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martedì 22 luglio 2014

‘Duran Duran: Unstaged’: David Lynch porta al cinema Simon Le Bon & Co.

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥ = 6,5

La scheda
Un film di David Lynch. Con Simon Le Bon, John Taylor, Roger Taylor, Nick Rhodes, Gerard Way, Beth Ditto, Kelis, Mark Ronson, Travis Dukelow, David Lynch. Titolo originale: Duran Duran: Unstaged. Documentario, Usa 2011. Durata 121' circa. Woovie. Uscita in Italia lunedì 21 luglio 2014 (nelle sale fino a mercoledì 23).

La trama
Presentato al mercato del Festival di Cannes, Duran Duran: Unstaged mette insieme un universo musicale - quello rappresentato negli anni Ottanta dai Duran Duran, appunto - con un modo particolare di concepire il cinema, quello di David Lynch. La fusione si è realizzata il 23 marzo 2011, in occasione del concerto che la band tenne - in formazione originale con Simon Le Bon, Nick Rhodes, John e Roger Taylor - al Mayan Theater di Los Angeles. Lì, il regista seguì lo spettacolo riprendendo e montandolo live secondo i suoi gusti e i suoi canoni stilistici. Il risultato è un progetto unico, rivolto ai fan della band inglese ma non solo.

Curiosità
Per l'occasione David Lynch manipolò in tempo reale le immagini del concerto dato in streaming. Ora il film-esperimento (qui a sinistra il TRAILER) arriva in alcune sale nostrane dopo essere stato proiettato al Moma (Museum of Modern Art) di New York. E proprio la proiezione al Moma rende chiaro come ci si trovi di fronte a un esperimento di tipo artistico - si legge su Today - inedito nel campo musicale. Non è infatti il classico film-concerto con firma prestigiosa - come fu Shine A Light diretto da Martin Scorsese per i Rolling Stones - e nemmeno un documentario con dietro le quinte e interviste.

Un passaggio dl docu-film Duran Duran: Unstaged
Recensione (rassegna stampa)
“(...) Siamo trasportati a Los Angeles nel Mayan Theater ed è il 23 marzo 2011 - scrive Alfonso Corace di Cinemamente - e la formazione del gruppo è quella storica (…) Si parte con la musica e subito ci si accorge che ci sono due diversi livelli visivi, uno (quasi sempre in b/n) formato da loro, i Duran Duran in una forma smagliante, e un altro livello con disturbi, fiamme, e scene che Lynch cerca di legare alla musica con la sua consueta disarmonia e il suo non-sense a tratti irritante. Questo lo si percepisce immediatamente, ma spesso il fastidio è funzionale a comprendere la mente e le sensazioni, e quindi ci arrendiamo a questo connubio, sorretto dalla musica trascinante dei Duran Duran, che esplorano il loro repertorio dagli anni ’80 fino all’ultimo All You Need is Now, risalente al 2010 (...) L’esperienza è sicuramente insolita e queste sovrapposizioni visive arricchiscono (quasi sempre) la musica in modo singolare grazie a tecniche che vanno dallo stop-motion alla pittura passando per la scultura. Resta il fatto che probabilmente, una volta finito di vedere il concerto, quello che rimarrà di più saranno loro, i Duran Duran, musicisti nettamente migliorati rispetto agli anni ’80 - rileva sempre Corace - autori di canzoni che hanno fatto da sfondo alla vita di moltissime persone per più di 30 anni (...)”.

Il regista
David Lynch
“(...) Un binomio inconsueto e imprevedibile - rileva Emanuele Sacchi di My Movies - quello formato dalla band di Simon Le Bon e dall’eccentrico regista di Velluto Blu, lontano dalla macchina da presa ormai dai tempi di Inland Empire, datato 2006. Un contrasto potenzialmente stimolante per un artista che, proprio lavorando sugli opposti (ottimismo/perversione, discesa agli inferi e redenzione), ha costruito opere che hanno mutato irreversibilmente l’immaginario collettivo e rivoluzionato il linguaggio cinematografico. Ma, come per i progetti più recenti dell’uomo di Missoula - il disco come BlueBob, gli spot pubblicitari perlopiù ‘alimentari’ - anche in Unstaged prevale un senso di incompiutezza, svogliatezza e di occasione mancata. Come se il cinema a Lynch non interessasse più e la sperimentazione su di esso si fosse ormai esaurita (...) Lynch, del tutto estraneo al contesto, finisce quindi solo per rovinare un po’, anziché arricchire, un eccellente show che tale - senza ambizioni artistiche sproporzionate - sarebbe dovuto rimanere”, conclude Sacchi.

