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martedì 1 luglio 2014

Il più bello di martedì 1° luglio, prima serata, sul digitale: ‘L'infedele’ (Rai 5, canale 23, alle 21,15)

La locandina
L'infedele

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Liv Ullmann. Con Erland Josephson, Lena Endre, Krister Henriksson, Thomas Hanzon, Michelle Gylemo, Juni Dahr, Philip Zandén, Thérèse Brunnander, Marie Richardson, Stina Ekblad, Johan Rabaeus, Jan-Olof Strandberg, Björn Granath, Gertrud Stenung, Åsa Lindström. Titolo originale: Trolösa. Drammatico, Sve 2000. Durata 155' circa. Mikado - Multimedia San Paolo.

La trama
Marianne, donna matura e attrice, va a trovare un anziano scrittore e comincia a raccontargli la propria storia. Sposata con Markus, famoso direttore d’orchestra e come tale spesso in giro per il mondo, Marianne, durante l’assenza del marito, accoglie in casa il migliore amico di lui, David. Cenano insieme e lei lo invita a restare per la notte. Così comincia la relazione tra i due. Insieme progettano un viaggio a Parigi, dove vanno insieme a Markus. Sulla via del ritorno, si fermano in un albergo. Poi per un po’ si lasciano. Il 20 agosto si rivedono e tra loro si verifica un altro incontro sessuale. Qui arriva Markus che li sorprende ma dice che sapeva già tutto da tempo. C’è il problema di Isabelle, la figlia piccola. Marianne vuole trasferirsi da David, il padre reclama la figlia. Durante il soggiorno estivo in campagna, Markus chiama Marianne per proporre una soluzione. Ma la proposta è orribile: Markus vuole ancora una volta avere un rapporto con la moglie prima di concedere l’affidamento. Marianne dice in seguito a David di aver accettato. Qualche tempo dopo arriva la notizia che Markus si è tolto la vita. Quindi si vede Marianne che annega e muore. Ma a questo punto, la donna dice di avere terminato il racconto. Si alza e va via, lasciando lo scrittore solo e angosciato.

Lena Endre e Erland Josephson in L'infedele
Recensione (rassegna stampa)
“(...) Con lenti movimenti di macchina e atmosfere sospese - scrive Valeria Chiari di Film Up - in una scenografia scarna ed essenziale, si sviluppa la storia raccontata dalla sceneggiatura di Ingmar Bergman e diretta da Liv Ullmann. Un’infedeltà premeditata, iniziata come gioco, che si trasforma velocemente in una tragedia (...) È uno scavare interiore inesorabile che coinvolge e sconvolge lo spettatore inchiodandolo davanti allo schermo, incapace anch’esso di sfuggire all’inevitabile tormento, all’arduo e impietoso studio di un matrimonio e della sua fine fatale. Attori straordinari a partire dal bergmaniano Erland Josephson, l’anziano scrittore specchio dell’anima dello stesso Bergman; Lena Endre - conclude Chiari - eccezionale interprete delle emozioni e dello strazio di Marianne”.

La regista Liv Ullmann
“(...) Film (presentato in concorso al 53° Festival di Cannes, ndr) ‘con’ e ‘senza’ Bergman”, rileva Giancarlo Zappoli di My Movies - ‘Con’ perché di Bergman sono il soggetto e la sceneggiatura. ‘Senza’ perché la Ullmann è come se ne avvertisse l’assenza e cercasse di sostituirne lo sguardo senza cercare vie originali per il proprio film. Ne deriva così un film senz’altro interessante ma irrimediabilmente ‘datato’. Siamo di fronte a una fotocopia di qualità che lascia però aperti due quesiti: 1) perché il Maestro non torna dietro la macchina da presa? 2) perché gli attori che a lui devono la loro fortuna non si decidono a recidere il cordone ombelicale? L’età ormai ce l’hanno, conclude Zappoli.

redazione

lunedì 30 giugno 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – 'I segreti di Osage County'

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di John Wells [I]. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham, Will Coffey. Titolo originale: August: Osage County. Drammatico, Usa 2013. Durata 119' circa. Bim: uscito giovedì 30 gennaio 2014.

