David di Donatello 2010: miglior
regista a Marco Bellocchio, migliore fotografia a Daniele Ciprì, migliore
scenografia a Marco Dentici, migliori costumi a Sergio Ballo, miglior trucco a
Franco Corridoni, migliori acconciature a Alberta Giuliani, miglior montaggio a
Francesca Calvelli, migliori effetti speciali visivi a Paola Trisoglio e
Stefano Marinoni; Nastri d'argento 2009: miglior
attrice protagonista a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele
Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior scenografia a Marco
Dentici; Globo d'oro 2009: migliore
attrice a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele Ciprì, Globo
d'oro Speciale Stampa Estera a Marco Bellocchio;. Ciak d'oro 2010: migliore
fotografia a Daniele Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior
manifesto.
La
scheda
Un film di Marco Bellocchio. Con Filippo
Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio
Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca
Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera. Drammatico, Ita/Fra 2009. Durata 128’ circa. 01 Distribution.
La trama
Nella vita
di Mussolini c’è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio, concepito,
riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser. Una donna che
grida la sua verità fino alla fine, nonostante il disegno del regime di
distruggere ogni traccia che la colleghi al Duce. Per il regime Ida Dalser è
una minaccia, una donna da rinchiudere in un ospedale psichiatrico - lontano
dal figlio, dalla famiglia, dalla gente - dove tuttavia, incapace di sbiadire
nell’ombra e forse salvarsi, continua a rivendicare il suo ruolo di moglie
legittima del Duce e madre del suo primo figlio maschio Benito Albino
Mussolini. Le loro due esistenze sono state cancellate dal mondo e dalla
memoria. Una pagina oscura che la storiografia ufficiale non racconta.
Recensione
(rassegna stampa)
Il regista
Marco Bellocchio
Il film fu presentato al Festival di Cannes
2009. “(...) Liberamente ispirato al saggio storico (non privo di zone d’ombra)
Il figlio segreto del duce di Alfredo
Pieroni - ricorda Claudio Zito di Onda Cinema - il soggetto si adatta
benissimo a quella narrazione che getta alle ortiche convenzioni e linearità
cui Marco
Bellocchio
ci ha abituati (...) Prima parte del tutto atipica: un melò estremamente passionale, di fatto senza dialoghi, ma
sviluppato a partire da immagini dal fascino gotico, da brevi monologhi privi
di risposta, contrappuntato da intuizioni d’avanguardia e rari squarci onirici
(...) La tenuta alla distanza è la questione dubbia, in merito alla riuscita
del film”, rileva ancora la recensione di Onda Cinema. “L’onnipresenza delle
musiche pompose rischia di stancare, mentre lungaggini e altri momenti di noia
fanno capolino. Né l’evoluzione parallela di storia e Storia, della follia del
regime e di quella, presunta, delle sue vittime, appaiono del tutto
convincenti. Ma Bellocchio ha l’intelligenza di non far concludere la
sua opera (salvo didascalie finali) con la morte degli sconfitti, bensì con una
sequenza straordinariamente evocativa: il figlio segreto del Duce (…) prima di
soccombere, si lancia in una schizzata imitazione del padre, mentre il dramma
della guerra incombe. Una delle tante sequenze da ricordare - termina Zito - al
pari del ricovero della madre successivo al di lei pestaggio”.
Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno in una scena di Vincere
“(...) La paura era che (il film, ndr) non prendesse posizione,
limitandosi ad una traccia storica - scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio - sulla quale muovere Benito e Ida come i due
protagonisti di una qualsiasi tragedia. Bastano pochi minuti di Vincere perché
passi ogni dubbio: Bellocchio ha fatto un film a tratti imponente,
affiancando tanto nelle inquadrature quanto nei dialoghi il suo punto di vista
a quello prettamente storico (...) Giovanna Mezzogiorno nei panni
della Dalser ci mostra un lato erotico-compulsivo che le è nuovo e riesce a
smorzare i toni in una situazione in cui ci si potevano aspettare strepiti a
non finire; chi sorprende è Filippo Timi - rileva Cinema del Silenzio -
che abbina una prima parte in cui può plasmare un personaggio con un margine di
libertà ad una seconda fatta di pochissime ma riuscitissime scene, su tutte
l’imitazione del padre per far divertire gli amici (Timi interpreta
sia il Duce che il figlio nella loro giovinezza, mentre Mussolini adulto è
lasciato alle sole immagini di repertorio). Il prodotto compiuto è alla fine un
po’ pesante, molte volte si ha l’impressione che le scene siano troppo lunghe -
scrive ancora Almonte - ma subito un’immagine o una breve sequenza affascinante
re-immerge lo spettatore nella contemplazione dell’opera (...)”.
