Un film di Giorgio Molteni, Daniele
Santamaria Maurizio. Con Giuseppe Maggio, Marika Frassino, Lorenzo De Angelis,
Roberto Calabrese, Tatiana Luter, Luca Biagini, Enrico Mutti, Lorenzo Flaherty,
Martina Colombari, Antonio Serrano, Marco Di Stefano, Massimiliano Pazzaglia,
Paolo Romano, Fabrizio Giannini, Gianni Federico, Guglielmo Guidi, Micol
Azzurro, Lina Bernardi, Roberta Garzia, Raffaella Illiceto, Giovanni Buzzati,
Piero Nicosia. Drammatico, Ita 2014. Durata 98' circa. Produzione: Telecomp
Planet Film Production. Distribuzione: Telecomp Planet Film Production. Uscita:
giovedì 29 maggio 2014.
La trama
Proprio a
ridosso dell’abolizione del segreto di Stato sugli atti relativi alle inchieste
sulle stragi degli ‘anni di piombo’, arriva nelle sale italiane Bologna 2
agosto… i giorni della collera, la prima
ricostruzione cinematografica delle terribili vicende che sconvolsero l’Italia
negli anni ’70. Il film, diretto da Giorgio Molteni, già autore di diversi lungometraggi e serie televisive, ripercorre la
storia di un gruppo di ragazzi di destra che deciderà di uscire dall’Msi
(Movimento Sociale Italiano) e fondare il gruppo armato N.A.R. (Nuclei Armati
Rivoluzionari). Attraverso la messa in scena di uccisioni, rapine, pestaggi e
crimini di estrema atrocità, la pellicola ricostruisce l’atmosfera di terrore e di
follia degli ‘anni di piombo’, fino ad arrivare a narrare la strage più
efferata dal dopoguerra, quella della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 che
causò la morte di ottantacinque persone innocenti e circa duecento feriti.
Critica
– Rassegna stampa
Un momento delle riprese
“(...) Giorgio Molteni e Daniele
Santamaria Maurizio provano a ricostruire pezzo per pezzo le dinamiche che hanno
condotto a quel 2 agosto e la fitta rete di connivenze che ha fatto da sfondo,
e da mandante, alla tragedia”. Lo rileva Paola Casella di My Movies. “Mescolando
scene di finzione a materiali di repertorio i registi riproducono il clima
infiammato di quegli anni (...) Lo stile ‘sporco’ della regia, che vorrebbe
richiamare quello del cinema di fine anni Settanta, risulta datato e
insufficiente a suggerire uno sguardo nuovo e originale su un periodo storico
di difficile decodificazione. I dialoghi sono spesso didascalici - scrive
ancora Casella - e declamatori, la recitazione è rigida e retorica, il commento
musicale sottolinea ogni scena con enfasi eccessiva. Se da un lato va lodato il
coraggio di Molteni e Santamaria Maurizio nel mettere in scena con dovizia
di particolari quegli eventi del nostro passato recente che il cinema italiano
(salvo rare eccezioni) ha colpevolmente evitato, dall’altro la scelta del tema
e l’onesta delle intenzioni non giustificano una confezione così pedissequa
(...)”.
Scena emblematica di Bologna 2 agosto…
“(...) Sono fatti arcinoti alle nostre
cronache - si legge nella recensione di Danila Belfiore di Eco del Cinema - e in questo, purtroppo, è il limite del film: si è preferito trasporli nella
loro successione temporale, evitando accuratamente un punto di vista che possa
dare una chiave di lettura a quei tragici eventi. Anche i dialoghi sono
semplicistici, quasi didascalici, pertanto i personaggi, anche troppi
numericamente, non hanno spessore ma sono solo abbozzati. Manca
l’introspezione: di nessuno di loro si capisce l’interiorità, chi davvero sia,
e da cosa siano spinte le proprie azioni (...) Sarebbe stato davvero utile -
conclude Belfiore - trascinare lo spettatore dentro la vicenda, farlo innamorare
dei personaggi positivi e odiare quelli negativi, affinché negli animi si
formi, oltre la conoscenza degli eventi, quella parte critica che è necessaria
al cambiamento”.
Immagine di repertorio del film di Giorgio Molteni e Daniele Santamaria Maurizio
Mio breve commento
Come spesso accade, quando alcuni registi italiani decidono di trasporre per il grande schermo fatti realmente accaduti, ne nascono film assai poco convincenti, forzati, con attori fuori ruolo o, addirittura, non all'altezza del compito e con dialoghi forzati non credibili. Peccato perché il primo film su una fatto così tragico e determinante per la storia dell'Italia, avrebbe meritato una maggiore cura.
