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lunedì 30 giugno 2014

Quelli che forse non avete ancora visto – 'I segreti di Osage County'

La locandina
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di John Wells [I]. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham, Will Coffey. Titolo originale: August: Osage County. Drammatico, Usa 2013. Durata 119' circa. Bim: uscito giovedì 30 gennaio 2014.

La trama
Beverly Weston e la moglie Violet vivono nella loro casa di Osage County. Poeta con problemi di alcol lui e dipendente dai farmaci per un cancro alla bocca lei, i due all'apparenza sembrano una coppia consolidata dagli anni, fino al momento in cui, dopo essere scomparso per qualche giorno, Beverly viene ritrovato morto suicida. Al funerale, oltre alla figlia Ivy, che vive in casa con i genitori, partecipano anche le figlie Barbara e Karen, così come il resto dei parenti. Nei giorni successivi una serie di conflitti riemergono all'interno della famiglia. Il malanimo tra Barbara e Violet, che non sono mai andate d'accordo, si fa sempre più serrato mentre il fidanzato di Karen dimostra la sua vera natura e Ivy pianifica la fuga d'amore con suo cugino.

Mia recensione
Tantissime nomination ma nessun premio di rilievo per quello che si rivela un gioiello dedicato alle insanabili lacerazioni familiari. Con una sua forza - che ne fa una pellicola rara soprattutto nel cinema hollywoodiano - nel non andare a cercare il lieto fine a tutti i costi. I segreti di Osage County, del regista John Wells I (nel 2010 il più che buono The Company Men) si rassegna all’impossibilità - che sa molto di vita reale e non di celluloide - di porre rimedio, neppure con l’aiuto di compromessi, a strappi che hanno radici troppo lunghe e quindi impossibili da recidere. L’unica soluzione cui Tracy Letts sembra pensare nella sceneggiatura - tratta dal suo stesso romanzo del 2008, Osage County (non edito in Italia) - sarebbe il brutale abbattimento di questa sorta di pianta ammalata. Un taglio netto che è evitato solo lasciando tutto com'è.

Meryl Streep e Julia Roberts in un'emblematica scena del film
Sotto l’impeccabile direzione del cineasta di Alexandria (Louisiana, Usa) ciò che è notato maggiormente dallo spettatore, sono le interpretazioni di tutto il cast, che dànno corpo a personaggi i quali, per quasi l'intera durata della vicenda, sono tutti quanti inseriti nello spazio ristretto di una bella villa nella campagna dell’Oklahoma. Nient’altro. Solo il loro interagire, che fa emergere ferite sia superficiali sia, soprattutto, profonde. Spiccano, in particolare, le prove attoriali di Meryl Streep e Julia Roberts (per entrambe nomination all’Oscar), che esibiscono una straordinaria capacità di far venire a galla l’amarezza, la rabbia, fin quasi la violenza, di madre e figlia una contro l’altra per dissidi ancora pendenti ma ancor più perché caratterialmente simili. Grandi interpreti come Sam Shepard, Ewan McGregor, Chris Cooper e Juliette Lewis, ruotano attorno a queste due autentiche mattatrici del racconto in immagini, fornendo un valore aggiunto che fa crescere le potenzialità dell’opera nell’attrarre l’immedesimazione di chi vede.

Meryl Streep, Julianne Nicholson e Juliette Lewis
in I segreti di Osage County
Un calo di originalità, tuttavia, sta soprattutto nei traumi del passato (espediente sfruttatissimo sia nel cinema, sia nella letteratura in genere). Traumi da intendersi come tare caratteriali e cronica incapacità di condurre esistenze che sono quasi tutte da buttare nel cestino riservato ai fallimenti. Manca, quindi, la responsabilità diretta degli errori commessi dai vari personaggi, cioè che sia attribuibile a un genetico modo di essere degli individui. È poi arduo accettare che in un’intera famiglia, per quanto possa essere allargata, non esista neppure un membro o un rapporto non dico impeccabile, ma quantomeno salvabile. Nonostante questi nèi, la pellicola funziona e scorre che è una meraviglia. I dialoghi sono serrati, brillanti e del tutto credibili. Non ci sono scelte particolarmente ricercate nella fase di montaggio, ma la concatenazione delle immagini garantisce un alto livello di coinvolgimento. Un film da recuperare, senza ombra di dubbio.