La trama
Beverly Weston e la moglie Violet vivono nella loro casa di Osage County. Poeta con problemi di alcol lui e dipendente dai farmaci per un cancro alla bocca lei, i due all'apparenza sembrano una coppia consolidata dagli anni, fino al momento in cui, dopo essere scomparso per qualche giorno, Beverly viene ritrovato morto suicida. Al funerale, oltre alla figlia Ivy, che vive in casa con i genitori, partecipano anche le figlie Barbara e Karen, così come il resto dei parenti. Nei giorni successivi una serie di conflitti riemergono all'interno della famiglia. Il malanimo tra Barbara e Violet, che non sono mai andate d'accordo, si fa sempre più serrato mentre il fidanzato di Karen dimostra la sua vera natura e Ivy pianifica la fuga d'amore con suo cugino.

Mia recensione
Tantissime nomination ma nessun premio di rilievo per quello che si rivela un gioiello dedicato alle insanabili lacerazioni familiari. Con una sua forza - che ne fa una pellicola rara soprattutto nel cinema hollywoodiano - nel non andare a cercare il lieto fine a tutti i costi. I segreti di Osage County, del regista John Wells I (nel 2010 il più che buono The Company Men) si rassegna all’impossibilità - che sa molto di vita reale e non di celluloide - di porre rimedio, neppure con l’aiuto di compromessi, a strappi che hanno radici troppo lunghe e quindi impossibili da recidere. L’unica soluzione cui Tracy Letts sembra pensare nella sceneggiatura - tratta dal suo stesso romanzo del 2008, Osage County (non edito in Italia) - sarebbe il brutale abbattimento di questa sorta di pianta ammalata. Un taglio netto che è evitato solo lasciando tutto com'è.

Meryl Streep e Julia Roberts in un'emblematica scena del film
Sotto l’impeccabile direzione del cineasta di Alexandria (Louisiana, Usa) ciò che è notato maggiormente dallo spettatore, sono le interpretazioni di tutto il cast, che dànno corpo a personaggi i quali, per quasi l'intera durata della vicenda, sono tutti quanti inseriti nello spazio ristretto di una bella villa nella campagna dell’Oklahoma. Nient’altro. Solo il loro interagire, che fa emergere ferite sia superficiali sia, soprattutto, profonde. Spiccano, in particolare, le prove attoriali di Meryl Streep e Julia Roberts (per entrambe nomination all’Oscar), che esibiscono una straordinaria capacità di far venire a galla l’amarezza, la rabbia, fin quasi la violenza, di madre e figlia una contro l’altra per dissidi ancora pendenti ma ancor più perché caratterialmente simili. Grandi interpreti come Sam Shepard, Ewan McGregor, Chris Cooper e Juliette Lewis, ruotano attorno a queste due autentiche mattatrici del racconto in immagini, fornendo un valore aggiunto che fa crescere le potenzialità dell’opera nell’attrarre l’immedesimazione di chi vede.

Meryl Streep, Julianne Nicholson e Juliette Lewis
in I segreti di Osage County
Un calo di originalità, tuttavia, sta soprattutto nei traumi del passato (espediente sfruttatissimo sia nel cinema, sia nella letteratura in genere). Traumi da intendersi come tare caratteriali e cronica incapacità di condurre esistenze che sono quasi tutte da buttare nel cestino riservato ai fallimenti. Manca, quindi, la responsabilità diretta degli errori commessi dai vari personaggi, cioè che sia attribuibile a un genetico modo di essere degli individui. È poi arduo accettare che in un’intera famiglia, per quanto possa essere allargata, non esista neppure un membro o un rapporto non dico impeccabile, ma quantomeno salvabile. Nonostante questi nèi, la pellicola funziona e scorre che è una meraviglia. I dialoghi sono serrati, brillanti e del tutto credibili. Non ci sono scelte particolarmente ricercate nella fase di montaggio, ma la concatenazione delle immagini garantisce un alto livello di coinvolgimento. Un film da recuperare, senza ombra di dubbio.

Stefano Marzetti

mercoledì 25 giugno 2014

‘Gebo e l'Ombra’, la nostra crisi finanziaria raccontata con sensibilità ottocentesca

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥♥♥ = 9,5

La scheda
Un film di Manoel de Oliveira. Con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, Leonor Silveira, Luís Miguel Cintra, Ricardo Trepa. Titolo originale: Gebo et l'ombre. Drammatico, Por 2012. Durata 95' circa. Mediaplex Italia. Uscita: giovedì 26 giugno 2014.

