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lunedì 7 luglio 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – ‘Disconnect’, un mostro tentacolare chiamato web

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Henry Alex Rubin. Con Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgård, Max Thieriot, Colin Ford, Jonah Bobo, Haley Ramm, Kasi Lemmons, Erin Wilhelmi, John Sharian, Norbert Leo Butz, Erin Darke, Antonella Lentini, Marc Jacobs. Drammatico, Usa 2012. Durata 115' circa. Universal Pictures.

La trama
Un avvocato infaticabile vive incollato al cellulare tanto da non riuscire a trovare tempo da dedicare alla moglie e ai due figli adolescenti. Un ex poliziotto, due teen ager bulli, una giornalista televisiva in carriera, un ragazzo esibizionista per soldi in una chat, una coppia vittima di un furto perpetrato da un hacker. Non si conoscono ma le loro storie s’incrociano in modo drammatico in un puzzle che esplora le conseguenze della tecnologia moderna e come questa possa influenzare e modificare le esistenze. Il nostro modo di vivere ‘digitale’ di ogni giorno è davvero ‘connesso’ con il mondo reale? Disconnect fotografa in maniera drammatica una realtà molto cupa e ci svela profonde verità.

Recensione
La spietatezza degli uomini contro gli uomini, dai ragazzini agli adulti senza distinzione. E l’opportunismo, come quello della giornalista - brava nella parte l’inglese Andrea Riseborough (Oblivion) - che poi è sopraffatta e schiacciata dalla sua stessa foga di carrierismo. Alla base di Disconnect, film diretto con mano sorprendentemente sicura dal documentarista Henry Alex Rubin (al suo primo lungometraggio filmico) vi sono situazioni che sfuggono di mano a chi pensa di poter controllare tutto senza intralci. Protagonista assoluta l’impietosa potenza - demoniaca in questo caso - dell’online che non consente errori e che l’uomo non è ancora in grado di gestire senza rischiare di farsi sconvolgere l’esistenza. La sceneggiatura di Dina Goldman è ben costruita per esprimere il disarmante abuso della tecnologia internettiana dei nostri giorni. Un mostro tentacolare - con i suoi social network, forum, chat, webcam, clonazioni e, di conseguenza, frodi finanziarie - che, in molti casi, azzera i rapporti in carne e ossa e diviene malefico, inaffidabile intermediario. Nonostante il tema di base, non sono presenti effetti di computer grafica di particolare rilevanza.

Jason Bateman in una scena di Disconnect
Lo script spazza via la possibilità che il web possa facilitare l’amicizia, i rapporti amorosi, rimediare alla solitudine. Alla fine, senza l’incontro e lo scontro vis à vis non esiste alcuna soluzione. Presentata fuori concorso a Venezia durante la 69^ edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, la pellicola è costruita con la tecnica cosiddetta multilineare, apprezzata in film eccezionali quali, a esempio, Crash (2004) e Magnolia (1999). Si tratta di narrare storie diverse che in un  primo momento sembrano non avere punti di contatto fino a una progressiva, rapida e il più delle volte drammatica intersecazione.

Il montaggio di Disconnect - opera girata nella periferia di New York - garantisce una concatenazione d’immagini lineare e rapida che permette al film di mantenere sempre alto il suo ritmo. La conseguenza è uno scorrere mai noioso della vicenda, ad alto tasso di coinvolgimento e pathos. I personaggi, che siano ben incarnati o no da attori di esperienza e livello diversi, sono comunque convincenti e permettono una forte immedesimazione dello spettatore. In questo, però, vi sono delle scivolate, come la quasi insignificante partecipazione di un interprete di comprovata bravura quale lo svedese Michael Nyqvist
Michael Nyqvist, per lui una parte di secondo piano
(protagonista principale della trilogia di
Uomini che odiano le donne - titolo del primo episodio - tratta dai romanzi-thriller di Stieg Larsson), relegato a un impegno di pochissime e brevissime scene che sarebbe potuto essere affidato ad attori di inferiore caratura. Sprecato. Dal canto suo Jason Bateman regala un’altra prova convincente, anche se il soggetto ne circoscrive in eccesso la libertà d’azione e di espressività. Bene i due giovanissimi della storia, in particolare Colin Ford chiamato a far emergere la doppia faccia di un ragazzino sofferente perché si sente solo, non compreso dal padre (efficace il newyorkese Frank Grillo [sarà protagonista dell'horror di prossima uscita, Anarchia - La Notte del Giudizio] nei panni del vedovo ex poliziotto esperto di truffe informatiche) e che reagisce a questo disagio con l’espediente del bullismo manifestato però in versione 2.0.

