Una scena di Sex Tape, il film 'scandalo' con Cameron Diaz
C’è sempre una prima volta: a 42 anni
(portati splendidamente), Cameron
Diaz ha deciso di spogliarsi (articolo)
per le prime scene senza veli della sua carriera. In Sex
Tape(articolo),
nelle sale italiane dal 18 luglio, vedremo l’attrice diventata celebre anche
per ruoli simpaticamente buffi (Tutti
pazzi per Mary, 1998), recitare in scene ad alto tasso erotico. «Si tratta della prima volta per me, ma l’ho fatto
perché lo richiedeva il ruolo - ha confessato la bionda californiana alla
rivista Esquire - Questo significa che vedrete tutto». Nel film, la Diazinterpreta il ruolo di una
moglie decisa a riaccendere il desiderio del marito: per farlo, lo convince a
realizzare un sex-tape casalingo,
peccato che questo filmato andrà a finire nelle mani di amici e parenti più
stretti. Di recente l’attrice ha anche ammesso di essere attratta dalle donne e
di aver avuto rapporti sessuali con persone del suo stesso sesso (articolo).
Un film di Francesco Bruni. Con Ksenia
Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci, Raffaella
Lebboroni, Milena Vukotic, Gianluca Gobbi, Giulia Li Zhu Ye Commedia, Ita 2014.
Durata 90'. 01 Distribution. Uscita giovedì 20 marzo 2014.
Trama del film
Il 13 giugno
2013 è una giornata qualsiasi ma è anche una giornata diversa da tutte le
altre. Oggi Giacomo, il figlio più piccolo di Ettore e Lara, ha gli orali degli
esami di terza media. Se fosse un'altra famiglia, questa sarebbe l'occasione
per stare tutti insieme a incoraggiare e sostenere il ragazzino. Non è però il
caso dei nostri quattro, perché il padre e la madre di Giacomo, sua sorella
Emma, ventenne, insieme non riescono a stare. E come se non bastasse in questo
giorno, oltre alle tensioni familiari, ognuno di loro dovrà affrontare una sua
piccola, grande sfida personale. Il tutto nella cornice di una Roma abbacinante
e soffocante, sotto il sole di una giornata di inizio estate.
Tema del film
Non fallisce la prova il 52enne sceneggiatore
e regista romano Francesco Bruni, dopo il sorprendente successo di Scialla
(2011), ottenuto in gran parte, a mio avviso, grazie a quel grande attore che è
Fabrizio
Bentivoglio
(dove c’è lui, difficilmente la barca affonda). Come dicevamo, comunque, anche se
in assenza dell’interprete di ‘peso’ (senza voler sminuire il cast di questa
volta), questo Noi 4 sembrerebbe – a leggere
chi il film l’ha già visto – aver centrato il bersaglio. Cosa che all’interno
di un panorama cinematografico italiano piuttosto nebbioso (mio parere
personalissimo), non va sottovalutata. Bruni conferma di essere un esperto nel
descrivere le relazioni difficili, intese non necessariamente come rapporti
amorosi. Ciò che interessa questo navigatissimo sceneggiatore (vera fonte d’ispirazione
per Paolo Virzì se si pensa che per lui
ha messo sulla carta gli script di
ben sette film, tra cui gli ottimi Ovosodo,
Caterina va in città e Tutta la vita davanti) è mostrare il
concatenamento emotivo tra esseri umani, meglio ancora se fra loro imparentati.
Fabrizio Gifuni in una scena di Noi 4
E su questo ha deciso di improntare anche la
sua seconda regia, dimostrando di non aver intenzione di campare di rendita. “La
solida esperienza narrativa del Bruni sceneggiatore – scrive Paolo Casella su Mymovies.it - costruisce una vicenda ricca di echi e di rimandi che fa leva sulle
contraddizioni interne ai suoi personaggi più che sugli accadimenti esterni, e
racconta una famiglia ristretta invece che allargata”, quella – aggiungo io - che
al cinema tanto è andata (e forse va ancora) di moda negli ultimi quindici
anni. Restare in un ambito più circoscritto, forse richiede maggior pignoleria, perché è su un numero inferiore di elementi che l’attenzione dello
spettatore è chiamata a focalizzarsi. Quindi, se la vicenda non regge, se il
meccanismo s’inceppa, è più facile essere sgamati e ‘abbandonati’.
Il regista Francesco Bruni
La famiglia in crisi di Bruni sembra che
(si dice), per certi versi, strizzi l’occhio a quella colpita da una
clamorosa tragedia messa su pellicola da Nanni Moretti con La stanza del figlio (bello e toccante
film del 2001). Ma l’autore di Noi 4
non casca nel frequente tranello dello scimmiottamento, acuto a tener conto di
quanto esso possa rivelarsi una mannaia (e giustamente) per troncare il futuro
di un artista. Anche se alcune caratteristiche comuni sono inevitabili (ma così
è anche nella realtà, in fondo la maggioranza dei nuclei familiari si somiglia).
Perciò il film pare sia un continuo alternarsi di situazioni sgradevoli e
momenti in cui fa capolino una speranza di serenità.
Ksenia Rappoport in una scena del film
Sempre secondo Casella, nella “complessità narrativa Bruni dimostra coraggio e il lodevole rifiuto di
sedersi sugli allori del successo precedente, ma rivela anche il dislivello fra
ciò che conosce benissimo, ovvero la psicologia maschile (ad ogni età), e ciò
che conosce meno bene, cioè l'universo femminile, che in Noi 4 appare delineato dall'esterno”. Una falla, dico io, un’ingenuità
cui, forse, il cineasta capitolino avrebbe potuto ovviare affiancando a sé una
sceneggiatrice, per esempio, invece di stabilire di poter fare tutto da solo.
Ma ora vorrei evitare di cadere nel cattedratico.
Un aspetto fondamentale per il possibile successo
di quest’opera, pare sia la sua efficacia nel portare sul grande schermo la
gravosità dell’incomprensione che nasce fra uomo e donna, ragazza e ragazzino,
genitore e figlio. L’aver voglia di dire, di dirsi senza trovare le parole per
farlo, per paura, a volte, per pudore, altre. Su questo il regista, trova la
sua formula “magica tra i difetti, quelli puri, contigui e inseparabili – rileva
Damiano Panattoni di Filmforlife.org - offuscati dai fiumi di parole che non dicono mai ciò che dovrebbero, che
contraddistinguono la tenerezza di ogni essere umano e la sua propensione alla
condivisione, all’abbraccio, al momento”. Insomma, un film sulla vita di noi
individui infilati in questa società piuttosto declinante o, quantomeno,
annaspante. Incapace di sfuggire alla grandinata di superficialità, sia emotiva
sia materiale, sotto cui ormai da oltre trent’anni (in particolare) è costretta
a vivere. Io gli darei fiducia, credo di aver capito che lo meriterebbe. Non sono sicuro sia lo stesso per il grande
pubblico.