Un film di Francis Lawrence. Con Jennifer Lawrence, Philip Seymour Hoffman, Josh Hutcherson, Julianne
Moore, Natalie Dormer, Lily Rabe, Wes Chatham, Elden Henson, Omid Abtahi,
Robert Knepper. Titolo originale: The Hunger Games: Mockingjay - Part 1.
Avventura, Usa 2014. Universal Pictures. Uscita: giovedì 20 novembre 2014.
Trama
Il fenomeno
mondiale di Hunger Games torna a
illuminare l’oscurità con Hunger Games - Il canto della rivolta - Parte I. Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) si
trova ora nel Distretto 13 dopo aver annientato i giochi per sempre. Sotto la
guida della Presidente Coin (Julianne Moore) e i consigli dei suoi fidati amici,
Katniss spiega le sue ali in una battaglia per salvare Peeta (Josh Hutcherson)
e un intero Paese incoraggiato dalla sua forza. Il film è diretto da Francis
Lawrence - per la sceneggiatura di Danny Strong e Peter Craig - e prodotto
dalla Color Force di Nina Jacobson con il produttore Jon Kilik. Il libro da cui
il film è tratto è il terzo della trilogia scritta da Suzanne Collins, stampata
in più di 65 milioni di copie solo negli Stati Uniti.
Cosa
sappiamo
È morto da quasi sei mesi Philip
Seymour Hoffman - a soli 46 anni - ma la sua anima continua a volteggiare
nell’universo del cinema, sulle ali dei film che l’attore di Fairport (New
York, Usa) aveva da poco finito, o quasi, di girare prima di lasciarci per
sempre. Tra questi c’è Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1 (2013, con protagonista
Jennifer
Lawrence nel ruolo
di Katniss Everdeen), terzo capitolo della saga nata dalla fantasia di Suzanne
Collins. Hoffman morì
proprio mentre stava terminando di girare le sue ultime scene sul set. Subito
dopo la sua scomparsa, la Universal, casa di produzione del film, annunciò la decisione di non tagliare la parte di Hoffman né di
affidarla ad altri, scegliendo di ricreare al computer la sua figura per le
restanti sequenze che non ha fatto in tempo a girare. Hunger
Games: Il canto della rivolta - Parte 1, diretto da Francis Lawrence (Io sono
leggenda, Come
l’acqua per gli elefanti), uscirà in contemporanea negli Usa e in Italia il 20 novembre prossimo.
Philip Seymour Hoffman in una scena di Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1
Anche tra le immagini del teaser trailer (letteralmente un breve trailer, come una strizzata d'occhio, per dare una prima idea della pellicola), di sicuro impatto
emotivo, ci sono anche delle comparse di Philip Seymour Hoffman nel ruolo
di Plutarch Heavensbee, l’ex Gamemaker. Di grande emozione, come già
annunciato, il fatto che il trailer
sia raccontato dall’ultimo Hoffman. Il suo essere messo in bella mostra nel
promo indica che gli studios non
hanno per niente tagliato il suo ruolo nonostante le tragiche circostanze. Il trailer
del film, infine, accoglie anche gli interventi di due new entry nel cast: ovvero Julianne Moore, rivale del
President Snow e principale antagonista di Mockingjay, e l’attrice inglese de Il trono di
spade, Natalie
Dormer, che
interpreta Cressida, un’altra ribelle. Il canto della rivolta, va detto,
ha come virtuale location la nazione
di Panem situata in America settentrionale con capitale Capitol City, che si
trova tra le Montagne Rocciose. Il Distretto 12, è invece collocato in una
regione ricca di carbone, Appalachia (il riferimento è alle Appalachian
Mountains nel versante orientale degli Stati Uniti e del Canada). Ci sono nella
saga in tutto dodici distretti, oltre al tredicesimo che fu distrutto da Capitol
City per estinguere una rivolta scoppiata anni prima. Gli Hunger Games insomma hanno luogo in un’arena costruita per l’occasione
in una località non nota.
s.m.
