Un film di Francis Lawrence. Con Jennifer Lawrence, Philip Seymour Hoffman, Josh Hutcherson, Julianne
Moore, Natalie Dormer, Lily Rabe, Wes Chatham, Elden Henson, Omid Abtahi,
Robert Knepper. Titolo originale: The Hunger Games: Mockingjay - Part 1.
Avventura, Usa 2014. Universal Pictures. Uscita: giovedì 20 novembre 2014.
Trama
Il fenomeno
mondiale di Hunger Games torna a
illuminare l’oscurità con Hunger Games - Il canto della rivolta - Parte I. Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) si
trova ora nel Distretto 13 dopo aver annientato i giochi per sempre. Sotto la
guida della Presidente Coin (Julianne Moore) e i consigli dei suoi fidati amici,
Katniss spiega le sue ali in una battaglia per salvare Peeta (Josh Hutcherson)
e un intero Paese incoraggiato dalla sua forza. Il film è diretto da Francis
Lawrence - per la sceneggiatura di Danny Strong e Peter Craig - e prodotto
dalla Color Force di Nina Jacobson con il produttore Jon Kilik. Il libro da cui
il film è tratto è il terzo della trilogia scritta da Suzanne Collins, stampata
in più di 65 milioni di copie solo negli Stati Uniti.
Cosa
sappiamo
È morto da quasi sei mesi Philip
Seymour Hoffman - a soli 46 anni - ma la sua anima continua a volteggiare
nell’universo del cinema, sulle ali dei film che l’attore di Fairport (New
York, Usa) aveva da poco finito, o quasi, di girare prima di lasciarci per
sempre. Tra questi c’è Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1 (2013, con protagonista
Jennifer
Lawrence nel ruolo
di Katniss Everdeen), terzo capitolo della saga nata dalla fantasia di Suzanne
Collins. Hoffman morì
proprio mentre stava terminando di girare le sue ultime scene sul set. Subito
dopo la sua scomparsa, la Universal, casa di produzione del film, annunciò la decisione di non tagliare la parte di Hoffman né di
affidarla ad altri, scegliendo di ricreare al computer la sua figura per le
restanti sequenze che non ha fatto in tempo a girare. Hunger
Games: Il canto della rivolta - Parte 1, diretto da Francis Lawrence (Io sono
leggenda, Come
l’acqua per gli elefanti), uscirà in contemporanea negli Usa e in Italia il 20 novembre prossimo.
Philip Seymour Hoffman in una scena di Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1
Anche tra le immagini del teaser trailer (letteralmente un breve trailer, come una strizzata d'occhio, per dare una prima idea della pellicola), di sicuro impatto
emotivo, ci sono anche delle comparse di Philip Seymour Hoffman nel ruolo
di Plutarch Heavensbee, l’ex Gamemaker. Di grande emozione, come già
annunciato, il fatto che il trailer
sia raccontato dall’ultimo Hoffman. Il suo essere messo in bella mostra nel
promo indica che gli studios non
hanno per niente tagliato il suo ruolo nonostante le tragiche circostanze. Il trailer
del film, infine, accoglie anche gli interventi di due new entry nel cast: ovvero Julianne Moore, rivale del
President Snow e principale antagonista di Mockingjay, e l’attrice inglese de Il trono di
spade, Natalie
Dormer, che
interpreta Cressida, un’altra ribelle. Il canto della rivolta, va detto,
ha come virtuale location la nazione
di Panem situata in America settentrionale con capitale Capitol City, che si
trova tra le Montagne Rocciose. Il Distretto 12, è invece collocato in una
regione ricca di carbone, Appalachia (il riferimento è alle Appalachian
Mountains nel versante orientale degli Stati Uniti e del Canada). Ci sono nella
saga in tutto dodici distretti, oltre al tredicesimo che fu distrutto da Capitol
City per estinguere una rivolta scoppiata anni prima. Gli Hunger Games insomma hanno luogo in un’arena costruita per l’occasione
in una località non nota.
s.m.