La trama
Sul finire del XIX secolo, nonostante l’età e la stanchezza, Gebo continua l’attività di contabile con cui mantiene la famiglia. Vive con la moglie Doroteia e la loro nuora Sofia ma è l’assenza del figlio Joao a occupare i pensieri di tutti. Gebo ha nascosto alla moglie che il figlio Joao si è dato alla macchia dopo essersi reso responsabile di alcune azioni poco onorevoli. L’ignara Doroteia attende con speranza che Joao possa un giorno tornare a casa mentre in Sofia l’attesa si mischia alla paura. Quando Joao si ripresenta all’improvviso, ogni cosa cambia e prende una piega differente. Mentre Doroteia crede che il suo ritorno sia un bene, Gebo non si fa illusioni e decide di non nascondere la quantità colossale di denaro che sta custodendo per conto della compagnia per cui lavora.

Recensione/Rassegna stampa
“Con un racconto dall’impostazione teatrale - affidato alle parole dei sei attori costantemente in scena che si fanno carico di sostituire le immagini di un passato e del mondo esterno - dalla scarna ed essenziale scenografia, Manoel de Oliveira, a 104 anni, sorprende per la modernità con cui adatta la pièce di Brandao: pur mantenendo l’ambientazione da fine Ottocento, sceglie di parlarci dell’attuale crisi economica, del ruolo predominante del denaro e della concezione di onestà”. Lo si legge in una recensione di Film Tv, a firma Spaggy. “(...) La feroce critica alla società attuale arriva però dalle parole del vecchio Gebo, scelto da Manoel de Oliveira come portavoce dei suoi pensieri: «Il gusto si è degradato», «Penso all'arte e mi rattristo enormemente», «Gli oggetti si rovinano subito
Il regista
Manoel de Oliveira
ultimamente», «Quando si toccano i soldi non si perdona mai». Tra mentire e piangere e sognare, i personaggi di Gebo e la sua ombra scelgono di mentire e preservare ciò che ritengono a loro più caro. Gebo e Sofia sono destinati a mentire per l’eternità - rileva ancora Spaggy - e a rinunciare con grande sacrificio alle proprie vite, in eterna attesa che l’ombra di Joao, prepotente e manipolatoria, smetta di far paura e di ridere quando gli altri piangono”.

Una scena di Gebo e l'Ombra
“(...) Il fenomeno inspiegabile che risponde al nome di Manoel De Oliveira - scrive Emanuele Sacchi di My Movies - ha da tempo smesso di sorprenderci; è diventata quasi un’abitudine attendere un suo nuovo film e toccare con mano come l’ultracentenario regista stacchi ancora il gruppo per sensibilità, levità e spirito di osservazione. Cogliendo in pieno lo zeitgeist (spirito del tempo, ndr) di un’epoca mesta come quella del 2012, De Oliveira va dritto al cuore della questione: il denaro, la sua mancanza e il suo effetto sull’uomo. La crisi, quella con la ‘C’ maiuscola, al centro dell’obiettivo, ma è nella peculiarità del tragitto percorso che si trova la firma del maestro, immune a ogni forma di contraffazione. Riprendendo il testo teatrale di Raul Brandão e concentrandosi in modo claustrofobico su una famiglia archetipica, l’apologo di Manoel acquisisce un’altra valenza, si astrae dagli affanni di oggi per analizzare l’eternità del rapporto tra l’uomo e l’argent. Il figlio di Gebo, il ribelle João, rappresenta sì la tendenza al male insita nell’animo umano - conclude Sacchi - ma incarna anche l’elemento di rivoluzione che, pur aggiungendo entropia, imprime una svolta, scatena una crisi in una situazione di stagnazione e di eterna acquiescenza (...)”.

redazione

lunedì 16 giugno 2014

Il più bello di lunedì 16 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Iris alle 21,10

La locandina
Michael Clayton

Mia valutazione: ♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Premio Oscar 2008: miglior attrice non protagonista a Tilda Swinton; Premio BAFTA 2008: miglior attrice non protagonista a Tilda Swinton;  National Board of Review Award 2007: migliori dieci film, miglior attore protagonista a George Clooney.