Per
alcune informazioni si ringraziano Today online e Ansa online
Premio Oscar 1974: miglior film a
Tony Bill, Michael Phillips e Julia Phillips; migliore regia a George Roy Hill;
miglior sceneggiatura originale a David S. Ward; miglior scenografia a Henry
Bumstead e James W. Payne; migliori costumi a Edith Head; miglior montaggio a
William Reynolds; miglior colonna sonora a Marvin Hamlisch. National Board of
Review Award 1973:
miglior film; migliori dieci film. David di Donatello 1974: miglior attore
straniero a Robert Redford. American Cinema Editors 1974: miglior montaggio
a William Reynolds. Directors Guild of America 1974: migliore regia
a George Roy Hill, Ernest B. Wehmeyer, Ray Gosnell Jr. e Charles Dismukes (assistenti registi).
La
scheda
Un film di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert
Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan, Ray Walston, Dimitra Arliss, Harold
Gould, John Heffernan, Dana Elcar, Jack Kehoe, Robert Earl Jones, James Sloyan,
Charles Dierkop, Lee Paul. Titolo originale: The Sting. Commedia, Usa 1973. Durata 129'
circa. Cic Video.
La trama
Chicago
negli anni Trenta. Johnny Hooker e il suo amico Luther si guadagnano da vivere
organizzando truffe. Un giorno, il pollo di turno si rivela un pericoloso
gangster. Luther pagherà con la vita. Hooker sogna la vendetta e si rivolge a
un vecchio amico del defunto, Gondorff, uno dei più abili truffatori dello
Stato. Insieme organizzano contro il boss, una vera e propria ‘stangata’.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Grandissimo film (qui a sinistra il TRAILER) diretto da George
Roy Hill - scrive
Enzo Barbato di Storia dei film - già regista di Butch
Cassidy
interpretato dalla stessa coppia Redford-Newman e non a
caso squadra che vince non si cambia. Ottimamente fotografato da Robert
Surtees, già
consacrato in Ben-Hur, che utilizza spesso il bruno, il seppia e il verde,
magistralmente combinati, per mettere in risalto lo squallore dei bassifondi di
una grande metropoli degli anni '30. E la colonna sonora? In quanti abbiamo
fischiettato The entertainer? In quanti
ci siamo emozionati con Solace? Il ragtime di Scott
Joplin, ripescato
per l’occasione è quanto mai azzeccato. Sette Oscar tutti meritati - conclude
Barbato - per un’opera davvero formidabile”.
“(...) La stessa squadra di Butch
Cassidy - si legge
su il Morandini ripreso da My Movies - ha messo a segno, almeno al botteghino, un altro successo con
un film comico a suspense (comedy suspenser) che deve molto al rag-time di Scott
Joplin (arrangiato
da Marvin
Hamlish che in quell’anno
ebbe la ventura più unica che
Una scena con Paul Newman e Robert Redford
rara di vincere anche un secondo Oscar per la
canzone di Come eravamo), al carisma dei suoi due bidonisti e alla fin troppo elegante
ricostruzione d’epoca (...)”.
“La cosa migliore del film, come dicono nel
documentario presente nel dvd, è che riesce a sorprendere sempre”, si legge in
una delle recensioni dei lettori di Film Scoop - E quando pensi una cosa, la storia prende
un’altra direzione e guardandolo per la prima volta non sai mai cosa può
succedere o come si svilupperà la stangata che i protagonisti stanno mettendo a
segno. E questo è meraviglioso perché il film tiene la tensione altissima, e
giuro che il finale mi ha sorpreso veramente. Una sceneggiatura perfetta con
colpi di scena magistrali. Redford e soprattutto Newman rendono i
loro ruoli alla perfezione. Da vedere e anche rivedere”.
Un film di Alan Parker. Con Kevin Spacey, Kate Winslet, Laura Linney, Gabriel Mann, Matt Craven,
Rhona Mitra, Leon Rippy, Cleo King, Constance Jones, Lee Ritchey, Cindy Waite,
Jim Beaver. Drammatico,
Usa 2003. Durata 131' circa. Uip.
La trama
Texas, oggi.