Per
alcune informazioni si ringraziano Today online e Ansa online
David di Donatello 2010: miglior
regista a Marco Bellocchio, migliore fotografia a Daniele Ciprì, migliore
scenografia a Marco Dentici, migliori costumi a Sergio Ballo, miglior trucco a
Franco Corridoni, migliori acconciature a Alberta Giuliani, miglior montaggio a
Francesca Calvelli, migliori effetti speciali visivi a Paola Trisoglio e
Stefano Marinoni; Nastri d'argento 2009: miglior
attrice protagonista a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele
Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior scenografia a Marco
Dentici; Globo d'oro 2009: migliore
attrice a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele Ciprì, Globo
d'oro Speciale Stampa Estera a Marco Bellocchio;. Ciak d'oro 2010: migliore
fotografia a Daniele Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior
manifesto.
La
scheda
Un film di Marco Bellocchio. Con Filippo
Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio
Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca
Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera. Drammatico, Ita/Fra 2009. Durata 128’ circa. 01 Distribution.
La trama
Nella vita
di Mussolini c’è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio, concepito,
riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser. Una donna che
grida la sua verità fino alla fine, nonostante il disegno del regime di
distruggere ogni traccia che la colleghi al Duce. Per il regime Ida Dalser è
una minaccia, una donna da rinchiudere in un ospedale psichiatrico - lontano
dal figlio, dalla famiglia, dalla gente - dove tuttavia, incapace di sbiadire
nell’ombra e forse salvarsi, continua a rivendicare il suo ruolo di moglie
legittima del Duce e madre del suo primo figlio maschio Benito Albino
Mussolini. Le loro due esistenze sono state cancellate dal mondo e dalla
memoria. Una pagina oscura che la storiografia ufficiale non racconta.
Recensione
(rassegna stampa)
Il regista
Marco Bellocchio
Il film fu presentato al Festival di Cannes
2009. “(...) Liberamente ispirato al saggio storico (non privo di zone d’ombra)
Il figlio segreto del duce di Alfredo
Pieroni - ricorda Claudio Zito di Onda Cinema - il soggetto si adatta
benissimo a quella narrazione che getta alle ortiche convenzioni e linearità
cui Marco
Bellocchio
ci ha abituati (...) Prima parte del tutto atipica: un melò estremamente passionale, di fatto senza dialoghi, ma
sviluppato a partire da immagini dal fascino gotico, da brevi monologhi privi
di risposta, contrappuntato da intuizioni d’avanguardia e rari squarci onirici
(...) La tenuta alla distanza è la questione dubbia, in merito alla riuscita
del film”, rileva ancora la recensione di Onda Cinema. “L’onnipresenza delle
musiche pompose rischia di stancare, mentre lungaggini e altri momenti di noia
fanno capolino. Né l’evoluzione parallela di storia e Storia, della follia del
regime e di quella, presunta, delle sue vittime, appaiono del tutto
convincenti. Ma Bellocchio ha l’intelligenza di non far concludere la
sua opera (salvo didascalie finali) con la morte degli sconfitti, bensì con una
sequenza straordinariamente evocativa: il figlio segreto del Duce (…) prima di
soccombere, si lancia in una schizzata imitazione del padre, mentre il dramma
della guerra incombe. Una delle tante sequenze da ricordare - termina Zito - al
pari del ricovero della madre successivo al di lei pestaggio”.
Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno in una scena di Vincere
“(...) La paura era che (il film, ndr) non prendesse posizione,
limitandosi ad una traccia storica - scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio - sulla quale muovere Benito e Ida come i due
protagonisti di una qualsiasi tragedia. Bastano pochi minuti di Vincere perché
passi ogni dubbio: Bellocchio ha fatto un film a tratti imponente,
affiancando tanto nelle inquadrature quanto nei dialoghi il suo punto di vista
a quello prettamente storico (...) Giovanna Mezzogiorno nei panni
della Dalser ci mostra un lato erotico-compulsivo che le è nuovo e riesce a
smorzare i toni in una situazione in cui ci si potevano aspettare strepiti a
non finire; chi sorprende è Filippo Timi - rileva Cinema del Silenzio -
che abbina una prima parte in cui può plasmare un personaggio con un margine di
libertà ad una seconda fatta di pochissime ma riuscitissime scene, su tutte
l’imitazione del padre per far divertire gli amici (Timi interpreta
sia il Duce che il figlio nella loro giovinezza, mentre Mussolini adulto è
lasciato alle sole immagini di repertorio). Il prodotto compiuto è alla fine un
po’ pesante, molte volte si ha l’impressione che le scene siano troppo lunghe -
scrive ancora Almonte - ma subito un’immagine o una breve sequenza affascinante
re-immerge lo spettatore nella contemplazione dell’opera (...)”.
Un film di David Cronenberg. Con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Heidi Hayes,
Ashton Holmes, Peter MacNeill, Stephen McHattie, Greg Bryk, Kyle Schmid, Sumela
Kay. Thriller/azione/drammatico.
Durata 96' circa. 01 Distribution.
La trama
Tom Stall
vive tranquillo e felice con la moglie avvocato e i loro due bambini nella
piccola città di Millbrook, Indiana (Usa), ma la loro idilliaca esistenza va in
pezzi quando una notte Tom sventa una rapina nel suo ristorante. Quando si
accorge del pericolo, entra in azione e salva i suoi clienti e amici uccidendo
i due criminali per difesa. La vita di Tom cambia dopo quella notte, tutti lo
considerano un eroe e il circo dei media lo spinge sotto i riflettori. A
disagio per questa inaspettata celebrità, cerca di ritornare alla vita normale,
ma deve confrontarsi con un tipo misterioso e minaccioso, che arriva in città
credendo che Tom sia l’uomo dal quale in passato ha subìto ingiustizie. Tom e
la sua famiglia reagiscono allo scambio d’identità e lottano per far fronte
alla nuova realtà, ma sono costretti a rivedere le loro relazioni e i problemi
che li dividono.
Recensione
(rassegna stampa)
“Era dai tempi di Crash (2004, ndr) che Cronenberg non ci
offriva un film (a sinistra il TRAILER) così rigoroso e crudo - rileva Luca Pacilio di Onda Cinema - senza cedimenti e senza compiacimenti; una storia fatta di immagini
asciutte che coprono un’architettura solidissima; la rappresentazione, zeppa di
segni, di una realtà codificata attraverso l’uso della fiction (la stessa, nuova, esistenza ... del protagonista
si fonda su una finzione: il sogno americano). La violenza ivi rappresentata ‘non
è coreografata’ (ipse dixit) ma è
scabra, aspra, disturbante, reale; è, soprattutto, un malessere strisciante che
si annuncia (i mostri del sogno della bambina: una minaccia in germe) e che,
giunto in casa, dilaga epidemico (il figlio che picchia il compagno e ammazza
il nemico trova in sé l’energia di un male atavico, la moglie che schiaffeggia
il marito, l’amplesso come una lotta mostruosa), è un morbo astratto ma
contagioso che contamina un microcosmo apparentemente sterile che
Il regista David Cronenberg
solo la scena
finale sembra ricomporre (il gesto con cui la figlioletta mette il piatto in
tavola restaura, tra mille perplessità - poiché nulla potrà più essere come
prima - il devastato quadro iniziale) ... E nulla sbaglia l’autore da un punto
di vista formale: inquadrature taglienti che dicono più di qualsiasi effetto
speciale; un piano sequenza iniziale (un lynchiano
ingresso nel malefico strange world)
superlativo per sospensione, tempi, tensione e che sfocia nell’ordinary world di Tom (la chirurgica
direzione della fotografia è del fedele Peter Sushitzky); superbe
scelte attoriali (tutto il cast, nessuno escluso, e un redivivo William
Hurt, gigione da
applauso); le gravi, strategiche musiche di Howard Shore. Un colpo
secco - conclude Pacilio - che ci ha stesi”.
