Verso un nuovo tassello del sodalizio fra Tom Hanks e Steven Spielberg
Tom Hanks sarà il
protagonista di un thriller ambientato
in piena Guerra Fredda tra Usa e Urss: la pellicola sarà basata, infatti, sul
caso del pilota statunitense Gary Powers, abbattuto dall'Unione Sovietica
mentre era in missione di spionaggio con un aereo U-2. Secondo quanto annuncia
l’Hollywood Reporter, il regista Steven Spielberg sarebbe in
trattative per dirigere il film e per rinsaldare il fortunatissimo sodalizio con Hanks, col quale
ha portato nelle sale cinematografiche pellicole del calibro di Salvate il
soldato Ryan
(1998), Prova
a prendermi
(2001) e The Terminal (2004), oltre a Band of Brothers (2001), miniserie tv di dieci
episodi della durata di un’ora ciascuno.
Un aereo modello U-2, come quello sul quale viaggiava
il pilota statunitense Gary Powers
L’attore californiano (reduce dal successo di
Saving
Mr. Banks
insieme a Emma Thompson e Colin Farrel) interpreterà il ruolo di James Donovan,
l'avvocato che condusse la trattativa per la liberazione di Powers, che era
detenuto in Urss perché catturato dopo l'abbattimento del suo velivolo. Il
pilota, infatti, fu processato come spia, condannato a tre anni di reclusione e
sette di lavori forzati. Tuttavia dopo solo ventuno mesi fu scambiato
insieme con lo studente americano Frederic Pryor, presso il ponte di Glienicke
a Potsdam, Germania, per il colonnello del KGB Vilyam Fisher (Rudolf Abel),
arrestato dopo le indagini condotte sul caso del nichelino cavo (cfr.
Wikipedia).
Oscar
1997: miglior attore non protagonista a Cuba Gooding Jr.; Golden
Globe 1997: miglior attore in un film commedia
o musicale a Tom Cruise; Broadcast
Film Critics Association Award 1997: miglior
giovane attore a Jonathan Lipnicki, miglior attore non protagonista a Cuba
Gooding Jr., miglior performance femminile a Renée Zellweger.
Mia valutazione: ♥♥♥ = 7,5
La scheda
Un film di Cameron Crowe. Con Tom Cruise,
Renée Zellweger, Cuba Gooding Jr., Kelly Preston, Jerry O'Connell, Jay Mohr,
Bonnie Hunt, Regina King, Jonathan Lipnicki, Todd Louiso, Mark Pellington,
Jeremy Suarez, Jared Jussim, Benjamin Kimball Smith, Ingrid Beer, Donal Logue,
Beau Bridges, Alice Marie Crowe. Drammatico, Usa 1996. Durata 138'.
La trama
Jerry
Maguire è uno dei più brillanti agenti della Sports Management International,
che ha sotto contratto grandi stelle dello sport americano. Fidanzato con la
giornalista d'assalto Avery Bishop, vede tutto in funzione dell'ambizione e del
guadagno. Un giorno, in occasione di una convention della società, prepara di getto, nell'arco di una notte, una relazione
sul lavoro futuro che prevede la riduzione del numero dei clienti a vantaggio
di una miglior attenzione a ciascuno di essi. Il tono del testo non piace ai
dirigenti, che subito licenziano Maguire. Questi, al momento di andare via,
abbandonato da tutti, trova l'inaspettata solidarietà della segretaria Dorothy,
una ragazza madre un po’ introversa - conquistata dalle idee di Jerry - e del
giocatore di football Rod Tidwell, figura di secondo piano del campionato che,
unico, decide di affidarsi a lui per curare la propria carriera. Lasciato anche
dalla fidanzata, Jerry riparte da zero, cerca una sede, affronta l'ironia e la
derisione dei colleghi che lo vedono ormai finito. Testardo e convinto della
bontà delle idee maturate, Jerry va avanti contro mille difficoltà, accetta
inviti a casa di Dorothy, che vive con la sorella e si è innamorata di lui ma
non ha il coraggio di dirglielo, infine capisce di dovere molto alla ragazza. I
due si sposano, cercano di conciliare lavoro e famiglia, passano fasi
d'incertezza ma, dopo momenti di paura per un incidente in partita di Rod,
costui è salutato come il nuovo grande protagonista del torneo e ottiene un
forte ingaggio. Altri atleti adesso si rivolgono a Jerry. Il lavoro ricomincia,
insieme a una nuova vita per Jerry e Dorothy.
