i quali è stato formato addirittura un pool composto da David Amborn, Randy Fitzgerald, John Kelso, Ken Mieding e John Frazier - e la realizzazione di situazioni acrobatiche e rocambolesche, sono un ulteriore prezioso punto a favore dell'opera filmica. Il tutto corroborato dalla fotografia di Bojan Bazelli (nel 2010 L'apprendista stregone con Nicolas Cage), con panoramiche impressionanti su canyon e praterie. Il non facile montaggio di James Haygood (Fight Club nel 1999) riesce a evitare di trasformare in caos un complesso flusso di immagini.

Per quanto riguarda gli attori va rilevata la prova di un Johnny Depp (ancora nelle sale con il deludente Transcendence) che in questa circostanza dimostra il suo eclettismo nei panni del comanche fuori di testa ma ancora sufficientemente saggio, al centro delle scene più esilaranti e comiche a tratti degne di un Charlie Chaplin, spalla del protagonista Armie Hammer (visto in J. Edgar, 2011, di Clint Eastwood, con Leonardo Di Caprio), in questo The Lone Ranger dimostratosi all’altezza della situazione. Da citare il ruolo di un grandissimo attore come Tom Wilkinson (ancora nelle sale con Grand Budapest Hotel) convincente nelle vesti de villain (anche se il personaggio è inflazionato) e la partecipazione sempre preziosa di Helena Bonham Carter (nel cast del recente Les Misérables). Per me un film promosso a pieni voti.


Stefano Marzetti

lunedì 31 marzo 2014

Il più bello di stasera sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15 (con trailer)

I magnifici sette
La locandina
I magnifici sette


PREMI
Oscar: solo una nomination per la miglior colonna sonora di film drammatico a Elmer Bernstein.

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 9

Scheda
Un film di John Sturges. Con Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson, Robert Vaughn, Brad Dexter, James Coburn, Horst Buchholz, Rosenda Monteros, Vladimir Sokoloff, Jorge Martínez de Hoyos, Rico Alaniz. Titolo originale: The Magnificent Seven. Western, Usa 1969. Durata 126'.

Trama
Ispirato a I sette samurai di Kurosawa. I contadini messicani di un villaggio texano si affidano a sette pistoleri per farsi difendere da una banda di masnadieri ubriaconi e senza scrupoli. I sette ‘buoni’ si installano a Ixcatlan e, quando arriva Calvera con i suoi bandidos, lo mettono in fuga. Il villaggio festeggia l'avvenimento, ma ben presto tra i peones si manifesta un sentimento di disagio per la presenza dei pistoleri. Film dalla colonna sonora leggendaria.

Cosa ne penso
Steve McQueen
L’eroismo e l’umanità come effetti collaterali, se non terminali, dell’iniziale semplice fame di denaro. Grande western (che non vidi al cinema dal momento che sono nato nel 1967, ma fu una delle prime videocassette che ricevetti in regalo da mio padre) intriso di valori umani – pietà, amicizia, lealtà, paura - che si mescolano in modo armonioso con la parte spettacolare e d’azione della fruizione filmica. Una sapiente regia quella di John Sturges (suo nel 1963 anche lo straordinario La grande fuga), che garantisce l’immaginario cinematografico tanto in voga in quegli anni e di cui avrebbe beneficiato di lì a poco lo stesso Sergio Leone nei suoi formidabili spaghetti-western, da Per un pugno di dollari (1964) a Giù la testa (1971).

Yul Brynner
Il tutto è reso possibile anche da un cast stellare in cui si stagliano in particolare le interpretazioni di quattro veri e propri giganti del cinema mondiale, quali Yul Brynner (I dieci comandamenti nel 1956), Steve McQueen (Papillon nel 1973), Charles Bronson (Cera una volta il West nel 1968) ed Eli Wallach (Il buono, il brutto e il cattivo nel 1966). La lentezza, a tratti, dell’opera è quella tipica del genere, capace di creare l’effetto attesa che precede la violenza intesa, soprattutto, come sparatoria o corpo a corpo fatto di pugni e calci. Dialoghi non particolarmente cerebrali ma essenziali come l’intera finzione filmica richiede. E infine una colonna sonora rimasta impressa nell’immaginario collettivo e che, forse, anche i bambini di oggi hanno ascoltato almeno una volta.

Charles Bronson
Regia e sceneggiatura (William Roberts, la cui carriera nel cinema si esaurì sostanzialmente con questo capolavoro), garantiscono una continuità d’emozione e di attesa che coinvolge in ogni momento lo spettatore. Questo fa de I magnifici sette una pellicola che spesso piace anche al pubblico femminile, quello di norma refrattario a cavalli, revolver e winchester. Toccante in questo senso il rapporto tra lo spietato pistolero (Bronson) e i bambini del villaggio che ne fanno il loro eroe. E lui che passa dal desiderio di mettersi in tasca la paga pattuita per la missione, a quello di accontentare l’immaginario infantile con la trasformazione in paladino della causa dei più deboli. Nel complesso un film completo, divertente, drammatico e infine commovente, vero pilastro del genere ma anche esempio universale di come progettare una finzione filmica.

Stefano Marzetti