David di Donatello 2010: miglior
regista a Marco Bellocchio, migliore fotografia a Daniele Ciprì, migliore
scenografia a Marco Dentici, migliori costumi a Sergio Ballo, miglior trucco a
Franco Corridoni, migliori acconciature a Alberta Giuliani, miglior montaggio a
Francesca Calvelli, migliori effetti speciali visivi a Paola Trisoglio e
Stefano Marinoni; Nastri d'argento 2009: miglior
attrice protagonista a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele
Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior scenografia a Marco
Dentici; Globo d'oro 2009: migliore
attrice a Giovanna Mezzogiorno, miglior fotografia a Daniele Ciprì, Globo
d'oro Speciale Stampa Estera a Marco Bellocchio;. Ciak d'oro 2010: migliore
fotografia a Daniele Ciprì, miglior montaggio a Francesca Calvelli, miglior
manifesto.
La
scheda
Un film di Marco Bellocchio. Con Filippo
Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio
Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca
Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera. Drammatico, Ita/Fra 2009. Durata 128’ circa. 01 Distribution.
La trama
Nella vita
di Mussolini c’è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio, concepito,
riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser. Una donna che
grida la sua verità fino alla fine, nonostante il disegno del regime di
distruggere ogni traccia che la colleghi al Duce. Per il regime Ida Dalser è
una minaccia, una donna da rinchiudere in un ospedale psichiatrico - lontano
dal figlio, dalla famiglia, dalla gente - dove tuttavia, incapace di sbiadire
nell’ombra e forse salvarsi, continua a rivendicare il suo ruolo di moglie
legittima del Duce e madre del suo primo figlio maschio Benito Albino
Mussolini. Le loro due esistenze sono state cancellate dal mondo e dalla
memoria. Una pagina oscura che la storiografia ufficiale non racconta.
Recensione
(rassegna stampa)
Il regista
Marco Bellocchio
Il film fu presentato al Festival di Cannes
2009. “(...) Liberamente ispirato al saggio storico (non privo di zone d’ombra)
Il figlio segreto del duce di Alfredo
Pieroni - ricorda Claudio Zito di Onda Cinema - il soggetto si adatta
benissimo a quella narrazione che getta alle ortiche convenzioni e linearità
cui Marco
Bellocchio
ci ha abituati (...) Prima parte del tutto atipica: un melò estremamente passionale, di fatto senza dialoghi, ma
sviluppato a partire da immagini dal fascino gotico, da brevi monologhi privi
di risposta, contrappuntato da intuizioni d’avanguardia e rari squarci onirici
(...) La tenuta alla distanza è la questione dubbia, in merito alla riuscita
del film”, rileva ancora la recensione di Onda Cinema. “L’onnipresenza delle
musiche pompose rischia di stancare, mentre lungaggini e altri momenti di noia
fanno capolino. Né l’evoluzione parallela di storia e Storia, della follia del
regime e di quella, presunta, delle sue vittime, appaiono del tutto
convincenti. Ma Bellocchio ha l’intelligenza di non far concludere la
sua opera (salvo didascalie finali) con la morte degli sconfitti, bensì con una
sequenza straordinariamente evocativa: il figlio segreto del Duce (…) prima di
soccombere, si lancia in una schizzata imitazione del padre, mentre il dramma
della guerra incombe. Una delle tante sequenze da ricordare - termina Zito - al
pari del ricovero della madre successivo al di lei pestaggio”.
Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno in una scena di Vincere
“(...) La paura era che (il film, ndr) non prendesse posizione,
limitandosi ad una traccia storica - scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio - sulla quale muovere Benito e Ida come i due
protagonisti di una qualsiasi tragedia. Bastano pochi minuti di Vincere perché
passi ogni dubbio: Bellocchio ha fatto un film a tratti imponente,
affiancando tanto nelle inquadrature quanto nei dialoghi il suo punto di vista
a quello prettamente storico (...) Giovanna Mezzogiorno nei panni
della Dalser ci mostra un lato erotico-compulsivo che le è nuovo e riesce a
smorzare i toni in una situazione in cui ci si potevano aspettare strepiti a
non finire; chi sorprende è Filippo Timi - rileva Cinema del Silenzio -
che abbina una prima parte in cui può plasmare un personaggio con un margine di
libertà ad una seconda fatta di pochissime ma riuscitissime scene, su tutte
l’imitazione del padre per far divertire gli amici (Timi interpreta
sia il Duce che il figlio nella loro giovinezza, mentre Mussolini adulto è
lasciato alle sole immagini di repertorio). Il prodotto compiuto è alla fine un
po’ pesante, molte volte si ha l’impressione che le scene siano troppo lunghe -
scrive ancora Almonte - ma subito un’immagine o una breve sequenza affascinante
re-immerge lo spettatore nella contemplazione dell’opera (...)”.