Cuba Gooding Jr. e Tom Cruise in una scena di Jerry Maguire
Recensione
Un altro film di cui ho il dvd e che rivedo
quando posso. La pellicola di Cameron Crowe (Elizabethtown nel 2005) mostra
e con efficacia, le dinamiche del management
sportivo, cioè quelle di un ambiente in cui molto spesso i valori umani sono in
pratica sotterrati dallo strapotere del soldo, dall’impegno invasivo dell’attività
professionale che getta ombra anche sulla sfera privata. Unico obiettivo è arricchire
atleti per potersi arricchire a propria volta. Le relazioni con i colleghi sono
all’insegna della competizione sleale e della celebre ‘coltellata alle spalle’
ed è così che si finisce per essere ognuno un piccolo universo isolato,
solitario e saturo di mancanze affettive e valoriali. La pellicola vede in
grande spolvero come protagonista un oggi 51enne Tom Cruise che a quei
tempi conobbe un fulgido momento della propria carriera grazie a opere del
calibro di Intervista col vampiro (1994), Eyes Wide Shut (1999) e l’inizio
della fortunata saga di Mission: Impossible (1996).
Tom Cruise è Jerry Maguire
Crowe, autore
anche dello script, contempla la
possibilità che chiunque, saturo di alchimie che deteriorano progressivamente l’esistenza
nei suoi meccanismi più rasserenanti, possa ribellarsi con un’improvvisa azione
in apparenza autodistruttiva. La sceneggiatura mostra qualche debolezza lì dove
si lascia scivolare un po’ troppo verso gli stilemi della commedia sentimentale,
ipotizzando situazioni al limite del paradosso, come la dedizione totale e
senza tentennamenti dell’ex segretaria, l’allora carinissima Renée
Zellweger
(Viaggio
d'estate nel 2009 e premio
Oscar nel 2003 per Ritorno a Cold Mountain) che si
licenzia pur di appoggiare gli ideali di un tizio per lei semisconosciuto, suo
futuro capo e marito. Qui il fattore ‘accadibile’ è piuttosto compromesso.
Ancora il copione, cincischia nella parte del racconto filmico che invece
rappresenta il suo punto di forza, vale a dire il rapporto del manager con l’unico campione che decide
di restare contrattualizzato da Maguire. L’interpretazione di Cuba
Gooding Jr.
(da qualche anno un po’ in disparte dopo il bruttissimo Devil's
Tomb - A caccia del diavolo del 2009) è senza dubbio di valore ma a mio avviso l’Oscar fu
eccessivo. L’attore newyorkese è perfettamente nella parte e gigioneggia per l’intera
durata della vicenda, sia nei momenti di sconforto sia in quelli di entusiasmo.
Ma la rappresentazione del suo personaggio è spesso e volentieri sopra le righe,
anche se non al punto da risultare fastidiosa.
Aggiungi didascaliaRenée Zellweger
La
narrazione in immagini, comunque, ha una struttura solida, ben comprensibile, ritmata
e, grazie anche alle buone interpretazioni degli attori, permette un alto
livello d’immedesimazione dello spettatore e quindi non corre il rischio di
cali d’attenzione. Di buon livello anche la ricostruzione delle partite di football
americano, così come dell’incontro giocatori/giornalisti, che non rischiano di
sporcare il lavoro con un calo di credibilità. Nel complesso il film è ben
dosato e alterna con armonia i momenti di drammaticità a quelli in cui
prevalgono speranza e ottimismo. Nel complesso, a dispetto delle dinamiche
distruttive della prima parte, è invece un ottimo spot a favore dell’amicizia e dei legami umani in genere. Da vedere.
***
In concomitanza (su La 7d alle 21,10)
un bellissimo documentario che può avere il potere di metterci per un po’ in
pace con il nostro pianeta e con la sua natura. Qui sotto vi propongo le
informazioni fondamentali.
La locandina
La
marcia dei pinguini
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8
La scheda
Un film di Luc Jacquet. Titolo originale: La marche
de l'empereur.
Documentario, Usa/Fra 2005. Durata 80’.
