A destra l'accusatore Michael Egan III in conferenza stampa col suo avvocato
Un scandalo-pedofilia a Hollywood sta facendo
tremare manager e qualche vip del mondo del cinema statunitense. Il primo a
essere accusato è stato il regista di della saga X- Men, Bryan
Singer, dalla
presunta vittima Michael Egan III, ex attore in erba, il quale
sostiene che quando aveva 17 anni il cineasta newyorkese avrebbe abusato di lui
in California e alle Hawaii. Affermazioni che sono state tacciate per false in
modo categorico dallo stesso Singer. Non contento Egan nelle ultime
ore ha fatto altri tre nomi. Si tratterebbe di personaggi potenti, coinvolti in
uno schema di abusi sistematici alla fine degli anni Novanta - come riporta anche il sito web de Il Messaggero - in cui ragazzini minorenni
erano adescati per partecipare a orge in cambio di una promettente carriera nel
cinema e minacciati di violenza se rifiutavano di cedere agli ‘orchi’.
Il celebre cineasta newyorkese Bryan Singer
I nomi dei tre accusati sono contenuti in
un'azione legale presentata alle Hawaii e rilanciati oggi sul Times di Londra:
si tratta di David Neuman, Gary Goddard e Garth Ancier. Quest’ultimo,
il creatore del ‘Ricki Lake Show’ ed ex presidente di ‘BBC Worldwide America’,
ha prodotto varie puntate dei Simpson e portato in tv il serial West Wing. Neuman è un executive di Disney Tv, Goddard un
produttore teatrale responsabile di vari show
a Broadway e delle attrazioni della ‘Jurassic Ride’ ai parchi di divertimento
Universal. Nessuno di loro ha fatto finora commenti. «Sono accuse gravi. Non
casi di omosessualità ma abusi di uomini adulti su minori», ha commentato Jeff
Herman, l'avvocato di Michael Egan III, secondo cui gli accusati
avevano strumentalizzato il loro «potere, ricchezza e posizione nell'industria
dello spettacolo» per far violenza all'aspirante attore.
Sdegnata d'altro canto la smentita del
regista dello splendido I soliti sospetti (1995): attraverso Marty Singer, celebre
legale delle star, che nel suo portafoglio vanta clienti come Arnold
Schwarzenegger,
Quentin
Tarantino
e Sylvester
Stallone, ha
affermato che si tratta di accuse assurde e diffamatorie che tenterebbero di
sfruttare la notorietà del cineasta e della saga di cui è pronto un nuovo
episodio: X-Men - Giorni di un futuro passato, con Jennifer
Lawrence, Hugh
Jackman e Michael
Fassbender,
in arrivo nelle sale italiane il 22 maggio.
National Board of Review Award 1992:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson; MTV Movie Award 1993: miglior film; Chicago Film Critics Association Award:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson; Southeastern Film Critics Association Award:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson.
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8,5
Scheda
Un film di Rob Reiner. Con Tom Cruise, Demi Moore, Jack Nicholson, Kiefer Sutherland, Kevin
Bacon, Kevin Pollak, James Marshall, Christopher Guest, Cuba Gooding Jr., Noah
Wyle, David Bowe, Cameron Thor, John M. Jackson, Frank Cavestani, Harry Caesar,
Lawrence Lowe, Geoffrey Nauffts, Demi More, Wolfgang Bodison, Josh Malina,
Oscar Jordan, John M. Matthews, Al Wexo, Jan Munroe, Ron Ostrow, Matthew Saks,
Arthur Senzy, Gene Whittington, Maude Winchester, Aaron Sorkin, J. A. Preston,
Matt Craven, J.T. Walsh, Xander Berkeley, Michael De Lorenzo. Titolo
originale: A Few Good Men. Drammatico, Usa 1992. Durata 138'.
Trama
Daniel
Kaffee, dopo la laurea in legge, si arruola in Marina, dove esercita la
professione e diventa famoso per il fatto di riuscire a patteggiare tutte le
cause, senza dover arrivare mai in aula. Quando si trova a difendere due marine
accusati di aver applicato il 'codice rosso' e di aver ucciso un loro commilitone, tutto cambia. Dimostrerà il suo
intuito e la sua preparazione, scoprendo
che l'ordine è arrivato dal loro comandante. Riuscirà a far assolvere i due
uomini e a condannare il colonnello.
Tom Cruise in una scena-simbolo di Codice d'onore
Mia recensione
Premessa – Alcune osservazioni svelano in parte il finale del film.
Uno di quei film che fanno parte della mia
esperienza esistenziale. Senza esagerare, intendo dire che Codice d’onore - catalogato come drammatico ma che mischia il legal-thriller al giallo, al militaresco,
senza essere infastidito da superflue storie d’amore che nulla avrebbero avuto
a che fare con l’esigenza d’essenzialità del racconto cinematografico e
avrebbero rischiato di essere mere forzature nella continuità d’azione – è una
di quelle pellicole che mi sono rimaste dentro, di cui ho una copia in dvd e
che rivedo almeno tre volte l’anno.
