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mercoledì 2 luglio 2014

Si è spento Paul Mazursky, ingiustamente considerato un Woody Allen ‘in minore’

Il set di Harry e Tonto nel 1974
Il suo periodo più felice si concentrò fra gli anni Ottanta e Novanta, anche se uno dei suoi film di maggior successo uscì nel 1978 ed è Una donna tutta sola (nomination all’Oscar), commedia drammatica con Michael Murphy e Jill Clayburgh. A ottantaquattro anni, al Cedars Sinai Hospital di Los Angeles Paul Mazursky (vero nome Irviz Mazursky, di abbastanza chiare origini ebraiche) è morto. Un decano della commedia cinematografica, che prima di diventare
Paul Mazursky in una foto abbastanza recente
regista si affermò come attore. Nel corso della sua carriera - come ricorda la Repubblica online - aveva riscosso cinque nomination per la statuetta dorata degli Academy Awards. Non fu mai premiato, ma l’anno scorso aveva ricevuto la sua stella sul Walk of Fame e all’inizio di quest’anno il premio alla carriera della Writers Guild.

Le sue commedie da regista parlano spesso di sesso e dell’eterno gioco delle coppie. Fra i suoi ultimi lavori, la regia di Coast to Coast (2003), Winchell (1998), Infedeli per sempre (1996). Come attore partecipò a una stagione della serie tv I Soprano (2000-2001), al film Pazzi in Alabama (1999) diretto da Antonio Banderas. Era sposato dal 1953 con l’attrice Betsy Purdy (un’unione di oltre sessant’anni) e aveva una figlia, Meg. Nato a Brooklyn (New York) il 25 aprile 1930, anche se si proclamò ateo, il giovane Paul fu comunque un tipico rappresentante dell’umorismo ebraico newyorkese. Considerato spesso, a torto, un Woody Allen in minore, si era tolto lo sfizio di dirigerlo nel 1991 in Storie di amori e infedeltà.

Woody Allen in Storie di amori e infedeltà diretto da Mazursky
Mazursky iniziò a lavorare come attore di teatro e tv all’inizio degli anni Cinquanta, dopo essersi diplomato in letteratura al Brooklyn College. Partecipò anche a lavori come Fear and Desire di Stanley Kubrick del ‘53 e a Il seme della violenza diretto da Richard Brooks nel 1955. Alla fine degli anni Cinquanta si trasferì a Los Angeles, dove lavorò come attore e autore di cabaret e per la televisione (fu anche in tre episodi del celebre Ai confini della realtà). Nel 1962 girò un cortometraggio, Last Year at Malibu, parodia di L’année dernière à Marienbad di Alan Resnais, che venne ben accolto dalla critica, un risultato che lo convinse a tentare con il grande schermo. Il suo debutto dietro la macchina da presa fu con Bob and Carol and Ted and Alice, del 1969, che ricevette una nomination all’Oscar per il soggetto e la sceneggiatura. Non ottenne lo stesso risultato, invece, Alix in Wonderland del 1970, con Donald Sutherland.

I vent’anni successivi rappresentarono per Mazursky il periodo di maggiore produttività. Si concentrò in particolare su due filoni, quello autobiografico-intimista e quello della satira di costume: un umorismo agrodolce, il suo, che nei film nasce spesso in un ambiente ebraico, quello delle sue origini. Con la sua formazione, marcò la differenza rispetto agli studios hollywoodiani e puntò a un cinema meno mastodontico dal punto di vista della produzione, più agile, così come più agile fu la tecnica nell’ottica di un maggiore realismo.

Un'immagine datata del regista di origine ebraica 
Tra i suoi molti e famosi film, dove spesso amava apparire in ruoli minori, sono da ricordare ancora Harry e Tonto (che valse ad Art Carney il premio Oscar),  Stop a Greenwich Village, la moderna rilettura de La tempesta (con la coppia Gena Rowlands/John Cassavetes e il nostro Vittorio Gassman), Su e giù per Beverly Hills e il drammatico Nemici - Una storia d'amore, tratto da un romanzo di Isaac Bashevic Singer, candidato a tre premi Oscar. Spesso paragonato a un antropologo che studia la natura del sentimento amoroso e i suoi disastri, Mazursky fu una voce veramente originale ed una persona di grande intelligenza, perfetto storyteller che ravvivò, con i suoi aneddoti, anche molti documentari sul cinema.
redazione
Per alcune informazioni si ringraziano la Repubblica online e Coming Soon