Paula Patton, fra i protagonisti del film di Henry Alex Rubin
I protagonisti sono tanti, come in tutti i film plasmati con questa tecnica. A non uscirne benissimo è la coppia composta dalla ‘losangelina’ Paula Patton (Mission Impossible - Protocollo Fantasma) e dallo svedese Alexander Skarsgård (in questi giorni al cinema con Quel che sapeva Maisie), nei panni dei due coniugi incastrati nella non indispensabile e anche ripetitiva rappresentazione della coppia in crisi per colpa della perdita di un figlio, uno degli espedienti narrativi più inflazionati delle sceneggiature a livello mondiale. Sarebbe stato sufficiente, a mio avviso, mostrare marito e moglie alle prese con una normale vita di alti e bassi, all’improvviso resa impossibile da una semplice leggerezza online. Ben disegnata la vicenda del cam-boy - pronto a esibirsi in tutte le fantasie sessuali che uomini e donne gli chiedono attraverso la webcam e lo schermo del computer - interpretato da un inedito Max Thieriot (Chloe - Tra seduzione e inganno) calato molto bene in un personaggio convincente in tutte le sue sfaccettature. Meno verosimile la facilità con cui è perdonato dall’organizzazione che gli sta alle spalle, giacché lui si è lasciato intervistare mettendo alla berlina, di fatto, l’intero business.

Disconnect, nel complesso, è un film ben fatto, soprattutto nella sua capacità di esprimere i vari drammi che in esso si sviluppano, come quello - forse più di altri - del ragazzino introverso che in seguito a crudeli scherzi di suoi coetanei scopre che una foto in cui è autoritratto completamente nudo, sta facendo il giro dei social network. Terribile.

Stefano Marzetti

lunedì 30 giugno 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – 'I segreti di Osage County'

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di John Wells [I]. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham, Will Coffey. Titolo originale: August: Osage County. Drammatico, Usa 2013. Durata 119' circa. Bim: uscito giovedì 30 gennaio 2014.

La trama
Beverly Weston e la moglie Violet vivono nella loro casa di Osage County. Poeta con problemi di alcol lui e dipendente dai farmaci per un cancro alla bocca lei, i due all'apparenza sembrano una coppia consolidata dagli anni, fino al momento in cui, dopo essere scomparso per qualche giorno, Beverly viene ritrovato morto suicida. Al funerale, oltre alla figlia Ivy, che vive in casa con i genitori, partecipano anche le figlie Barbara e Karen, così come il resto dei parenti. Nei giorni successivi una serie di conflitti riemergono all'interno della famiglia. Il malanimo tra Barbara e Violet, che non sono mai andate d'accordo, si fa sempre più serrato mentre il fidanzato di Karen dimostra la sua vera natura e Ivy pianifica la fuga d'amore con suo cugino.

