David di Donatello 2010: miglior
regista a Marco Bellocchio, migliore fotografia a Daniele Ciprì, migliore
scenografia a Marco Dentici, migliori costumi a Sergio Ballo, miglior trucco a
Franco Corridoni, migliori acconciature a Alberta Giuliani, miglior montaggio a
Francesca Calvelli, migliori effetti speciali visivi a Paola Trisoglio e
Stefano Marinoni; Nastri d'argento 2009: miglior
attrice protagonista a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele
Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior scenografia a Marco
Dentici; Globo d'oro 2009: migliore
attrice a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele Ciprì, Globo
d'oro Speciale Stampa Estera a Marco Bellocchio;. Ciak d'oro 2010: migliore
fotografia a Daniele Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior
manifesto.
La
scheda
Un film di Marco Bellocchio. Con Filippo
Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio
Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca
Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera. Drammatico, Ita/Fra 2009. Durata 128’ circa. 01 Distribution.
La trama
Nella vita
di Mussolini c’è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio, concepito,
riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser. Una donna che
grida la sua verità fino alla fine, nonostante il disegno del regime di
distruggere ogni traccia che la colleghi al Duce. Per il regime Ida Dalser è
una minaccia, una donna da rinchiudere in un ospedale psichiatrico - lontano
dal figlio, dalla famiglia, dalla gente - dove tuttavia, incapace di sbiadire
nell’ombra e forse salvarsi, continua a rivendicare il suo ruolo di moglie
legittima del Duce e madre del suo primo figlio maschio Benito Albino
Mussolini. Le loro due esistenze sono state cancellate dal mondo e dalla
memoria. Una pagina oscura che la storiografia ufficiale non racconta.
Recensione
(rassegna stampa)
Il regista
Marco Bellocchio
Il film fu presentato al Festival di Cannes
2009. “(...) Liberamente ispirato al saggio storico (non privo di zone d’ombra)
Il figlio segreto del duce di Alfredo
Pieroni - ricorda Claudio Zito di Onda Cinema - il soggetto si adatta
benissimo a quella narrazione che getta alle ortiche convenzioni e linearità
cui Marco
Bellocchio
ci ha abituati (...) Prima parte del tutto atipica: un melò estremamente passionale, di fatto senza dialoghi, ma
sviluppato a partire da immagini dal fascino gotico, da brevi monologhi privi
di risposta, contrappuntato da intuizioni d’avanguardia e rari squarci onirici
(...) La tenuta alla distanza è la questione dubbia, in merito alla riuscita
del film”, rileva ancora la recensione di Onda Cinema. “L’onnipresenza delle
musiche pompose rischia di stancare, mentre lungaggini e altri momenti di noia
fanno capolino. Né l’evoluzione parallela di storia e Storia, della follia del
regime e di quella, presunta, delle sue vittime, appaiono del tutto
convincenti. Ma Bellocchio ha l’intelligenza di non far concludere la
sua opera (salvo didascalie finali) con la morte degli sconfitti, bensì con una
sequenza straordinariamente evocativa: il figlio segreto del Duce (…) prima di
soccombere, si lancia in una schizzata imitazione del padre, mentre il dramma
della guerra incombe. Una delle tante sequenze da ricordare - termina Zito - al
pari del ricovero della madre successivo al di lei pestaggio”.
Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno in una scena di Vincere
“(...) La paura era che (il film, ndr) non prendesse posizione,
limitandosi ad una traccia storica - scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio - sulla quale muovere Benito e Ida come i due
protagonisti di una qualsiasi tragedia. Bastano pochi minuti di Vincere perché
passi ogni dubbio: Bellocchio ha fatto un film a tratti imponente,
affiancando tanto nelle inquadrature quanto nei dialoghi il suo punto di vista
a quello prettamente storico (...) Giovanna Mezzogiorno nei panni
della Dalser ci mostra un lato erotico-compulsivo che le è nuovo e riesce a
smorzare i toni in una situazione in cui ci si potevano aspettare strepiti a
non finire; chi sorprende è Filippo Timi - rileva Cinema del Silenzio -
che abbina una prima parte in cui può plasmare un personaggio con un margine di
libertà ad una seconda fatta di pochissime ma riuscitissime scene, su tutte
l’imitazione del padre per far divertire gli amici (Timi interpreta
sia il Duce che il figlio nella loro giovinezza, mentre Mussolini adulto è
lasciato alle sole immagini di repertorio). Il prodotto compiuto è alla fine un
po’ pesante, molte volte si ha l’impressione che le scene siano troppo lunghe -
scrive ancora Almonte - ma subito un’immagine o una breve sequenza affascinante
re-immerge lo spettatore nella contemplazione dell’opera (...)”.