Ed Harris in una scena di A History of Violence
“(...) Tratto da un fumetto di John
Wagner il nuovo
film di Cronenberg torna sui
territori cari al regista”, scrive Giancarlo Zappoli di My Movies - : l’identità, la possibile schizofrenia, il rapporto tra realtà e
apparenza. Anche lo stile narrativo gioca su questi elementi, tanto che il film
potrebbe essere oggetto di una doppia recensione. Se lo si prende per come
appare si tratta di un thriller molto
stereotipato con buone dosi di esagerazione narrativa e di umorismo spesso
involontario. Se invece lo si legge a partire dalla prima inquadratura che
sembra un quadro di Hopper allora le cose cambiano. Si pensa al Cronenberg raffinato
intellettuale che opera una rilettura sui generi per svelarne la fragilità e l’ambiguità.
Questa volta propendiamo per la prima scelta quasi che il regista canadese,
dopo la complessa prova di Spider (2002, ndr) avesse deciso di avvalersi di una
fonte di ispirazione ‘bassa’ per vedere come i meccanismi narrativi funzionano
in quel contesto senza però volersene distanziare criticamente. Grande -
conclude Zappoli - come sempre, Ed Harris”.
Un film di Tate Taylor. Con Chadwick Boseman, Viola Davis, Octavia Spencer, Nelsan Ellis, Lennie
James, Nick Eversman, James DuMont, Dan Aykroyd, Jill Scott, Keith Robinson,
Tika Sumpter. Biografico,
Usa 2014. Universal Pictures. Uscita giovedì 6 novembre 2014.
Trama
Basato sull’incredibile
storia della vita del ‘Padrino del Soul’, James Brown. Attraverseremo con la
musica, il viaggio di Brown, dalla misera infanzia in Georgia fino alla
trasformazione in una delle più influenti figure del ventesimo secolo.
Cosa
sappiamo
Film biografici, documentari o docufilm che
siano, i lungometraggi dedicati ai miti della musica al cinema vanno molto di
moda. Ieri abbiamo presentato il biopic
sui Duran Duran, Duran Duran: Unstaged(articolo). Oggi con Get On Up(a sinistra il TRAILER)è la volta del ‘Signor Dinamite’, ‘Padrino del Soul’, ‘Più
grande lavoratore dello showbiz’ o
che dir si voglia, James Brown, morto 73enne ad Atlanta il 25 dicembre del
2006. Una vita ripercorsa a partire dall’infanzia trascorsa in estrema povertà
fino all’evoluzione in una delle figure più influenti del ventesimo secolo. Alla
regia Tate
Taylor (autore nel
2012 del coinvolgente The Help, quattro nomination
agli Oscar per un film campione d’incassi) e a incarnare il portentoso re del gospel e del rhythm and blues è stato chiamato Chadwick Boseman (in
precedenza giusto una parte di rilievo in 42, nei panni di Jackie Robinson,
il primo giocatore di baseball professionista di colore). Nel film recitano
anche Dan
Il regista Tate Taylor
Aykroyd (visto di
recente nell’apprezzatoDietro i candelabri) Viola Davis e Octavia
Spencer, queste
ultime già nel cast del succitato The Help. Il
progetto è sostenuto niente popò di meno che dal leader dei Rolling Stones, sir
Mick
Jagger con Victoria
Pearman (Shine a
Light) tramite la
Jagged Films. Universal Pictures ha reso disponibili un nuovo trailer e una
prima locandina ufficiale.