David di
Donatello 2013: miglior produttore a
Domenico Procacci, migliore sonoro a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini, miglior
montaggio a Benni Atria, migliori effetti speciali visivi a Storyteller; Nastro d'argento 2012: miglior
produttore a Domenico Procacci, migliore montaggio a Benni Atria, miglior
sonoro a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini; Ciak d'oro 2012: miglior
produttore a Domenico Procacci, migliore sonoro in presa diretta a Benni Atria,
miglior montaggio a Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini.
Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9,5
La scheda
Un film di Daniele Vicari. Con Claudio
Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou,
Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo
Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello,
Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin
Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel,
Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico.
Drammatico, Ita, 2012. Durata 120'. Fandango.
La trama
Il film
ricostruisce, in parte, i tristemente noti fatti avvenuti nella notte tra il 21
e il 22 luglio 2001 a Genova, durante il G8. Secondo quanto accertato dai
procedimenti penali che sono seguiti, un'irruzione della polizia nella scuola Diaz
del capoluogo ligure (tutt’oggi imprecisato il numero degli agenti coinvolti) ha
provocato una sorta di mattatoio ai danni d’innocenti e pacifici no-global (ma anche di persone non schierate e di
alcuni giornalisti, italiani e stranieri). La brutalità dei reparti di polizia coinvolti
nell’assalto è poi proseguita per tutta la notte nella caserma di Bolzaneto,
dove diciannove sui novantatré arrestati, furono portati e trattenuti con
brutalità medioevale e gravissima violazione delle più elementari norme in
materia di ‘diritti umani’.
***
Il regista Daniele Vicari
Luca è un
giornalista della Gazzetta di Bologna (nella realtà Lorenzo Guadagnucci de Il Resto del Carlino). È
il 20 luglio 2001, l'attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra
manifestanti e forze dell'ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione
arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per
Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo. Alma è un'anarchica
tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha
assistito, decide di occuparsi delle persone disperse con Marco, un organizzatore
del Genoa Social
Forum, e Franci, un giovane avvocato del Genoa
Legal forum. Nick è un manager che s’interessa
di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario
dell'economista Susan George. Anselmo è un vecchio militante della Cgil e con i
suoi compagni pensionati ha preso parte ai cortei contro il G8. Etienne e
Cecile sono due anarchici francesi protagonisti delle devastazioni di quei
giorni. Bea e Ralf sono di passaggio e hanno deciso di riposarsi alla Diaz
prima di partire. Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma,
comanda il VII nucleo e non vede l'ora di tornare a casa da sua moglie e sua
figlia. Luca, Alma, Nick, Anselmo, Etienne, Marco e centinaia di altre persone
incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001.
Un'emblematica scena dell'irruzione nella scuola Diaz di Genova
La mia recensione
Non è facile scrivere un’opinione su Diaz - Non
pulire questo sangue, lo straordinario film di Daniele Vicari (autore perlopiù
di un cinema di tipo ‘sociale’ e infatti esperto di documentari, dove riesce a
dare il meglio di sé, come, ad esempio, nel 2012 con La nave
dolce o nel 2007
con Il
mio paese),
perché il rischio, alto, è quello di apparire ingenui oltremisura. Io che mi
avvicino a larghe falcate ai quarantasette anni, di violenza ne ho vista e
sentita raccontare, non tanto di persona (per fortuna) ma moltissimo nei film,
nei documentari, nei servizi televisivi e nella letteratura. In pochissime
circostanze, tuttavia, mi sono accorto di essere così raggranchito sulla
poltroncina della sala cinematografica, con gli occhi sbarrati dallo sconcerto
di fronte a un’ennesima dimostrazione della possibile inumanità dell’umano.