Sgretolamento e ricongiungimento di una
famiglia. In estrema sintesi è questo il tema dominante di La prima
luce, il prossimo
film del regista napoletano Vincenzo Marra (nel 2013 L’amministratore) con Riccardo
Scamarcio
(nel 2012 Il rosso e il blu) e Daniela Ramirez (curriculum
quasi in bianco il suo). La pellicola, ambientata tra Bari e Santiago del Cile,
tratta il tema della separazione e, più di altro, focalizza il grande amore di
un padre verso il figlio. Un sentimento in grado di ricostruire le situazioni
esistenziali più frantumate. È previsto che le riprese durino circa sei
settimane. Il film è prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia di Paco
Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema, distribuito da Bim e
finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali e del Turismo con
il sostegno dell’Apulia Film Commission.
Il regista Vincenzo Marra
Della trama non si sa molto altro, ma tutto
lo staff di lavoro è entusiasta di questo progetto: «La voce di Vincenzo Marra
è unica e ancora più preziosa quando si dedica a coloro che una voce non l’hanno.
Siamo felici e orgogliosi di farla risuonare», hanno dichiarato i produttori. L’ormai
internazionale interprete Riccardo Scamarcio, qualche
mese fa in occasione della diciottesima edizione del festival ‘Capri, Hollywood’,
aveva ammesso di apprezzare moltissimo Marra, «un
regista estremo, che fa un cinema con gli attributi, di taglio documentario, ma
che sa raccontare le storie. Produrrà la Paco, sarà un film di respiro europeo,
lo gireremo anche a Santiago, dove il mio personaggio arriva perché la sua
compagna è cilena».
È stato trovato senza vita dai suoi genitori
il piccolo Flynn (di solo due settimane), figlio della nota attrice irlandese Leigh
Arnold(34 anni) e del suo compagno Steve Davies. La Arnold, per la prima volta dalla
nascita del bambino, si era concessa una serata fuori casa e aveva lasciato il
neonato in custodia a padre. Il quale, addormentato davanti alla
televisione pare con il bimbo in braccio, non si è accorto del soffocamento di cui era vittima il piccolo
che è morto. L'attrice, rientrata, non ha potuto far altro che costatare il
decesso del figlioletto che èera ‘grigio’ in faccia. Un decesso che
può essere catalogato nella tristemente celebre ‘sindrome della morte in culla’ (Sudden
Infant Death Syndrome). La
notizia, in Italia, è stata diffusa immediatamente dal giornale online Leggilo.
Inutile il trasporto in ospedale e i primi
tentativi di rianimazione effettuati dai paramedici giunti con urgenza nell’abitazione.
Gli stessi sanitari hanno dichiarato che il padre del bambino non avrebbe
comunque potuto fare nulla per salvare il figlio. Leigh Arnoldè molto conosciuta per aver interpretato la
dottoressa Clodagh Delaney nel ‘medical dramma’ irlandese The Clinic. «Flynn giaceva rivolto verso l’alto – ha raccontato
disperata la donna - Ho potuto vedere tutto il suo corpo. Non era stato
schiacciato. Era un bambino perfetto. Lui era sano e molto amato e adorato, mi
manca ogni secondo della giornata».
Un film di Francesco Bruni. Con Ksenia
Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci, Raffaella
Lebboroni, Milena Vukotic, Gianluca Gobbi, Giulia Li Zhu Ye Commedia, Ita 2014.
Durata 90'. 01 Distribution. Uscita giovedì 20 marzo 2014.
Trama del film
Il 13 giugno
2013 è una giornata qualsiasi ma è anche una giornata diversa da tutte le
altre. Oggi Giacomo, il figlio più piccolo di Ettore e Lara, ha gli orali degli
esami di terza media. Se fosse un'altra famiglia, questa sarebbe l'occasione
per stare tutti insieme a incoraggiare e sostenere il ragazzino. Non è però il
caso dei nostri quattro, perché il padre e la madre di Giacomo, sua sorella
Emma, ventenne, insieme non riescono a stare. E come se non bastasse in questo
giorno, oltre alle tensioni familiari, ognuno di loro dovrà affrontare una sua
piccola, grande sfida personale. Il tutto nella cornice di una Roma abbacinante
e soffocante, sotto il sole di una giornata di inizio estate.