Mentre in carcere sta aspettando il giorno dell’esecuzione capitale, David
Gale, un tempo stimato docente di filosofia e attivista di un movimento contro
la pena di morte, ottiene il permesso per rilasciare un’intervista alla
giornalista Bitsey. A lei Gale dice di non aver stuprato né ucciso l’amica Constance,
di essere anzi vittima di un complotto per denunciare il quale ora intende
raccontare come si sono svolti veramente i fatti. Torna così a qualche tempo
addietro, quando la falsa accusa di una studentessa per violenza sessuale gli
aveva causato la perdita sia del posto all’università sia della moglie
trasferitasi in Spagna con il figlioletto.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Si tratta di un thriller, costruito tenendo ben presenti le esigenze commerciali e
in cui, via via che l’indagine va avanti, la fiction prende il sopravvento sulla ‘tesi’ - rileva Alberto Crespi di Film Tv, ripreso da Coming Soon - e l'intreccio si fa
sempre più macchinoso, con scarso rispetto per la verosimiglianza e la legge
delle probabilità. Il soggetto ricorda piuttosto da vicino quello di un film
del 1956, L'alibi era perfetto, uno tra i noir americani meno noti di Fritz Lang: ma laddove
Lang componeva
con geometrica lucidità e rigore morale la sua arringa contro la pena di morte,
Alan
Parker si dà da
fare per stupirci con colpi di scena, rimescolamenti di carte e ‘rivelazioni’ che
non sorprenderebbero neppure il più ingenuo degli spettatori. Fino, e qui si
arriva al paradosso, a una conclusione controproducente - chiude Crespi -
proprio per la causa che sta perorando”.
Kate Winslet in una scena del film di Alan Parker
“(...) Alan Parker domina con
maestria ed estrema originalità l’ottima sceneggiatura di Charles
Randolph (professore
di filosofia a Vienna, alla sua prima fatica come scrittore)”, scrive Daniele Sesti di Film Up. Il regista inglese riesce a enfatizzare,
impreziosendoli, i dialoghi dello script
che costituiscono certamente uno dei punti di forza dell’opera. In particolare,
vi segnaliamo il dialogo sulla veranda, di sera, tra Spacey e la
commovente Laura Linney (nella parte di Constance, vero motore di tutta la storia):
dialoghi da manuale (...) L’idea di raggiungere più gente possibile grazie alla
scelta di uno stile popolare, in questo caso, è certamente vincente. Così come
vincente ed entusiasmante è stata le scelta di scegliere due interpreti come Kevin
Spacey e Laura
Linney. I due sono
autori di veri e propri pezzi di bravura recitativa tali da lasciarci veramente
a bocca aperta. The life of David Gale è un film assolutamente da
vedere e da far vedere”, conclude Sesti. “Perché? Perché ‘in conclusione una
società civilizzata deve convivere con una dura verità: chi cerca vendetta
scava due tombe’”.
Un film di Francesco Calabrese e Enrico
Audenino. Con Remo Girone, Tommaso Maria Neri, Vittorio Gianotti, Stefania
Casini Commedia, Ita 2014. Durata 84' circa. Wider Films. Uscita: giovedì 17
luglio 2014.
La trama
È l’estate
del 2009. Il 15enne Andrea e il fratellino Tommaso, 9 anni e una passione
sfrenata per Michael Jackson, dovrebbero partire per il campo estivo. Ma Andrea
ha un appuntamento con la ragazza dei suoi sogni con la quale conta di perdere
la verginità, approfittando della casa lasciata vuota dai genitori in vacanza.
Fra i maldestri tentativi di sbolognare Tommaso a qualche anima pia che se ne
prenda cura mentre lui va in missione per conto di sé, Andrea s’imbatte in
Cesare, un anziano signore che non vede l’ora di calarsi nel ruolo del nonno
putativo dei due fratelli.