Mia recensione
Tantissime nomination ma nessun premio di rilievo per quello che si rivela un gioiello dedicato alle insanabili lacerazioni familiari. Con una sua forza - che ne fa una pellicola rara soprattutto nel cinema hollywoodiano - nel non andare a cercare il lieto fine a tutti i costi. I segreti di Osage County, del regista John Wells I (nel 2010 il più che buono The Company Men) si rassegna all’impossibilità - che sa molto di vita reale e non di celluloide - di porre rimedio, neppure con l’aiuto di compromessi, a strappi che hanno radici troppo lunghe e quindi impossibili da recidere. L’unica soluzione cui Tracy Letts sembra pensare nella sceneggiatura - tratta dal suo stesso romanzo del 2008, Osage County (non edito in Italia) - sarebbe il brutale abbattimento di questa sorta di pianta ammalata. Un taglio netto che è evitato solo lasciando tutto com'è.

Meryl Streep e Julia Roberts in un'emblematica scena del film
Sotto l’impeccabile direzione del cineasta di Alexandria (Louisiana, Usa) ciò che è notato maggiormente dallo spettatore, sono le interpretazioni di tutto il cast, che dànno corpo a personaggi i quali, per quasi l'intera durata della vicenda, sono tutti quanti inseriti nello spazio ristretto di una bella villa nella campagna dell’Oklahoma. Nient’altro. Solo il loro interagire, che fa emergere ferite sia superficiali sia, soprattutto, profonde. Spiccano, in particolare, le prove attoriali di Meryl Streep e Julia Roberts (per entrambe nomination all’Oscar), che esibiscono una straordinaria capacità di far venire a galla l’amarezza, la rabbia, fin quasi la violenza, di madre e figlia una contro l’altra per dissidi ancora pendenti ma ancor più perché caratterialmente simili. Grandi interpreti come Sam Shepard, Ewan McGregor, Chris Cooper e Juliette Lewis, ruotano attorno a queste due autentiche mattatrici del racconto in immagini, fornendo un valore aggiunto che fa crescere le potenzialità dell’opera nell’attrarre l’immedesimazione di chi vede.

Meryl Streep, Julianne Nicholson e Juliette Lewis
in I segreti di Osage County
Un calo di originalità, tuttavia, sta soprattutto nei traumi del passato (espediente sfruttatissimo sia nel cinema, sia nella letteratura in genere). Traumi da intendersi come tare caratteriali e cronica incapacità di condurre esistenze che sono quasi tutte da buttare nel cestino riservato ai fallimenti. Manca, quindi, la responsabilità diretta degli errori commessi dai vari personaggi, cioè che sia attribuibile a un genetico modo di essere degli individui. È poi arduo accettare che in un’intera famiglia, per quanto possa essere allargata, non esista neppure un membro o un rapporto non dico impeccabile, ma quantomeno salvabile. Nonostante questi nèi, la pellicola funziona e scorre che è una meraviglia. I dialoghi sono serrati, brillanti e del tutto credibili. Non ci sono scelte particolarmente ricercate nella fase di montaggio, ma la concatenazione delle immagini garantisce un alto livello di coinvolgimento. Un film da recuperare, senza ombra di dubbio.

Stefano Marzetti

mercoledì 14 maggio 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – “Il quinto potere” conquistato da WikiLeaks

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥ = 6,5

Scheda
Un film di Bill Condon. Con Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Anthony Mackie, David Thewlis, Alicia Vikander, Peter Capaldi, Carice van Houten, Dan Stevens, Stanley Tucci, Laura Linney, Moritz Bleibtreu, Hera Hilmar, Jeany Spark, Jamie Blackley, Michael Jibson, Pascaline Crêvecoeur, Lydia Leonard, Anatole Taubman, Michael Culkin, Alexander Beyer. Titolo originale: The Fifth Estate. Drammatico, Usa 2013. Durata 129' circa. 01 Distribution.