Un film di David Cronenberg. Con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Heidi Hayes,
Ashton Holmes, Peter MacNeill, Stephen McHattie, Greg Bryk, Kyle Schmid, Sumela
Kay. Thriller/azione/drammatico.
Durata 96' circa. 01 Distribution.
La trama
Tom Stall
vive tranquillo e felice con la moglie avvocato e i loro due bambini nella
piccola città di Millbrook, Indiana (Usa), ma la loro idilliaca esistenza va in
pezzi quando una notte Tom sventa una rapina nel suo ristorante. Quando si
accorge del pericolo, entra in azione e salva i suoi clienti e amici uccidendo
i due criminali per difesa. La vita di Tom cambia dopo quella notte, tutti lo
considerano un eroe e il circo dei media lo spinge sotto i riflettori. A
disagio per questa inaspettata celebrità, cerca di ritornare alla vita normale,
ma deve confrontarsi con un tipo misterioso e minaccioso, che arriva in città
credendo che Tom sia l’uomo dal quale in passato ha subìto ingiustizie. Tom e
la sua famiglia reagiscono allo scambio d’identità e lottano per far fronte
alla nuova realtà, ma sono costretti a rivedere le loro relazioni e i problemi
che li dividono.
Recensione
(rassegna stampa)
“Era dai tempi di Crash (2004, ndr) che Cronenberg non ci
offriva un film (a sinistra il TRAILER) così rigoroso e crudo - rileva Luca Pacilio di Onda Cinema - senza cedimenti e senza compiacimenti; una storia fatta di immagini
asciutte che coprono un’architettura solidissima; la rappresentazione, zeppa di
segni, di una realtà codificata attraverso l’uso della fiction (la stessa, nuova, esistenza ... del protagonista
si fonda su una finzione: il sogno americano). La violenza ivi rappresentata ‘non
è coreografata’ (ipse dixit) ma è
scabra, aspra, disturbante, reale; è, soprattutto, un malessere strisciante che
si annuncia (i mostri del sogno della bambina: una minaccia in germe) e che,
giunto in casa, dilaga epidemico (il figlio che picchia il compagno e ammazza
il nemico trova in sé l’energia di un male atavico, la moglie che schiaffeggia
il marito, l’amplesso come una lotta mostruosa), è un morbo astratto ma
contagioso che contamina un microcosmo apparentemente sterile che
Il regista David Cronenberg
solo la scena
finale sembra ricomporre (il gesto con cui la figlioletta mette il piatto in
tavola restaura, tra mille perplessità - poiché nulla potrà più essere come
prima - il devastato quadro iniziale) ... E nulla sbaglia l’autore da un punto
di vista formale: inquadrature taglienti che dicono più di qualsiasi effetto
speciale; un piano sequenza iniziale (un lynchiano
ingresso nel malefico strange world)
superlativo per sospensione, tempi, tensione e che sfocia nell’ordinary world di Tom (la chirurgica
direzione della fotografia è del fedele Peter Sushitzky); superbe
scelte attoriali (tutto il cast, nessuno escluso, e un redivivo William
Hurt, gigione da
applauso); le gravi, strategiche musiche di Howard Shore. Un colpo
secco - conclude Pacilio - che ci ha stesi”.