Get on Up è molto più
di un riff televangelista, si legge
nell’articolo di Filippo Brunamonti su Repubblica online: segue James Brown dall’infanzia, nelle baracche e i paesaggi
rurali della Carolina del Sud, nel mezzo della Grande depressione del ‘33, tra
abbandoni, abusi, riformatori, celle. Nessuno poteva dettare le regole: lui era
destinato a infrangerle. Da pugile amatoriale a musicista di strada, fino alla
consacrazione di forza nella musica popolare. Lo stesso genere di musica che ha
continuato a ispirare artisti motown, jazz e blues, nonostante Brown resti un
talento inclassificabile. Rick Rubin ha scritto: “In un certo senso, James
Brown è come
Johnny Cash. Johnny è considerato uno dei re della musica country, ma ci sono molte persone che apprezzano Johnny pur non
amando il genere country. Lo stesso
vale per James Brown e l'R&B”. Nel film di Taylor, Boseman trema,
vacilla, incanta, suda; illumina e trafigge il palco, mettendo a fuoco genio e
carisma di Brown: dal concerto all’Apollo Theater, Harlem, del 1962 al T. A. M. I.
Show filmato nel 1964, dallo storico concerto del 1968 (Boston Garden) al ‘full-on funk’ all’Olympia Theatre di
Parigi nel '71, sotto le note da ballata di Try
Me e Lost Someone o ritmi incalzanti come Out of Sight e Night Train.
Il re del gospel e del rhythm and blues, James Brown
L’impegno per i diritti civili passa, rabbioso,
attraverso la campagna per l’educazione dei bambini poveri - rileva ancora Brunamonti
- e, in pieno movimento ‘Pantere Nere’, il manifesto funk, Say It Loud - I’m Black
And I’m Proud. Poco prima della morte (…) combatterà per salvare dalla
lapidazione Amina Lawal, nigeriana condannata a morte per essere rimasta
incinta fuori dal matrimonio. «Trovare James Brown nel
volto-specchio di un attore odierno, non era semplice», aggiunge il regista
nell’intervista riportata da Repubblica online.
In primo piano l'attore Chadwick Boseman,
in una scena di Get On Up
«Quando si è presentato Chadwick
Boseman e ha
recitato con quel dialetto, quella postura, quella musicalità tipica di Brown,
dimostrandosi capace di avere 17 anni un giorno e 60 il successivo, mi son
detto: “È fatta”. Tant’è vero che l'intera crew
si è rivolta a Chad chiamandolo Mr. Brown tutto il
tempo».
L’attore Dan Aykroyd interpreta
il booking agent Ben Bart; ha
collaborato con Brown in Blues Brothers (1980) di John
Landis, assieme a John
Belushi (ricordate
il sermone del reverendo Cleophus James?) e in Doctor Detroit e Blues
Brothers 2000.
«Lo avevo già visto esibirsi in diverse occasioni, a partire da quando ero un
ragazzino, all’Esquire Show Bar a Montreal. Aveva i suoi problemi e le sue
difficoltà come essere umano, ma amava le persone. Le amava sul serio. Credo
che questo film rifletta la passione per Brown e il suo
amore universale. Lui sarebbe orgoglioso specialmente del tono di spiritualità
che mette Chad nel rappresentarlo. La voce, il look, la sinuosa paranoia. James Brown ha saputo
toccare la vita di tante persone, mantenendo al tempo stesso una distanza
netta. Da vero re».
redazione
Per
alcune informazioni si ringraziano la Repubblica online e Cine Blog
Premio Oscar 1974: miglior film a
Tony Bill, Michael Phillips e Julia Phillips; migliore regia a George Roy Hill;
miglior sceneggiatura originale a David S. Ward; miglior scenografia a Henry
Bumstead e James W. Payne; migliori costumi a Edith Head; miglior montaggio a
William Reynolds; miglior colonna sonora a Marvin Hamlisch. National Board of
Review Award 1973:
miglior film; migliori dieci film. David di Donatello 1974: miglior attore
straniero a Robert Redford. American Cinema Editors 1974: miglior montaggio
a William Reynolds. Directors Guild of America 1974: migliore regia
a George Roy Hill, Ernest B. Wehmeyer, Ray Gosnell Jr. e Charles Dismukes (assistenti registi).