Recensione (rassegna stampa)
“(...) Personaggi ben studiati e adattati
sulle spalle di attori giovani e meno giovani al debutto- scrive Gianluca Chianello di Cinefilos - così come
con una lunga carriera alle spalle, ma tutti egualmente bravi e credibili nelle
rispettive interpretazioni. Così si fanno apprezzare i due giovani
protagonisti, Vittorio Giannotti nei panni del teenager tipico, un po’ ribelle e insofferente al mondo degli
adulti, e il piccolo Tommaso Neri, bravissimo e talentuosissimo, che il
regista Calabrese ha
fortemente rivoluto con lui dopo la comune esperienza in I killer. Il titolo
del film deriva proprio dalla grande passione del personaggio di Tommaso per Michael
Jackson, vero e proprio idolo (...) A completare questo improbabile terzetto
inter-generazionale, ecco il sempre ottimo Remo Girone, il quale
si mette ammirevolmente in discussione nei panni di un personaggio per lui
insolito e in una scrittura per lui insolita. Invece il vecchio leone da
palcoscenico - rileva ancora Chianello - stupisce per la potenzialità
auto-ironica che raramente ha messo in mostra nel corso della sua lunga quanto
straordinaria carriera divisa tra cinema e teatro (...)”.
Da sinistra il giovane Vittorio Gianotti e Remo Girone
“(...) è evidente che il modello di Francesco
Calabrese
ed Enrico
Audenino - rileva
Paola Casella di My Movies -
registi trentenni esordienti al lungometraggio, sono le commedie indie
americane, in particolare Little Miss Sunshine: c’è la
famiglia disfunzionale, il teenager
sbullonato, il fratellino eccentrico, il nonno fuori di testa e poi una vicina
svampita, una migliore amica con lo shiatsu
blu, tre amici nerd (di cui uno
nero), la ragazza dei sogni che pare uscita da una sorority yankee. Su tutti aleggia il fantasma del Maicol
Jecson del titolo,
che proprio quell’estate diventerà fantasma per davvero (...) una regia
gradevole e alla fine anche originale, posta l’acquisizione degli stilemi del ‘genere
indie’; scelte musicali interessanti (quelle sì, davvero locali); una ricchezza
di sfumature nella costruzione dei rapporti fra i personaggi. A questo
proposito la vera freccia all’arco di Maicol Jecson è la
scelta, molto consapevole, di concentrarsi sul rapporto nonni-nipoti, ovvero
giovanissimi-anziani, due categorie per lo più ignorate dal cinema italiano
contemporaneo, soprattutto quello di commedia. E il momento più commovente è
quello in cui Girone si guadagna il titolo di nonno di Tommaso, invitandolo a
fare tutto quello che vuole, senza paura di sbagliare”, conclude la recensione
di My Movies.
Un film di Eran Riklis. Con Hiam Abbass, Ali
Suliman, Doron Tavory, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf,
Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon, Linon Banares, Jamil Khoury, Makram
Khoury, Yair Lapid, Loai Nofi, Ayelet Robinson, Einat Saruf, Michael
Warshaviak. Titolo originale: Lemon Tree. Drammatico, Isr, Ger, Gra 2008.
Teodora Film.
La trama
Salma Zidane
vive in Cisgiordania, ha 45 anni ed è rimasta sola da quando suo marito è morto
e i suoi figli se ne sono andati. Quando il ministro della difesa israeliano si
trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia
legale con gli avvocati dell’importante politico che, per motivi di sicurezza,
vogliono abbattere i secolari alberi di limoni che sono nel suo giardino. Ma
Salma non lotterà da sola. Infatti, oltre al supporto del suo avvocato - un
trentenne divorziato con cui nasce un profondo sentimento amoroso - Salma
troverà inaspettato anche quello della moglie del ministro che, stanca della
sua vita solitaria per gli impegni del marito, prende a cuore il caso della sua
vicina di casa palestinese
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Per raccontare il dramma della
convivenza (im)possibile tra israeliani e palestinesi - scrive Federico Gironi di Coming Soon - il regista Eran Riklis non sceglie
una storia di coloni o di zone di confine ad alta tensione, ma una vicenda
semplice e privatissima che diventa presto un caso politico e mediatico. Il giardino
di limoni
stigmatizza le prepotenze e le assurde e arroganti pretese di Israele, mette
alla berlina il lavarsene le mani di alcuni e l’arroccamento di altri, ma ne ha
anche per le ambiguità dei palestinesi: il rischio, non sempre evitato, è
quello di un cerchiobottismo un po’ d’accatto, ma certe scelte sono comunque
efficaci nella loro rilevanza simbolica (...) Nel finale Riklis mostra con
uno sberleffo crudele l’inutilità di certe pretese e l’apparente impossibilità
di una conciliazione, ma lascia che nel terreno rimangano delle radici che
potrebbero far crescere un nuovo modo di parlarsi e capirsi. Un finale che
lascia in bocca un gusto agro - conclude Gironi - proprio come se si fosse
addentato un limone, ma non del tutto privo di quella dolcezza che si chiama
speranza”.