Le ambientazioni e le scenografie (come l’aula
del tribunale o la base navale statunitense di Guantanamo) create da J.
Michael Riva,
unite all’efficace fotografia di Robert Richardson (la
bellezza di tre Oscar al suo attivo, per JFK - Un caso ancora aperto nel 1991, per The Aviator nel 2004 e per Hugo
Cabret nel 2011; è uno dei due direttori della cinematografia viventi vincitore per tre volte della
Jack Nicholson nei panni del colonnello Nathan Jessep
statuetta hollywoodiana alla migliore fotografia [cfr.,
Wikipedia]), legittimano il senso realistico dell’opera, diretta senza sbavature
dall’oggi 67enne Rob Reiner (di cui è d’obbligo ricordare il
meraviglioso Harry ti presento Sally
del 1989). La bravura del cineasta newyorkese, in questo caso sta nella
capacità di mescolare, senza rompere il ritmo dell’esperienza filmica, lo
svolgimento del processo ai danni del famigerato colonnello Nathan Jessep del
corpo dei Marines e comandante della suddetta struttura logistica, con le
vicende esterne al procedimento di fronte alla corte marziale, comunque legate a doppio filo con l’altra parte del soggetto.
L’ufficiale suddetto è interpretato dal
solito, irrefrenabile e istrionico Jack Nicholson. A mio
avviso, nonostante i riconoscimenti ricevuti per questa sua personificazione (che è comunque di alto livello), come altre volte gli capita di fare, anche in
questo caso forza un po’ la mano su quelle che sono spesso state le carte
vincenti del suo repertorio recitativo (sorrisetti, alzate di sopracciglia e
occhi da pazzo), in effetti senza impressionare più di tanto lo spettatore che
lo segua circa dal principio della sua sfolgorante carriera.
La bella ed efficace Demi Moore
Tornando a soggetto e sceneggiatura, a cura
di Aaron
Sorkin (nel 2010 The Social Network di David
Fincher) fanno
emergere in maniera assai efficace il dramma – è così che va definito – di quello
che in Italia è chiamato ‘nonnismo’ nel mondo dell’esercito. Vale a dire quella
forma di violenza psico-fisica perpetrata ai danni dei soldati più giovani o,
ancor peggio, che si dimostrano più deboli senza averne alcuna colpa. Questa è
l’ipotesi da cui nasce lo script di Codice d’onore, quella che cerca una
risposta alla domanda: cosa accadrebbe se un militare fosse ucciso da suoi
commilitoni che hanno ricevuto l’ordine tassativo di ‘fargli pagare’ – senza volontarietà
di macchiarsi d’omicidio – le presunte manchevolezze?
Prima ancora di quella del citato Nicholson, spiccano
le interpretazioni di tre attori che nel 1992 erano al culmine della loro ascesa
carrieristica. Parlo di Tom Cruise e Demi Moore (non hanno
bisogno di presentazioni) in particolare, appoggiati in modo impeccabile dal
bravo Kevin
Pollak (in seguito,
nel 1995, per lui un ruolo di rilievo nel grandioso I soliti sospetti di Bryan Singer). Come al
solito più che efficace Cruise nel rendere credibile il personaggio del
giovanissimo avvocato e tenente Daniel Kaffee, che al suo primo, vero caso, deve
far fronte sia nella teoria ma, soprattutto, nello scontro cerebrale, a un
veterano della statura del colonnello Jessep. Memorabile la scena finale in cui
il giovane graduato mette a tal punto alle strette quello che era solo un
testimone, da far sì che questi finisca per auto-accusarsi. Una pellicola che ‘passa’
spesso in televisione ma che ogni volta va presa in serissima considerazione.
Premio
Oscar 1994: miglior attore protagonista a Tom
Hanks, miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen; Golden
Globe 1994: miglior attore in un film
drammatico a Tom Hanks, miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen; National Board of Review Award 1993: migliori dieci film; Festival
internazionale del cinema di Berlino 1994: Orso
d'Argento per il miglior attore a Tom Hanks.
Mia
valutazione: ♥♥♥♥♥ = 10
La scheda
Un film di Jonathan Demme. Con Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas,
Joanne Woodward, Mary Steenburgen, Roberta Maxwell, Buzz Kilman, Charles
Napier, Karen Finley, Daniel Chapman, Mark Sorensen Jr, Jeffrey Williamson,
Charles Glenn, Ron Vawter, Anna Deavere Smith, Stephanie Roth Haberle, Lisa
Talerico, Robert Ridgely, Chandra Wilson, Ford Wheeler, David Drake, Peter
Jacobs, Paul Lazar, Bradley Whitford, Lisa Summerour, Warren Miller, Lauren
Roselli, Jane Moore, Joey Perillo, Bill Rowe, Dennis Radesky, Ann Dowd, Katie
Lintner, Peg French, Ann Howard, Meghan Tepas, John Bedford Lloyd, Robert
Castle, Molly Hickok, Dan Olmstead, Elizabeth Roby, Adam LeFevre, Gary
Goetzman, Daniel Von Bargen. Drammatico, Usa 1993. Durata 119'.