La scheda
Un film di Tony Gilroy. Con George Clooney, Sydney Pollack, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Austin Williams, Sean Cullen, Michael O'Keefe, Ken Howard, Merritt Wever, David Lansbury, Bill Raymond, Denis O'Hare, Alberto Vazquez. Drammatico, Usa 2007. Durata 125' circa. Medusa.

La trama
Michael Clayton è un ‘faccendiere’ che lavora presso uno dei più importanti studi legali di New York. Prendendo ordini dal co-fondatore dello studio, Marty Bach, Clayton, ex pubblico ministero nato in una famiglia di poliziotti, sbriga gli affari più sporchi dello studio Kenner, Bach & Ledeen cercando di rimediare ai guai commessi dai suoi facoltosi clienti, occupandosi di casi di omissione di soccorso, diffamazioni a mezzo stampa, mogli dedite a piccoli furti e politici disonesti. Pur essendo stufo del suo lavoro, Clayton è legato a doppio filo a Kenner, Bach & Ledeen perché il divorzio, la passione per il gioco d’azzardo e un’avventura imprenditoriale finita male, gli hanno fatto accumulare una montagna di debiti. Al contempo, Karen Crowder, capo dell'ufficio legale della U/North, società che opera nel settore dei prodotti chimici per l’agricoltura, si sta giocando la carriera sull’esito di una class action nella quale la sua società è difesa dallo studio di Clayton. Ormai sembra che l’esito
Il regista
Tony Gilroy
del processo sia scontato - con una vittoria della
U/North - ma all’improvviso l’avvocato civilista di punta della Kenner, Bach & Ledeen, il brillante Arthur Edens, ha un crollo psicologico che lo porta a sabotare l’intera causa minacciando di ribaltarne l’esito. A quel punto, toccherà a Michael Clayton tentare di risolvere un disastro senza precedenti e nel farlo sarà costretto vedersela con ciò che è diventato.

Recensione
George Clooney è Michael Clayton nel film di Tony Gilroy

In particolare vanno rilevate tre interpretazioni che fanno di Michael Clayton un gioiellino della suspance: quella del protagonista George Clooney, attore ormai incapace di sbagliare qualcosa neppure se ci si mettesse d’impegno. Il suo ex avvocato dall’esistenza sconquassata e quindi obbligato a piegarsi a compiti lontani anni luce dalla sua indole, è reso con la consueta maestria ed è personaggio col quale l’immedesimazione dello spettatore è garantita. Ancora, la prova di Tom Wilkinson, caratterista di classe cristallina, che qui riesce a riprodurre in modo impeccabile un professionista ineccepibile il quale in un colpo solo è lesionato psicologicamente dal fardello di una carriera fatta di sordidi espedienti legali, spesso distruttivi per le parti più deboli. E infine la performance di Tilda Swinton, la villain della pellicola diretta con mano sicura da Tony Gilroy, ammirevole (Oscar per lei) nella personificazione di una donna arrivista e senza scrupoli ma comunque dilaniata dalla coscienza della propria immoralità e dal terrore del fallimento.

Tom Wilkinson e George Clooney
in una scena di Michael Clayton
Non è certo un film dal quale bisogna aspettarsi originalità eclatanti e autoriali pause per filosofiche riflessioni. La storia da rendere in immagini era da costruire con l’utilizzo di un montaggio serrato e in questo l’intesa fra il cineasta e il fratello John Gilroy è senza sbavature, forte di una collaudata collaborazione.  Legal-thriller per tutti (i bambini, però, con i genitori a fianco) senza un attimo di tregua, con una trama un tantino intricata ma assai più decifrabile e rilassante di centinaia di film dello stesso genere.