Una scena de Il giardino dei limoni del regista Eran Riklis
“(...) lo sguardo delle due donne antagoniste,
una israeliana e l’altra palestinese - rileva Nicoletta Dose di My Movies - sorregge il peso della Storia:
Salma è una donna umile, legata radicalmente al fluire della natura, che la
rincuora dandole il frutto della sua pazienza e del suo amore e Mira ha
abitudini occidentali, è molto curata e, come spesso accade alle mogli dei
politici, si occupa di organizzare lussuose feste di ricevimento. I limoni di
Salma fanno parte della sua persona, vivono nel ricordo dei genitori e del
marito defunto (...) La costruzione del muro di Israele, il recinto del
giardino di limoni, il coprifuoco che blocca la strada sono le immagini di una
sceneggiatura ostinata che vuole togliere le barriere, fisiche e spirituali, di
un conflitto senza fine. Il regista mostra i limiti da superare, presenta i
personaggi nella loro temeraria avanzata verso una pace impossibile. Ma nella
lunga messa in scena delle due parti in lotta - scrive sempre Dose LINK!!!
- la narrazione si irrigidisce un po’ in uno schematismo che fatica a
trovare soluzioni (...)”.
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Stefano
Accorsi, Maya Sansa, Marco Messeri, Luisanna Pandolfi, Vania Rotondi, Giacomo
La Rosa, Marie Christine Descouard, Anne Canovas, Claude Lemaire, Roberto
Citran, Alba Rohrwacher, Pietro Fornaciari. Sentimentale, Ita/Fra 2004. Medusa.
La trama
L’amore
adulterino tra Giovanni e Maria, vicenda ambientata nella Livorno degli anni Trenta.
Giovanni lavora in banca, è sposato e ha un figlio. Durante i suoi quotidiani
spostamenti in treno rivede Maria, una sua ex fiamma di qualche anno addietro. Tra
i due riscocca come un lampo la vecchia scintilla della passione e in men che
non si dica hanno un rapporto sulla spiaggia. La loro, però, è una relazione
tormentata anche perché la famiglia di lei ricatta Giovanni minacciandolo di
raccontare tutto alla moglie. I due amanti si lasciano per poi riprendersi
qualche mese dopo quando Giovanni deve trasferirsi stabilmente a Livorno per
quaranta giorni perché chiamato a fare un campo militare nell’imminenza della
campagna coloniale dell’Italia nell’Africa Orientale. Sono quaranta giorni
durante i quali i due vivranno momenti di intensa e tenera passione che però
culmineranno nella decisione di lei di abbandonare quella relazione che le va
troppo stretta. Inizia la seconda guerra mondiale e Giovanni viene richiamato
alle armi. Al termine del conflitto tornerà, vivo e con un bel paio di baffi,
per incontrare di nuovo, sempre casualmente, Maria. Ma molte cose in quei nove
anni sono cambiate.
Recensione
(rassegna stampa)
L’amore ritrovato del
compianto Carlo Mazzacurati fu presentato fuori concorso alla 61^ Mostra
del cinema di Venezia. Il soggetto è l’omonimo romanzo di Carlo Cassola. L’opera
ha convinto assai più il pubblico che la critica. “(...) un film deludente”,
sentenzia per l'appunto Daniele Sesti di Film Up. “A partire dalla storia
(...) scontata e affatto originale (...) Una trama (...) da melò sentimentale (…)
più adatto ad uno sceneggiato televisivo che al grande schermo di una sala
cinematografica. Una squallida e piccola storia di tradimenti che nulla
aggiunge di nuovo alle tante che l’hanno preceduta. Lui, marito irreprensibile,
amante focoso e geloso, che non ha alcuna intenzione di mollare la famiglia.