Stefano Marzetti

giovedì 19 giugno 2014

Il più bello di giovedì 19 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15

La locandina
A proposito di Schmidt

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Golden Globe 2003: miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson, migliore sceneggiatura a Alexander Payne e Jim Taylor; Broadcast Film Critics Association Award 2003: miglior attore protagonista a Jack Nicholson;  National Board of Review Award 2002: miglior attrice non protagonista a Kathy Bates; Festival di Cannes 2002: nomination Palma d'Oro a Alexander Payne.

La scheda
Un film di Alexander Payne. Con Jack Nicholson, Kathy Bates, Hope Davis, Dermot Mulroney, June Squibb, Howard Hesseman, Harry Groener, Connie Ray, Len Cariou, Mark Venhuizen, Cheryl Hamada, Phil Reeves, Matt Winston, James M. Connor, Jill Anderson. Titolo originale: About Schmidt. Drammatico, Usa 2002. Durata 125'. Nexo.

La trama
Warren Schmidt è un uomo depresso e avvilito: è in pensione ed è rimasto vedovo da poco. Incerto sul suo futuro così come scettico sulle scelte del passato, decide di fare i bagagli per un viaggio attraverso il Nebraska, per essere presente al matrimonio della figlia con un venditore di letti ad acqua. Eppure ogni cosa che fa, appare sbagliata e Warren sembra destinato a finire la sua vita così come l'ha vissuta: un fallimento. Ma lungo la strada Warren racconta il suo viaggio e le sue osservazioni a un interlocutore inaspettato, un ragazzino povero della Tanzania che sta sovvenzionando per settantatré centesimi al giorno. Nelle sue lunghe lettere al ragazzino, Warren inizia a vedere se stesso e la vita che ha vissuto con occhi diversi.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) ad un soggetto esile e provocatorio solo superficialmente - scrive Davide Verazzani di My Movies - si contrappone (…) la prova d'attore di Jack Nicholson che, da solo, rende la pellicola degna di essere vista. La caratterizzazione di Schmidt, borghese meschino e privo di sentimenti, non del tutto resa da una sceneggiatura priva di acuti, viene evidenziata da Nicholson senza il consueto gigioneggiare, ma piuttosto con continui e straordinari cambiamenti mimici. E le sue espressioni durante il discorso del pranzo di matrimonio della figlia sarebbero da studiare a memoria nelle scuole di recitazione”.

Jack Nicholson in una scena di A proposito di Schmidt
“(...) L'arte del racconto di Payne - rileva Valeria Chiari di Film Up - che mescola ad una brillante ironia la drammaticità di una vita sprecata, si completa con la maestria di Nicholson nell’interpretare un uomo che si risveglia alla vita. Uno spaccato della vita americana di provincia scrutato in tutta la sua tragica sonnolenza e senza alcuna superficialità, da un uomo che pur trovandosi a passeggiare sul suo personale ‘viale del tramonto’, sente ancora il desiderio di dare un senso alla propria vita. Raccontato anche attraverso l’impaccio fisico a metà tra la sonnolenza e il risveglio, Warren Schmidt è un individuo dal destino spietatamente normale, sublimato dall’interpretazione di Nicholson che lo trasforma in una icona, mélange di pessimismo e pietà, crudele rappresentazione dell’uomo del XXI secolo”, conclude Chiari.
redazione

martedì 29 aprile 2014

Il più bello di martedì, prima serata, sul ‘digitale’: La 7 alle 21,10 (con trailer)

La locandina
Qualcosa è cambiato

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Oscar 1998: miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Helen Hunt; Golden Globe 1998: miglior film commedia o musicale, miglior attore in un film commedia o musicale a Jack Nicholson, miglior attrice in un film commedia o musicale a Helen Hunt; Screen Actors Guild Award 1997: miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Helen Hunt.

La scheda
Un film di James L. Brooks. Con Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr., Skeet Ulrich, Shirley Knight, Yeardley Smith, Lupe Ontiveros, Bibi Osterwald, Ross Bleckner, Bernadette Balagtas, Jaffe Cohen, Harold Ramis, Julie Benz. Titolo originale: As Good As It Gets. Commedia, Usa 1997. Durata 138'.