La trama
Il regista
Bill Condon
La storia ha inizio quando il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange e il suo collega Daniel Domscheit-Berg uniscono le loro forze per diventare dei 'cani da guardia', in grado di controllare l’attività dei potenti e dei privilegiati. Grazie a un piccolo budget, i due creano una piattaforma online che consente ai loro informatori di trasmettere in forma anonima delle notizie riservate, puntando così i riflettori sui luoghi oscuri dove si nascondono i segreti governativi e i crimini aziendali. In breve tempo, riescono a svelare più notizie importanti di tutti i leggendari mass media tradizionali messi insieme. Ma quando Assange e Berg mettono le mani sulla maggiore raccolta di informazioni riservate nella storia degli Stati Uniti, si scontrano e devono rispondere a una questione fondamentale nella nostra epoca: qual è il costo di mantenere riservati i segreti in una società democratica e quale il prezzo da pagare quando si decide di rivelarli?

La mia recensione
Il futuro dell’informazione sulla carta stampata, destinato a una progressiva estinzione perché surclassato dall’immediatezza con cui ormai le notizie sono trasmesse online. L’esigenza e la smania di una diffusione di news che non incontrino alcun ostacolo, al punto da garantire la non rintracciabilità delle fonti ma anche, in alcuni casi, da ammettere la ‘non’ totale verifica delle ‘soffiate’ o fughe di notizie (in inglese, appunto, i leaks coperti dall’anonimato). Questi alcuni temi fondamentali alla base del film drammatico e biografico Il quinto potere (The Fifth Estate in inglese) del regista Bill Condon (di recente fattosi conoscere per The Twilight Saga: Breaking Dawn, parte 1 e 2) che per certi versi si muove sulle tracce di The Social Network (2010), di David Fincher, incentrato sull'invenzione di Facebook. Anche qui si parla moltissimo d’informatica, di digitale e di ‘maghi’ del computer in grado di rivoluzionare l’universo dell’informazione e dell’interazione internettiana fra persone. La sceneggiatura (Josh Singer) è basata su due diversi soggetti, i libri ‘Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo’ di Daniel Domscheit-Berg (Marsilio) e ‘WikiLeaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato’ dei giornalisti britannici del Guardian Luke Harding e David Leigh (Nutrimenti).


Un'immagine di Quinto potere - The Fifth Estate
Per la precisione, va detto che WikiLeaks (portale online) è un'organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks recepisce, in genere, atti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall'anonimato e da whistleblower, che tradotto significa ‘gola profonda’, dal celebre informatore segreto del film di Alan J. Pakula, Tutti gli uomini del presidente (1976) sullo scandalo del Watergate.

Gli attori Benedict Cumberbatch (sinistra) e Daniel Brühl
rispettivamente nei panni di Julian Assange e Daniel Domscheit-Berg
Condon realizza molto bene tutte le sequenze dell’opera in cui è mostrata l’azione al computer e rende in modo scultoreo l’idea di quanto oggi la tecnologia e internet siano alla base dell’esistenza di ognuno di noi (fatta eccezione per i soliti strenui ‘giapponesi’ a difesa della loro ‘isola’ anti-progresso). Ma il montaggio (Virginia Katz) è precipitoso, in questo davvero eccessivo e quindi, a mio avviso, causa di stordimento e confusione nel seguire il filo logico della concatenazione delle immagini. Rivelatasi un flop al botteghino e non adulata da gran parte della critica (me compreso) la pellicola è stata anche accusata di non far trasparire la realtà in quanto tale. Lo stesso Assange, nel corso di un'intervista, ha definito il film come un'opera «volta a demolire la mia credibilità personale» (in  parte fonte Wikipedia).