redazione

martedì 1 luglio 2014

Il più bello di martedì 1° luglio, prima serata, sul digitale: ‘L'infedele’ (Rai 5, canale 23, alle 21,15)

La locandina
L'infedele

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Liv Ullmann. Con Erland Josephson, Lena Endre, Krister Henriksson, Thomas Hanzon, Michelle Gylemo, Juni Dahr, Philip Zandén, Thérèse Brunnander, Marie Richardson, Stina Ekblad, Johan Rabaeus, Jan-Olof Strandberg, Björn Granath, Gertrud Stenung, Åsa Lindström. Titolo originale: Trolösa. Drammatico, Sve 2000. Durata 155' circa. Mikado - Multimedia San Paolo.

La trama
Marianne, donna matura e attrice, va a trovare un anziano scrittore e comincia a raccontargli la propria storia. Sposata con Markus, famoso direttore d’orchestra e come tale spesso in giro per il mondo, Marianne, durante l’assenza del marito, accoglie in casa il migliore amico di lui, David. Cenano insieme e lei lo invita a restare per la notte. Così comincia la relazione tra i due. Insieme progettano un viaggio a Parigi, dove vanno insieme a Markus. Sulla via del ritorno, si fermano in un albergo. Poi per un po’ si lasciano. Il 20 agosto si rivedono e tra loro si verifica un altro incontro sessuale. Qui arriva Markus che li sorprende ma dice che sapeva già tutto da tempo. C’è il problema di Isabelle, la figlia piccola. Marianne vuole trasferirsi da David, il padre reclama la figlia. Durante il soggiorno estivo in campagna, Markus chiama Marianne per proporre una soluzione. Ma la proposta è orribile: Markus vuole ancora una volta avere un rapporto con la moglie prima di concedere l’affidamento. Marianne dice in seguito a David di aver accettato. Qualche tempo dopo arriva la notizia che Markus si è tolto la vita. Quindi si vede Marianne che annega e muore. Ma a questo punto, la donna dice di avere terminato il racconto. Si alza e va via, lasciando lo scrittore solo e angosciato.

Lena Endre e Erland Josephson in L'infedele
Recensione (rassegna stampa)
“(...) Con lenti movimenti di macchina e atmosfere sospese - scrive Valeria Chiari di Film Up - in una scenografia scarna ed essenziale, si sviluppa la storia raccontata dalla sceneggiatura di Ingmar Bergman e diretta da Liv Ullmann. Un’infedeltà premeditata, iniziata come gioco, che si trasforma velocemente in una tragedia (...) È uno scavare interiore inesorabile che coinvolge e sconvolge lo spettatore inchiodandolo davanti allo schermo, incapace anch’esso di sfuggire all’inevitabile tormento, all’arduo e impietoso studio di un matrimonio e della sua fine fatale. Attori straordinari a partire dal bergmaniano Erland Josephson, l’anziano scrittore specchio dell’anima dello stesso Bergman; Lena Endre - conclude Chiari - eccezionale interprete delle emozioni e dello strazio di Marianne”.