La trama
A New York, Melvin Udall, scrittore di romanzi sentimentali, soffre di disturbi di tipo ossessivo e maniacale. Si diverte a insultare, offendere, ferire gli altri che reagiscono con durezza. Di fronte al suo appartamento abita Simon, pittore di talento, stella del momento nel panorama artistico newyorchese, gay dichiarato e vittima delle malignità del dirimpettaio. Tutti i giorni Melvin fa colazione in un ristorante, dove l'unica cameriera che sopporta le sue battute è Carol, una ragazza madre con un figlio che soffre di asma cronica. Un giorno
Il regista
James L. Brooks
Simon si porta a casa un giovane modello per un ritratto ma questi fa entrare alcuni amici che sfasciano tutto, rubano e picchiano duramente il pittore. Mentre è in ospedale, Melvin accetta di fare da padrone a Verdell, il cagnolino di 
Simon: i due diventano stranamente amici. Poi Melvin viene a sapere della malattia del figlio di Carol: manda a casa della donna un medico, marito della sua editrice, che gli prescrive cure rigorose e di grande efficacia. Imbarazzata, Carol dice a Melvin di non voler avere rapporti con lui. Intanto, in via di guarigione ma senza soldi e con lo sfratto incombente, Simon è costretto ad andare a fare
Helen Hunt e Jack Nicholson in una scena del film
visita ai genitori. Melvin decide di accompagnarlo in macchina ma chiede a Carol di andare con loro. Quando vanno a cena da soli, Melvin riesce quasi a essere gentile con Carol, ma qualcosa alla fine va storto e Carol lo lascia indignata. Simon intanto ha ritrovato la voglia di dipingere, rinuncia a incontrare i genitori, torna a New York e qui scopre che Melvin lo ospita a casa sua, dove gli ha fatto preparare una stanza. Ora è Simon a spingere Melvin, lo esorta a non rinunciare a Carole e ad andare a casa di lei. Così in piena notte, Melvin suona il campanello. Carol esce con lui, finalmente i due si spiegano, si dichiarano, capiscono le difficoltà reciproche, ma decidono comunque di provare.

La mia recensione
Il classico film che non annoia mai, trascinato da attori di altissimo livello (due di loro vinsero l’Oscar, Jack Nicholson e Helen Hunt) e costruito su uno script solido e coerente che garantisce la fluidità della sequenza d’immagini. Si tratta di certo di una pellicola dichiaratamente molto commerciale e che punta senza mezzi termini a colpire ‘duro’ i sentimenti degli spettatori, uomini e donne che siano e possiamo metterci anche i ragazzi. Se vogliamo alcune situazioni e conclusioni sono più che scontate, ma puntellate da meticolose legittimazioni nell’ambito dell’accadibile e quindi del reale, cosicché l’immedesimazione di chi guarda, sia con la storia sia coi personaggi in  gioco, è garantita.

Jack Nicholson, vero mattatore della commedia
Non sorprenda che io giudichi il motore di Qualcosa è cambiato (molto meglio il titolo originale As Good As It Gets, ‘tanto buono ciò che diventa’) del regista statunitense James L. Brooks (nel 2005 autore del godibilissimo Spanglish - Quando in famiglia sono troppi a parlare) sia il solito, incontenibile Jack Nicholson (nel 2007 in coppia con Morgan Freeman nel buon Non è mai troppo tardi di Rob Reiner). Il tre volte premio Oscar, oggi giunto a settantasette anni, è, manco a dirlo, il protagonista di questa commedia a tratti drammatica, dalla quale emerge il forte senso di solitudine in cui i personaggi principali sono costretti a vivere, ognuno con le proprie fobie, paure, preoccupazioni e debolezze. Sentimenti che sono delineati molto bene dalla sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista con Mark Andrus, ricca di situazioni intriganti e di dialoghi intelligenti. Si tratta in particolare di tre persone dalle quali ci si sente sempre più attratti e con le quali l’empatia è conseguenza garantita.