Lei, amante appassionata alla quale crolla il mondo addosso quando vede
Giovanni in un tenero quadretto familiare. Personaggi e situazioni già viste
che immalinconiscono per la loro prevedibilità. In mezzo il treno - conclude Sesti - che va e ritorna (...) e la
dolce campagna toscana (...)”.
“Una normale, banale, storia d’amore
clandestina”, rileva Antonello Rodio di Movie Player - L’amore ritrovato sembra davvero tutto qui. Un altro modo di dire che
il film di Mazzacurati delude, non perché sia girato male (non c’è nessun difetto
vistoso), ma perché è di una piattezza e di una prolissità che oltrepassano più
volte i livelli di guardia (...) La storia (...) è davvero debole e segnata
dall’inizio, senza che affiori nemmeno per un attimo l’aspettativa di uscire
dal ‘tutto già previsto’. La fotografia è curata, come anche i costumi e le
ambientazione, eppure manca del tutto la sensazione di trovarsi negli anni della
guerra. D’accordo che in primo piano c’era solamente la storia d’amore
clandestino, ma a parte quando Giovanni ricorda per un attimo le dure punizioni
del regime fascista per l’adulterio, non c’è nessun altro accenno di
contestualizzazione storica. Altra nota negativa è Stefano
Accorsi, che
purtroppo sembra avere ormai in faccia lo stesso identico ghignetto incantato
qualsiasi personaggio reciti e in qualsiasi situazione si trovi. A questo
punto, alla luce delle sue prove più recenti, va certamente rivalutata la sua
prova urlata de L’ultimo bacio. Se la cava meglio Maya
Sansa, che in
certe fasi è però un po’ troppo solare per le vicende che sta vivendo (...)”.
Un film di Roland Emmerich. Con Joely Richardson, Mel Gibson, Chris Cooper, Tchéky Karyo, Heath
Ledger, Lisa Brenner, Jason Isaacs, Tom Wilkinson, Donal Logue, Logan Lerman,
René Auberjonois. Guerra, in costume, drammatico, Usa 2000. Titolo originale: The Patriot.
Durata 165' circa. Columbia Tristar.
La trama
Carolina del
Sud, 1776. Benjamin Martin, reduce dal conflitto tra i francesi e gli indiani,
ha rinunciato per sempre alla guerra per dedicarsi alla sua famiglia. Sebbene
sia stato, un tempo, soldato scaltro e feroce, dopo essersi sposato e aver
avuto sette figli, ha seppellito il proprio violento passato e dato inizio a
una tranquilla esistenza da agricoltore. Ma c’è sentore di ribellione
nell'aria. Un altro conflitto, questa volta con l’Inghilterra, appare inevitabile.
Martin è tutt’altro che ansioso di tornare a combattere. Da poco rimasto
vedovo, ha priorità diverse da quelle di un tempo. È il solo a prendersi cura
dei figli e gli orrori della guerra ancora lo ossessionano. «Volete sapere se
sono disposto a combattere contro l’Inghilterra? La risposta è no. Sono già
stato in guerra e non ho nessuna voglia di farlo di nuovo», dichiara Martin in
un sentito discorso all’Assemblea di Charleston: «Ho sette figli, mia moglie è
morta. Chi si occuperà di loro se io vado in guerra?». Gabriel, il figlio
maggiore, non condivide i dubbi del padre. Le accese discussioni, gli opuscoli
e i bollettini che circolano nelle chiese e nelle città e si diffondono
rapidamente, hanno prodotto una certa impressione nel giovane. La guerra si avvicina
e la causa per cui ci si prepara a combattere è giusta. Incurante del padre,
Gabriel si unisce all’esercito.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Sontuoso film epico sulla Guerra
d’Indipendenza Americana - scrive Pietro Ferraro de Il Cinemaniaco - girato da un veterano del cinema mainstream
made in Hollywood, il tedesco Roland Emmerich (Godzilla, 2012), che
applica anche in questo caso la sua tipica impronta spettacolare e iper-patriottica
per regalarci un altro Gibson/William Wallace sempre in parte e pronto a
dare una marcia in più a tutta l’operazione. Azzeccata anche la scelta dello
spigoloso Jason Isaacs per la parte dello spietato villain
inglese, perdoniamo ad Emmerich qualche scivolone nel patriottismo
esasperato e nella retorica da pamphlet
bellico vista la messinscena davvero notevole e la coinvolgente ricostruzione
delle battaglie”, rileva sempre Ferraro.