La regista Liv Ullmann
“(...) Film (presentato in concorso al 53° Festival di Cannes, ndr) ‘con’ e ‘senza’ Bergman”, rileva Giancarlo Zappoli di My Movies - ‘Con’ perché di Bergman sono il soggetto e la sceneggiatura. ‘Senza’ perché la Ullmann è come se ne avvertisse l’assenza e cercasse di sostituirne lo sguardo senza cercare vie originali per il proprio film. Ne deriva così un film senz’altro interessante ma irrimediabilmente ‘datato’. Siamo di fronte a una fotocopia di qualità che lascia però aperti due quesiti: 1) perché il Maestro non torna dietro la macchina da presa? 2) perché gli attori che a lui devono la loro fortuna non si decidono a recidere il cordone ombelicale? L’età ormai ce l’hanno, conclude Zappoli.

redazione

giovedì 26 giugno 2014

‘Nebraska’, quando l’amore per un padre è senza condizioni

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Alexander Payne. Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Stacy Keach, Mary Louise Wilson, Rance Howard, Tim Driscoll, Devin Ratray, Angela McEwan, Glendora Stitt, Elizabeth Moore, Kevin Kunkel, Missy Doty, Anthony G. Schmidt, Melinda Simonsen. Drammatico, Usa 2013. Durata 115' circa. Lucky Red.

La trama
Woody, un anziano del Montana, scappa in continuazione di casa nel tentativo di raggiungere il Nebraska dove è convinto di ricevere un ricco premio della lotteria. Preoccupati dal suo stato mentale, i familiari dibattono a lungo sul metterlo o no in una casa di cura, fino a quando uno dei due figli decide di accompagnare il padre in questo folle viaggio. Lungo il tragitto, i due si fermano un paio di giorni nel piccolo villaggio natale di Woody dove l’anziano, sotto gli occhi del figlio, ripercorre il suo passato.

Mia recensione
Un film toccante Nebraska, per quello che è il suo tema di base: non tanto la vecchiaia, non tanto il morbo di Alzheimer che avanza senza pietà. Non tanto, ancora, una famiglia e un prossimo che tendono ad attaccare ed emarginare l’ormai inutile membro disturbante. Questa pellicola del regista Alexander Payne (Sideways - In viaggio con Jack, 2005), forse non a caso originario del Nebraska, mette sul piedistallo più alto l’elemento positivo, più coinvolgente ed emozionate della vicenda, vale a dire l’amore incondizionato di un figlio per il padre. Payne sceglie un bianco e nero a mio avviso poco spiegabile, tentando, forse, di utilizzare il non-colore per conferire una più profonda impronta artistica alla sua ultima opera. Una tecnica che ormai da molti anni ha fatto proseliti ma che non sempre è decifrabile per l’economia complessiva del film. Tuttavia, in questo caso come in altri, non crea disturbo allo spettatore che in principio è indotto giusto a chiedersi se per caso la storia sia ambientata in un’epoca precedente, scoprendo subito che, invece, la narrazione è collocata nel nostro tempo. Comunque, in pochi minuti ci si abitua.


I due protagonisti Bruce Dern e Will Forte in una scena di Nebraska
L’esposizione in immagini, in molte parti, procede su ritmi piuttosto lenti, come l’incedere del protagonista, il vecchio Woody, che va all’irragionevole ricerca di un tesoro del quale solo la sua mente conosce l’esistenza. Anche questa fiacchezza del ritmo impresso dal montaggio è, in un primo momento, elemento che rischia di rendere evanescente l’attenzione di chi vede. Pian piano, però, si sblocca l’intento della sceneggiatura di Bob Nelson. Circondato da persone che non vedono l’ora di toglierselo dai piedi, l’alcolizzato e dissociato personaggio principale - interpretato da un superlativo 78enne, Bruce Dern (Monster, 2003), premiato come miglior attore protagonista l’anno scorso a Cannes - quasi sbalordito capisce di avere un incaponito alleato nel figlio David (Will Forte - ben calato nella parte - noto soprattutto per la sua partecipazione al cast del Saturday Night Live tra il 2002 e il 2012). David che, seppur preoccupato per le condizioni fisiche e mentali di Woody, decide che il genitore, un vero anti eroe, abbia il diritto di vivere la sua smania di recuperare il milione di dollari. Come fosse l’ultima cosa che debba fare nella sua vita disadorna.