Greg Kinnear e Jack Nicholson
Un film (occupa il posto numero 140 de ‘I 500 Film più Grandi di Tutti i Tempi’ [The 500 Greatest Movies of All Time] della rivista Empire; fonte Wikipedia) in parte di viaggio, che è sempre metafora di riflessione, confronto con se stessi e con gli altri, sofferenza e cambiamento. Anche qui nulla di nuovo, ma quando l’obiettivo è reso bene, tanto di cappello. Le prove degli interpreti principali, il già citato Nicholson con Helen Hunt e Greg Kinnear, sono fondamentali per la riuscita del lavoro del regista, facilitato dalla sensibilità di questi interpreti nel centrare i diversi obiettivi del racconto filmico. Un fluire mai pigro di quadri cinematografici, cosa che impedisce la benché minima distrazione. La colonna sonora del bravissimo compositore tedesco Hans Zimmer (sue le musiche di The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, appena entrato con grande successo nelle sale italiane), incalza a meraviglia il ritmo delle azioni.

Un racconto di comprensione, di amicizia e d’amore. Un amore difficile, che s’imbatte in una serie sfiancante di ostacoli ma che, in un modo o nell’altro, trova la porta per entrare nella giusta dimensione. Da vedere senza tentennamenti.

Stefano Marzetti

lunedì 14 aprile 2014

Il più bello di lunedì, prima serata, sul ‘digitale’: Iris alle 21,10 (con trailer)

La locandina
La promessa

Mia valutazione: ♥♥♥ = 6,5

La scheda
Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen Mirren, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright, Costas Mandylor, Michael O'Keefe. Titolo originale: The Pledge. Poliziesco/thriller, Usa 2001. Durata 123'.

La trama
I colleghi hanno preparato una festa d'addio per l'ultimo giorno di lavoro dell'ispettore Jerry Black (Jack Nicholson) e gli hanno regalato un biglietto aereo perché realizzi un suo vecchio sogno: andare a pesca in Messico. Ma viene ritrovato il corpo di una bambina di otto anni e sarà lui ad andare a casa della piccola a portare l'orribile notizia. The Pledge (cioè La promessa), è quella che l'ispettore fa alla madre sconvolta: sarà capace di scovare il colpevole, costi quel che costi.

Recensione
Un film a fasi alterne - spesso lento e troppo cervellotico, handicap che spezza il ritmo dell’azione - che, a mio avviso è esempio perfetto di come quel grande attore che è Sean Penn sia molto più convincente davanti piuttosto che dietro la cinepresa. Questo non vuol dire che La promessa (The Pledge in lingua originale) non sia un'esperienza filmica che valga la pena fare. Ma, sempre secondo il sottoscritto, ha raccolto assai più consensi di quanti in effetti un’analisi critica approfondita ne possa giustificare (fra l’altro è una pellicola riproposta sul piccolo schermo spesso e volentieri). Non è sottovalutabile, rilevo, che il 53enne Penn versione cineasta (suo il non ancora uscito action movie The Gunman e molto prima, nel 1991, l'appena discreto Lupo solitario) non abbia lesinato nel casting, scegliendo pezzi pregiati della ‘gioielleria’ hollywoodiana. Non capita tutti i giorni l’opportunità di far recitare insieme Jack Nicholson (tre Oscar e sette Golden Globe), Mickey Rourke (un Golden Globe), Sam Shepard (una nomination all’Oscar), Vanessa Redgrave (un Oscar, un Golden Globe oltre premi a Cannes e ai Donatello e svariate nomination), Helen Mirren (un Oscar e due Golden Globe), Benicio Del Toro (un Oscar, un Golden Globe più riconoscimenti a Cannes e Berlino) e Robin Wright (un Golden Globe, ex moglie dell’attore/regista californiano).

Jack Nicholson, ottima prova anche in La promessa
Il regista
Sean Penn
A queste condizioni di partenza un fallimento non poteva esserci. Ma non basta una buona squadra per stravincere, se non si è esperti direttori. E così Sean Penn, che parte da un buon soggetto come il romanzo del 1957 Das Versprechen dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt - non ben ridotto per l’utilizzo cinematografico da Jerzy Kromolowsky e Mary Olson-Kromolovski - va in confusione soprattutto nell’unità del flusso d’immagini, di continuo disturbata in particolare da flash back che dovrebbero soprattutto dare un’idea del personaggio della bambina assassinata. Una tecnica, quella del ‘ritorno indietro’ attraverso i racconti o l’immaginazione dei protagonisti, che se non ben dosata diviene estraniante rispetto all’obiettivo dell’esperienza filmica. La quale, invece, è efficace nel mettere in primo piano un mondo di violenza e cattiverie nel quale i ‘buoni’ faticano sempre a inserirsi per giungere alla verità di atti inaccettabili. In questo la carica di rabbia e drammaticità espressa da Nicholson è fondamentale.