Un film di David Cronenberg. Con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Heidi Hayes,
Ashton Holmes, Peter MacNeill, Stephen McHattie, Greg Bryk, Kyle Schmid, Sumela
Kay. Thriller/azione/drammatico.
Durata 96' circa. 01 Distribution.
La trama
Tom Stall
vive tranquillo e felice con la moglie avvocato e i loro due bambini nella
piccola città di Millbrook, Indiana (Usa), ma la loro idilliaca esistenza va in
pezzi quando una notte Tom sventa una rapina nel suo ristorante. Quando si
accorge del pericolo, entra in azione e salva i suoi clienti e amici uccidendo
i due criminali per difesa. La vita di Tom cambia dopo quella notte, tutti lo
considerano un eroe e il circo dei media lo spinge sotto i riflettori. A
disagio per questa inaspettata celebrità, cerca di ritornare alla vita normale,
ma deve confrontarsi con un tipo misterioso e minaccioso, che arriva in città
credendo che Tom sia l’uomo dal quale in passato ha subìto ingiustizie. Tom e
la sua famiglia reagiscono allo scambio d’identità e lottano per far fronte
alla nuova realtà, ma sono costretti a rivedere le loro relazioni e i problemi
che li dividono.
Recensione
(rassegna stampa)
“Era dai tempi di Crash (2004, ndr) che Cronenberg non ci
offriva un film (a sinistra il TRAILER) così rigoroso e crudo - rileva Luca Pacilio di Onda Cinema - senza cedimenti e senza compiacimenti; una storia fatta di immagini
asciutte che coprono un’architettura solidissima; la rappresentazione, zeppa di
segni, di una realtà codificata attraverso l’uso della fiction (la stessa, nuova, esistenza ... del protagonista
si fonda su una finzione: il sogno americano). La violenza ivi rappresentata ‘non
è coreografata’ (ipse dixit) ma è
scabra, aspra, disturbante, reale; è, soprattutto, un malessere strisciante che
si annuncia (i mostri del sogno della bambina: una minaccia in germe) e che,
giunto in casa, dilaga epidemico (il figlio che picchia il compagno e ammazza
il nemico trova in sé l’energia di un male atavico, la moglie che schiaffeggia
il marito, l’amplesso come una lotta mostruosa), è un morbo astratto ma
contagioso che contamina un microcosmo apparentemente sterile che
Il regista David Cronenberg
solo la scena
finale sembra ricomporre (il gesto con cui la figlioletta mette il piatto in
tavola restaura, tra mille perplessità - poiché nulla potrà più essere come
prima - il devastato quadro iniziale) ... E nulla sbaglia l’autore da un punto
di vista formale: inquadrature taglienti che dicono più di qualsiasi effetto
speciale; un piano sequenza iniziale (un lynchiano
ingresso nel malefico strange world)
superlativo per sospensione, tempi, tensione e che sfocia nell’ordinary world di Tom (la chirurgica
direzione della fotografia è del fedele Peter Sushitzky); superbe
scelte attoriali (tutto il cast, nessuno escluso, e un redivivo William
Hurt, gigione da
applauso); le gravi, strategiche musiche di Howard Shore. Un colpo
secco - conclude Pacilio - che ci ha stesi”.
Ed Harris in una scena di A History of Violence
“(...) Tratto da un fumetto di John
Wagner il nuovo
film di Cronenberg torna sui
territori cari al regista”, scrive Giancarlo Zappoli di My Movies - : l’identità, la possibile schizofrenia, il rapporto tra realtà e
apparenza. Anche lo stile narrativo gioca su questi elementi, tanto che il film
potrebbe essere oggetto di una doppia recensione. Se lo si prende per come
appare si tratta di un thriller molto
stereotipato con buone dosi di esagerazione narrativa e di umorismo spesso
involontario. Se invece lo si legge a partire dalla prima inquadratura che
sembra un quadro di Hopper allora le cose cambiano. Si pensa al Cronenberg raffinato
intellettuale che opera una rilettura sui generi per svelarne la fragilità e l’ambiguità.