Il regista
Alexander Payne
Dern/Woody in un'altra scena del film
E così il film sale di livello con la sua parte on the road, col progressivo e positivo sviluppo dell’intimità figlio-padre e, quindi, l’intensificazione della loro intesa. Fino a quando è addirittura senza che vi sia bisogno di parole (in questo senso i dialoghi sono spesso piuttosto succinti e quindi realistici) che i due s’intendono. Il viaggio a due che salda i legami, non è certo una novità nel cinema. Ma le dinamiche suddette e anche alcune scene di lodevole ilarità che smussano con tempismo lo stampo drammatico della pellicola, danno al regista il merito di aver inserito importanti elementi originali. Le location sono azzeccate e il montaggio, qua e là, regala opportunamente, a telecamera immobile, vere e proprie diapositive (qui, sì, il bianco e nero funziona) prive di esseri umani, fotografie di spaccati disabitati, scorci di soporifere cittadine di provincia. Una scelta registica che rende concreto nel narrato filmico un altro dei discorsi del plot, quello della solitudine, della noia in cui esseri umani crescono a causa di un destino irrevocabile. Una vecchia amica di Woody dice a David: «Qui da noi tutti cominciano a bere molto presto, d’altronde da queste parti non c’è nient’altro da fare». Quello di Nebraska non è un happy ending. Resta l’amarezza inviata dalla vicenda esistenziale di quest’uomo fallito che muove il figlio a comprensione ma anche a compassione. Ma è lampante, comunque, un senso di riscatto e il completamento di quell’affetto sopra ogni cosa.

Stefano Marzetti

giovedì 19 giugno 2014

Il più bello di giovedì 19 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15

La locandina
A proposito di Schmidt

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Golden Globe 2003: miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson, migliore sceneggiatura a Alexander Payne e Jim Taylor; Broadcast Film Critics Association Award 2003: miglior attore protagonista a Jack Nicholson;  National Board of Review Award 2002: miglior attrice non protagonista a Kathy Bates; Festival di Cannes 2002: nomination Palma d'Oro a Alexander Payne.

La scheda
Un film di Alexander Payne. Con Jack Nicholson, Kathy Bates, Hope Davis, Dermot Mulroney, June Squibb, Howard Hesseman, Harry Groener, Connie Ray, Len Cariou, Mark Venhuizen, Cheryl Hamada, Phil Reeves, Matt Winston, James M. Connor, Jill Anderson. Titolo originale: About Schmidt. Drammatico, Usa 2002. Durata 125'. Nexo.

La trama
Warren Schmidt è un uomo depresso e avvilito: è in pensione ed è rimasto vedovo da poco. Incerto sul suo futuro così come scettico sulle scelte del passato, decide di fare i bagagli per un viaggio attraverso il Nebraska, per essere presente al matrimonio della figlia con un venditore di letti ad acqua. Eppure ogni cosa che fa, appare sbagliata e Warren sembra destinato a finire la sua vita così come l'ha vissuta: un fallimento. Ma lungo la strada Warren racconta il suo viaggio e le sue osservazioni a un interlocutore inaspettato, un ragazzino povero della Tanzania che sta sovvenzionando per settantatré centesimi al giorno. Nelle sue lunghe lettere al ragazzino, Warren inizia a vedere se stesso e la vita che ha vissuto con occhi diversi.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) ad un soggetto esile e provocatorio solo superficialmente - scrive Davide Verazzani di My Movies - si contrappone (…) la prova d'attore di Jack Nicholson che, da solo, rende la pellicola degna di essere vista. La caratterizzazione di Schmidt, borghese meschino e privo di sentimenti, non del tutto resa da una sceneggiatura priva di acuti, viene evidenziata da Nicholson senza il consueto gigioneggiare, ma piuttosto con continui e straordinari cambiamenti mimici. E le sue espressioni durante il discorso del pranzo di matrimonio della figlia sarebbero da studiare a memoria nelle scuole di recitazione”.