La trama
Andrew Beckett,
giovane avvocato, è stato licenziato dallo studio legale dove lavora. I suoi
colleghi sostengono che non era competente. Andrew afferma di essere stato licenziato
perché malato di Aids. Deciso a difendere la propria reputazione, Andrew assume
Joe Miller, un avvocato di medio successo ma l’unico a farsi carico della causa,
perché lo rappresenti nella controversia di licenziamento illecito. I due sono
divisi da differenze sociali e culturali e Joe in principio è riluttante ad
accettare il caso. E non è l'unico: nove legali hanno rifiutato di
rappresentare Andrew che è impegnato a difendere la sua reputazione e la sua
vita. Joe deve affrontare un genere di lotta diverso, confrontandosi con le
proprie paure e i propri pregiudizi sull'omosessualità.
La mia recensione
Il regista Jonathan Demme
Uno dei più bei film della mia vita. È struggente
Philadelphia ma intriso di una forza
che si percepisce in moltissimi passaggi dell’impeccabile flusso narrativo
impresso dall’oggi 70enne regista newyorkese Jonathan Demme (negli
ultimi anni s’è dedicato soprattutto al documentario ma è giusto ricordare il
drammatico e apprezzato Rachel sta per
sposarsi del 2008 con la brava Anne Hathaway) e dal
montaggio di Craig McKay che garantisce una magistrale concatenazione unitaria di
immagini.
Non un momento di stanca in questa pellicola
che nel 1993 – ancora nel pieno di una troppo scarsa conoscenza del fenomeno
Aids – affronta un tema così delicato e lo trasmette allo spettatore nella
versione più dolce, seppur dolorosa, in certi momenti addirittura straziante,
come accade nella scena in cui il protagonista Andrew Beckett (perfetta l’interpretazione
del grande Tom Hanks, premiato con l’Oscar
Tom Hanks, premiato con l'Oscar
, che non avrebbe bisogno nemmeno di essere ormai
senza capelli e col corpo picchiettato di macchie scure per dare l’idea del
morbo che lo divora), rimasto solo nel proprio appartamento, ascolta con le
lacrime agli occhi il brano La mamma
morta, eseguito da Maria Callas. Fuori della porta il suo avvocato Joe
Miller (Denzel
Washington,
commovente nel suggerire lo spaesamento del suo personaggio) ascolta
altrettanto lacerato e indeciso fino all’ultimo, se restare con quell’uomo
rimasto a fare i conti con un destino ormai scritto.
Denzel Washington e Tom Hanks in una scena del film
Come ne Il
silenzio degli innocenti, pur muovendosi da una diversissima ipotesi di
partenza, Demme torna a metterci in contatto vivido col senso della morte e della
sua attesa carica di afflizione. La sceneggiatura originale di Ron
Nyswaner (nomination
all’Oscar per lui) dà al cineasta la possibilità di mantenersi sempre coerente
con il punto focale del racconto. Questo, di certo, uno dei nodi forti di un’opera
cinematografica che attua un’immedesimazione costante in chi guarda, con
personaggi e narrazione filmica mai noiosi, bensì carichi di pathos. I dialoghi essenziali e
intelligenti, sono la ciliegina sulla torta. Il tutto in una realizzazione che
non mira in alcun modo a sorprendere con sequenze sovradimensionate rispetto a
quanto richiesto dal soggetto.
Tom Hanks/Andrew Beckett, ormai sul letto di morte
Sfruttata nel migliore dei modi la
collocazione della storia in una città, Philadelphia appunto, perlopiù
ingrigita e, come si vede già dai titoli di testa accompagnati dalle meravigliose
note di un pezzo musicale indimenticabile qual è Streets of Philadelphia (premio Oscar) di Bruce
Springsteen,
fortemente legata a una realtà da cui emergono spaccati d’umanità primaria e triste.
Un particolare che introduce opportunamente al dramma del film. Tanti e bravissimi
gli interpreti comprimari, tra i quali tengo a porre in rilievo il convincente Jason
Robards, nei panni
dell’ex socio e ‘capo’ del promettente avvocato Andrew Beckett, senza remore
nel cacciare dallo studio il proprio ex pupillo, una volta appreso della sua
malattia. Un film, insomma, che chiunque ami il cinema, dovrebbe aver già
visto. E, se proprio non l’avesse fatto, stasera ha il dovere di rimediare.