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martedì 8 luglio 2014

Festival Internazionale del Film di Roma, in giuria anche gli spettatori

Il manifesto
Gli spettatori saranno i protagonisti della manifestazione e premieranno i film di tutte le linee di programma: i riconoscimenti più importanti saranno dunque assegnati in base alle preferenze espresse dal pubblico all’uscita dalla sala. È la sostanziosa novità della prossima edizione (dal 16 al 25 ottobre 2014) del Festival Internazionale del Film di Roma, che si svolgerà, come al solito, all’Auditorium Parco della Musica nel quartiere Flaminio. In estrema sintesi, al termine di ogni proiezione gli il pubblico che avrò visto le pellicole potrà votare per assegnare i premi delle varie sezioni.

L'Auditorium Parco della Musica di Roma
Altri cambiamenti riguardano la Selezione ufficiale e le linee di programma che la compongono, ridefinite nel nome, nei contenuti e tutte competitive. In questo senso, il festival 2014 presenterà una struttura più ‘snella’ rispetto al passato, basata su un totale di circa quaranta lungometraggi. Cinema d’Oggi: ospiterà film di autori sia affermati che giovani; Gala: presenterà una selezione di grandi pellicole ‘popolari ma originali’ della nuova stagione; Mondo Genere: accoglierà film appartenenti ai più diversi modelli cinematografici; Prospettive Italia: farà il punto sulle nuove linee di tendenza del cinema nazionale di fiction e documentaristico (il nuovo regolamento non prevede più una programmazione di mediometraggi e cortometraggi).

La locandina di Tir,
film vincitore dell'edizione 2013
Il festival dedicherà l’intera giornata di domenica 26 ottobre alla proiezione in replica dei film vincitori. La rassegna rivolgerà inoltre una particolare attenzione al cinema emergente: tutte le opere prime e seconde di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele) concorreranno all’assegnazione del Premio Taodue Camera d'Oro alla migliore opera prima e seconda, dotato di una specifica e prestigiosa giuria. Il direttore artistico proporrà inoltre al consiglio di amministrazione della manifestazione supervisionata dal direttore artistico Marco Müller, l’assegnazione di alcuni premi del festival e della fondazione: il Marc’Aurelio alla Carriera, per celebrare l’opera di un maestro dell’arte cinematografica; il Maverick Director Award, destinato a quei cineasti che hanno sempre operato ‘fuori dagli schemi’; i Marc’Aurelio Acting Awards, rivolti agli attori e alle attrici che hanno portato ai massimi livelli la tecnica della recitazione; il Marc’Aurelio del Futuro, che segnalerà l’importanza globale di un giovane regista. Un premio sarà inoltre assegnato dall’associazione DOC.IT al Migliore Documentario italiano. Accanto alla Selezione Ufficiale, il festival ospiterà come sezione autonoma e parallela Alice nella città, diretta da Gianluca Giannelli e Fabia Bettini, che presenterà una selezione di lungometraggi per ragazzi organizzata secondo un proprio regolamento e giudicata da una giuria composta di ragazzi tra i 14 e i 18 anni selezionata sul territorio nazionale.

redazione
Per alcune informazioni si ringrazia Rai News online

venerdì 6 giugno 2014

“Jimi: All Is By My Side”, il primo film biografico su Hendrix è già un evento

Un ritratto di Jimi Hendrix
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di John Ridley. Con André Benjamin, Hayley Atwell, Imogen Poots, Burn Gorman, Ruth Negga, Ashley Charles, Clare-Hope Ashitey, Amy De Bhrún, Laurence Kinlan, Jade Yourell, Andrew Buckley, Robbie Jarvis, Demetrice Nguyen, Tristan McConnell, Danny McColgan. Biografico, Gb/Irl/Usa 2013. Durata 118' circa. I Wonder Pictures. Uscita: giovedì 18 settembre 2014.

La trama
Nel 1966 uno sconosciuto chitarrista chiamato Jimmy James lasciò la città di New York per andare a Londra. Dodici mesi dopo tornò negli Stati Uniti per calcare il palco del Monterey Pop... e la sua chitarra prese fuoco.