La premio Oscar Tilda Swinton in una scena del film
Decisamente più severa la critica di Monica Cabras di Film Up: “(...) lo sceneggiatore ha deciso di non dare una giusta linearità e logica ai dialoghi, lasciando che lo spettatore arrivi da solo a capire le relazioni tra i personaggi e i loro intenti. La narrazione della vicenda risulta così affannata e di difficile comprensione, a meno che non si sia appassionati del genere, con tutte le competenze e cognizioni di causa adatte (...) Gilroy non riesce bene nel suo intento - rileva Cabras - a parte gli ultimi dieci risolutivi minuti finali, si perde spesso il filo e l’attenzione, e la pellicola diventa troppo lunga e noiosa (...) Alla fine la domanda che ci si pone è: ma Michael Clayton è un thriller, una denuncia alla categoria, o un’analisi interiore sull’integrità umana. Certo - conclude la collega di Film Up - la risposta potrebbe essere, tutte le cose insieme… ma manca il filo conduttore che unisce le tematiche, rendendo il film avvincente, intrigante e riflessivo”.
st.mar.

giovedì 12 giugno 2014

Il più bello di giovedì 12 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: La 7 alle 21,10

La locandina
Quel che resta del giorno

Valutazione media: ♥♥♥♥♥ = 9,5

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
David di Donatello 1994: miglior attore straniero a Anthony Hopkins, migliore attrice straniera a Emma Thompson; Nastro d’Argento 1995: migliore regia a James Ivory.

La scheda
Un film di James Ivory. Con James Fox, Emma Thompson, Anthony Hopkins, Christopher Reeve, Peter Vaughan, Michael Lonsdale, Hugh Grant, Tim Pigott Smith, Lena Headey, Ben Chaplin, Pip Torrens. Titolo originale: The Remains of the Day. Drammatico, Usa 1993. Durata 134' circa.

La trama
La voce fuori campo di miss Kenton ci porta a conoscenza di un periodo (venti anni prima) nel quale la donna ha prestato servizio come governante nella bellissima Darlington Hall al fianco del maggiordomo mister Stevens. Siamo negli anni che precedono la seconda guerra mondiale, il proprietario della villa, Lord Darlington, è un nobile inglese simpatizzante della Germania di Hitler e per questo, spesso, intrattiene rapporti, organizzando cene e balli, con numerosi e influenti diplomatici tedeschi. La voce s’interrompe e le immagini ci riportano al presente: mister Stevens, ancora in servizio nella villa, confessa al nuovo proprietario, l'americano mister Lewis, la volontà di incontrarsi con l'ormai ex governante miss Kenton per convincerla, considerate le sue indiscusse qualità, a tornare a Darlington Hall. ‘Sua signoria’ approva e concede una breve vacanza a mister Stevens cedendogli in prestito la sua Bentley. L’uomo si mette in viaggio e apre il libro dei ricordi. Il soffocante universo domestico di mister Stevens è racchiuso tra le mura di Darlington Hall: la ragione della sua esistenza è l’abnegazione al lavoro per il quale ha rinunciato a qualunque impulso alla vita; il senso del dovere e l’assoluta fedeltà riposta nei confronti del padrone sono sufficienti a far sì che l’uomo conduca una vita annaspando nel niente, carezzando gli anni che inesorabili passano, a fare della propria vita una rinuncia. Finché qualcosa cambierà il corso del destino.

Un'ennesima straordinaria interpretazione di Anthony Hopkins
Critica – Rassegna stampa
“(...) Pagato ben presto il debito a Thelma & Louise - scrive Daniela Catelli di Coming Soon - citato all’inizio del viaggio, il film prende da subito strade diverse. Da sempre il cinema on the road racconta storie di crescita, scoperta e liberazione, e anche questo caso non fa eccezione (...) In questo film, interpretato da tre vere mattatrici del grande schermo, non devastate dai bisturi del chirurgo plastico, si parla di morte, dolore, perdita, ma anche di nuovi inizi. Si parla di amori maturi affrontati con la spensierata consapevolezza di chi ha molto visto e sofferto (un plauso anche al bravo Tom Skerritt), della necessità di seguire la strada del cuore senza credere alle fiabe dei romanzetti Harmony, dell’amicizia tra donne e dei veri valori della vita. E lo si fa con mano lieve e senza strafare.
Anthony Hopkins ed Emma Thompson
in Quel che resta del giorno
Forse per questo il film, nonostante i grossi nomi, è uscito solo in distribuzione limitata in patria e ha rischiato di non arrivare mai da noi (...)”.