venerdì 27 giugno 2014

‘Big Wedding', la famiglia allargata luogo di conciliazione e modernità

La locandina
Valutazione media: ♥♥ = 5

La scheda
Un film di Justin Zackham. Con Robert De Niro, Katherine Heigl, Diane Keaton, Amanda Seyfried, Topher Grace, Susan Sarandon, Robin Williams, Ben Barnes, Christine Ebersole, David Rasche, Patricia Rae, Ana Ayora, Marc Blucas, Shana Dowdeswell, Quincy Dunn-Baker, Edmund Lyndeck, Megan Ketch, Sylvia Kauders, Joshua Nelson, Doug Torres, Marvina Vinique, Ian Blackman. Titolo originale: The Big Wedding. Commedia, Usa 2013. Durata 89' circa. Universal Pictures. Uscita: giovedì 26 giugno 2014.

La trama
Don e Ellie Griffin, una coppia da tempo divorziata, saranno costretti ancora una volta a interpretare il ruolo di compagni di vita felici per il bene del matrimonio del loro figlio adottivo, dopo che la sua madre biologica ultra-conservatrice decide inaspettatamente di volare dall’altra parte del mondo per partecipare al lieto evento.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) da qualche parte, negli uffici dei potenti di Hollywood, ci deve essere ancora chi pensa che un originale estero di successo (la pellicola francese Mon Frère se Marie del 2006, diretto da Jean-Stéphane Bron, ndr) e un cast popolato di grandi nomi possano essere ancora gli ingredienti sufficienti per un film che funzioni”, scrive Federico Gironi di Coming Soon. “Tralasciando l’ipotesi che, nell’anno 2014, Robert De Niro, Diane Keaton e Susan Sarandon non possano più essere i se stessi di qualche decennio fa, e il fatto che, per non farli sfigurare troppo, si sia ricorsi a giovani leve non esattamente eccelse (e dispiace per la povera Seyfried), è sul piano dell’intreccio e dell’ideologia che lo sottende, che Big Wedding lascia più esterrefatti (...) Non che ci sia nulla di male, nel vincolo matrimoniale - aggiunge il critico di CS -: ma il problema sta nel suo utilizzo furbetto e ipocrita, nella retorica della famiglia allargata come luogo di conciliazioni e modernità ma solo a patto che i due ex coniugi finiscano a letto assieme per favorire così il matrimonio della coppia nuova e nata dal tradimento. In questo bailamme ricoperto di buonismo e aderenza alla norma - termina Gironi - brilla un lampo di sincera modernità: nella scena e nelle scene in cui il giovane futuro sposo tratta alla pari e senza troppe distinzioni le tre figure materne messe a sua disposizione dal copione”.

Robert De Niro e Susan Sarandon in una scena del film di Justin Zackham
“(...) Senza fare schermo a qualche tristezza e giocando la carta del sesso disinibito in famiglia - rileva Marzia Gandolfi di My Movies - Big Wedding infila direzioni note e finisce in un precipizio di smorfie, incidenti e sipari farseschi, che abbattono gli attori più giovani e mortificano i veterani. Abbonato al ruolo di seduttore azzimato, De Niro impersona ancora una volta il marito bolso e mascalzone, civettuole e intraprendenti sono invece le consorti legittime, o meno, di Susan Sarandon e Diane Keaton, trincerata nel suo immancabile tailleur pantalone, nella verve impudente e nella ribadita indipendenza economica. Più a suo agio Susan Sarandon interpreta il personaggio che rilancia e scioglie i dubbi amorosi, aggirando comicamente gli ostacoli della menzogna a cui è costretta per amore di un figlio acquisito e la sconsideratezza di un compagno mai impalmato. Intorno a loro schiamazza una compagnia di ‘piccoli’ attori da cui scampiamo la brillante Katherine Heigl, architrave solida e mai ingombrante di una costruzione corale, capace - conclude Gandolfi - di dare rilievo a pensieri e azioni del suo personaggio (...)”.

redazione

martedì 24 giugno 2014

‘Instructions Not Included’, un figlio sbatacchiato tra il padre e la madre

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Eugenio Derbez. Con Eugenio Derbez, Loreto Peralta, Jessica Lindsey, Arcelia Ramirez, Alessandra Rosaldo, Daniel Raymont, Hugo Stiglitz, Sammy Pérez, Agustín Bernal, Karla Souza, Margarita Wynne, Arap Bethke, Roger Cudney, Ari Brickman, Jeannine Derbez, Jesús Ochoa. Titolo originale: No se Aceptan Devoluciones. Commedia, Mes 2013. Durata 122' circa. Indie Pictures. Uscita: giovedì 26 giugno 2014.