Un'immagine emblematica de Il patriota
“(...) L’azione (...) non manca - rileva
Silvia Caputi di Eco del Cinema - attraverso scene di
combattimento eccezionali, supportata da una ricostruzione storica unica e
raffinata, studiata nei minimi particolari. Il film è stato girato proprio nella
Carolina del Sud vicino agli storici campi di battaglia della guerra d’indipendenza.
Per la durata, esageratamente lunga (circa tre ore), per alcuni tratti della
trama, nonché per il volto del protagonista, è comprensibile l’irrimediabile
paragone con William Wallace, l’eroe nazionale scozzese immortalato nella pellicola
diretta da Gibson stesso, Braveheart. Tuttavia il film di Emmerich,
sicuramente spettacolare ed emozionante, per diversi tratti risulta
eccessivamente condito, un po’ retorico, ripetitivo e esageratamente caricato
di luoghi comuni e frasi fatte. All’uscita del film Spike Lee giudicò «ridicola»
la fratellanza istantanea che nasce tra i coloni bianchi e gli schiavi di
colore in nome della libertà e della lotta contro il nemico comune. Non è quindi
all’altezza di Braveheart - conclude Caputi - ma è in ogni caso un colossal storico apprezzabile e
dignitoso”.
Un film di Henry Alex Rubin. Con Jason
Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea
Riseborough, Alexander Skarsgård, Max Thieriot, Colin Ford, Jonah Bobo, Haley
Ramm, Kasi Lemmons, Erin Wilhelmi, John Sharian, Norbert Leo Butz, Erin Darke,
Antonella Lentini, Marc Jacobs. Drammatico, Usa 2012. Durata 115' circa.
Universal Pictures.
La trama
Un avvocato
infaticabile vive incollato al cellulare tanto da non riuscire a trovare tempo
da dedicare alla moglie e ai due figli adolescenti. Un ex poliziotto, due teen ager bulli, una giornalista televisiva in
carriera, un ragazzo esibizionista per soldi in una chat, una coppia vittima di un furto perpetrato
da un hacker. Non si conoscono ma le
loro storie s’incrociano in modo drammatico in un puzzle che esplora le conseguenze della tecnologia
moderna e come questa possa influenzare e modificare le esistenze. Il nostro
modo di vivere ‘digitale’ di ogni giorno è davvero ‘connesso’ con il mondo
reale? Disconnect fotografa in maniera
drammatica una realtà molto cupa e ci svela profonde verità.
Recensione
La spietatezza degli uomini contro gli
uomini, dai ragazzini agli adulti senza distinzione. E l’opportunismo, come
quello della giornalista - brava nella parte l’inglese Andrea
Riseborough
(Oblivion) - che poi è
sopraffatta e schiacciata dalla sua stessa foga di carrierismo. Alla base di Disconnect, film
diretto con mano sorprendentemente sicura dal documentarista Henry
Alex Rubin
(al suo primo lungometraggio filmico) vi sono situazioni che sfuggono di mano a
chi pensa di poter controllare tutto senza intralci. Protagonista assoluta
l’impietosa potenza - demoniaca in questo caso - dell’online che non consente errori e che l’uomo non è ancora in grado
di gestire senza rischiare di farsi sconvolgere l’esistenza. La sceneggiatura
di Dina
Goldman è ben
costruita per esprimere il disarmante abuso della tecnologia internettiana dei
nostri giorni. Un mostro tentacolare - con i suoi social network, forum, chat, webcam, clonazioni e, di conseguenza, frodi finanziarie - che, in
molti casi, azzera i rapporti in carne e ossa e diviene malefico, inaffidabile
intermediario. Nonostante il tema di base, non sono presenti effetti di
computer grafica di particolare rilevanza.