Critica – Rassegna stampa
André Benjamin in una scena del film (foto Coming Soon)
“Nessuno ci aveva provato sino a oggi - chiarisce subito Enzo Gentile di Virgin Radio - e se a quarantaquattro anni dalla morte solo ora arriva sugli schermi un film dedicato a Jimi Hendrix, ecco che la notizia già di per sé acquista il sapore dell’evento. Il regista John Ridley, fresco di premio Oscar per la sceneggiatura di 12 anni schiavo, ci ha lavorato a lungo a questo biopic, spalleggiato da una fitta pattuglia di produttori e finanziatori:  in aperta battaglia contro gli eredi di Jimi, su tutti la sorellastra Janie che controlla i diritti e non ha concesso, come prevedibile, neppure una nota del più grande chitarrista della storia del rock (...)  Il carattere di veridicità della storia, il riepilogo minuzioso di alcuni dettagli di vita, un tono per nulla agiografico, che di Jimi mostra debolezze e opacità caratteriali, fa del film un capitolo del tutto raccomandabile per chi ha amato e trova l’eredità di Hendrix in molta della musica presente o del nostro passato prossimo. I dialoghi ruvidi, certi momenti di smarrimento, le scelte da fare per trovare una propria identità, sono effettivamente un valore aggiunto a quella che poteva essere una piana, banale rassegna di successi e trionfi (…)”.

Il regista di Jimi: All Is By My Side, John Ridley
“(...) Questo film sul leggendario chitarrista - fa sapere anche Federico Gironi di Coming Soon - sarà privo della sua musica originale. Non c’è stato, infatti, l’accordo tra la produzione del film e gli eredi di Hendrix sull’uso del catalogo del musicista e quindi il film sarà musicato da cover di artisti come i Beatles o Muddy Waters: quelli che lo stesso Hendrix omaggiava live prima di diventare famoso e imporre la sua musica al pubblico. A suonare queste cover di cover per la colonna sonora del film sarà lo stesso Benjamin, che pare essere stato protagonista di un processo di fisica e vocale incredibile e che si avvarrà di una band - scrive ancora Gironi - composta da Waddy Wachtel (chitarrista per gente come Keith Richards e Stevie Nicks), il bassista di Phil Collins Laland Sklar e l’ex batterista di John Mellencamp Kenny Aronoff (...)”.

redazione

“La pioggia che non cade”, musica folk per cambiare la prospettiva delle cose

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Marco Calvise. Con Carlo Picone, Anna Russo, Mauro Fiore, Vincenzo Picone, Simone Pletto, Vincenzo Citriniti, Viviana Colais, Francesca Nunzi, Elisabetta Ventura, Angela Curri, Vincenzo De Michele, Marco Paparella, Lucia Centorame, Philippe Guastella. Drammatico, Ita 2014. Tonino Abballe Communication S.r.l.. Uscita: giovedì 19 giugno 2014.

La trama
La storia ruota attorno agli Inverso, una band cantautorale-folk romana realmente esistente e i cui elementi sono legati da una forte amicizia. Carlo è voce, chitarra e pianoforte del gruppo, Vincenzo suona il basso, Mauro sta alla batteria e alle percussioni, Simone alla fisarmonica, Enzo al sax e Anna al violoncello. La band si esibisce di solito nei locali della città e, proprio al termine di un loro concerto, i musicisti sono notati da Luca, il quale, colpito dall’esibizione, si avvicina ai ragazzi per lasciare loro il proprio biglietto da visita e proporgli un incontro che li aiuterà a entrare nell'ambiente, “quello importante, veramente importante”. I ragazzi appaiono scettici, ma non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, perciò fissano l’appuntamento che potrebbe segnare la svolta della loro carriera musicale, nonostante scelte simili possano mettere a rischio la loro vita sentimentale.