L'attrice tedesca Jennifer Ulrich
Di tanto in tanto il cinema italiano sa regalare
dei capolavori. È, a mio avviso, il caso di quest’opera giustamente
pluripremiata (e che avrebbe di certo meritato anche una nomination all’Oscar per il miglior film in lingua straniera). Come
detto, il cineasta di Rieti con i documentari ci sa fare e questa vicenda ben
si sarebbe prestata a essere proposta con criteri legati in modo più stretto a
ciò che è indiscutibilmente probante, piuttosto che con le regole con cui si
realizza un lavoro che, come avviene sempre con i film, implica una dose d’immaginazione
e interpretazione dei fatti, seppur vicinissima al reale. Fatti che, in questo
caso, sono stati tradotti e raccontati per il grande schermo dal soggetto di Vicari e dalla
sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista con Laura
Paolucci, scaturita
da un certosino e spossante accaparramento di documenti, testimonianze e altri
elementi provati fino alla sentenza della Corte di Cassazione (luglio 2012,
dopo undici anni di processi) e quindi non più discutibili.
Claudio Santamaria
Il lavoro registico per la realizzazione di
questa pellicola che parla di una vera e propria sospensione dei diritti
democratici, era di difficoltà formidabile ma Daniele Vicari ne è uscito
a testa alta e con il miglior esito possibile. Riuscito il collage di continui avanti e indietro temporali, omogeneo e
determinante per la nitida comprensione di un avvenimento piuttosto intricato. A
colpire col tonfa la bocca dello
stomaco dello spettatore (così come col tonfa, il manganello dei nuclei
speciali delle forze di polizia, sono stati tartassati gli occupanti della
Diaz) sono soprattutto le riprese girate nei corridoi, nella palestra e negli
anfratti della famigerata scuola. Decine di persone, soprattutto giovani,
furono pestate a sangue, picchiate con brutalità ingiustificata nonostante,
tremanti di terrore, si facessero trovare con le mani alzate. La telecamera
attende l’orda barbarica in divisa antisommossa e realizza l’idea dell’aggressione.
In quel momento lo spettatore è catturato dalle immagini e assaggia una parte
del panico che deve aver provato chi, di quell’arrembaggio, è stato realmente
vittima.
Ottima la partecipazione di Renato Scarpa
È in queste fasi che la narrazione filmica diviene
ricostruzione - se non forse fedelissima in ogni minimo particolare (ma nel
cinema questo non è indispensabile) – di un realismo sbalorditivo. Merito anche
del magistrale montaggio di Benni Atria e di effetti speciali di livello
hollywoodiano. In tutto questo le prove degli attori non sono così importanti,
passano in secondo piano rispetto alla concatenazione dei fatti. Ogni interprete ha
a disposizione pochissimi minuti di girato ed è quindi superfluo soffermarsi
sulle personificazioni, ad esempio, dei bravissimi Claudio
Santamaria
e Elio
Germano, per citare
i nomi di spicco. Mentre merita una particolare menzione, l’esperta
caratterizzazione affidata a un grande attore come Renato
Scarpa. Lo stesso
vale per il piccolo, ma determinate, ruolo di Mattia Sbragia nei panni
di Arnaldo La Barbera (nel film rinominato come Armando Carnera), il
rappresentante dello Stato che non ebbe dubbi sulla necessità di compiere l’operazione-Diaz.
Un film dalla tensione lancinante che non dà
tregua a chi vede. Due ore circa di autentico sgomento (a prescindere da quale
sia il grado di conoscenza dei fatti realmente accaduti e delle tante immagini
passate in televisione) per la definitiva presa di coscienza dello scempio che
avvenne quel giorno. Il tutto impastato con un intollerabile senso d’incredulità,
come se una voce dentro dicesse in continuazione “non è possibile che sia
successo, non è possibile che sia successo”. Da recuperare senza indugio
(vietato avere bimbi a fianco) per arricchire il proprio bagaglio di
conoscenze, comprese quelle di carattere animalesco, nel significato più irriverente della parola.
Un film di Antonio Morabito. Con Claudio
Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De
Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro,
Ippolito Chiarella, Alessia Barela, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino. Drammatico,
Ita 2013. Durata 103'. Cinecittà Luce. Uscita mercoledì 30 aprile 2014.
La trama
Bruno è
arrivato alle porte dei quarant'anni e lavora come informatore medico in
un'azienda che sta attraversando un periodo di crisi. Di fronte alla previsione
di alcuni tagli al personale, ogni venditore di medicine è tenuto sotto stretta
osservazione da un rigido capo area per decidere chi di loro continuerà a
conservare il posto di lavoro e chi no. Con una famiglia e una posizione da
mantenere, Bruno non esita ad agire in maniera disonesta e tradire la fiducia
di chi lo circonda, ricorrendo all'inganno e alla corruzione. L'incontro con un
vecchio amico, ridotto in pessime condizioni per aver fatto volontariamente da
cavia ad alcuni esperimenti farmaceutici, gli darà però la possibilità di
riscattarsi.