“(...) anche il metallo più resistente - scrive Marco Iafrate su Film Scoop - se viene inciso con una punta di diamante si intacca (...) Costantemente alla ricerca di una identità culturale, Ivory la trova nella grande tradizione letteraria europea che sempre lo ha affascinato, soprattutto dopo l’incontro con la (…) scrittrice tedesca che gli ha permesso di mettere a confronto delle realtà tanto diverse come quella americana, quella indiana (il regista ha girato due film in India ed un documentario sulla città di Delhi, essendone rimasto piacevolmente colpito) e quella europea; nessuna meraviglia quindi che il regista americano abbia scelto il percorso psicologico e sentimentale del protagonista di un romanzo di chiara matrice anglosassone scritto da un oriundo giapponese (...) Quel che resta del giorno, per merito anche della straordinaria interpretazione di Hopkins e della Thompson, è il film che meglio ha descritto e trasmesso quello che da sempre ostacola la genesi di un amore: l’impossibilità di confessare i propri sentimenti (...)”.
redazione

venerdì 6 giugno 2014

Il più bello di venerdì 6 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: La7d alle 21,10

La locandina
Two Lovers

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Festival di Cannes 2008: nomination Palma d'oro a James Gray; Premio César 2009: nomination miglior film straniero a James Gray; Independent Spirit Awards 2010: nomination miglior regia a James Gray, nomination miglior attrice protagonista a Gwyneth Paltrow; National Board of Review Awards 2009: migliori film indipendenti.

La scheda
Un film di James Gray. Con Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, Moni Moshonov, John Ortiz, Bob Ari, Julie Budd. Drammatico, Usa 2008. Durata 110' circa. Bim.

La trama
New York. Leonard non sa se seguire il proprio destino e sposare Sandra, la donna che i suoi genitori hanno scelto per lui, o ribellarsi e ascoltare i sentimenti che prova per la sua nuova vicina di casa, la bella e volubile Michelle, di cui si è perdutamente innamorato. Combattuto tra ragione e istinto, dovrà compiere la scelta più difficile.

Critica – Rassegna stampa
“Sulla carta, la trama lineare di Two Lovers potrebbe essere facilmente scambiata per quella di una commedia sentimentale - rileva Federico Gironi di Coming Soon - magari di quelle agrodolci e un po’ oblique figlie di certo cinema indipendente americano degli ultimi tempi (...) Invece quello di James Gray - anche perché lavora con intelligenza sul ribaltamento dei tradizionali canoni narrativi di certo cinema romantico – è un film devastante ed agghiacciante, che costringe lo spettatore a fare i conti con i propri fantasmi, che mette di fronte con disarmante semplicità alla natura più intima ed essenziale del sentimento amoroso, della sua imprescindibile necessità, della (im)possibilità sua e dell’essere affrontato con ‘maturità’ (…) sembra quindi descrivere un disagio - forse generazionale - diffuso, quel bisogno d’amore (e tenerezza, e sicurezza) che pare essere destinato a rimanere un’illusione se non al prezzo di inquietanti compromessi interiori ed esteriori. Nel contesto di un mondo che è sempre più astratto e sfocato - scrive ancora Gironi - o invisibile o navigabile solo attraverso mappe oramai inutilizzabili perché sorpassate (...)”.


Una scena del film: Gwyneth Paltrow e Joaquin Phoenix
“Una domanda è d'obbligo - scrive Giancarlo Usai di Onda Cinema -: il regista quarantenne James Gray è più bravo alle prese con il noir o con il melodramma? La questione è rilevante perché l'autore di Two Lovers, al suo quarto lungometraggio, cambia completamente genere e, dopo un’appassionata filmografia all’interno degli ambienti criminali di New York, sposta la sua attenzione su un dramma sentimentale di proporzioni gigantesche (...) Fin dal tuffo in acqua di Leonard (il protagonista, ndr) in apertura di film, si capisce che, ancora una volta, Gray punterà sui sentimenti più strazianti e sulle situazioni più drammatiche. E di nuovo, in questo nuovo lavoro, l’uso della fotografia, che fa sparire i volti delle persone avvolti da inquietanti ombre, è magistrale. La storia è di una tristezza unica: è davvero una toccante rappresentazione della debolezza umana. Solo chi ha il cuore di pietra - aggiunge Usai - non si intenerirà nel seguire la sua camminata infantile per le strade di Brooklyn o nell’ascoltare i suoi progetti futuri assolutamente irrealizzabili, fatti di castelli costruiti per aria (...)”.