La trama
Valentin è un playboy di Acapulco. Un giorno una sua ex fiamma gli consegna una bimba e si toglie di mezzo senza lasciare traccia. Trasferendosi a Los Angeles alla ricerca della madre della piccola Maggie, Valentin finisce per mettere su casa per sé e per questa figlia ritrovata. Figura paterna improbabile, Valentin si occupa così di Maggie per sei anni, diventando anche uno dei migliori stuntman di Hollywood per pagarsi le bollette, con Maggie che lo segue sui set in qualità di suo allenatore. La loro famiglia, unica e originale, è però minacciata quando la madre di Maggie si ripresenta, di punto in bianco, reclamando i suoi diritti.

Critica – Rassegna stampa
Questo film messicano del regista Eugenio Derbez, intitolato No se Aceptan Devoluciones (in inglese il meno incisivo Instructions Not Included) “(...) funziona in maniera discreta per il giovane adulto o per il fanciullo smaliziato per quasi un’ora di durata”. Lo assicura Marco Chiani di My Movies - Se la prima parte, con le trovate legate al personaggio di Valentin, prima playboy pieno di fobie e poi stuntman indisciplinato e capace suo malgrado, procede senza intoppi, l’innesco del dramma vero e proprio, difatti, avvia il racconto verso una coda troppo programmaticamente lacrimosa. Si diceva di quel pubblico di riferimento avvezzo al viraggio drammatico di storie simili, eppure qualcosa scricchiola, come se lo spettatore ‘adulto’ fosse alle prese con una buona occasione sprecata, trattandosi, in definitiva, di un lavoro un po’ più in alto della media di genere (...) È un lavoro generoso Instructions not included, pensato forse come un compendio sul tema della famiglia al cinema, si pensi, a puro titolo di esempio, ai rimandi al burtoniano Big Fish oppure alla deriva in stile Kramer contro Kramer, risolta tuttavia in maniera troppo sbrigativa. Divertente e meno sempliciotto di quanto possa sembrare - conclude Chiani - è un buon esempio di film popolare messicano di facile esportazione al di fuori dei confini nazionali”.

Una scena del film Instructions Not Included, in sala da giovedì
“(...) Eugenio Derbez ha calcolato tutto al millimetro - rileva Antonio Maria Abate di Cine Blog - dal primo all’ultimo istante del film. La sua è una sceneggiatura ponderata col misurino, tanto che anche ai più ostinati detrattori toccherà allargare le braccia in tal senso. Perché Instructions Not Included è il classico progetto destinato a dividere, nettamente come pochi: da un lato il pubblico, dall’altro la critica (...) Sono (...) essenzialmente due gli atteggiamenti per accostarsi (…) Il primo tiene conto della natura a cavallo tra comico e drammatico di un’opera fortemente incentrata sui buoni sentimenti, che tratta tematiche di estrema attualità con umorismo e non di rado pure con una certa faciloneria. Nel secondo caso - si legge ancora su Cine Blog - ci si avvicina per gradi, studiando un fenomeno che ha già generato in totale un incasso pari a poco meno di 100 milioni di dollari (siamo poco sopra i 90 al momento in cui scriviamo) a fronte di un budget di soli 5 milioni (...) chi si aspettasse dunque una sorta di sequel di Juno, vista una certa affinità di fondo a priori, si prepari a prendere una sonora cantonata. Non aiuta a dare consistenza e fare da collante, tra l’altro, una fotografia e dei personaggi secondari posticci. L’alone patinato che contraddistingue ogni inquadratura acuisce l’atmosfera rarefatta che si avverte in più punti; dal canto loro, certi attori non protagonisti strafanno nel loro ruolo di macchiette, esasperando certe peculiarità che i rispettivi personaggi dovrebbero avere - rileva sempre Abate - e che invece si limitano a mostrare con insistente ostentazione (...)”.