Critica
Il regista
Antonio Morabito
Premessa: mi dicono che Marco Travaglio sia
antipatico ma a me, in televisione, è simpatico e condivido gran parte di ciò
che dice. Anzi, più che condividere ascolto con attenzione e interesse ciò che
da giornalista mi riferisce. Ma che adesso lo debba ritrovare anche a fare l’attore,
questo mi risulta un po’ stucchevole. Mi auguro, almeno, che dimostri di essere
in grado di recitare. Se così sarà, gli farò gli auguri per l’ingresso nell’olimpo
degli interpreti.
Claudio Santamaria nei panni de Il venditore di medicine
Ho l’impressione che, come ogni tanto accade,
stia per arrivare nei cinema un film italiano di un certo valore, non solo
artistico ma anche commerciale, intendendo con questo che possieda una considerevole
capacità di intrattenere il grande pubblico e, quindi, di incassare un po’ di
quattrini. Che poi è lo scopo principale della settima arte e di tante altre,
checché ne dicano gli strenui difensori del ‘faccio questa cosa che lascerà a
bocca aperta i veri intenditori’. Ciò che attira de Il
venditore di medicine, che vede per la prima volta alla regia di un lungometraggio il
documentarista e autore televisivo (specializzato nel montaggio) Antonio
Morabito, è
innanzitutto il tema trattato. Vale a dire quello della medicina e della salute
ridotta a una sorta di sudditanza del potere commerciale, che prevale sul
diritto del paziente di curarsi senza essere obbligato a mettersi in ginocchio di
fronte a quelli che possono impedirglielo giocando sul prezzo di farmaci e
terapie.
Isabella Ferrari nel ruolo della 'cattiva'
Questo il nocciolo della sceneggiatura
scritta a sei mani dallo stesso cineasta di Carrara con i navigati Michele
Pellegrini
(La
scoperta dell’alba, 2012) e Amedeo Pagani (Io sto con gli ippopotami, 1979), che
nella trasposizione in immagini può contare su un discreto cast nel quale
spicca il bravissimo Claudio Santamaria (ottimo interprete principale
nell'efficacissimo Diaz - Non pulire questo sangue, 2012), nei
panni del protagonista, cioè il venditore di medicine. L’attore romano, che non
ancora quarantenne ha già alle spalle una carriera da veterano, possiede
carisma e capacità di catturare l’inconscia immedesimazione dello spettatore.
Cosa che, a quanto dice chi ha visto l’anteprima di quest’opera, riesce a fare
anche stavolta. La sua efficacia nel calarsi nei panni di personaggi cinici è
comprovata e confermata dalla personificazione di quest’uomo “che agisce al di
là della propria coscienza”, come scrive Marco Chiani di My Movies.
Il giornalista Marco Travaglio 'prestato' al cinema
Di fianco a Santamaria troviamo una Isabella
Ferrari nelle vesti di una donna ancor più sgradevole e staremo a vedere quanto
l’ex Selvaggia di Sapore di mare (cult
‘vanziniano’ del 1983) sarà efficace nel ruolo di villain, come a Hollywood chiamano la ‘canaglia’. Ne risulta, pare,
un film che può “essere letto sia come una denuncia”, rileva ancora Chiani,
visto che “in apertura e in chiusura lo spazio è lasciato a stralci di servizi
giornalistici sull'argomento, sia come la sbilanciata analisi di un sistema
criminale mediante una storia particolare. Ben oltre la discesa nell'abiezione
di Bruno, infatti, risalta la problematica, come se l'urgenza e l'attualità del
discorso portato avanti cancellassero la costruzione della finzione in sé”.
Bravo Morabito nel
trattare il tema e nel ‘manipolare’ il protagonista, nei confronti del quale
non rivolge solo uno sguardo di riprovazione e condanna ma si pone anche con un
atteggiamento “ambiguo e altalenante”, come dice Carola Proto di Coming Soon. “I pochi momenti in cui lo commisera e lo capisce – scrive ancora
Proto - pur senza giustificarlo, sono i migliori del film, perché restituiscono
una maggiore impressione di verosimiglianza”. Insomma, lo ripeto, a mio avviso
gli ingredienti per assaggiare questa pietanza ci sono tutti.