Recensione di trailer e clip
L’impressione è di vedere sul grande schermo un racconto scritto bene (da Tonino Abballe, che è anche ideatore e produttore dell’opera). Ne esce un film, La pioggia che non cade, a tratti sognante, leggero e leggiadro, in cui le venature drammatiche (la necessità, non certo facile da concretizzare, di guardare le cose da una prospettiva diversa) non appesantiscono la narrazione grazie anche a scelte registiche originali. Come la sequenza in cui uno dei protagonisti, Simone Pletto, va in bicicletta lungo una strada fiancheggiata da case e palazzi realizzati in computer-grafica, a effetto cartoon. Un’opzione stilistica di Marco Calvise (esordiente) che aiuta a comprendere il senso di spaesamento del personaggio - dibattuto in un momento cruciale della propria esistenza - e la componente onirica di quello stesso momento interiore.

Una scena de La pioggia che non cade (foto Ansa online)
La musica folk (scritta da Carlo Picone) che accompagna la concatenazione d’immagini, è garbata, mai fastidiosa né incombente né preponderante a vantaggio del giusto impatto che la pellicola deve avere sul pubblico. Tuttavia il lavoro del meno che trentenne cineasta, può anche essere causa di spaesamento. Durante la visione si cerca una coerenza della narrazione ma ci si continua a dibattere nel dubbio di cosa sia, in realtà, questo film. Musicale? Biografico? Commedia? Sentimentale? Non si capisce e forse, per scelta di produzione e registica, non si deve capire. Ciò non toglie che, per mio gusto, giudico questo tipo d’inquadramento del lungometraggio, penalizzante rispetto alla necessità di un ordine narrativo. A giugno la produzione ha organizzato diverse anteprima nelle città giudicate più idonee a comprendere il tipo di pellicola. Ciò cui si punta - visto
Un'altra scena del film di Marco Calvise
il momento (come sempre) non felicissimo che attraversa il cinema italiano - al passaparola. Un po’ come si fa oggi con molte altre espressioni d’arte quando dietro non ci sono ‘poteri forti’ interessati, letteratura compresa. Su Youtube saranno pubblicati trailer sempre diversi (di 30/40 secondi circa) ogni settimana.

Film carino, per dirla con banalità. Senza troppe pretese ma anche senza la presunzione di averle. E questo già basta a renderlo ‘simpatico’. Anche perché capita di ridere, non in eccesso, ma spesso al momento più opportuno. Grazie anche alla spontaneità degli interpreti che, quasi tutti, sono all'altezza del compito. Seppure con qualche inciampo dilettantesco.

Stefano Marzetti

sabato 3 maggio 2014

“Alabama Monroe – Una storia d’amore”, se la musica mescola felicità e dramma

La locandina
RICONOSCIMENTI PRINCIPALI

European Film Awards 2013: miglior attrice a Veerle Baetens; Berlin International Film Festival 2013: premio del pubblico Panorama, Europa Cinemas Label; Premio César 2014: miglior film straniero (Belgio); Tribeca Film Festival 2013: miglior sceneggiatura a Felix Van Groeningen e Carl Joos, miglior attrice a Veerle Baetens;; Satellite Awards 2014: miglior film straniero (Belgio); Palm Springs International Film Festival 2014: miglior film straniero; European Parliament Film Prize 2013: premio Lux 2013.

Mia aspettativa: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Felix Van Groeningen. Con Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg, Nils De Caster, Robbie Cleiren, Bert Huysentruyt, Jan Bijvoet, Blanka Heirman. Titolo originale: The Broken Circle Breakdown. Drammatico, Bel, 2012. Durata 100'. Satine Film. Uscita giovedì 8 maggio 2014.

La trama
Elise e Didier vivono una travolgente e appassionata storia d'amore, al ritmo dalla musica bluegrass. Elise gestisce uno studio di tatuaggi, sua grande passione. Per lei «c'è sempre qualcosa nella vita che vale la pena mettere sul proprio corpo»: ogni tatuaggio accompagna il suo cuore e le sue emozioni ed Elise lo sfoggia con orgoglio sul suo corpo delicato. Didier è invece da sempre innamorato dell'America, che identifica come la terra delle infinite opportunità. Per lui è un Paese per sognatori ma, soprattutto, la patria della sua amatissima musica bluegrass, «il country nella versione più pura», che Didier interpreta suonando il banjo in un gruppo musicale. Ed è proprio questa comune passione per la musica a esaltare l'unione di Elise e Didier: insieme si esibiscono in irresistibili performance in cui ogni interpretazione trasuda amore, complicità e passione. A coronare questo cerchio perfetto di felicità è l'arrivo di Maybelle, la loro bellissima bambina.