redazione

giovedì 19 giugno 2014

‘Tutte contro lui - The Other Woman’, Cassavetes resta intrappolato in un Sex and the City

La locandina
Valutazione media: ♥♥ = 5,5

La scheda
Un film di Nick Cassavetes. Con Cameron Diaz, Leslie Mann, Kate Upton, Nikolaj Coster-Waldau, Nicki Minaj, Taylor Kinney, Don Johnson, Madison McKinley, Deborah Twiss, Dan Bilzerian, Alyshia Ochse, Toshiko Onizawa, Meki Saldana. Titolo originale: The Other Woman. Commedia, Usa 2014. Durata 110' circa. 20th Century Fox. Uscita: giovedì 19 giugno 2014.

La trama
Dopo aver scoperto che il suo fidanzato è sposato, Carly Whitten cerca di rimettere insieme i pezzi di una vita in disfacimento. Ma è quando incontra per caso la moglie tradita, che si rende conto di quante cose abbiano in comune e così, quella che doveva essere sua nemica, diventa la sua più grande amica. Nel momento in cui si sa di un’ulteriore amante (Kate Upton), tutte e tre le donne si alleano per vendicarsi contro lui, tre volte traditore e tre volte bugiardo. Carly è un avvocato di New York meticolosa e rigidamente fissata con le regole per quanto riguarda uomini e relazioni. Quando incontra per la prima volta Mark King abbassa la guardia e si innamora di lui. Una visita a sorpresa nella casa di King in Connecticut finisce male, in quanto Carly scopre che Mark è sposato con Kate. Kate, la perfetta casalinga, rimane scioccata quando scopre che suo marito l’ha tradita per tutto questo tempo e Carly è fuori di sé quando viene a sapere che Mark è un uomo sposato. Invece di canalizzare la propria rabbia l’una verso l’altra, Carly e Kate instaurano un legame basato sul loro nemico comune. C’è anche Amber che rimane coinvolta nelle bugie di Mark e, grazie al suo aiuto, tutte e tre cospirano contro di lui per dargli quel che si merita. Mentre le strategie si fanno sempre più ingegnose, il loro legame continua a crescere e rafforzarsi.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) Nick Cassavetes realizza l’ennesima commedia amicale e moderatamente scandalosa - rileva Marzia Gandolfi di My Movies - che gira intorno a un matrimonio naufragato e al desiderio di trovare un marito a ogni costo. Un film che tradisce le speranze riposte nel regista di She's So Lovely e Alpha Dog e fa indigestione di ‘Sex and the City’ e di un immaginario newyorkese attraversato con una Kelly e un paio di Manolo Blahnik. Emancipata, disinibita e vestita incredibilmente, Cameron Diaz è la Carrie Bradshaw di un gruppo di amiche quantomeno bizzarro, dal momento che condividono tutte e tre lo stesso uomo (...)  Appoggiata sull’istrionismo delle due interpreti e sui loro tempi comici, la commedia di Cassavetes non graffia mai né sancisce cambiamenti di prospettiva, esibendo al contrario un’emancipazione di facciata e un deragliamento dal comune senso del pudore soltanto inscenato. Prodotto di mestiere con qualche battuta ben scritta, Tutte contro lui costruisce una banale opposizione fra un infedele seriale e tre donne ingannate, filiformi e alla moda che troveranno con l’happy ending il loro momento di riscatto - aggiunge Gandolfi - confermando che in amore chi più ha sofferto più ha imparato”.

Kate Upton e Cameron Diaz in una scena di Tutte contro lui
“(...) Una trama semplice e scontata, un buon genere comico, dove tutto è studiato e dovuto”. È quanto scrive Francesca Napola di Cinemio. “Sembra che il regista abbia messo in scena la sua esperienza personale, visto che è stato sempre circondato da donne, per cui l’universo femminile lui lo conosce molto bene e sa quanto possano essere forti i legami e le alleanze tra donne, soprattutto in casi estremi. Il regista, autore da sempre, di ruoli femminili di grande spessore (Una donna molto speciale, La custode di mia sorella, She’s So Lovely) conferma con questa nuova pellicola di non aver ancora trovato un suo filone cinematografico. Ma qui, mostra di comprendere bene i meccanismi del genere comico (...) La colonna sonora è decisamente accattivante e insieme alle sequenze divertenti fa del film uno spettacolo simpatico che non annoia quasi mai, ad eccezione della seconda parte molto meno grintosa della prima e lo spettatore fa fatica a mantenere l’attenzione. Un film semplice - conclude Napola - consigliato per chi ha voglia di farsi quattro risate”.