Questa volta propendiamo per la prima scelta quasi che il regista canadese,
dopo la complessa prova di Spider (2002, ndr) avesse deciso di avvalersi di una
fonte di ispirazione ‘bassa’ per vedere come i meccanismi narrativi funzionano
in quel contesto senza però volersene distanziare criticamente. Grande -
conclude Zappoli - come sempre, Ed Harris”.
Un film di Alan Parker. Con Kevin Spacey, Kate Winslet, Laura Linney, Gabriel Mann, Matt Craven,
Rhona Mitra, Leon Rippy, Cleo King, Constance Jones, Lee Ritchey, Cindy Waite,
Jim Beaver. Drammatico,
Usa 2003. Durata 131' circa. Uip.
La trama
Texas, oggi.
Mentre in carcere sta aspettando il giorno dell’esecuzione capitale, David
Gale, un tempo stimato docente di filosofia e attivista di un movimento contro
la pena di morte, ottiene il permesso per rilasciare un’intervista alla
giornalista Bitsey. A lei Gale dice di non aver stuprato né ucciso l’amica Constance,
di essere anzi vittima di un complotto per denunciare il quale ora intende
raccontare come si sono svolti veramente i fatti. Torna così a qualche tempo
addietro, quando la falsa accusa di una studentessa per violenza sessuale gli
aveva causato la perdita sia del posto all’università sia della moglie
trasferitasi in Spagna con il figlioletto.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Si tratta di un thriller, costruito tenendo ben presenti le esigenze commerciali e
in cui, via via che l’indagine va avanti, la fiction prende il sopravvento sulla ‘tesi’ - rileva Alberto Crespi di Film Tv, ripreso da Coming Soon - e l'intreccio si fa
sempre più macchinoso, con scarso rispetto per la verosimiglianza e la legge
delle probabilità. Il soggetto ricorda piuttosto da vicino quello di un film
del 1956, L'alibi era perfetto, uno tra i noir americani meno noti di Fritz Lang: ma laddove
Lang componeva
con geometrica lucidità e rigore morale la sua arringa contro la pena di morte,
Alan
Parker si dà da
fare per stupirci con colpi di scena, rimescolamenti di carte e ‘rivelazioni’ che
non sorprenderebbero neppure il più ingenuo degli spettatori. Fino, e qui si
arriva al paradosso, a una conclusione controproducente - chiude Crespi -
proprio per la causa che sta perorando”.
Kate Winslet in una scena del film di Alan Parker
“(...) Alan Parker domina con
maestria ed estrema originalità l’ottima sceneggiatura di Charles
Randolph (professore
di filosofia a Vienna, alla sua prima fatica come scrittore)”, scrive Daniele Sesti di Film Up. Il regista inglese riesce a enfatizzare,
impreziosendoli, i dialoghi dello script
che costituiscono certamente uno dei punti di forza dell’opera. In particolare,
vi segnaliamo il dialogo sulla veranda, di sera, tra Spacey e la
commovente Laura Linney (nella parte di Constance, vero motore di tutta la storia):
dialoghi da manuale (...) L’idea di raggiungere più gente possibile grazie alla
scelta di uno stile popolare, in questo caso, è certamente vincente. Così come
vincente ed entusiasmante è stata le scelta di scegliere due interpreti come Kevin
Spacey e Laura
Linney. I due sono
autori di veri e propri pezzi di bravura recitativa tali da lasciarci veramente
a bocca aperta. The life of David Gale è un film assolutamente da
vedere e da far vedere”, conclude Sesti. “Perché? Perché ‘in conclusione una
società civilizzata deve convivere con una dura verità: chi cerca vendetta
scava due tombe’”.