Una scena straziante del film di Sean Penn
Ha ragione Matteo De Simei di Onda Cinema quando promuove il film per un “uso particolarmente ricco di primi piani e di ravvicinatissime inquadrature volte a mostrare con una cura quasi maniacale volti e oggetti”. E quando rileva gli “innumerevoli campi lunghissimi” che “introducono, di volta in volta, in ambienti totalmente differenti, dapprima dominati dal deserto per poi passare al ghiaccio e alla neve fino ai laghi montani del Nevada”. Secondo me determinate, in questo senso, il lavoro di un direttore della fotografia - a volte anche regista - del calibro di Chris Menges (fra i tantissimi ricordo i capolavori Urla del silenzio del 1984 e Mission del 1986). Certo, anche tutte queste inquadrature, primi piani e panorami, a tratti addormentano l’azione - che in opere di questo genere è basilare - e producono una sfilata un po’ caotica d’immagini.

È sostanzialmente d’accordo con me Valerio Salvi di Film Up, quando parla dell’alternanza di “momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti, sia soprattutto su quello del ritmo”. Tale neo è reso visibile dalla facilità con cui, in alcune fasi della proiezione, lo spettatore rischia di distrarsi e di allontanarsi dai personaggi e dallo stesso racconto. Più che apprezzabile, invece, ancora secondo il collega Salvi, la determinazione di Penn nel voler “esplorare territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e scontata”. Film sufficientemente adrenalinico, a tratti angosciante che, nonostante le debolezze elencate, merita fiducia.

Ho visto l'ultima volta questo film alcuni anni fa. Ho quindi arricchito la mia recensione con alcune riflessioni di altri critici

Stefano Marzetti

martedì 8 aprile 2014

Il più bello di martedì, prima serata, sul ‘digitale’: La7 alle 21,10 (con trailer)

Codice d’onore

PREMI
National Board of Review Award 1992: miglior attore non protagonista a Jack Nicholson; MTV Movie Award 1993: miglior film; Chicago Film Critics Association Award: miglior attore non protagonista a Jack Nicholson; Southeastern Film Critics Association Award: miglior attore non protagonista a Jack Nicholson.


Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8,5



Scheda
Un film di Rob Reiner. Con Tom Cruise, Demi Moore, Jack Nicholson, Kiefer Sutherland, Kevin Bacon, Kevin Pollak, James Marshall, Christopher Guest, Cuba Gooding Jr., Noah Wyle, David Bowe, Cameron Thor, John M. Jackson, Frank Cavestani, Harry Caesar, Lawrence Lowe, Geoffrey Nauffts, Demi More, Wolfgang Bodison, Josh Malina, Oscar Jordan, John M. Matthews, Al Wexo, Jan Munroe, Ron Ostrow, Matthew Saks, Arthur Senzy, Gene Whittington, Maude Winchester, Aaron Sorkin, J. A. Preston, Matt Craven, J.T. Walsh, Xander Berkeley, Michael De Lorenzo. Titolo originale: A Few Good Men. Drammatico, Usa 1992. Durata 138'.

Trama
Daniel Kaffee, dopo la laurea in legge, si arruola in Marina, dove esercita la professione e diventa famoso per il fatto di riuscire a patteggiare tutte le cause, senza dover arrivare mai in aula. Quando si trova a difendere due marine accusati di aver applicato il 'codice rosso' e di aver ucciso un loro commilitone, tutto cambia. Dimostrerà il suo intuito e la sua preparazione,  scoprendo che l'ordine è arrivato dal loro comandante. Riuscirà a far assolvere i due uomini e a condannare il colonnello.
Tom Cruise in una scena-simbolo di Codice d'onore
Mia recensione
Premessa – Alcune osservazioni svelano in parte il finale del film.