redazione

mercoledì 18 giugno 2014

Il più bello di mercoledì 18 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Iris alle 21,05

La locandina
Le vie del Signore sono finite

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9

Nastro d’Argento 1988: miglior sceneggiatura (Massimo Troisi e Anna Pavignano).

La scheda
Un film di Massimo Troisi. Con Massimo Bonetti, Jo Champa, Massimo Troisi, Enzo Cannavale, Anna Orso, Marco Messeri, Clelia Rondinella, Donald Hodson, Carola Stagnaro e Anna Orso. Commedia, Ita 1987. Durata 84' circa. Columbia Pictures Italia - Vivivideo, Cecchi Gori Home Video.

La trama
Camillo, un barbiere di un piccolo paese del Sud, soffre di una malattia psicosomatica: ha gli arti inferiori paralizzati, senza che qualche lesione organica giustifichi simile infermità. Poiché questa menomazione è incominciata quando Camillo e Vittoria hanno rotto il loro fidanzamento, il medico curante di lui è convinto che l’amore finito ne sia la causa e che nel suo inconscio il giovanotto finga di essere malato per attirare l’attenzione degli altri. Siamo negli anni ‘20 del secolo scorso e il caso è nuovo e molto interessante. Tutto il paese se ne occupa, ma soprattutto ne è assorbito completamente Leone, il fratellastro di Camillo, che l’ha sempre curato amorosamente in casa, trovando finalmente uno scopo alla sua vita di fallito, con un carattere molto infantile. Leone non desidera, in fondo, che il fratello guarisca. Questi è andato in pellegrinaggio a Lourdes, inutilmente e in treno ha conosciuto Orlando, un giovanotto paralizzato realmente, che è diventato il suo migliore amico. I due sono diversissimi fra loro: Orlando scrive poesie, è timido e gentile, mentre Camillo è bugiardo, esuberante e chiacchierone e inventa specialità per curare le malattie più disparate, dalla calvizie ai dolori reumatici. Vittoria è ora fidanzata con un giovanotto elegante, del quale la sua ricca famiglia è entusiasta, ma lo lascia perché, anche senza confessarselo, è ancora innamorata di Camillo. Appena questi sa che la ragazza ha piantato il nuovo fidanzato, riprende a camminare perfettamente. Intanto Orlando ha conosciuto Vittoria e anch’egli si è innamorato di lei, mentre la giovane ha per lui solo un sentimento di forte amicizia. Camillo un giorno fa un commento scherzoso sul Duce, che un’amica di Vittoria va a riferire alla polizia: creduto un pericoloso sovversivo, il giovanotto è prima picchiato dai fascisti e poi imprigionato. Credendo che Vittoria e Orlando si amino e vivano insieme a Parigi, gli si paralizzano di nuovo le gambe. Quando Orlando, che è diventato un importante gerarca fascista, gli fa condonare l’ultima parte della pena, Camillo, dopo una lite con Leone, che cerca di trattenerlo con ogni mezzo, parte per Parigi, dove riesce a ritrovare Vittoria. L’amore è la guarigione.

Recensione
Una scena de Le vie del Signore sono finite
“(...) 4° film di Troisi - ricorda il Morandini tramite My Movies - Ambizioni di romanzo, ma riuscito soltanto a metà. Sul versante del costume non manca d’eleganza né di misura, su quello politico inciampa negli stereotipi demagogici. Musiche di Pino Daniele. Che brava la Champa”.