Jack Nicholson in una scena di A proposito di Schmidt
“(...) L'arte del racconto di Payne - rileva Valeria Chiari di Film Up - che mescola ad una brillante ironia la drammaticità di una vita sprecata, si completa con la maestria di Nicholson nell’interpretare un uomo che si risveglia alla vita. Uno spaccato della vita americana di provincia scrutato in tutta la sua tragica sonnolenza e senza alcuna superficialità, da un uomo che pur trovandosi a passeggiare sul suo personale ‘viale del tramonto’, sente ancora il desiderio di dare un senso alla propria vita. Raccontato anche attraverso l’impaccio fisico a metà tra la sonnolenza e il risveglio, Warren Schmidt è un individuo dal destino spietatamente normale, sublimato dall’interpretazione di Nicholson che lo trasforma in una icona, mélange di pessimismo e pietà, crudele rappresentazione dell’uomo del XXI secolo”, conclude Chiari.
redazione

venerdì 6 giugno 2014

Il più bello di venerdì 6 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: La7d alle 21,10

La locandina
Two Lovers

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Festival di Cannes 2008: nomination Palma d'oro a James Gray; Premio César 2009: nomination miglior film straniero a James Gray; Independent Spirit Awards 2010: nomination miglior regia a James Gray, nomination miglior attrice protagonista a Gwyneth Paltrow; National Board of Review Awards 2009: migliori film indipendenti.

La scheda
Un film di James Gray. Con Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, Moni Moshonov, John Ortiz, Bob Ari, Julie Budd. Drammatico, Usa 2008. Durata 110' circa. Bim.

La trama
New York. Leonard non sa se seguire il proprio destino e sposare Sandra, la donna che i suoi genitori hanno scelto per lui, o ribellarsi e ascoltare i sentimenti che prova per la sua nuova vicina di casa, la bella e volubile Michelle, di cui si è perdutamente innamorato. Combattuto tra ragione e istinto, dovrà compiere la scelta più difficile.

Critica – Rassegna stampa
“Sulla carta, la trama lineare di Two Lovers potrebbe essere facilmente scambiata per quella di una commedia sentimentale - rileva Federico Gironi di Coming Soon - magari di quelle agrodolci e un po’ oblique figlie di certo cinema indipendente americano degli ultimi tempi (...) Invece quello di James Gray - anche perché lavora con intelligenza sul ribaltamento dei tradizionali canoni narrativi di certo cinema romantico – è un film devastante ed agghiacciante, che costringe lo spettatore a fare i conti con i propri fantasmi, che mette di fronte con disarmante semplicità alla natura più intima ed essenziale del sentimento amoroso, della sua imprescindibile necessità, della (im)possibilità sua e dell’essere affrontato con ‘maturità’ (…) sembra quindi descrivere un disagio - forse generazionale - diffuso, quel bisogno d’amore (e tenerezza, e sicurezza) che pare essere destinato a rimanere un’illusione se non al prezzo di inquietanti compromessi interiori ed esteriori. Nel contesto di un mondo che è sempre più astratto e sfocato - scrive ancora Gironi - o invisibile o navigabile solo attraverso mappe oramai inutilizzabili perché sorpassate (...)”.


Una scena del film: Gwyneth Paltrow e Joaquin Phoenix
“Una domanda è d'obbligo - scrive Giancarlo Usai di Onda Cinema -: il regista quarantenne James Gray è più bravo alle prese con il noir o con il melodramma? La questione è rilevante perché l'autore di Two Lovers, al suo quarto lungometraggio, cambia completamente genere e, dopo un’appassionata filmografia all’interno degli ambienti criminali di New York, sposta la sua attenzione su un dramma sentimentale di proporzioni gigantesche (...) Fin dal tuffo in acqua di Leonard (il protagonista, ndr) in apertura di film, si capisce che, ancora una volta, Gray punterà sui sentimenti più strazianti e sulle situazioni più drammatiche. E di nuovo, in questo nuovo lavoro, l’uso della fotografia, che fa sparire i volti delle persone avvolti da inquietanti ombre, è magistrale. La storia è di una tristezza unica: è davvero una toccante rappresentazione della debolezza umana. Solo chi ha il cuore di pietra - aggiunge Usai - non si intenerirà nel seguire la sua camminata infantile per le strade di Brooklyn o nell’ascoltare i suoi progetti futuri assolutamente irrealizzabili, fatti di castelli costruiti per aria (...)”.

redazione

martedì 3 giugno 2014

Il più bello di martedì 3 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Rai 5 alle 21,16

La locandina
La classe - Entre les murs

Valutazione media: ♥♥♥ = 7


La scheda
Un film di Laurent Cantet. Con François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré. Titolo originale: Entre les murs. Drammatico, Fra 2008. Durata 128' circa. Mikado.