La
scheda
Un film di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert
Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan, Ray Walston, Dimitra Arliss, Harold
Gould, John Heffernan, Dana Elcar, Jack Kehoe, Robert Earl Jones, James Sloyan,
Charles Dierkop, Lee Paul. Titolo originale: The Sting. Commedia, Usa 1973. Durata 129'
circa. Cic Video.
La trama
Chicago
negli anni Trenta. Johnny Hooker e il suo amico Luther si guadagnano da vivere
organizzando truffe. Un giorno, il pollo di turno si rivela un pericoloso
gangster. Luther pagherà con la vita. Hooker sogna la vendetta e si rivolge a
un vecchio amico del defunto, Gondorff, uno dei più abili truffatori dello
Stato. Insieme organizzano contro il boss, una vera e propria ‘stangata’.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Grandissimo film (qui a sinistra il TRAILER) diretto da George
Roy Hill - scrive
Enzo Barbato di Storia dei film - già regista di Butch
Cassidy
interpretato dalla stessa coppia Redford-Newman e non a
caso squadra che vince non si cambia. Ottimamente fotografato da Robert
Surtees, già
consacrato in Ben-Hur, che utilizza spesso il bruno, il seppia e il verde,
magistralmente combinati, per mettere in risalto lo squallore dei bassifondi di
una grande metropoli degli anni '30. E la colonna sonora? In quanti abbiamo
fischiettato The entertainer? In quanti
ci siamo emozionati con Solace? Il ragtime di Scott
Joplin, ripescato
per l’occasione è quanto mai azzeccato. Sette Oscar tutti meritati - conclude
Barbato - per un’opera davvero formidabile”.
“(...) La stessa squadra di Butch
Cassidy - si legge
su il Morandini ripreso da My Movies - ha messo a segno, almeno al botteghino, un altro successo con
un film comico a suspense (comedy suspenser) che deve molto al rag-time di Scott
Joplin (arrangiato
da Marvin
Hamlish che in quell’anno
ebbe la ventura più unica che
Una scena con Paul Newman e Robert Redford
rara di vincere anche un secondo Oscar per la
canzone di Come eravamo), al carisma dei suoi due bidonisti e alla fin troppo elegante
ricostruzione d’epoca (...)”.
“La cosa migliore del film, come dicono nel
documentario presente nel dvd, è che riesce a sorprendere sempre”, si legge in
una delle recensioni dei lettori di Film Scoop - E quando pensi una cosa, la storia prende
un’altra direzione e guardandolo per la prima volta non sai mai cosa può
succedere o come si svilupperà la stangata che i protagonisti stanno mettendo a
segno. E questo è meraviglioso perché il film tiene la tensione altissima, e
giuro che il finale mi ha sorpreso veramente. Una sceneggiatura perfetta con
colpi di scena magistrali. Redford e soprattutto Newman rendono i
loro ruoli alla perfezione. Da vedere e anche rivedere”.
Un film di David Lynch. Con Simon Le Bon, John Taylor, Roger Taylor, Nick Rhodes, Gerard Way,
Beth Ditto, Kelis, Mark Ronson, Travis Dukelow, David Lynch. Titolo
originale: Duran Duran: Unstaged. Documentario, Usa 2011. Durata 121' circa.
Woovie. Uscita in Italia lunedì 21 luglio 2014 (nelle sale fino a mercoledì
23).