Per quanto mi riguarda, è passato davvero troppo tempo (bisogna tornare alla metà degli anni Novanta), dall’ultima volta che ho visto quello che è un ennesimo gioiello di Massimo Troisi. Ma il ricordo è vivido a sufficienza da permettermi di commentarne alcune peculiarità. E di promuoverlo a pieni voti - al contrario de il Morandini, come visto più sopra - come faccio con tutte le opere del grande artista napoletano. Le vie del Signore sono finite, per certi versi è il meno
Jo Champa, ottima interprete nel film di Troisi
apprezzato ma anche il meno conosciuto dei film di
Troisi. Una pellicola che, per la sua globale struttura e quantità di personaggi, già dalla trama può spaventare l’aspirante spettatore. Ma è sufficiente accomodarsi e vedere per cambiare quasi subito idea. Di certo è audace nella sua scrittura, che però è ordinata e tale da rendere scorrevole la narrazione in immagini, allo stesso tempo dipingendo con cura i vari personaggi con i quali lo spettatore non può che immedesimarsi.

Alla base del racconto vi è l’analisi accurata dei rapporti familiari nelle loro infinite possibilità d’intreccio. In questo l’opera in alcune sue parti è ammantata da una patina di desolante malinconia, che fra l’altro è quella che caratterizza il Troisi della seconda parte della carriera. Belle e commoventi molte scene e accurata e utile la ricostruzione storica dell’Italia fascista, che dà l’opportunità al personaggio interpretato proprio dal regista di sdrammatizzare il contesto con le solite, esilaranti frecciate. Nel complesso una commedia amara, in cui anche la politica gioca un ruolo non trascurabile. Da vedere senza esitazione.
st.mar.

martedì 10 giugno 2014

“Le Week-End”, nei luoghi felici della consacrazione di un amore

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Roger Michell. Con Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum, Olly Alexander, Judith Davis, Xavier De Guillebon, Denis Sebbah, Marie-France Alvarez, Brice Beaugier, Sébastien Siroux, Lee Breton Michelsen, Charlotte Léo. Commedia, Usa 2013. Durata 93'. Lucky Red. Uscita giovedì 12 giugno 2014.

La trama
Meg e Nick sono una coppia d’insegnanti inglesi. Trent'anni dopo la loro luna di miele nella Ville Lumière decidono di tornare a Parigi per un lungo weekend. L'incontro inaspettato con un vecchio amico, Morgan, riuscirà a far capire a Nick tutto quello cui tiene davvero nella vita, e nel suo matrimonio con Meg.

Critica – Rassegna stampa
“(...) Michell - scrive Giovanni Ottone di My Movies - già regista di film gradevoli, con reinterpretazione intelligente di noti stereotipi, quali Notting Hill (1999), The Mother (2003) e Hyde Park on Hudson (2012), ha articolato la narrazione costruendo un sapiente incastro di temi e suggestioni, punteggiato da uno humour fine e, a tratti, genuinamente esilarante”. Le Week-End è un film in cui le situazioni sono articolate “con delicatezza e risulta convincente, perché i suoi protagonisti, interpretati con evidente empatia da tre magnifici attori, sono ben riconoscibili, ma non scontati. Un grande merito va alla sceneggiatura di Hanif Kureishi - conclude Ottone - che sviluppa un ardito equilibrio, modulando toni da commedia brillante e incisive analisi dei caratteri dei personaggi”.

Jim Broadbent, Lindsay Duncan in una scena di Le Week-End
“Ritrovarsi nei luoghi felici della consacrazione di un amore (...)”, è l’incipit sintetico ma perfettamente riassuntivo della recensione di Alan Smithee di Film Tv. “(...) Un piccolo, piccolissimo film che riflette senza troppi drammi (ma senza tuttavia rinunciare ad una sottile tristezza di fondo) sulle possibilità di una vita di coppia che resiste, quando tutte o quasi ormai si arrendono alla noia e alla mal sopportazione delle reciproche nevrosi o caratterialità difficili da gestire (...) Jim Broadbent e Lindsay Duncan (qualcuno la ricorda, diafana e quasi albina strega nel magnifico Riflessi sulla pelle di Philip Ridley di quasi trent’anni orsono?) - scrive ancora Smithee - coadiuvati da uno spavaldo e giovanile Jeff Goldblum che dimostra vent’anni di meno dei propri natali, sono la chiave di successo di un’operina gradevole, un po’ scontata, ma anche intensa e appassionata (...)”.


redazione

venerdì 6 giugno 2014

“La pioggia che non cade”, musica folk per cambiare la prospettiva delle cose

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Marco Calvise. Con Carlo Picone, Anna Russo, Mauro Fiore, Vincenzo Picone, Simone Pletto, Vincenzo Citriniti, Viviana Colais, Francesca Nunzi, Elisabetta Ventura, Angela Curri, Vincenzo De Michele, Marco Paparella, Lucia Centorame, Philippe Guastella. Drammatico, Ita 2014. Tonino Abballe Communication S.r.l.. Uscita: giovedì 19 giugno 2014.