Ed Harris in una scena di A History of Violence
“(...) Tratto da un fumetto di John
Wagner il nuovo
film di Cronenberg torna sui
territori cari al regista”, scrive Giancarlo Zappoli di My Movies - : l’identità, la possibile schizofrenia, il rapporto tra realtà e
apparenza. Anche lo stile narrativo gioca su questi elementi, tanto che il film
potrebbe essere oggetto di una doppia recensione. Se lo si prende per come
appare si tratta di un thriller molto
stereotipato con buone dosi di esagerazione narrativa e di umorismo spesso
involontario. Se invece lo si legge a partire dalla prima inquadratura che
sembra un quadro di Hopper allora le cose cambiano. Si pensa al Cronenberg raffinato
intellettuale che opera una rilettura sui generi per svelarne la fragilità e l’ambiguità.
Questa volta propendiamo per la prima scelta quasi che il regista canadese,
dopo la complessa prova di Spider (2002, ndr) avesse deciso di avvalersi di una
fonte di ispirazione ‘bassa’ per vedere come i meccanismi narrativi funzionano
in quel contesto senza però volersene distanziare criticamente. Grande -
conclude Zappoli - come sempre, Ed Harris”.
Premio Oscar 1974: miglior film a
Tony Bill, Michael Phillips e Julia Phillips; migliore regia a George Roy Hill;
miglior sceneggiatura originale a David S. Ward; miglior scenografia a Henry
Bumstead e James W. Payne; migliori costumi a Edith Head; miglior montaggio a
William Reynolds; miglior colonna sonora a Marvin Hamlisch. National Board of
Review Award 1973:
miglior film; migliori dieci film. David di Donatello 1974: miglior attore
straniero a Robert Redford. American Cinema Editors 1974: miglior montaggio
a William Reynolds. Directors Guild of America 1974: migliore regia
a George Roy Hill, Ernest B. Wehmeyer, Ray Gosnell Jr. e Charles Dismukes (assistenti registi).
La
scheda
Un film di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert
Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan, Ray Walston, Dimitra Arliss, Harold
Gould, John Heffernan, Dana Elcar, Jack Kehoe, Robert Earl Jones, James Sloyan,
Charles Dierkop, Lee Paul. Titolo originale: The Sting. Commedia, Usa 1973. Durata 129'
circa. Cic Video.
La trama
Chicago
negli anni Trenta. Johnny Hooker e il suo amico Luther si guadagnano da vivere
organizzando truffe. Un giorno, il pollo di turno si rivela un pericoloso
gangster. Luther pagherà con la vita. Hooker sogna la vendetta e si rivolge a
un vecchio amico del defunto, Gondorff, uno dei più abili truffatori dello
Stato. Insieme organizzano contro il boss, una vera e propria ‘stangata’.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Grandissimo film (qui a sinistra il TRAILER) diretto da George
Roy Hill - scrive
Enzo Barbato di Storia dei film - già regista di Butch
Cassidy
interpretato dalla stessa coppia Redford-Newman e non a
caso squadra che vince non si cambia. Ottimamente fotografato da Robert
Surtees, già
consacrato in Ben-Hur, che utilizza spesso il bruno, il seppia e il verde,
magistralmente combinati, per mettere in risalto lo squallore dei bassifondi di
una grande metropoli degli anni '30. E la colonna sonora? In quanti abbiamo
fischiettato The entertainer? In quanti
ci siamo emozionati con Solace? Il ragtime di Scott
Joplin, ripescato
per l’occasione è quanto mai azzeccato. Sette Oscar tutti meritati - conclude
Barbato - per un’opera davvero formidabile”.
“(...) La stessa squadra di Butch
Cassidy - si legge
su il Morandini ripreso da My Movies - ha messo a segno, almeno al botteghino, un altro successo con
un film comico a suspense (comedy suspenser) che deve molto al rag-time di Scott
Joplin (arrangiato
da Marvin
Hamlish che in quell’anno
ebbe la ventura più unica che
Una scena con Paul Newman e Robert Redford
rara di vincere anche un secondo Oscar per la
canzone di Come eravamo), al carisma dei suoi due bidonisti e alla fin troppo elegante
ricostruzione d’epoca (...)”.