La trama
François è un giovane professore di francese in un liceo difficile. Non esita ad affrontare i suoi studenti in stimolanti scontri verbali. Ma lo studio della democrazia può qualche volta comportare dei rischi.

Critica – Rassegna stampa
Palma d’oro al Festival di Cannes 2008 (61^ edizione) “(…) è piaciuto molto per ragioni sbagliate”, rileva Lietta Tornabuoni de L'espresso - Spettatori e critici ne hanno esaltato la sincerità, il naturalismo, l'essere ‘più vero del vero’. Errore: è uno dei film più artefatti e complessi, lontano da quel realismo che soltanto pochi sarebbero davvero in grado di riconoscere; e presenta un nuovo genere di legame colto tra cinema e scrittura”. Il regista Laurent Cantet “costruisce i personaggi degli studenti a volte fondendo le caratteristiche di diversi ragazzi presi dal libro - scrive ancora la critica cinematografica de L’espresso - Organizza un laboratorio di recitazione al quale partecipano per un anno una cinquantina di studenti: ne sceglie venticinque per il film, e insieme con loro ne sceglie i genitori per le scene di colloquio con gli insegnanti. A nessuno fa leggere la sceneggiatura. Filma tutto con tre macchine da presa, per catturare ogni faccia o gesto imprevisti. Insomma, una costruzione minuziosa e accurata (...) Si può provare un senso di falsità, di ipocrisia - conclude Tornabuoni - ma il risultato è molto interessante e bello proprio per come la sua artificiosità sembra convincente naturalezza”.


Una scena del film di Laurent Cantet, La classe - Entre les murs
“(...) Dopo un complesso training con i giovani attori presi questa volta non ‘dalla strada’ ma ‘dalla scuola’ - scrive Giancarlo Zappoli di My Movies - e scegliendosi come protagonista il Bégaudeau reale, Cantet affronta con piglio da documentarista una realtà che studenti e docenti vivono in modo analogo non solo a Parigi o in Francia. Senza enfasi né retorica il docente e il regista ci mostrano quanto il ruolo di insegnante così come quello di studente siano oggi sempre più complessi e, in qualche misura, da provare a ricostruire dalle fondamenta. Potrà anche sembrare un po’ lento e dilatato il narrare di Cantet in questa occasione - conclude Zappoli - ma, per chi ha tempo per ascoltare e in particolare se genitore, il suo è un film prezioso”.

redazione

giovedì 29 maggio 2014

Rachel Weisz arricchisce “Idol’s Eye”, l’atteso thriller di Olivier Assayas con Robert Pattinson

Rachel Weisz sarà protagonista del prossimo film di Olivier Assayas, Idol's Eye
Quello di Rachel Weisz è di certo un nome che fa lievitare le quotazioni e le attese per il prossimo film di Olivier Assayas (Idol’s Eye), reduce con modesta soddisfazione, dal Festival di Cannes conclusosi meno di una settimana fa. La pellicola con cui era in concorso, Clouds of Sils Maria (articolo), protagonista Juliette Binoche, non ha convinto né la giuria né la critica della kermesse cinematografica francese. Il cineasta ha ora la possibilità, con il cambio dal dramma all’action thriller, di fare il proverbiale colpo di reni per tornare a darsi qualche pacca sulle spalle, come gli è accaduto, ad esempio, nel 2010 con Carlos e nel 2012 con Qualcosa nell'aria.