Un film di Sergio Martino. Con Lino Banfi,
Licinia Lentini, Camillo Milli, Giuliana Calandra, Viviana Larice, Stefania
Spugnini, Gigi Sammarchi, Franco Caracciolo, Andrea Roncato, Stefano Davanzati,
Urs Althaus, Antonio Zambito, Maurizio Faraoni, Michela Zampa, Francesco
Caracciolo, Ennio Antonelli, Gila Golan. Commedia, Ira 1984. Durata 98' circa.
Avo Film.
La trama
Oronzo Canà,
allenatore disoccupato, è ingaggiato dalla squadra di calcio Longobarda,
neopromossa in serie A, il cui presidente - un piccolo industriale del Nord - è
tradito dalla moglie con il giovane e prestante centravanti della squadra,
Speroni. La campagna acquisti, condotta in modo maldestro dal patron, è un
disastro: pertanto Canà va in Brasile con il sedicente mediatore Andrea il
quale, aiutato dall'amico Gigi, tenta di truffarlo. La truffa va male e solo
per un caso Canà torna, dopo alcune disavventure, in Italia con una giovane
promessa del calcio: Aristoteles. Grazie a questi la squadra è tra le prime in
classifica ma all’improvviso e per sua volontà, Speroni riesce ad allontanare
dalla squadra Aristoteles colpendolo con violenza a una caviglia. Mentre
Aristoteles tarda a guarire, la Longobarda precipita all’ultimo posto in
classifica. Nell’ultima giornata di campionato il presidente svela a Canà che,
ritenendolo un incapace, l’ha assunto convinto che con lui la squadra sarebbe
di sicuro tornata in serie B, cosa che lui si auspica perché troppo gli costa
mantenere una compagine di prima divisione. Per questo motivo Canà, pena il
licenziamento, dovrà perdere l’ultima partita, mantenendo in panchina
Aristoteles ormai guarito. Canà accetta, in un primo momento, ma poi pentito e
dietro le insistenze della figlia manda in campo Aristoteles il quale fa
vincere la squadra. La Longobarda rimane in serie A ma Oronzo Canà è
licenziato.
Recensione
(rassegna stampa)
Un film che divide il pubblico italiano. Da
una parte quello che davanti al grande schermo o alla televisione cerca più
spesso la possibilità di svagarsi con gli action-thriller
(anche quelli di basso livello) o di farsi due risate grazie alla più
demenziale comicità. Dall’altra quello che nel cinema cerca una forma d’arte
rispettosa di determinati canoni e che - a volte con un po’ di snobismo - non
tiene in minima considerazione pellicole come L’allenatore nel pallone. Una cult-trash per antonomasia, che ha fatto
breccia nell’immaginario collettivo di un Paese che ha nel dio-pallone il vero
e proprio totem. Di certo nella seconda categoria di pubblico è inscritta gran
parte della critica specializzata. Per cui non ci si meraviglia che Francesco Mininni di Magazine Italiano Tv (ripreso da Coming Soon),
abbia rilevato che calcio e cinema “non sono mai andati molto d’accordo.
Figurarsi poi se s’incontrano in un ambiente disastrato come quello della
farsaccia italiana di serie ‘z’. Da segnalare le
Lino Banfi in un'immagine emblematica del film
apparizioni di autentici
protagonisti delle domeniche sportive che allietano l’italiano medio: Pruzzo,
Ancelotti, Liedholm, De Sisti, Graziani, Schillaci ancora non lo conosceva nessuno”.
Del film esiste anche un sequel del 2007, L’allenatore
nel pallone 2 (diretto ancora da Sergio Martino) che, come
rileva la recensione di My Movies, “non possiede la magia dell'originale (...)”
e manca “(...) della sua arma più sottile ed efficace, quella naturalezza e
quella genuinità che né quel cinema di genere, né quel calcio alla genesi del
divismo e dell’opulenza posseggono più (...)”, scrive Pierpaolo Simone.