La trama
La storia ruota attorno agli Inverso, una band cantautorale-folk romana realmente esistente e i cui elementi sono legati da una forte amicizia. Carlo è voce, chitarra e pianoforte del gruppo, Vincenzo suona il basso, Mauro sta alla batteria e alle percussioni, Simone alla fisarmonica, Enzo al sax e Anna al violoncello. La band si esibisce di solito nei locali della città e, proprio al termine di un loro concerto, i musicisti sono notati da Luca, il quale, colpito dall’esibizione, si avvicina ai ragazzi per lasciare loro il proprio biglietto da visita e proporgli un incontro che li aiuterà a entrare nell'ambiente, “quello importante, veramente importante”. I ragazzi appaiono scettici, ma non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, perciò fissano l’appuntamento che potrebbe segnare la svolta della loro carriera musicale, nonostante scelte simili possano mettere a rischio la loro vita sentimentale.

Recensione di trailer e clip
L’impressione è di vedere sul grande schermo un racconto scritto bene (da Tonino Abballe, che è anche ideatore e produttore dell’opera). Ne esce un film, La pioggia che non cade, a tratti sognante, leggero e leggiadro, in cui le venature drammatiche (la necessità, non certo facile da concretizzare, di guardare le cose da una prospettiva diversa) non appesantiscono la narrazione grazie anche a scelte registiche originali. Come la sequenza in cui uno dei protagonisti, Simone Pletto, va in bicicletta lungo una strada fiancheggiata da case e palazzi realizzati in computer-grafica, a effetto cartoon. Un’opzione stilistica di Marco Calvise (esordiente) che aiuta a comprendere il senso di spaesamento del personaggio - dibattuto in un momento cruciale della propria esistenza - e la componente onirica di quello stesso momento interiore.

Una scena de La pioggia che non cade (foto Ansa online)
La musica folk (scritta da Carlo Picone) che accompagna la concatenazione d’immagini, è garbata, mai fastidiosa né incombente né preponderante a vantaggio del giusto impatto che la pellicola deve avere sul pubblico. Tuttavia il lavoro del meno che trentenne cineasta, può anche essere causa di spaesamento. Durante la visione si cerca una coerenza della narrazione ma ci si continua a dibattere nel dubbio di cosa sia, in realtà, questo film. Musicale? Biografico? Commedia? Sentimentale? Non si capisce e forse, per scelta di produzione e registica, non si deve capire. Ciò non toglie che, per mio gusto, giudico questo tipo d’inquadramento del lungometraggio, penalizzante rispetto alla necessità di un ordine narrativo. A giugno la produzione ha organizzato diverse anteprima nelle città giudicate più idonee a comprendere il tipo di pellicola. Ciò cui si punta - visto
Un'altra scena del film di Marco Calvise
il momento (come sempre) non felicissimo che attraversa il cinema italiano - al passaparola. Un po’ come si fa oggi con molte altre espressioni d’arte quando dietro non ci sono ‘poteri forti’ interessati, letteratura compresa. Su Youtube saranno pubblicati trailer sempre diversi (di 30/40 secondi circa) ogni settimana.

Film carino, per dirla con banalità. Senza troppe pretese ma anche senza la presunzione di averle. E questo già basta a renderlo ‘simpatico’. Anche perché capita di ridere, non in eccesso, ma spesso al momento più opportuno. Grazie anche alla spontaneità degli interpreti che, quasi tutti, sono all'altezza del compito. Seppure con qualche inciampo dilettantesco.

Stefano Marzetti

giovedì 5 giugno 2014

Il più bello di giovedì 5 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: MTV alle 21,10

La locandina
Io, me & Irene

Valutazione media: ♥♥♥ = 6,5


La scheda
Un film di Bobby Farrelly e Peter Farrelly. Con Jim Carrey, Robert Forster, Chris Cooper, Richard Jenkins, Renée Zellweger, Rob Moran, Anthony Anderson, Ezra Buzzington. Titolo originale: Me, Myself & Irene. Commedia, Usa 2000. Durata 117'. 20th Century Fox.