Critica
Veerle Baetens e Johan Heldenbergh in una scena del film
Questo lungometraggio belga è stato candidato all’Oscar 2014 per il miglior film straniero ma ha dovuto lasciare strada, com'è risaputo, al nostro La grande bellezza. Il film del regista e sceneggiatore Felix Van Groeningen (che nel 2009 debuttò a livello internazionale [prima solo lavori filmici non arrivati in Italia] con l’apprezzato La Merditude des Choses) è una raffinata e concreta rappresentazione di una storia d’amore in tutte le sue gradazioni: passione, intesa, gioia di vivere, lo stupore e l’ansia per l’attesa di un figlio, poi il dramma, la crisi e lo sconforto della separazione. Il tutto nell’atmosfera di una musica country – il bluegrass (una delle branchie fondamentali del genere di Johnny Cash & co.) per la precisione – che diviene veicolo di sentimenti forti e soprattutto di empatia tra un uomo e una donna che, forse, sono in cerca della stessa dimensione.

Il regista belga Felix Van Groeningen
L’opera di Van Groeningen, scritta con Carl Joos partendo dall'omonima pièce teatrale The Broken Circle Breakdown (il titolo italiano è stato, come al solito, modificato e peggiorato) di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels, ha il pregio - pur utilizzando alcuni presupposti oltremisura sfruttati - di catturare l’attenzione emotiva dello spettatore e di conquistarlo anche grazie alle sue parti più drammatiche, nelle quali, comunque, la speranza sembra sempre poter prevalere su qualsiasi ostacolo si frapponga tra realtà e felicità. L’opera ha delle debolezze, in particolare nelle fasi del racconto in cui il regista “sceglie inequivocabilmente la strada del melodramma e spinge la narrazione al di sopra delle righe - scrive Paola Casella di My Movies - sia nel raccontare la storia d'amore assoluta e totalizzante fra i due protagonisti, sia nell'addentrarsi coraggiosamente nell'evoluzione tragica degli eventi”.

La forza del film, invece, sta “in un realismo bruciante – secondo Maurizio Encari di Every Eye - ma ammantata da un alone magico, una poesia musicale che erompe in più occasioni grazie alla strepitosa forza della colonna sonora (Bjorn Eriksson), con delle canzoni magnificamente interpretate dai due stessi interpreti”. Ottima, infatti, la prova attoriale dell'acclamata e premiata Veerle Baetens (da noi quasi sconosciuta) e di Johan Heldenbergh, anch'egli, per quanto mi riguarda, visto per la prima volta. In conclusione, pur con qualche eccesso, Alabama Monroe - Una storia d'amore è un film “estremamente poetico - rileva Luisa Scarlata di Cine Radar - e racconta una tragedia personale e familiare senza mai mostrare nulla di scontato”.

Premessa: non essendo accreditato dalla visione dell’anteprima del film ma solo di alcune clip, il seguente articolo va inteso come un’interpretazione parziale e, dove possibile, arricchita.

st.mar.

giovedì 10 aprile 2014

Con “Song ‘e Napule” i Manetti Bros. cercano il colpaccio (con trailer)

Premessa: non essendo accreditato dalla visione dell’anteprima del film, il seguente articolo va inteso come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove possibile, arricchita.

Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Marco e Antonio Manetti. Con Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso, Peppe Servillo, Antonio Pennarella, Juliet Esey Joseph, Ciro Petrone, Franco Ricciardi, Ivan Granatino. Commedia, Ita 2013. Durata 114'. Microcinema. Uscita giovedì 17 aprile 2014.