Jason Bateman in una scena di Disconnect
Lo script
spazza via la possibilità che il web
possa facilitare l’amicizia, i rapporti amorosi, rimediare alla solitudine.
Alla fine, senza l’incontro e lo scontro vis
à vis non esiste alcuna soluzione. Presentata fuori concorso a Venezia
durante la 69^ edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, la
pellicola è costruita con la tecnica cosiddetta multilineare, apprezzata in film eccezionali quali, a esempio, Crash (2004) e Magnolia (1999). Si
tratta di narrare storie diverse che in un
primo momento sembrano non avere punti di contatto fino a una
progressiva, rapida e il più delle volte drammatica intersecazione.
Il montaggio di Disconnect - opera
girata nella periferia di New York - garantisce una concatenazione d’immagini
lineare e rapida che permette al film di mantenere sempre alto il suo ritmo. La
conseguenza è uno scorrere mai noioso della vicenda, ad alto tasso di
coinvolgimento e pathos. I
personaggi, che siano ben incarnati o no da attori di esperienza e livello
diversi, sono comunque convincenti e permettono una forte immedesimazione dello
spettatore. In questo, però, vi sono delle scivolate, come la quasi
insignificante partecipazione di un interprete di comprovata bravura quale lo
svedese Michael
Nyqvist
Michael Nyqvist, per lui una parte di secondo piano
(protagonista
principale della trilogia di Uomini che odiano le donne - titolo
del primo episodio - tratta dai romanzi-thriller di Stieg
Larsson), relegato
a un impegno di pochissime e brevissime scene che sarebbe potuto essere
affidato ad attori di inferiore caratura. Sprecato. Dal canto suo Jason
Bateman regala un’altra
prova convincente, anche se il soggetto ne circoscrive in eccesso la libertà d’azione
e di espressività. Bene i due giovanissimi della storia, in particolare Colin
Ford chiamato a
far emergere la doppia faccia di un ragazzino sofferente perché si sente solo, non
compreso dal padre (efficace il newyorkese Frank Grillo [sarà
protagonista dell'horror di prossima
uscita, Anarchia
- La Notte del Giudizio] nei panni del vedovo ex poliziotto esperto di truffe
informatiche) e che reagisce a questo disagio con l’espediente del bullismo manifestato
però in versione 2.0.
Paula Patton, fra i protagonisti del film di Henry Alex Rubin
I protagonisti sono tanti, come in tutti i
film plasmati con questa tecnica. A non uscirne benissimo è la coppia composta
dalla ‘losangelina’ Paula Patton (Mission Impossible - Protocollo
Fantasma) e dallo svedese Alexander
Skarsgård
(in questi giorni al cinema con Quel che sapeva Maisie), nei panni
dei due coniugi incastrati nella non indispensabile e anche ripetitiva
rappresentazione della coppia in crisi per colpa della perdita di un figlio, uno
degli espedienti narrativi più inflazionati delle sceneggiature a livello
mondiale. Sarebbe stato sufficiente, a mio avviso, mostrare marito e moglie
alle prese con una normale vita di alti e bassi, all’improvviso resa
impossibile da una semplice leggerezza online.
Ben disegnata la vicenda del cam-boy
- pronto a esibirsi in tutte le fantasie sessuali che uomini e donne gli
chiedono attraverso la webcam e lo
schermo del computer - interpretato da un inedito Max
Thieriot (Chloe - Tra
seduzione e inganno) calato molto bene in un personaggio convincente in tutte le sue
sfaccettature. Meno verosimile la facilità con cui è perdonato dall’organizzazione
che gli sta alle spalle, giacché lui si è lasciato intervistare mettendo alla
berlina, di fatto, l’intero business.
Disconnect, nel
complesso, è un film ben fatto, soprattutto nella sua capacità di esprimere i
vari drammi che in esso si sviluppano, come quello - forse più di altri - del
ragazzino introverso che in seguito a crudeli scherzi di suoi coetanei scopre
che una foto in cui è autoritratto completamente nudo, sta facendo il giro dei social network. Terribile.