Una schermata del portale di WikiLeaks
Bravo il 58enne cineasta newyorkese quando, spesso, si sofferma con primi piani che scrutano i dissidi interiori dei protagonisti, i loro momenti d’incertezza. In questo aiuta lo spettatore a recuperare l’attenzione smarrita nell’intrigo del racconto e lo omaggia di un discreto grado d’immedesimazione con alcuni personaggi. In questo giocano una parte rilevante anche i dialoghi previsti dal copione. Ma l’utilizzo degli interpreti (soprattutto i due protagonisti) è, secondo me, scadente. Troppo spregiudicato e anche cattivo Julian Assange (incarnato dal londinese Benedict Cumberbatch, proficua partecipazione nel premio Oscar 12 anni schiavo); troppo coscienzioso e buono Daniel Domscheit-Berg (personificato dallo spagnolo di Barcellona Daniel Brühl, molto bravo e in un certo senso ‘esploso’ con l’eroico soldato tedesco di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino). In questo senso le rimostranze del fondatore - Assange appunto - sono giustificate. La pellicola dà in modo netto l’impressione di non essere a sufficienza obiettiva e imparziale. Quindi ciò che ne nasce è una sorta di documentario narrativo di denuncia. Un errore che Condon avrebbe dovuto evitare per non dare l’impressione di essere di parte (anche se non sono sicuro che, in effetti, lo sia).

Di peso la partecipazione al film da parte di Laura Linney e Stanley Tucci
Buona l’interpretazione di Brühl, ben calato nella parte e del tutto in linea con le esigenze di un film che, comunque, avrebbe dovuto conquistare il grande pubblico e non ce l’ha fatta. Poco convincente, invece, la prova di Cumberbatch, per certi versi lui la causa di aver fatto apparire Julian Assange come il ‘lucignolo’ della situazione, con una recitazione, in questa occasione, piuttosto forzata e dilettantesca. Importanti gli inserimenti di due attori di altissimo livello come Stanley Tucci (prossimo a tornare nelle sale in Transformers 4 - L'era dell'estinzione, uscita prevista in luglio) e Laura Linney (nel cast del prossimo lungometraggio dello stesso Condon, A Slight Trick of the Mind, nelle sale forse entro l'anno) che aiutano a dare spessore a scene importanti della narrazione filmica.

Nel complesso un film che guadagna abbondantemente la sufficienza, inscrivibile nelle regole cinematografiche dello spionaggio che prevedono velocità e suspance, ma anche piuttosto prevedibile e quindi, a tratti, noioso. Comunque da vedere perché apre una finestra su una realtà e un tema molto importante, di stringente attualità sul quale non necessariamente tutti debbano essere esperti conoscitori.

Stefano Marzetti

giovedì 8 maggio 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – “Diaz – Non pulire questo sangue”, l’inumanità dell’umano

La locandina
RICONOSCIMENTI PRINCIPALI

David di Donatello 2013: miglior produttore a Domenico Procacci, migliore sonoro a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini, miglior montaggio a Benni Atria, migliori effetti speciali visivi a Storyteller; Nastro d'argento 2012: miglior produttore a Domenico Procacci, migliore montaggio a Benni Atria, miglior sonoro a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini; Ciak d'oro 2012: miglior produttore a Domenico Procacci, migliore sonoro in presa diretta a Benni Atria, miglior montaggio a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini.

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9,5

La scheda
Un film di Daniele Vicari. Con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico. Drammatico, Ita, 2012. Durata 120'. Fandango.

La trama
Il film ricostruisce, in parte, i tristemente noti fatti avvenuti nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 a Genova, durante il G8. Secondo quanto accertato dai procedimenti penali che sono seguiti, un'irruzione della polizia nella scuola Diaz del capoluogo ligure (tutt’oggi imprecisato il numero degli agenti coinvolti) ha provocato una sorta di mattatoio ai danni d’innocenti e pacifici no-global (ma anche di persone non schierate e di alcuni giornalisti, italiani e stranieri). La brutalità dei reparti di polizia coinvolti nell’assalto è poi proseguita per tutta la notte nella caserma di Bolzaneto, dove diciannove sui novantatré arrestati, furono portati e trattenuti con brutalità medioevale e gravissima violazione delle più elementari norme in materia di ‘diritti umani’.