Un'altra scena de L'allenatore nel pallone del regista Sergio Martino
“(...) Definito a suo tempo dal noto critico Morando
Morandini “avanspettacolo di terz'ordine” - si legge su Dvd.it - L’allenatore nel pallone (...) si è
certo preso le sue rivincite, diventando con il tempo un cult e un grande successo (...) Personaggi come Oronzo Canà,
l’allenatore casereccio interpretato da Lino Banfi
protagonista della bizzarra vicenda, o Aristoteles, il fuoriclasse brasiliano
sconosciuto che tutte le squadre vorrebbero trovare, sono oramai dei piccoli
miti, così come la squadra della Longobarda o la ‘bi-zona’, la tattica del
5-5-5 che va contro tutte le regole (...) In realtà lo spettacolo offerto, se
si tolgono le bellezze brasiliane che compaiono nella prima parte della
pellicola, non presenta nessun abuso di volgarità, divertendo, spesso molto,
semplicemente ironizzando, attraverso le alterne fortune di una figura centrale
nel calcio come quella dell’allenatore, sullo sport che più appassiona gli
italiani (esilarante ad esempio il calciomercato del presidente della
Longobarda), e sfruttando al meglio l’esuberante mimica del comico pugliese,
vero e proprio mattatore, in una delle sue migliori caratterizzazioni (...) Simpatici l’accompagnamento musicale dei fratelli De Angelis, noti più come Oliver
Onions, e i due personaggi interpretati da Gigi e Andrea, mentre
piuttosto inutili le svariate comparsate dei vari addetti ai lavori di quegli
anni (...)”.
Un film di Eran Riklis. Con Hiam Abbass, Ali
Suliman, Doron Tavory, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf,
Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon, Linon Banares, Jamil Khoury, Makram
Khoury, Yair Lapid, Loai Nofi, Ayelet Robinson, Einat Saruf, Michael
Warshaviak. Titolo originale: Lemon Tree. Drammatico, Isr, Ger, Gra 2008.
Teodora Film.
La trama
Salma Zidane
vive in Cisgiordania, ha 45 anni ed è rimasta sola da quando suo marito è morto
e i suoi figli se ne sono andati. Quando il ministro della difesa israeliano si
trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia
legale con gli avvocati dell’importante politico che, per motivi di sicurezza,
vogliono abbattere i secolari alberi di limoni che sono nel suo giardino. Ma
Salma non lotterà da sola. Infatti, oltre al supporto del suo avvocato - un
trentenne divorziato con cui nasce un profondo sentimento amoroso - Salma
troverà inaspettato anche quello della moglie del ministro che, stanca della
sua vita solitaria per gli impegni del marito, prende a cuore il caso della sua
vicina di casa palestinese
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Per raccontare il dramma della
convivenza (im)possibile tra israeliani e palestinesi - scrive Federico Gironi di Coming Soon - il regista Eran Riklis non sceglie
una storia di coloni o di zone di confine ad alta tensione, ma una vicenda
semplice e privatissima che diventa presto un caso politico e mediatico. Il giardino
di limoni
stigmatizza le prepotenze e le assurde e arroganti pretese di Israele, mette
alla berlina il lavarsene le mani di alcuni e l’arroccamento di altri, ma ne ha
anche per le ambiguità dei palestinesi: il rischio, non sempre evitato, è
quello di un cerchiobottismo un po’ d’accatto, ma certe scelte sono comunque
efficaci nella loro rilevanza simbolica (...) Nel finale Riklis mostra con
uno sberleffo crudele l’inutilità di certe pretese e l’apparente impossibilità
di una conciliazione, ma lascia che nel terreno rimangano delle radici che
potrebbero far crescere un nuovo modo di parlarsi e capirsi. Un finale che
lascia in bocca un gusto agro - conclude Gironi - proprio come se si fosse
addentato un limone, ma non del tutto privo di quella dolcezza che si chiama
speranza”.
Una scena de Il giardino dei limoni del regista Eran Riklis
“(...) lo sguardo delle due donne antagoniste,
una israeliana e l’altra palestinese - rileva Nicoletta Dose di My Movies - sorregge il peso della Storia:
Salma è una donna umile, legata radicalmente al fluire della natura, che la
rincuora dandole il frutto della sua pazienza e del suo amore e Mira ha
abitudini occidentali, è molto curata e, come spesso accade alle mogli dei
politici, si occupa di organizzare lussuose feste di ricevimento. I limoni di
Salma fanno parte della sua persona, vivono nel ricordo dei genitori e del
marito defunto (...) La costruzione del muro di Israele, il recinto del
giardino di limoni, il coprifuoco che blocca la strada sono le immagini di una
sceneggiatura ostinata che vuole togliere le barriere, fisiche e spirituali, di
un conflitto senza fine. Il regista mostra i limiti da superare, presenta i
personaggi nella loro temeraria avanzata verso una pace impossibile. Ma nella
lunga messa in scena delle due parti in lotta - scrive sempre Dose LINK!!!