“La cosa migliore del film, come dicono nel
documentario presente nel dvd, è che riesce a sorprendere sempre”, si legge in
una delle recensioni dei lettori di Film Scoop - E quando pensi una cosa, la storia prende
un’altra direzione e guardandolo per la prima volta non sai mai cosa può
succedere o come si svilupperà la stangata che i protagonisti stanno mettendo a
segno. E questo è meraviglioso perché il film tiene la tensione altissima, e
giuro che il finale mi ha sorpreso veramente. Una sceneggiatura perfetta con
colpi di scena magistrali. Redford e soprattutto Newman rendono i
loro ruoli alla perfezione. Da vedere e anche rivedere”.
Un film di David Lynch. Con Simon Le Bon, John Taylor, Roger Taylor, Nick Rhodes, Gerard Way,
Beth Ditto, Kelis, Mark Ronson, Travis Dukelow, David Lynch. Titolo
originale: Duran Duran: Unstaged. Documentario, Usa 2011. Durata 121' circa.
Woovie. Uscita in Italia lunedì 21 luglio 2014 (nelle sale fino a mercoledì
23).
La trama
Presentato
al mercato del Festival di Cannes, Duran Duran: Unstaged mette insieme un universo musicale - quello rappresentato negli anni
Ottanta dai Duran Duran, appunto -
con un modo particolare di concepire il cinema, quello di David Lynch. La fusione si è realizzata il 23 marzo
2011, in occasione del concerto che la band tenne - in formazione originale con Simon Le Bon, Nick Rhodes, John e Roger Taylor - al Mayan Theater di Los Angeles. Lì, il
regista seguì lo spettacolo riprendendo e montandolo live secondo i suoi gusti e i suoi canoni
stilistici. Il risultato è un progetto unico, rivolto ai fan della band inglese ma non solo.
Curiosità
Per l'occasione David
Lynch manipolò in
tempo reale le immagini del concerto dato in streaming. Ora il film-esperimento (qui a sinistra il TRAILER) arriva in alcune sale nostrane
dopo essere stato proiettato al Moma
(Museum of Modern Art) di New York. E proprio la proiezione al Moma rende chiaro come ci si trovi di
fronte a un esperimento di tipo artistico - si legge su Today - inedito nel
campo musicale. Non è infatti il classico film-concerto con firma prestigiosa -
come fu Shine
A Light diretto da Martin
Scorsese per i Rolling Stones - e nemmeno un
documentario con dietro le quinte e interviste.
Un passaggio dl docu-film Duran Duran: Unstaged
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Siamo trasportati a Los Angeles nel
Mayan Theater ed è il 23 marzo 2011 - scrive Alfonso Corace di Cinemamente - e la formazione del gruppo è quella storica (…) Si parte con la musica
e subito ci si accorge che ci sono due diversi livelli visivi, uno (quasi
sempre in b/n) formato da loro, i Duran Duran in una
forma smagliante, e un altro livello con disturbi, fiamme, e scene che Lynch cerca di
legare alla musica con la sua consueta disarmonia e il suo non-sense a tratti irritante. Questo lo si percepisce
immediatamente, ma spesso il fastidio è funzionale a comprendere la mente e le
sensazioni, e quindi ci arrendiamo a questo connubio, sorretto dalla musica
trascinante dei Duran Duran, che esplorano il loro repertorio dagli anni
’80 fino all’ultimo All You Need is Now,
risalente al 2010 (...) L’esperienza è sicuramente insolita e queste
sovrapposizioni visive arricchiscono (quasi sempre) la musica in modo singolare
grazie a tecniche che vanno dallo stop-motion
alla pittura passando per la scultura. Resta il fatto che probabilmente, una
volta finito di vedere il concerto, quello che rimarrà di più saranno loro, i Duran
Duran, musicisti
nettamente migliorati rispetto agli anni ’80 - rileva sempre Corace - autori di
canzoni che hanno fatto da sfondo alla vita di moltissime persone per più di 30
anni (...)”.