***

Il regista Daniele Vicari
Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (nella realtà Lorenzo Guadagnucci de Il Resto del Carlino). È il 20 luglio 2001, l'attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse con Marco, un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, un giovane avvocato del Genoa Legal forum. Nick è un manager che s’interessa di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario dell'economista Susan George. Anselmo è un vecchio militante della Cgil e con i suoi compagni pensionati ha preso parte ai cortei contro il G8. Etienne e Cecile sono due anarchici francesi protagonisti delle devastazioni di quei giorni. Bea e Ralf sono di passaggio e hanno deciso di riposarsi alla Diaz prima di partire. Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo e non vede l'ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia. Luca, Alma, Nick, Anselmo, Etienne, Marco e centinaia di altre persone incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001.

Un'emblematica scena dell'irruzione nella scuola Diaz di Genova
La mia recensione
Non è facile scrivere un’opinione su Diaz - Non pulire questo sangue, lo straordinario film di Daniele Vicari (autore perlopiù di un cinema di tipo ‘sociale’ e infatti esperto di documentari, dove riesce a dare il meglio di sé, come, ad esempio, nel 2012 con La nave dolce o nel 2007 con Il mio paese), perché il rischio, alto, è quello di apparire ingenui oltremisura. Io che mi avvicino a larghe falcate ai quarantasette anni, di violenza ne ho vista e sentita raccontare, non tanto di persona (per fortuna) ma moltissimo nei film, nei documentari, nei servizi televisivi e nella letteratura. In pochissime circostanze, tuttavia, mi sono accorto di essere così raggranchito sulla poltroncina della sala cinematografica, con gli occhi sbarrati dallo sconcerto di fronte a un’ennesima dimostrazione della possibile inumanità dell’umano.

L'attrice tedesca Jennifer Ulrich
Di tanto in tanto il cinema italiano sa regalare dei capolavori. È, a mio avviso, il caso di quest’opera giustamente pluripremiata (e che avrebbe di certo meritato anche una nomination all’Oscar per il miglior film in lingua straniera). Come detto, il cineasta di Rieti con i documentari ci sa fare e questa vicenda ben si sarebbe prestata a essere proposta con criteri legati in modo più stretto a ciò che è indiscutibilmente probante, piuttosto che con le regole con cui si realizza un lavoro che, come avviene sempre con i film, implica una dose d’immaginazione e interpretazione dei fatti, seppur vicinissima al reale. Fatti che, in questo caso, sono stati tradotti e raccontati per il grande schermo dal soggetto di Vicari e dalla sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista con Laura Paolucci, scaturita da un certosino e spossante accaparramento di documenti, testimonianze e altri elementi provati fino alla sentenza della Corte di Cassazione (luglio 2012, dopo undici anni di processi) e quindi non più discutibili.

Claudio Santamaria
Il lavoro registico per la realizzazione di questa pellicola che parla di una vera e propria sospensione dei diritti democratici, era di difficoltà formidabile ma Daniele Vicari ne è uscito a testa alta e con il miglior esito possibile. Riuscito il collage di continui avanti e indietro temporali, omogeneo e determinante per la nitida comprensione di un avvenimento piuttosto intricato. A colpire col tonfa la bocca dello stomaco dello spettatore (così come col tonfa, il manganello dei nuclei speciali delle forze di polizia, sono stati tartassati gli occupanti della Diaz) sono soprattutto le riprese girate nei corridoi, nella palestra e negli anfratti della famigerata scuola. Decine di persone, soprattutto giovani, furono pestate a sangue, picchiate con brutalità ingiustificata nonostante, tremanti di terrore, si facessero trovare con le mani alzate. La telecamera attende l’orda barbarica in divisa antisommossa e realizza l’idea dell’aggressione. In quel momento lo spettatore è catturato dalle immagini e assaggia una parte del panico che deve aver provato chi, di quell’arrembaggio, è stato realmente vittima.