- la narrazione si irrigidisce un po’ in uno schematismo che fatica a
trovare soluzioni (...)”.
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Stefano
Accorsi, Maya Sansa, Marco Messeri, Luisanna Pandolfi, Vania Rotondi, Giacomo
La Rosa, Marie Christine Descouard, Anne Canovas, Claude Lemaire, Roberto
Citran, Alba Rohrwacher, Pietro Fornaciari. Sentimentale, Ita/Fra 2004. Medusa.
La trama
L’amore
adulterino tra Giovanni e Maria, vicenda ambientata nella Livorno degli anni Trenta.
Giovanni lavora in banca, è sposato e ha un figlio. Durante i suoi quotidiani
spostamenti in treno rivede Maria, una sua ex fiamma di qualche anno addietro. Tra
i due riscocca come un lampo la vecchia scintilla della passione e in men che
non si dica hanno un rapporto sulla spiaggia. La loro, però, è una relazione
tormentata anche perché la famiglia di lei ricatta Giovanni minacciandolo di
raccontare tutto alla moglie. I due amanti si lasciano per poi riprendersi
qualche mese dopo quando Giovanni deve trasferirsi stabilmente a Livorno per
quaranta giorni perché chiamato a fare un campo militare nell’imminenza della
campagna coloniale dell’Italia nell’Africa Orientale. Sono quaranta giorni
durante i quali i due vivranno momenti di intensa e tenera passione che però
culmineranno nella decisione di lei di abbandonare quella relazione che le va
troppo stretta. Inizia la seconda guerra mondiale e Giovanni viene richiamato
alle armi. Al termine del conflitto tornerà, vivo e con un bel paio di baffi,
per incontrare di nuovo, sempre casualmente, Maria. Ma molte cose in quei nove
anni sono cambiate.
Recensione
(rassegna stampa)
L’amore ritrovato del
compianto Carlo Mazzacurati fu presentato fuori concorso alla 61^ Mostra
del cinema di Venezia. Il soggetto è l’omonimo romanzo di Carlo Cassola. L’opera
ha convinto assai più il pubblico che la critica. “(...) un film deludente”,
sentenzia per l'appunto Daniele Sesti di Film Up. “A partire dalla storia
(...) scontata e affatto originale (...) Una trama (...) da melò sentimentale (…)
più adatto ad uno sceneggiato televisivo che al grande schermo di una sala
cinematografica. Una squallida e piccola storia di tradimenti che nulla
aggiunge di nuovo alle tante che l’hanno preceduta. Lui, marito irreprensibile,
amante focoso e geloso, che non ha alcuna intenzione di mollare la famiglia.
Lei, amante appassionata alla quale crolla il mondo addosso quando vede
Giovanni in un tenero quadretto familiare. Personaggi e situazioni già viste
che immalinconiscono per la loro prevedibilità. In mezzo il treno - conclude Sesti - che va e ritorna (...) e la
dolce campagna toscana (...)”.
“Una normale, banale, storia d’amore
clandestina”, rileva Antonello Rodio di Movie Player - L’amore ritrovato sembra davvero tutto qui. Un altro modo di dire che
il film di Mazzacurati delude, non perché sia girato male (non c’è nessun difetto
vistoso), ma perché è di una piattezza e di una prolissità che oltrepassano più
volte i livelli di guardia (...) La storia (...) è davvero debole e segnata
dall’inizio, senza che affiori nemmeno per un attimo l’aspettativa di uscire
dal ‘tutto già previsto’. La fotografia è curata, come anche i costumi e le
ambientazione, eppure manca del tutto la sensazione di trovarsi negli anni della
guerra. D’accordo che in primo piano c’era solamente la storia d’amore
clandestino, ma a parte quando Giovanni ricorda per un attimo le dure punizioni
del regime fascista per l’adulterio, non c’è nessun altro accenno di
contestualizzazione storica. Altra nota negativa è Stefano
Accorsi, che
purtroppo sembra avere ormai in faccia lo stesso identico ghignetto incantato
qualsiasi personaggio reciti e in qualsiasi situazione si trovi. A questo
punto, alla luce delle sue prove più recenti, va certamente rivalutata la sua
prova urlata de L’ultimo bacio. Se la cava meglio Maya
Sansa, che in
certe fasi è però un po’ troppo solare per le vicende che sta vivendo (...)”.