Il regista David Lynch
“(...) Un binomio inconsueto e imprevedibile
- rileva Emanuele Sacchi di My Movies - quello formato dalla
band di Simon
Le Bon e dall’eccentrico
regista di Velluto Blu, lontano dalla macchina da presa ormai dai tempi di Inland
Empire, datato
2006. Un contrasto potenzialmente stimolante per un artista che, proprio
lavorando sugli opposti (ottimismo/perversione, discesa agli inferi e
redenzione), ha costruito opere che hanno mutato irreversibilmente l’immaginario
collettivo e rivoluzionato il linguaggio cinematografico. Ma, come per i
progetti più recenti dell’uomo di Missoula - il disco come BlueBob, gli spot pubblicitari perlopiù ‘alimentari’ - anche in Unstaged prevale un
senso di incompiutezza, svogliatezza e di occasione mancata. Come se il cinema
a Lynch non
interessasse più e la sperimentazione su di esso si fosse ormai esaurita (...) Lynch, del tutto
estraneo al contesto, finisce quindi solo per rovinare un po’, anziché
arricchire, un eccellente show che
tale - senza ambizioni artistiche sproporzionate - sarebbe dovuto rimanere”,
conclude Sacchi.
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Stefano
Accorsi, Maya Sansa, Marco Messeri, Luisanna Pandolfi, Vania Rotondi, Giacomo
La Rosa, Marie Christine Descouard, Anne Canovas, Claude Lemaire, Roberto
Citran, Alba Rohrwacher, Pietro Fornaciari. Sentimentale, Ita/Fra 2004. Medusa.
La trama
L’amore
adulterino tra Giovanni e Maria, vicenda ambientata nella Livorno degli anni Trenta.
Giovanni lavora in banca, è sposato e ha un figlio. Durante i suoi quotidiani
spostamenti in treno rivede Maria, una sua ex fiamma di qualche anno addietro. Tra
i due riscocca come un lampo la vecchia scintilla della passione e in men che
non si dica hanno un rapporto sulla spiaggia. La loro, però, è una relazione
tormentata anche perché la famiglia di lei ricatta Giovanni minacciandolo di
raccontare tutto alla moglie. I due amanti si lasciano per poi riprendersi
qualche mese dopo quando Giovanni deve trasferirsi stabilmente a Livorno per
quaranta giorni perché chiamato a fare un campo militare nell’imminenza della
campagna coloniale dell’Italia nell’Africa Orientale. Sono quaranta giorni
durante i quali i due vivranno momenti di intensa e tenera passione che però
culmineranno nella decisione di lei di abbandonare quella relazione che le va
troppo stretta. Inizia la seconda guerra mondiale e Giovanni viene richiamato
alle armi. Al termine del conflitto tornerà, vivo e con un bel paio di baffi,
per incontrare di nuovo, sempre casualmente, Maria. Ma molte cose in quei nove
anni sono cambiate.
Recensione
(rassegna stampa)
L’amore ritrovato del
compianto Carlo Mazzacurati fu presentato fuori concorso alla 61^ Mostra
del cinema di Venezia. Il soggetto è l’omonimo romanzo di Carlo Cassola. L’opera
ha convinto assai più il pubblico che la critica. “(...) un film deludente”,
sentenzia per l'appunto Daniele Sesti di Film Up. “A partire dalla storia
(...) scontata e affatto originale (...) Una trama (...) da melò sentimentale (…)
più adatto ad uno sceneggiato televisivo che al grande schermo di una sala
cinematografica. Una squallida e piccola storia di tradimenti che nulla
aggiunge di nuovo alle tante che l’hanno preceduta. Lui, marito irreprensibile,
amante focoso e geloso, che non ha alcuna intenzione di mollare la famiglia.
Lei, amante appassionata alla quale crolla il mondo addosso quando vede
Giovanni in un tenero quadretto familiare. Personaggi e situazioni già viste
che immalinconiscono per la loro prevedibilità. In mezzo il treno - conclude Sesti - che va e ritorna (...) e la
dolce campagna toscana (...)”.