La trama
Charlie, agente di polizia con diciassette anni di servizio alle spalle, è una persona educata e gentile. Quando la moglie lo abbandona, lui cerca di farsene una ragione e prende con sé anche i tre figli di colore che lei gli lascia. Purtroppo Charlie è affetto da personalità dissociata. Quando finisce le medicine, eccolo diventare Hank, un iperaggressivo alter ego, uno che dice oscenità, beve e spacca il muso a chiunque gli capiti a tiro. Il suo superiore lo incarica di scortare a Massina, vicino a New York, Irene, una ragazza arrestata e accusata di complicità con loschi personaggi. Anche i malavitosi la inseguono per eliminarla e così il viaggio diventa a poco a poco più complicato. Mentre gli incidenti si susseguono, Charlie deve fronteggiare il periodico riaffacciarsi di Hank e questo gli crea difficoltà soprattutto nel rapporto con Irene, di cui si è invaghito. Quando è all'inseguimento di Dickie, il boss della banda, Charlie affronta Hank e lo getta finalmente fuori. Quando anche Dickie muore, tutto sembra risolto. Irene saluta Charlie, ma poco dopo la polizia la ferma. Charlie si avvicina e le chiede di sposarla.

Critica e rassegna stampa
Serata grama (se si eccettua, su TV 2000, Cristo si è fermato a Eboli [articolo], passato in televisione solo lo scorso 22 maggio e presentato da Filmamare). Non resta che consigliarvi questa commedia demenziale ma, a mio avviso, ben costruita e con il solito, straripante e strepitoso Jim Carrey. È passato troppo tempo dall’ultima volta che ho visto questa pellicola, quindi mi avvalgo delle recensioni di alcuni colleghi. Per quel che ricordo di quest’opera, i giudizi letti sono un tantino severi. Soprattutto quando è sminuito lo stile dei fratelli Farrelly, che hanno fornito spesso prova - e pure in questo caso - di saper intrattenere con le gag molto divertenti di cui sono costellati i loro film. È vero che Carrey è talmente ciclonico da incombere sul resto del cast, ma non si deve sottovalutare la buona prova di Renée Zellweger, per non parlare dei deliziosi innesti degli inarrestabili figli del protagonista. Mia valutazione: ♥♥♥ = 7.

“(...) Dopo il clamoroso successo di Tutti pazzi per Mary - si legge su Film Up - tornano alla riscossa i fratelli Farrelly in una nuova commedia provocatoria e, come al solito, esagerata (...) Non manca niente di quello che si cerca nei film della nota coppia di registi: una comicità forte, che tende a prendere in giro tutto e tutti (magari anche i meno fortunati), una scuola formatasi attraverso i film di Zucker-Abrahams (quelli de L'aereo più pazzo del mondo) ma con in più una libertà e una sfrontatezza nell’affrontare l’argomento senza mai autocensurarsi. Trasgressione allo stato puro con una sola preoccupazione: quella di far ridere in maniera liberatoria”.

Jim Carrey, solito mattatore, in una scena di Io, me & Irene
“(...) Ancora una commedia senza ritmo - rileva Simone Emiliani di Sentieri Selvaggi - che vive di cortocircuiti corporei (Scemo & + Scemo) o su una calcolata commistione tra satira e un humour dichiaratamente basso (...) c’è un’affascinante forza nascosta, messa in moto dai continui movimenti centrifughi del corpo di Jim Carrey che si allargano anche e condizionano altri personaggi. Opera d’improvvisi risvegli (...) in un gioco continuo di scambio di ruoli, in cui Carrey fa faticosamente convivere nel proprio corpo Jekyll e Hyde, riuscendo a contorcersi incredibilmente per materializzare visivamente il loro scontro, il loro contrasto. Io, me & Irene manca certamente di una sua compattezza, soprattutto in quel pallido intrigo poliziesco che si nasconde dietro l'estremismo nel comico dei fratelli Farrelly. Ma questa mancanza di compattezza - scrive ancora Emiliani - deriva proprio dalla potenza di Jim Carrey che si abbatte come un ciclone suoi luoghi e sugli altri personaggi, che è capace di coprire il campo visivo da solo, di riempire da solo la singola immagine (...)”.

redazione