Un film di Roland Emmerich. Con Joely Richardson, Mel Gibson, Chris Cooper, Tchéky Karyo, Heath
Ledger, Lisa Brenner, Jason Isaacs, Tom Wilkinson, Donal Logue, Logan Lerman,
René Auberjonois. Guerra, in costume, drammatico, Usa 2000. Titolo originale: The Patriot.
Durata 165' circa. Columbia Tristar.
La trama
Carolina del
Sud, 1776. Benjamin Martin, reduce dal conflitto tra i francesi e gli indiani,
ha rinunciato per sempre alla guerra per dedicarsi alla sua famiglia. Sebbene
sia stato, un tempo, soldato scaltro e feroce, dopo essersi sposato e aver
avuto sette figli, ha seppellito il proprio violento passato e dato inizio a
una tranquilla esistenza da agricoltore. Ma c’è sentore di ribellione
nell'aria. Un altro conflitto, questa volta con l’Inghilterra, appare inevitabile.
Martin è tutt’altro che ansioso di tornare a combattere. Da poco rimasto
vedovo, ha priorità diverse da quelle di un tempo. È il solo a prendersi cura
dei figli e gli orrori della guerra ancora lo ossessionano. «Volete sapere se
sono disposto a combattere contro l’Inghilterra? La risposta è no. Sono già
stato in guerra e non ho nessuna voglia di farlo di nuovo», dichiara Martin in
un sentito discorso all’Assemblea di Charleston: «Ho sette figli, mia moglie è
morta. Chi si occuperà di loro se io vado in guerra?». Gabriel, il figlio
maggiore, non condivide i dubbi del padre. Le accese discussioni, gli opuscoli
e i bollettini che circolano nelle chiese e nelle città e si diffondono
rapidamente, hanno prodotto una certa impressione nel giovane. La guerra si avvicina
e la causa per cui ci si prepara a combattere è giusta. Incurante del padre,
Gabriel si unisce all’esercito.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Sontuoso film epico sulla Guerra
d’Indipendenza Americana - scrive Pietro Ferraro de Il Cinemaniaco - girato da un veterano del cinema mainstream
made in Hollywood, il tedesco Roland Emmerich (Godzilla, 2012), che
applica anche in questo caso la sua tipica impronta spettacolare e iper-patriottica
per regalarci un altro Gibson/William Wallace sempre in parte e pronto a
dare una marcia in più a tutta l’operazione. Azzeccata anche la scelta dello
spigoloso Jason Isaacs per la parte dello spietato villain
inglese, perdoniamo ad Emmerich qualche scivolone nel patriottismo
esasperato e nella retorica da pamphlet
bellico vista la messinscena davvero notevole e la coinvolgente ricostruzione
delle battaglie”, rileva sempre Ferraro.
Un'immagine emblematica de Il patriota
“(...) L’azione (...) non manca - rileva
Silvia Caputi di Eco del Cinema - attraverso scene di
combattimento eccezionali, supportata da una ricostruzione storica unica e
raffinata, studiata nei minimi particolari. Il film è stato girato proprio nella
Carolina del Sud vicino agli storici campi di battaglia della guerra d’indipendenza.
Per la durata, esageratamente lunga (circa tre ore), per alcuni tratti della
trama, nonché per il volto del protagonista, è comprensibile l’irrimediabile
paragone con William Wallace, l’eroe nazionale scozzese immortalato nella pellicola
diretta da Gibson stesso, Braveheart. Tuttavia il film di Emmerich,
sicuramente spettacolare ed emozionante, per diversi tratti risulta
eccessivamente condito, un po’ retorico, ripetitivo e esageratamente caricato
di luoghi comuni e frasi fatte. All’uscita del film Spike Lee giudicò «ridicola»
la fratellanza istantanea che nasce tra i coloni bianchi e gli schiavi di
colore in nome della libertà e della lotta contro il nemico comune. Non è quindi
all’altezza di Braveheart - conclude Caputi - ma è in ogni caso un colossal storico apprezzabile e
dignitoso”.