“Una normale, banale, storia d’amore
clandestina”, rileva Antonello Rodio di Movie Player - L’amore ritrovato sembra davvero tutto qui. Un altro modo di dire che
il film di Mazzacurati delude, non perché sia girato male (non c’è nessun difetto
vistoso), ma perché è di una piattezza e di una prolissità che oltrepassano più
volte i livelli di guardia (...) La storia (...) è davvero debole e segnata
dall’inizio, senza che affiori nemmeno per un attimo l’aspettativa di uscire
dal ‘tutto già previsto’. La fotografia è curata, come anche i costumi e le
ambientazione, eppure manca del tutto la sensazione di trovarsi negli anni della
guerra. D’accordo che in primo piano c’era solamente la storia d’amore
clandestino, ma a parte quando Giovanni ricorda per un attimo le dure punizioni
del regime fascista per l’adulterio, non c’è nessun altro accenno di
contestualizzazione storica. Altra nota negativa è Stefano
Accorsi, che
purtroppo sembra avere ormai in faccia lo stesso identico ghignetto incantato
qualsiasi personaggio reciti e in qualsiasi situazione si trovi. A questo
punto, alla luce delle sue prove più recenti, va certamente rivalutata la sua
prova urlata de L’ultimo bacio. Se la cava meglio Maya
Sansa, che in
certe fasi è però un po’ troppo solare per le vicende che sta vivendo (...)”.
Un film di Henry Alex Rubin. Con Jason
Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea
Riseborough, Alexander Skarsgård, Max Thieriot, Colin Ford, Jonah Bobo, Haley
Ramm, Kasi Lemmons, Erin Wilhelmi, John Sharian, Norbert Leo Butz, Erin Darke,
Antonella Lentini, Marc Jacobs. Drammatico, Usa 2012. Durata 115' circa.
Universal Pictures.
La trama
Un avvocato
infaticabile vive incollato al cellulare tanto da non riuscire a trovare tempo
da dedicare alla moglie e ai due figli adolescenti. Un ex poliziotto, due teen ager bulli, una giornalista televisiva in
carriera, un ragazzo esibizionista per soldi in una chat, una coppia vittima di un furto perpetrato
da un hacker. Non si conoscono ma le
loro storie s’incrociano in modo drammatico in un puzzle che esplora le conseguenze della tecnologia
moderna e come questa possa influenzare e modificare le esistenze. Il nostro
modo di vivere ‘digitale’ di ogni giorno è davvero ‘connesso’ con il mondo
reale? Disconnect fotografa in maniera
drammatica una realtà molto cupa e ci svela profonde verità.
Recensione
La spietatezza degli uomini contro gli
uomini, dai ragazzini agli adulti senza distinzione. E l’opportunismo, come
quello della giornalista - brava nella parte l’inglese Andrea
Riseborough
(Oblivion) - che poi è
sopraffatta e schiacciata dalla sua stessa foga di carrierismo. Alla base di Disconnect, film
diretto con mano sorprendentemente sicura dal documentarista Henry
Alex Rubin
(al suo primo lungometraggio filmico) vi sono situazioni che sfuggono di mano a
chi pensa di poter controllare tutto senza intralci. Protagonista assoluta
l’impietosa potenza - demoniaca in questo caso - dell’online che non consente errori e che l’uomo non è ancora in grado
di gestire senza rischiare di farsi sconvolgere l’esistenza. La sceneggiatura
di Dina
Goldman è ben
costruita per esprimere il disarmante abuso della tecnologia internettiana dei
nostri giorni. Un mostro tentacolare - con i suoi social network, forum, chat, webcam, clonazioni e, di conseguenza, frodi finanziarie - che, in
molti casi, azzera i rapporti in carne e ossa e diviene malefico, inaffidabile
intermediario. Nonostante il tema di base, non sono presenti effetti di
computer grafica di particolare rilevanza.