Premessa:
non essendo accreditato dalla visione dell’anteprima del film, il seguente
articolo va inteso come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove
possibile, arricchita.
Un momento delle riprese sull'altopiano di Asiago (Vicenza)
Un film di Ermanno Olmi. Con Claudio
Santamaria, Jacopo Crovella, Andrea Di Maria, Francesco Formichetti, Camillo
Grassi, Niccolò Senni. Drammatico, Ita 2014.
Trama del film Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi
sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Tutto ciò che si narra in questo film,
è realmente accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo
può evocare secondo il proprio sentimento.
Informazioni sul film Torneranno i prati e torna la Prima Guerra
Mondiale: è il nuovo film dell’82enne regista bergamasco Ermanno
Olmi (fra altri L’albero degli zoccoli nel 1978 e Centochiodi nel 2007). Nel centenario
del primo conflitto mondiale – informa Adnkronos online- riprese sull'Altopiano dei Sette Comuni (Asiago, Vicenza), nel cast Claudio
Santamaria, Andrea Di Maria, Francesco Formichetti, Camillo Grassi e Niccolò
Senni, soggetto e sceneggiatura dello stesso Olmi, produzione Cinema Undici e
Ipotesi Cinema con Rai Cinema, siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi
sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani, e – promette il regista 83enne – «la
pace della montagna diventa un luogo dove si muore: tutto ciò che si narra in
questo film è realmente accaduto, e (poiché il passato appartiene alla memoria), ciascuno lo può evocare secondo il proprio sentimento».
Il regista di 15-18 - L'Italia in guerra
Otto settimane di riprese, due trincee
ricostruite a Val Formica e Val Giardini, tre milioni e 200mila euro di budget,
Banca Popolare di Vicenza, Edison, Nonino distillatori e Vicenza Film Commission
nel pacchetto produttivo. «Il miglior modo di celebrare il centenario – dice
Olmi – è capire perché è successo: noi oggi siamo a una vigilia che rischia di
assomigliare molto a quella della Prima Guerra Mondiale con conseguenze
devastanti: la celebrazione deve essere ‘voglio capire perché’, perché la
guerra non succeda un'altra volta. Negli anni ’80, storici austriaci e italiani
sono stati incaricati di raccontare la Prima Guerra Mondiale ma viene buono quel
che scriveva Raymond Chandler ‘Sapeva veramente tutto, ma solamente quello’,
perché non conoscono direttamente la realtà di cui vanno parlando. Io ho letto,
riletto libri di testimoni diretti della guerra, come il mio amico Mario Rigoni
Stern, Gadda, Lussu, Weber e altri: pagine di straordinaria sensibilità
percettiva nel cogliere quelle sfumature che lo storico di professione non può
avere. Ma oltre a questi autori, che hanno vissuto ma anche metabolizzato
quegli eventi nello scrivere i loro romanzi, ho letto pagine di anonimi: c'era
il nome in fondo, ma era quello di chi non ha nome. La verità l'ho trovata lì.
Allora, chi scrive la storia? Quella ufficiale gli intellettuali, quella reale
coloro che non hanno parola».
Claudio Santamaria, tra i protagonisti del film di Olmi
Tra le testimonianze dirette, lo steso padre
di Olmi e Toni il Matto, un pastore che combatté sull'Altopiano: «Nel ‘14-'15
in Italia sono successe cose vergognose, si sono mercanteggiate le condizioni
di convenienza: se entrare o meno in conflitto, se schierarsi con gli austriaci
o non belligerare ma casa Savoia, sempre distratta nei confronti della storia,
ha ritenuto più conveniente legarsi alle nazioni che avevano bisogno di mercati
in Europa, l'Austria-Ungheria, un po' come oggi la Merkel (cancelliere tedesco,
ricordo io). Fate questo lavoro, storici, e vedrete – tuona il regista - quanti
fatti vergognosi di cui dobbiamo arrossire e abbassare il capo». Dunque,
l'urgenza di questo film, Torneranno i
prati (non è ancora chiaro se il titolo sia questo o quello citato a inizio
articolo), ambientato nell'autunno del 1917, è «il preludio di Caporetto, il
preludio della disfatta: racconto di come dagli alti comandi vien l'ordine di
trovare un posizionamento per spiare la trincea avversa: si finisce accoppati,
ma l'ordine è arrivare là».