Ottima la partecipazione di Renato Scarpa
È in queste fasi che la narrazione filmica diviene ricostruzione - se non forse fedelissima in ogni minimo particolare (ma nel cinema questo non è indispensabile) – di un realismo sbalorditivo. Merito anche del magistrale montaggio di Benni Atria e di effetti speciali di livello hollywoodiano. In tutto questo le prove degli attori non sono così importanti, passano in secondo piano rispetto alla concatenazione dei fatti. Ogni interprete ha a disposizione pochissimi minuti di girato ed è quindi superfluo soffermarsi sulle personificazioni, ad esempio, dei bravissimi Claudio Santamaria e Elio Germano, per citare i nomi di spicco. Mentre merita una particolare menzione, l’esperta caratterizzazione affidata a un grande attore come Renato Scarpa. Lo stesso vale per il piccolo, ma determinate, ruolo di Mattia Sbragia nei panni di Arnaldo La Barbera (nel film rinominato come Armando Carnera), il rappresentante dello Stato che non ebbe dubbi sulla necessità di compiere l’operazione-Diaz.

Un film dalla tensione lancinante che non dà tregua a chi vede. Due ore circa di autentico sgomento (a prescindere da quale sia il grado di conoscenza dei fatti realmente accaduti e delle tante immagini passate in televisione) per la definitiva presa di coscienza dello scempio che avvenne quel giorno. Il tutto impastato con un intollerabile senso d’incredulità, come se una voce dentro dicesse in continuazione “non è possibile che sia successo, non è possibile che sia successo”. Da recuperare senza indugio (vietato avere bimbi a fianco) per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze, comprese quelle di carattere animalesco, nel significato più  irriverente della parola.

Stefano Marzetti

martedì 29 aprile 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – “Il cammino per Santiago”, la via lungo cui abbandonare il dolore (con trailer)

La locandina
Il cammino per Santiago

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Emilio Estevez. Con Martin Sheen, Emilio Estevez, Deborah Kara Unger, Yorick van Wageningen, James Nesbitt, Tchéky Karyo, Angela Molina, Carlos Leal, Simón Andreu, Eusebio Lázaro, Antonio Gil, Spencer Garrett. Titolo originale: The Way. Azione, Usa 2010. Durata 94'. 01 Distribution.

La trama
Tom è un medico americano che arriva in Francia per recuperare i resti del figlio morto in una tempesta sui Pirenei mentre percorreva il Cammino di Santiago. Spinto dal desiderio di poter stare ancora un po’ di tempo accanto a lui, cercando di dare un significato a questa perdita, Tom decide di continuare lo storico pellegrinaggio, lasciandosi alle spalle la sua vita in California. Con lo zaino del figlio e una guida, s'incammina per gli ottocento chilometri del cammino ma presto scopre che non sarà solo, incontrerà altri pellegrini, provenienti da tutto il mondo e uniti dal desiderio di comprendere il  profondo significato delle proprie vite. Le privazioni che Tom dovrà affrontare gli permetteranno di comprendere la differenza tra “la vita che si vive e quella che si sceglie di vivere”.

La mia recensione
Il regista
Emilio Estevez
Storia ‘on the road’ o meglio dire, in questo caso, ‘on the way’ e a piedi. Quella way intesa come via, che rispetto alla strada, dà un senso di maggior durezza, fatica - fisica e mentale - pericolo, rischio di perdersi e di perdere, di smarrirsi lungo un cammino che ha sì un obiettivo ben definito ma resta fino alla fine un’incognita in cui o si affoga o si impara a nuotare. È la way del titolo originale, che sarebbe abbondantemente bastato a rendere il senso di questa pellicola del 2010 che in Italia qualcuno ha voluto che fosse conosciuta come Il cammino per Santiago (comunque accettabile rispetto a migliaia di ingiustificabili storpiature).