redazione

“La pioggia che non cade”, musica folk per cambiare la prospettiva delle cose

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Marco Calvise. Con Carlo Picone, Anna Russo, Mauro Fiore, Vincenzo Picone, Simone Pletto, Vincenzo Citriniti, Viviana Colais, Francesca Nunzi, Elisabetta Ventura, Angela Curri, Vincenzo De Michele, Marco Paparella, Lucia Centorame, Philippe Guastella. Drammatico, Ita 2014. Tonino Abballe Communication S.r.l.. Uscita: giovedì 19 giugno 2014.

La trama
La storia ruota attorno agli Inverso, una band cantautorale-folk romana realmente esistente e i cui elementi sono legati da una forte amicizia. Carlo è voce, chitarra e pianoforte del gruppo, Vincenzo suona il basso, Mauro sta alla batteria e alle percussioni, Simone alla fisarmonica, Enzo al sax e Anna al violoncello. La band si esibisce di solito nei locali della città e, proprio al termine di un loro concerto, i musicisti sono notati da Luca, il quale, colpito dall’esibizione, si avvicina ai ragazzi per lasciare loro il proprio biglietto da visita e proporgli un incontro che li aiuterà a entrare nell'ambiente, “quello importante, veramente importante”. I ragazzi appaiono scettici, ma non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, perciò fissano l’appuntamento che potrebbe segnare la svolta della loro carriera musicale, nonostante scelte simili possano mettere a rischio la loro vita sentimentale.

Recensione di trailer e clip
L’impressione è di vedere sul grande schermo un racconto scritto bene (da Tonino Abballe, che è anche ideatore e produttore dell’opera). Ne esce un film, La pioggia che non cade, a tratti sognante, leggero e leggiadro, in cui le venature drammatiche (la necessità, non certo facile da concretizzare, di guardare le cose da una prospettiva diversa) non appesantiscono la narrazione grazie anche a scelte registiche originali. Come la sequenza in cui uno dei protagonisti, Simone Pletto, va in bicicletta lungo una strada fiancheggiata da case e palazzi realizzati in computer-grafica, a effetto cartoon. Un’opzione stilistica di Marco Calvise (esordiente) che aiuta a comprendere il senso di spaesamento del personaggio - dibattuto in un momento cruciale della propria esistenza - e la componente onirica di quello stesso momento interiore.

Una scena de La pioggia che non cade (foto Ansa online)
La musica folk (scritta da Carlo Picone) che accompagna la concatenazione d’immagini, è garbata, mai fastidiosa né incombente né preponderante a vantaggio del giusto impatto che la pellicola deve avere sul pubblico. Tuttavia il lavoro del meno che trentenne cineasta, può anche essere causa di spaesamento. Durante la visione si cerca una coerenza della narrazione ma ci si continua a dibattere nel dubbio di cosa sia, in realtà, questo film. Musicale? Biografico? Commedia? Sentimentale? Non si capisce e forse, per scelta di produzione e registica, non si deve capire. Ciò non toglie che, per mio gusto, giudico questo tipo d’inquadramento del lungometraggio, penalizzante rispetto alla necessità di un ordine narrativo. A giugno la produzione ha organizzato diverse anteprima nelle città giudicate più idonee a comprendere il tipo di pellicola. Ciò cui si punta - visto
Un'altra scena del film di Marco Calvise
il momento (come sempre) non felicissimo che attraversa il cinema italiano - al passaparola. Un po’ come si fa oggi con molte altre espressioni d’arte quando dietro non ci sono ‘poteri forti’ interessati, letteratura compresa. Su Youtube saranno pubblicati trailer sempre diversi (di 30/40 secondi circa) ogni settimana.

Film carino, per dirla con banalità. Senza troppe pretese ma anche senza la presunzione di averle. E questo già basta a renderlo ‘simpatico’. Anche perché capita di ridere, non in eccesso, ma spesso al momento più opportuno. Grazie anche alla spontaneità degli interpreti che, quasi tutti, sono all'altezza del compito. Seppure con qualche inciampo dilettantesco.

Stefano Marzetti