Probabilmente vedremo quest’opera alla prossima
Mostra di Venezia, per ora Olmi rivela una battuta sintomatica del film che
definisce ‘onirico': “Dopo una disfatta, tutti tornano a casa loro e dopo un
po' tornerà l'erba sui prati”. La trincea è un avamposto, un caposaldo italiano
sull'Altopiano e continua il regista - ci sono «due personaggi che fanno
prevalere la propria coscienza sulle esigenze militari dei comandi superiori:
disobbediscono e la disobbedienza è un atto morale che diventa eroicità quando
la paghi con la morte. Uno è un alto ufficiale, l'altro il solito anonimo
soldatino il cui nome non significa nulla: entrambi hanno la coscienza di
disobbedire. Nel processo, Eichmann sosteneva ‘Abbiamo obbedito a un ordine’,
ma no: non ci sono ordini, quando un ordine è un crimine». E Olmi affonda: «Sui
monumenti che ancora oggi ritraggono gli alti comandanti, bisognerebbe scrivere
sotto criminale di guerra».
Un film di Emanuele Crialese. Con Filippo
Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.,
Martina Codecasa, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Rubel
Tsegay Abraha, Claudio Santamaria, Francesco Casisa. Drammatico Ita/Fra 2011.
Durata 88'.
Trama del film
Storia di
un'isola siciliana, di pescatori, quasi intatta. Appena lambita dal turismo,
che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità degli isolani. E al
tempo stesso investita dagli arrivi dei clandestini e dalla regola nuova del
respingimento: la negazione stessa della cultura del mare, che obbliga al
soccorso. Una famiglia di pescatori al cui centro un vecchio di grande
autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore
e un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Tutti di fronte
a una decisione da prendere, che segnerà la loro vita.
Cosa ne penso
Con un remo colpisce le mani aggrappate al
peschereccio. Sono mani degli afflitti, uomini neri come il mare senza luna,
cui solo una lampara fa un po’ di luce. In modo tragico e delicato al tempo
stesso, Terraferma (premio speciale
della giuria al Festival di Venezia 2011) di Emanuele Crialese (Respiro nel 2002), mostra lo scontro fra l’epico
codice del mare - secondo cui un uomo in balìa delle acque deve sempre essere
soccorso - e una nuova legge che punisce chi sottrae uomini, donne e bambini che
fuggono dalla fame dell’Africa, a una morte quasi certa.
Filippo Pucillo in una scena del film
Di questo incubo è spettatore Filippo (il
giovane attore di Lampedusa, Filippo Puccillo, al suo
terzo film con Crialese dopo Respiro
e Nuovomondo nel 2006), smarrito su
un’isola che cambia, che forse lo scaccerà dall’assenza di un futuro,
soprattutto dopo il sequestro del peschereccio del nonno (un malinconico, quasi
arreso Mimmo
Cuticchio,
nel 1990 anche una piccola parte ne Il
padrino – Parte III di Francis Ford Coppola). Sequestro disposto da
un inflessibile ufficiale della guardia costiera (il romano Claudio
Santamaria,
Romanzo criminale di Michele
Placido nel 2005)
per aver salvato i profughi di una delle tante carrette del mare che
attraversano quel tratto del Mediterraneo.
Donatella Finocchiaro
La sceneggiatura dello stesso regista
(scritta a sei mani con il collega Vittorio Moroni e Paolo
Bonfini, di quest'ultimo gli script di Gomorra e de L’imbalsamatore
di Matteo
Garrone) miscela in
modo efficace l’ambientazione accecata dal sole e il pathos della vicenda. Quel sole che attira turisti
per i quali gli abitanti dell’isola non vogliono che la piaga degli
sbarchi divenga un buon motivo per fuggire e non tornare più. Rappresentativo
di questo sforzo di far diventare le villeggiature una nuova fonte di guadagno, è
l’ottimista Nino (un convincente Beppe Fiorello, eccellente interprete nel 2009 in Il sorteggio di Giacomo
Campiotti).
Crialese (a destra) premiato a Venezia
Terraferma è un film
fatto anche di sguardi, quelli intensi, apprensivi di una bravissima Donatella
Finocchiaro
(Galantuomini nel 2008), madre
giovanissima di Filippo, quasi una sorella e quindi più sensibile a carpire lo
struggimento di un figlio che, nel momento di passaggio da ragazzo a uomo, deve
fare i conti con una sciagura molto più grande delle sue sofferenze, più grande
delle sofferenze della maggior parte di noi.