Compagni di viaggio: da sinistra Martin Sheen, Deborah Kara Unger,
Yorick van Wageningen e James Nesbitt
Ha fatto davvero un bel lavoro il newyorkese Emilio Estevez (attore alla sua terza regia a distanza di quattro anni da Bobby, l’apprezzabile semi-biografico film sulle ultime ore di Robert Kennedy). Estevez è il figlio dell’interprete principale di questa vicenda in immagini, l’oggi 73enne Martin Sheen (nome d’arte di Ramon Gerard Antonio Estevez, che iniziò a contare qualcosa nell’universo in celluloide dagli anni Settanta del secolo scorso con La rabbia giovane [1973] di Terrence Malick, per poi essere consacrato nel 1979 con la parte da protagonista in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola). Autore anche della sceneggiatura, Emilio Estevez decide di raccontare il dolore improvviso, la perdita di un figlio dalla quale scaturiscono decisioni che un uomo senza ferite così profonde non avrebbe mai preso. E un viaggio non programmato è di certo una di queste, soprattutto quando si giunge da una vita tranquilla, senza scossoni, forse anche un po’ noiosa, tra lo studio medico in cui si lavora e una partita a golf con amici o colleghi.

Martin Scheen in una scena de Il cammino per Santiago
Un viaggio che è l’unica cosa da fare in quel momento di sconcerto e che diventa anche l’unica speranza di non crollare. Il dolore che diventa rabbia, chiusura in se stessi. Il protagonista, ben disegnato dallo script, ha un obiettivo preciso, così com’è chiaro che incognite ve ne saranno a ogni passo. L’immedesimazione dello spettatore con questa persona che si lascia risucchiare dalla storica via per Santiago de Compostela (Galizia, Spagna) è assicurata così come la forza del racconto filmico. La rabbia, che è anche rancore nei confronti di quel figlio mancato all’improvviso per una banale imprudenza, è pure il rifiuto di tutto il resto, a cominciare dai rapporti umani che divengono solo un intralcio lungo il cammino. Un passo dietro l’altro che vorrebbe essere incontaminato, solitario. Ma è proprio in questo allontanamento dal prossimo che l’uomo scopre di non piacersi e lentamente, nel suo procedere verso la meta, torna psicologicamente sui suoi passi, a riscoprire il senso dell’amicizia, la necessità di raggrupparsi, la primordiale inclinazione dell’essere umano come essere sociale. Così i compagni di viaggio ‘raccolti’ lungo il percorso, da consapevoli elementi di disturbo divengono incontri sorprendenti e pian piano piacevoli, tessere indispensabili per il completamento di un puzzle focale per un’intera esistenza. Buone le prove dei comprimari, fra cui spiccano Yorick van Wageningen (da citare Amore senza confini nel 2003) e James Nesbitt (Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato nel 2012).


Padre e figlio, nella realtà e nella finzione filmica, in un'altra scena 
Bravo Martin Sheen, che conferma la sua propensione recitativa all’introspezione, allo smarrimento interiore dell’uomo di fronte all’imprevisto. Padre e figlio nella finzione se la intendono (chissà se è così anche nella realtà, probabilmente sì, visti i risultati). E il navigato Sheen segue e aiuta, probabilmente, Estevez nel creare questo film che, forse, resterà il suo più bello (ma è ovvio che gli auguro altre intense soddisfazioni). I dialoghi sono credibili (così come significativi sono alcuni silenzi), essenziali quanto basta e anch’essi contributivi a tenere il cinefilo seduto nel buio e con intensa partecipazione di fronte al grande schermo. A tratti, tuttavia, la catena narrativa rallenta, il ritmo s’inceppa per poi, comunque, riprendere il suo flusso, in tempo per non causare distrazioni. Contribuisce al coinvolgimento una colonna sonora originale perfetta (Tyler Bates, City of Ghosts nel 2002) per il tipo di narrazione, ad avvolgere la splendida fotografia di Juanmi Azpiroz col contributo di Anthony Von Seck e dello stesso Estevez.

Un bel film, di quelli che in troppi vanno dicendo che gli Stati Uniti non sono capaci di fare. E invece loro sono lì, molto più spesso di quanto si pensi, a dimostrare che col cinema fanno quello che vogliono e quando vogliono. Opera senza dubbio da recuperare, possibilmente con dei figli accanto.

Stefano Marzetti