Uno di quei film che fanno parte della mia esperienza esistenziale. Senza esagerare, intendo dire che Codice d’onore - catalogato come drammatico ma che mischia il legal-thriller al giallo, al militaresco, senza essere infastidito da superflue storie d’amore che nulla avrebbero avuto a che fare con l’esigenza d’essenzialità del racconto cinematografico e avrebbero rischiato di essere mere forzature nella continuità d’azione – è una di quelle pellicole che mi sono rimaste dentro, di cui ho una copia in dvd e che rivedo almeno tre volte l’anno.

Le ambientazioni e le scenografie (come l’aula del tribunale o la base navale statunitense di Guantanamo) create da J. Michael Riva, unite all’efficace fotografia di Robert Richardson (la bellezza di tre Oscar al suo attivo, per JFK - Un caso ancora aperto nel 1991, per The Aviator nel 2004 e per Hugo Cabret nel 2011; è uno dei due direttori della cinematografia viventi vincitore per tre volte della
Jack Nicholson nei panni del colonnello Nathan Jessep
statuetta hollywoodiana alla migliore fotografia [cfr., Wikipedia]), legittimano il senso realistico dell’opera, diretta senza sbavature dall’oggi 67enne
Rob Reiner (di cui è d’obbligo ricordare il meraviglioso Harry ti presento Sally del 1989). La bravura del cineasta newyorkese, in questo caso sta nella capacità di mescolare, senza rompere il ritmo dell’esperienza filmica, lo svolgimento del processo ai danni del famigerato colonnello Nathan Jessep del corpo dei Marines e comandante della suddetta struttura logistica, con le vicende esterne al procedimento di fronte alla corte marziale, comunque legate a doppio filo con l’altra parte del soggetto.

L’ufficiale suddetto è interpretato dal solito, irrefrenabile e istrionico Jack Nicholson. A mio avviso, nonostante i riconoscimenti ricevuti per questa sua personificazione (che è comunque di alto livello), come altre volte gli capita di fare, anche in questo caso forza un po’ la mano su quelle che sono spesso state le carte vincenti del suo repertorio recitativo (sorrisetti, alzate di sopracciglia e occhi da pazzo), in effetti senza impressionare più di tanto lo spettatore che lo segua circa dal principio della sua sfolgorante carriera.

La bella ed efficace Demi Moore
Tornando a soggetto e sceneggiatura, a cura di Aaron Sorkin (nel 2010 The Social Network di David Fincher) fanno emergere in maniera assai efficace il dramma – è così che va definito – di quello che in Italia è chiamato ‘nonnismo’ nel mondo dell’esercito. Vale a dire quella forma di violenza psico-fisica perpetrata ai danni dei soldati più giovani o, ancor peggio, che si dimostrano più deboli senza averne alcuna colpa. Questa è l’ipotesi da cui nasce lo script di Codice d’onore, quella che cerca una risposta alla domanda: cosa accadrebbe se un militare fosse ucciso da suoi commilitoni che hanno ricevuto l’ordine tassativo di ‘fargli pagare’ – senza volontarietà di macchiarsi d’omicidio – le presunte manchevolezze?

Prima ancora di quella del citato Nicholson, spiccano le interpretazioni di tre attori che nel 1992 erano al culmine della loro ascesa carrieristica. Parlo di Tom Cruise e Demi Moore (non hanno bisogno di presentazioni) in particolare, appoggiati in modo impeccabile dal bravo Kevin Pollak (in seguito, nel 1995, per lui un ruolo di rilievo nel grandioso I soliti sospetti di Bryan Singer). Come al solito più che efficace Cruise nel rendere credibile il personaggio del giovanissimo avvocato e tenente Daniel Kaffee, che al suo primo, vero caso, deve far fronte sia nella teoria ma, soprattutto, nello scontro cerebrale, a un veterano della statura del colonnello Jessep. Memorabile la scena finale in cui il giovane graduato mette a tal punto alle strette quello che era solo un testimone, da far sì che questi finisca per auto-accusarsi. Una pellicola che ‘passa’ spesso in televisione ma che ogni volta va presa in serissima considerazione.

Stefano Marzetti