La trama
Napoli, oggi. Paco, dopo il diploma al conservatorio, è un pianista raffinato e disoccupato. La mamma trova una raccomandazione per farlo entrare nella polizia ma la sua totale inettitudine lo relega in un deposito giudiziario. Un giorno arriva il commissario Cammarota, un mastino dell'anticrimine sulle tracce di un pericoloso killer della camorra, detto O' Fantasma perché nessuno conosce il suo vero volto. Al commissario serve un pianista poliziotto che dovrà infiltrarsi nel gruppo Lollo Love, un noto cantante neomelodico che allieterà il matrimonio di Antonietta Stornaienco, figlia del boss di Somma Vesuviana. Molto probabilmente O' Fantasma sarà presente al matrimonio. A Paco non poteva capitare di peggio: si ritroverà a rischiare la vita in prima linea e a suonare una musica che gli fa schifo, vestito come un cafone. Invece sarà la svolta della sua vita.

La critica
È come se i Manetti Bros. – i fratelli registi romani Marco e Antonio, rispettivamente classe 1968 e 1970 – si divertissero a farci andare sulle montagne russe. Ci si disorienta un po' nel seguire questa loro filmografia fatta di alti e bassi responsabili, forse, di un andazzo che sinora ha impedito al duetto capitolino di essere preso nella dovuta considerazione e, di conseguenza, conosciuto meglio dal grande pubblico. Il quale non va snobbato, perché è lui che ti permette di non vivere di sola gloria. Alti e bassi, dicevo. Questa volta pare si vada su, a detta di chi ha già visto questo Song ‘e Napule, che viene dopo il flop dell’horror Paura 3D (2012) e dell’ancor precedente mediocre thriller L'arrivo di Wang (2011). Pellicole di nessun impatto artistico e commerciale, prima delle quali, però, i Manetti avevano sfornato gli apprezzatissimi Zora la vampira (2000), con una giovanissima Micaela Ramazzotti e, soprattutto, Piano 17 (2005, con un ispirato Massimo Ghini), quest’ultima pellicola premiata con la nomination ai David di Donatello per i migliori effetti speciali visivi.

Una scena del film. Si riconosce Giampaolo Morelli col coltello alla gola

Stavolta i due fratelli (che per la tv hanno diretto L’Ispettore Coliandro, la serie scritta dal grande ‘giallista’ Carlo Lucarelli, interpretata dall’attore/sceneggiatore Giampaolo Morelli, protagonista anche di Piano 17 e, appunto, di Song ‘e Napule) tornano alla commedia vestita da poliziesco e fanno centro, con un lungometraggio che pare possegga la qualità di trasmettere buonumore. Perché ambientato a Napoli eppure in contrasto con le tante narrazioni cinematografiche che massacrano la città del Vesuvio e ne mettono di continuo a nudo i tanti bubboni letali. Gran parte del merito va a una sceneggiatura (ancora Morelli) in cui, rispetto al passato registico ‘manettiano’, si nota come “il duello malavita-giustizia - scrive Carola Proto di Coming Soon - diventi ancora più interessante grazie all’entrata in scena di un elemento sostanzialmente nuovo: la dolcezza”.

I fratelli-registi Marco e Antonio Manetti
Il merito è anche - forse soprattutto? - del tuttofare Giampaolo Morelli (i due cineasti dovrebbero conservarlo sottovuoto, tanto torna loro utile) che in questa circostanza presta alla vicenda anche la sua bella (a quanto pare) voce e aiuta lo spettatore, anche il più distante dalla napoletanità, a calarsi nel mondo della musica melodica partenopea. In questo, oltre a quello di Morelli, va rilevato, come fa ancora la collega Proto, il “sapiente lavoro dei musicisti Pivio e Aldo De Scalzi, imprescindibili collaboratori dei Manetti”.

Non indifferente, a quanto sembra, per la buona riuscita dell’ultima fatica dei Bros., è l’apporto dello zoccolo duro del cast, in cui brillano il romano Alessandro Roja (buona performance nel 2009 in Crimini 2 - Neve sporca, di Davide Marengo), il barese Paolo Sassanelli (bravo in Questo mondo è per te [2011], di Francesco Falaschi), il napoletanissimo Carlo Buccirosso (visto anche nel film-Oscar La grande bellezza di Paolo Sorrentino) e il casertano Peppe Servillo
Da destra Giampaolo Morelli e Alessandro Roja 
(fratello del grande
Toni ma assai più celebre per essere il ‘Vox’ degli straordinari Avion Travel). Con bravi interpreti e ben traducendo in racconto filmico la fabula di Morelli, i fratelli che io definisco ‘tarantiniani’ rispolverano il poliziottesco italiano degli anni Settanta. “Ammiccando al genere – evidenzia Marzia Gandolfi di Mymovies - i Manetti finiscono per praticarlo e praticare le sue dinamiche con ironia, la stessa con cui frequentano da anni la dimensione parallela del cinema, quella di efficaci pellicole di serie B con cui hanno saputo convogliare gli umori e la paura del Paese”.