Il regista francese
Olivier Assayas
Voci piuttosto fondate, tornando a bomba, sussurrano che l’attrice londinese (nel 2013 vista nel discreto Il grande e potente Oz di Sam Raimi) potrebbe affiancare Robert Pattinson, Robert De Niro e John Mendell (già dati per certi nel cast). L’opera di Assayas, infatti, era ancora ‘orfana’ dell’interprete femminile. Come riporta Variety (la cui notizia è ripresa da Tiscali), l'attrice londinese è in trattative con la casa di produzione (Benaroya Pictures). Le riprese di Idol's Eye inizieranno nel mese di ottobre tra Chicago e Toronto. Il plot della storia parla di una gang di ladri guidata da un noto criminale (incarnato da John Mendell) che svaligia un banco di pegni, ma ben presto scopre che l’attività serve a coprire le mosse del più brutale capo della mafia di Chicago, Tony Accardo (cfr. My Movies).

redazione

“Voce umana”, Sophia Loren ‘condannata’ a soffrire per amore

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Edoardo Ponti. Con Sophia Loren. Drammatico, Ita 2014.

La trama
È la storia di Angela, donna lasciata dall’amante per il quale nutre ancora profondi sentimenti. Nonostante la separazione, i due sono ancora in contatto telefonico. Conversazioni intense, per lui forse piacevoli, per lei strazianti (nonostante cerchi di fingere tranquillità).

Recensione dal trailer
Un film di silenzi, di slow motion, di sorrisi che vorrebbero essere pianti. Di sofferenza a volte trattenuta, che è ancor più dolorosa di quella sfogata. Altre volte un tormento amoroso che deflagra come un vulcano dominato che sa di doversi spegnere, prima o poi. Come le somatizzazioni dell’ansia è un bene che vi siano, perché tenere tutto dentro può anche annientare il discernimento umano. Il presente - questa telefonata in cui vi è un'unica protagonista con la sua Voce umana - si alterna con ripetuti flash back che riconducono la donna ai momenti vissuti col suo ex amante. Lei rivede oggetti, rivive situazioni e torna a sentire emozioni che ora sono spine torturanti.

Il regista
Edoardo Ponti
Non è un inedito il ‘corto’ Voce umana (dalla pièce di Jean Cocteau, tradotta in napoletano e adattata dal novelliere partenopeo Erri De Luca) del figlio di Sophia Loren (la protagonista) Edoardo Ponti (che con la madre dodici anni fa aveva girato il discreto Cuori estranei, con uno stellar-cast che annovera Mira Sorvino, Klaus Maria Brandauer, Gérard Depardieu e Malcolm McDowell). Esiste, del 2007, un altro cortometraggio (venti minuti circa), in pratica sconosciuto e dal titolo quasi identico (La voce umana, in più c’è l’articolo iniziale), girato da Papi Corsicato. Il cineasta napoletano che di recente, nel 2013, si è preso qualche soddisfazione con Il volto di un'altra, riuscita commedia che annovera fra gli interpreti Laura Chiatti e Alessandro Preziosi. La voce umana di Corsicato, pur nella sua brevità, consegue da una sceneggiatura (scritta dal regista stesso) più strutturata, nella quale sono introdotti elementi che aiutano a incorniciare e intendere meglio la vicenda.


Sophia Loren in una scena di Voce Umana
Il soggetto non cambia, ma nella realizzazione in immagini si capisce con chiarezza che la protagonista è un’attrice di teatro che prima di andare in scena parla al telefonino con un uomo che l’ha appena lasciata. Qui il solco è identico a quello dell’opera di Ponti dalla quale il lavoro di Corsicato si discosta nel momento in cui chiude il micro-film con un coup de théâtre in cui durante la rappresentazione l’artista si spara un colpo di pistola alla testa.

Qui fa quasi tutto la Loren, il cui personaggio, comunque, è ben sostenuto dalla mano sicura del 41enne regista di Ginevra (Svizzera). Campi lunghi, primi piani, piani sequenza e camera fissa come in uno spettacolo da palcoscenico, caratterizzano un film che si legge con chiarezza. La premio Oscar per La ciociaraal Festival di Cannes terminato sabato scorso è stata accolta con una standing ovation in piena regola (articolo). È sempre una grande star che però ha perso un po’ di potenza recitativa, anche se in questo caso la sua interpretazione richiedeva un incedere in qualche modo dimesso. Comunque quando c’è da mostrare la ferita dell’umiliazione - che richiama forse volutamente quella dell’inconsolabile Cesira di Vittorio De Sica - l’attrice cresciuta a Pozzuoli sa ancora come fare.

Stefano Marzetti