Jason Bateman in una scena di Disconnect
Lo script
spazza via la possibilità che il web
possa facilitare l’amicizia, i rapporti amorosi, rimediare alla solitudine.
Alla fine, senza l’incontro e lo scontro vis
à vis non esiste alcuna soluzione. Presentata fuori concorso a Venezia
durante la 69^ edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, la
pellicola è costruita con la tecnica cosiddetta multilineare, apprezzata in film eccezionali quali, a esempio, Crash (2004) e Magnolia (1999). Si
tratta di narrare storie diverse che in un
primo momento sembrano non avere punti di contatto fino a una
progressiva, rapida e il più delle volte drammatica intersecazione.
Il montaggio di Disconnect - opera
girata nella periferia di New York - garantisce una concatenazione d’immagini
lineare e rapida che permette al film di mantenere sempre alto il suo ritmo. La
conseguenza è uno scorrere mai noioso della vicenda, ad alto tasso di
coinvolgimento e pathos. I
personaggi, che siano ben incarnati o no da attori di esperienza e livello
diversi, sono comunque convincenti e permettono una forte immedesimazione dello
spettatore. In questo, però, vi sono delle scivolate, come la quasi
insignificante partecipazione di un interprete di comprovata bravura quale lo
svedese Michael
Nyqvist
Michael Nyqvist, per lui una parte di secondo piano
(protagonista
principale della trilogia di Uomini che odiano le donne - titolo
del primo episodio - tratta dai romanzi-thriller di Stieg
Larsson), relegato
a un impegno di pochissime e brevissime scene che sarebbe potuto essere
affidato ad attori di inferiore caratura. Sprecato. Dal canto suo Jason
Bateman regala un’altra
prova convincente, anche se il soggetto ne circoscrive in eccesso la libertà d’azione
e di espressività. Bene i due giovanissimi della storia, in particolare Colin
Ford chiamato a
far emergere la doppia faccia di un ragazzino sofferente perché si sente solo, non
compreso dal padre (efficace il newyorkese Frank Grillo [sarà
protagonista dell'horror di prossima
uscita, Anarchia
- La Notte del Giudizio] nei panni del vedovo ex poliziotto esperto di truffe
informatiche) e che reagisce a questo disagio con l’espediente del bullismo manifestato
però in versione 2.0.
Paula Patton, fra i protagonisti del film di Henry Alex Rubin
I protagonisti sono tanti, come in tutti i
film plasmati con questa tecnica. A non uscirne benissimo è la coppia composta
dalla ‘losangelina’ Paula Patton (Mission Impossible - Protocollo
Fantasma) e dallo svedese Alexander
Skarsgård
(in questi giorni al cinema con Quel che sapeva Maisie), nei panni
dei due coniugi incastrati nella non indispensabile e anche ripetitiva
rappresentazione della coppia in crisi per colpa della perdita di un figlio, uno
degli espedienti narrativi più inflazionati delle sceneggiature a livello
mondiale. Sarebbe stato sufficiente, a mio avviso, mostrare marito e moglie
alle prese con una normale vita di alti e bassi, all’improvviso resa
impossibile da una semplice leggerezza online.
Ben disegnata la vicenda del cam-boy
- pronto a esibirsi in tutte le fantasie sessuali che uomini e donne gli
chiedono attraverso la webcam e lo
schermo del computer - interpretato da un inedito Max
Thieriot (Chloe - Tra
seduzione e inganno) calato molto bene in un personaggio convincente in tutte le sue
sfaccettature. Meno verosimile la facilità con cui è perdonato dall’organizzazione
che gli sta alle spalle, giacché lui si è lasciato intervistare mettendo alla
berlina, di fatto, l’intero business.
Disconnect, nel
complesso, è un film ben fatto, soprattutto nella sua capacità di esprimere i
vari drammi che in esso si sviluppano, come quello - forse più di altri - del
ragazzino introverso che in seguito a crudeli scherzi di suoi coetanei scopre
che una foto in cui è autoritratto completamente nudo, sta facendo il giro dei social network. Terribile.