Tema del film
Non fallisce la prova il 52enne sceneggiatore
e regista romano Francesco Bruni, dopo il sorprendente successo di Scialla
(2011), ottenuto in gran parte, a mio avviso, grazie a quel grande attore che è
Fabrizio
Bentivoglio
(dove c’è lui, difficilmente la barca affonda). Come dicevamo, comunque, anche se
in assenza dell’interprete di ‘peso’ (senza voler sminuire il cast di questa
volta), questo Noi 4 sembrerebbe – a leggere
chi il film l’ha già visto – aver centrato il bersaglio. Cosa che all’interno
di un panorama cinematografico italiano piuttosto nebbioso (mio parere
personalissimo), non va sottovalutata. Bruni conferma di essere un esperto nel
descrivere le relazioni difficili, intese non necessariamente come rapporti
amorosi. Ciò che interessa questo navigatissimo sceneggiatore (vera fonte d’ispirazione
per Paolo Virzì se si pensa che per lui
ha messo sulla carta gli script di
ben sette film, tra cui gli ottimi Ovosodo,
Caterina va in città e Tutta la vita davanti) è mostrare il
concatenamento emotivo tra esseri umani, meglio ancora se fra loro imparentati.
Fabrizio Gifuni in una scena di Noi 4
E su questo ha deciso di improntare anche la
sua seconda regia, dimostrando di non aver intenzione di campare di rendita. “La
solida esperienza narrativa del Bruni sceneggiatore – scrive Paolo Casella su Mymovies.it - costruisce una vicenda ricca di echi e di rimandi che fa leva sulle
contraddizioni interne ai suoi personaggi più che sugli accadimenti esterni, e
racconta una famiglia ristretta invece che allargata”, quella – aggiungo io - che
al cinema tanto è andata (e forse va ancora) di moda negli ultimi quindici
anni. Restare in un ambito più circoscritto, forse richiede maggior pignoleria, perché è su un numero inferiore di elementi che l’attenzione dello
spettatore è chiamata a focalizzarsi. Quindi, se la vicenda non regge, se il
meccanismo s’inceppa, è più facile essere sgamati e ‘abbandonati’.
Il regista Francesco Bruni
La famiglia in crisi di Bruni sembra che
(si dice), per certi versi, strizzi l’occhio a quella colpita da una
clamorosa tragedia messa su pellicola da Nanni Moretti con La stanza del figlio (bello e toccante
film del 2001). Ma l’autore di Noi 4
non casca nel frequente tranello dello scimmiottamento, acuto a tener conto di
quanto esso possa rivelarsi una mannaia (e giustamente) per troncare il futuro
di un artista. Anche se alcune caratteristiche comuni sono inevitabili (ma così
è anche nella realtà, in fondo la maggioranza dei nuclei familiari si somiglia).
Perciò il film pare sia un continuo alternarsi di situazioni sgradevoli e
momenti in cui fa capolino una speranza di serenità.
Ksenia Rappoport in una scena del film
Sempre secondo Casella, nella “complessità narrativa Bruni dimostra coraggio e il lodevole rifiuto di
sedersi sugli allori del successo precedente, ma rivela anche il dislivello fra
ciò che conosce benissimo, ovvero la psicologia maschile (ad ogni età), e ciò
che conosce meno bene, cioè l'universo femminile, che in Noi 4 appare delineato dall'esterno”. Una falla, dico io, un’ingenuità
cui, forse, il cineasta capitolino avrebbe potuto ovviare affiancando a sé una
sceneggiatrice, per esempio, invece di stabilire di poter fare tutto da solo.
Ma ora vorrei evitare di cadere nel cattedratico.
Un aspetto fondamentale per il possibile successo
di quest’opera, pare sia la sua efficacia nel portare sul grande schermo la
gravosità dell’incomprensione che nasce fra uomo e donna, ragazza e ragazzino,
genitore e figlio. L’aver voglia di dire, di dirsi senza trovare le parole per
farlo, per paura, a volte, per pudore, altre. Su questo il regista, trova la
sua formula “magica tra i difetti, quelli puri, contigui e inseparabili – rileva
Damiano Panattoni di Filmforlife.org - offuscati dai fiumi di parole che non dicono mai ciò che dovrebbero, che
contraddistinguono la tenerezza di ogni essere umano e la sua propensione alla
condivisione, all’abbraccio, al momento”. Insomma, un film sulla vita di noi
individui infilati in questa società piuttosto declinante o, quantomeno,
annaspante. Incapace di sfuggire alla grandinata di superficialità, sia emotiva
sia materiale, sotto cui ormai da oltre trent’anni (in particolare) è costretta
a vivere. Io gli darei fiducia, credo di aver capito che lo meriterebbe. Non sono sicuro sia lo stesso per il grande
pubblico.