Direi, sempre io, un film d’autore, come nello stile del duo registico, che potrebbe sorprendere e che meriterebbe, da qui all’uscita nelle sale cinematografiche, un po’ più d’attenzione da parte della critica ‘aristocratica’.

Stefano Marzetti

venerdì 21 marzo 2014

Il più bello di stasera sul ‘digitale’: Rai 5 alle 21,20 (con trailer)

La locandina
Sugar Man

Scheda del film
Un film di Malik Bendjelloul. Con Stephen Segerman, Dennis Coffey, Mike Theodore, Dan Dimaggio, Jerome Ferretti, Steve Rowland, Willem Möller, Craig Bartholomew-Strydrom, Ilse Assmann. Titolo originale Searching for Sugar Man. Documentario, Sve/Gb 2012. Durata 86'.

Trama del film
Due sudafricani hanno deciso di scoprire cosa è successo al loro eroe musicale, Sixto Rodriguez. Nei primi anni 1970, Sixto Rodriguez era un folksinger di Detroit che ha avuto una carriera discografica di breve durata, con soli due album ben accolti, ma che non hanno avuto una grande fortuna commerciale. La sua storia musicale è proseguita nel Sud Africa dove è diventato un icona della musica pop.

Breve commento
Non l’ho visto, perciò mi affido in toto alla recensione di Emanuele Sacchi su Mymovies.it. Si tratta, comunque, di un docufilm senza mezzi termini straordinario. “Lo svedese Malik Bendjelloul (suo unico lungometraggio, ricordo io) confeziona astutamente tutti gli elementi in un “racconto omogeneo, giocando nell’incipit sul mistero di un artista ‘maledetto’ con inusuali inserti digitali ‘postumi’ per poi approdare ai lidi rassicuranti del docurock classico e alla più classica delle storie di riscatto e redenzione. Un’operazione costruita con perizia - rileva sempre Sacchi - tale da apparire talora ai limiti dell'artificioso ma che trascina in ogni caso, complice il talento adamantino dello sfortunato songwriter, talmente meritevole di una riscoperta da far sorvolare su ogni possibile difetto del film di Bendjelloul”.

Rodriguez
Rodriguez in concerto
Indagando per voi sul Wikipedia, rendo noto che il 71enne Sixto Díaz Rodríguez è nato il 10 luglio 1942 a Detroit, nel Michigan, da 

una famiglia di modeste condizioni. Suo padre era messicano, immigrato negli Stati Uniti negli anni venti, mentre sua madre era statunitense di origini native americane ed europee. La maggior parte delle sue canzoni tratta temi sociali e soprattutto indaga poeticamente le condizioni della classe lavorativa del paese. Nel 1981 si è laureato in filosofia alla Wayne State University di Detroit. Nel 1967 (con il nome Rod Riguez) pubblica senza troppa fortuna il suo primo singolo, I'll Slip Away, con la casa discografica Impact. Per i successivi tre anni rimane inattivo, finché non firma un contratto con la Sussex Records, una casa discografica di Los Angeles, di proprietà della Buddah Records. Dopo aver cambiato il suo nome in Rodriguez, pubblica due album con la Sussex, Cold Fact, del 1970 e Coming from Reality, del 1971, vendendo tuttavia pochissime copie negli Stati Uniti. Il contratto con la casa discografica è rescisso. In difficoltà economiche, Rodriguez comincia a lavorare come operaio. A partire dalla metà degli anni settanta, a sua insaputa, la sua musica diventa assai conosciuta in Sud Africa, Botswana, Rhodesia, Nuova Zelanda e Australia. I suoi due primi album sono stati ripubblicati nel 2009 dalla casa discografica Light in the Attic Records di Seattle (Washington).

s.m.