Un film di Michael Bay. Con Shia LaBeouf,
Megan Fox, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, John Turturro, Jon Voight, Anthony
Anderson, Rachael Taylor, Michael O'Neill, Sophie Bobal, Charlie Bodin, Bernie
Mac, Peter Cullen, Mark Ryan, Darius McCrary, Robert Foxworth, Jess Harnell,
Hugo Weaving, Jimmie Wood, Reno Wilson, Charles Adler, Odette Yustman, Kevin
Dunn, Julie White, John Benjamin Hickey, Ramon Rodriguez, Isabel Lucas, Glenn
Morshower, Rainn Wilson, Matthew Marsden. Fantascienza, Usa 2007. Durata 144'
circa. Universal Pictures.
La trama
Da molti
secoli due razze di robot alieni - gli Autobots e i Decepticons - si
fronteggiano in una guerra terribile, il cui trofeo finale è il futuro dell’universo.
Quando la Terra diventa il teatro della loro battaglia finale, i malvagi
Decepticons scoprono che l’unico ostacolo per raggiungere l’ambita vittoria, è
costituito dal giovane Sam Witwicky, un normalissimo adolescente alle prese con
i tipici problemi dei ragazzi della sua età: la scuola, gli amici, le
automobili e le ragazze. Sam, ignaro di essere l’unico e assoluto responsabile
della sopravvivenza degli esseri umani, si ritroverà, insieme alla sua amica
Mikaela, coinvolto in uno spaventoso braccio di ferro tra Autobots e
Decepticons.
Il regista Michael Bay
Recensione
(rassegna stampa)
Transformers è il primo
episodio di una saga di ben quattro film, tutti diretti dal regista di Los
Angeles, Michael Bay. “(...) Dal 1984 ad oggi - rileva Domitilla Pirro di Film Up - i cromatissimi paladini interstellari nati dall’intuizione di mastri
giocattolai giapponesi (ovvio) e resi oro puro dal colosso americano Hasbro
(altrettanto ovvio) hanno divertito stuoli di ragazzini. Ed è un trio di tutto
rispetto quello cimentatosi nell’impresa di rispolverarne il fascino in sala: Steven
Spielberg
produce, Michael Bay dirige e la Industrial Light & Magic di George
Lucas ‘tridimensiona’
un film che mantiene le botte da orbi promesse e, almeno inizialmente, distrae
(...) è proprio nel campo pubblicitario che il regista di Bad Boys, Armageddon e Pearl
Harbor nasce e
cresce: ed è alla pubblicità in grande stile che evidentemente torna con questo
trionfale spot di 135 minuti - scrive ancora Pirro - che diverte finché non
decide di prendersi sul serio (...)”.
Shia LaBeouf e Megan Fox in una scena di Transformers
“(...) La storia di Sam e del suo amore
segreto per la bella Mikaela - scrive Tirza Bonifazi di My Movies - fa solo da contorno alla trama che
ha come punto focale l’arrivo degli ENB - extra terrestri non biologici - sulla
Terra. Il film si divide in tre atti. Nel primo atto assistiamo allo scontro
tra i Decepticons e le forze militari, nel secondo è mostrato l’incontro del
giovane protagonista con gli Autobots e nel terzo è messa in scena la battaglia
tra Decepticons e Autobots. Un gran finale che ha il pregio di non risolversi
in poche battute ma di prolungarsi per dare spazio all’azione senza cali di
tensione (...) La differenza tra Transformers e i
precedenti film del regista californiano la fa il totale impegno da parte di
tutto lo staff - la Industrial Light & Magic in primis, che ha saputo ricreare sul grande schermo la spettacolarità
delle trasformazioni – l’interpretazione di Shia LaBeouf, sempre più
convincente nei ruoli da protagonista, e di John Turturro, stavolta
impigliato nei panni di un agente segreto molto particolare”, conclude
Bonifazi.