La trama
Presentato
al mercato del Festival di Cannes, Duran Duran: Unstaged mette insieme un universo musicale - quello rappresentato negli anni
Ottanta dai Duran Duran, appunto -
con un modo particolare di concepire il cinema, quello di David Lynch. La fusione si è realizzata il 23 marzo
2011, in occasione del concerto che la band tenne - in formazione originale con Simon Le Bon, Nick Rhodes, John e Roger Taylor - al Mayan Theater di Los Angeles. Lì, il
regista seguì lo spettacolo riprendendo e montandolo live secondo i suoi gusti e i suoi canoni
stilistici. Il risultato è un progetto unico, rivolto ai fan della band inglese ma non solo.
Curiosità
Per l'occasione David
Lynch manipolò in
tempo reale le immagini del concerto dato in streaming. Ora il film-esperimento (qui a sinistra il TRAILER) arriva in alcune sale nostrane
dopo essere stato proiettato al Moma
(Museum of Modern Art) di New York. E proprio la proiezione al Moma rende chiaro come ci si trovi di
fronte a un esperimento di tipo artistico - si legge su Today - inedito nel
campo musicale. Non è infatti il classico film-concerto con firma prestigiosa -
come fu Shine
A Light diretto da Martin
Scorsese per i Rolling Stones - e nemmeno un
documentario con dietro le quinte e interviste.
Un passaggio dl docu-film Duran Duran: Unstaged
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Siamo trasportati a Los Angeles nel
Mayan Theater ed è il 23 marzo 2011 - scrive Alfonso Corace di Cinemamente - e la formazione del gruppo è quella storica (…) Si parte con la musica
e subito ci si accorge che ci sono due diversi livelli visivi, uno (quasi
sempre in b/n) formato da loro, i Duran Duran in una
forma smagliante, e un altro livello con disturbi, fiamme, e scene che Lynch cerca di
legare alla musica con la sua consueta disarmonia e il suo non-sense a tratti irritante. Questo lo si percepisce
immediatamente, ma spesso il fastidio è funzionale a comprendere la mente e le
sensazioni, e quindi ci arrendiamo a questo connubio, sorretto dalla musica
trascinante dei Duran Duran, che esplorano il loro repertorio dagli anni
’80 fino all’ultimo All You Need is Now,
risalente al 2010 (...) L’esperienza è sicuramente insolita e queste
sovrapposizioni visive arricchiscono (quasi sempre) la musica in modo singolare
grazie a tecniche che vanno dallo stop-motion
alla pittura passando per la scultura. Resta il fatto che probabilmente, una
volta finito di vedere il concerto, quello che rimarrà di più saranno loro, i Duran
Duran, musicisti
nettamente migliorati rispetto agli anni ’80 - rileva sempre Corace - autori di
canzoni che hanno fatto da sfondo alla vita di moltissime persone per più di 30
anni (...)”.
Il regista David Lynch
“(...) Un binomio inconsueto e imprevedibile
- rileva Emanuele Sacchi di My Movies - quello formato dalla
band di Simon
Le Bon e dall’eccentrico
regista di Velluto Blu, lontano dalla macchina da presa ormai dai tempi di Inland
Empire, datato
2006. Un contrasto potenzialmente stimolante per un artista che, proprio
lavorando sugli opposti (ottimismo/perversione, discesa agli inferi e
redenzione), ha costruito opere che hanno mutato irreversibilmente l’immaginario
collettivo e rivoluzionato il linguaggio cinematografico. Ma, come per i
progetti più recenti dell’uomo di Missoula - il disco come BlueBob, gli spot pubblicitari perlopiù ‘alimentari’ - anche in Unstaged prevale un
senso di incompiutezza, svogliatezza e di occasione mancata. Come se il cinema
a Lynch non
interessasse più e la sperimentazione su di esso si fosse ormai esaurita (...) Lynch, del tutto
estraneo al contesto, finisce quindi solo per rovinare un po’, anziché
arricchire, un eccellente show che
tale - senza ambizioni artistiche sproporzionate - sarebbe dovuto rimanere”,
conclude Sacchi.