La trama
La
particolare razza di pinguini chiamati ‘imperatori’ sono i protagonisti del
racconto, firmato dal giovane biologo di Lione Jacquet, realizzato nei quattordici mesi passati in Antartide con il compito
di seguire con la macchina da presa i pinguini fino al loro accoppiamento
invernale. Con l'aiuto di una troupe
di quattro persone, Jacquet, che aveva iniziato la sua avventura rispondendo a
un'inserzione pubblicata su un giornale francese nella quale si cercava un
biologo disposto a passare molti mesi all'altro capo del mondo, è riuscito
nell'intento di raccontare una vera e propria storia d'amore tra animali.
Un film di Doug Liman. Con Tom Cruise, Emily
Blunt, Bill Paxton, Charlotte Riley, Lee Asquith-Coe, Jonas Armstrong, Franz
Drameh, Kick Gurry, Tony Way, Dragomir Mrsic, Deborah Rosan, Natasha Goulden,
Ronan Summers, Emmanuel Akintunde, Denis Khoroshko, Madeleine Mantock, Marco
Flammer, Bentley Kalu, Seelan Gunaseelan, Marianne Jean-Baptiste, Jeremy Piven.
Titolo originale: Edge of Tomorrow. Fantascienza, Usa 2014. Warner Bros Italia.
Uscita giovedì 29 maggio 2014.
Trama del film
Un live action del romanzo omonimo scritto da Hiroshi
Sakurazaka e illustrato da Yoshitoshi Abe. La storia si svolge in un futuro
prossimo in cui una razza aliena chiamata Mimics ha colpito la Terra con un
implacabile assalto, lasciando in macerie le grandi città e uccidendo milioni
di esseri umani nella loro scia. Nessun esercito al mondo può eguagliare la
velocità, la brutalità o la prescienza delle armi dei combattenti dei Mimic o
dei loro comandanti telepatici. Ma ora gli eserciti del mondo hanno unito le
forze per un'ultima offensiva della resistenza contro l'orda aliena, senza una
seconda possibilità. Il tenente Bill Cage (Cruise) è un agente che è stato retrocesso
senza tanti complimenti e poi abbandonato senza addestramento a una missione
suicida. Cage resta ucciso in pochi minuti, riuscendo a portare con sé un
Alpha. Ma, incredibilmente, si risveglia a partire dall'inizio dello stesso
giorno, ed è costretto a combattere e a morire di nuovo... e di nuovo.
La critica
Assai poco originale, secondo quanto dicono i
colleghi che hanno visto la preview
di Edge of Tomorrow, l’ultimo film del
newyorkese Doug Liman (autore del primo episodio della bellissima saga di Born, 2002, con un perfetto Matt
Damon ma negli
ultimi anni accumulatore di delusioni come Mr.
& Mrs. Smith nel 2005, Jumper
nel 2008 e Fair Game - Caccia alla Spia
nel 2010, in certi casi sprecando cast
di tutto rispetto). Anche questa volta il cineasta 48enne si affida alla creme del ‘parco’ attori di Hollywood, ricevendo
l’ok di uno specialista del genere ‘fantazione’, come vorrei definirlo, quel Tom
Cruise (affiancato
dagente del
calibro di Emily Blunt e Bill Paxton), reduce, tuttavia, dal - a mio avviso - molto
sopravvalutato Oblivion(l’articolo). È comunque un fatto che il 51enne interprete di Syracuse (New York, Usa) sia
uno che dove c’è da combattere – con armi all’avanguardia o arti marziali che
sia – sa sempre come avvicinarsi all’accadibile, senza risultare un mero
venditore di fantasticherie.
Tom Cruise 'in azione, in una scena di Edge of Tomorrow
Però, se ci rifletto bene, tornare sul grande
schermo con una pellicola di questo genere dopo il succitato Oblivion, rischia di essere davvero
troppo. La sceneggiatura di Edge of
Tomorrow (Christopher McQuarrie, di recente a disposizione sempre di Cruise nel discreto
Jack Reacher - La prova decisiva) e Joby
Harold (nel 2007
regista del flop Awake - Anestesia
cosciente), scaturisce dal romanzo giapponese All You Need is Kill di Hiroshi Sakurazaka “che si basa - scrive Pia Ferrara di Fantasy Magazine - su due topoi (argomenti) fantascientifici
abbastanza comuni: la guerra contro l'invasore alieno e il loop temporale che porta il protagonista a rivivere all'infinito la
stessa giornata. Visto che entrambi i temi - rileva ancora Ferrara - sono già
stati sfruttati a sazietà sul grande e sul piccolo schermo, a fare la
differenza dovrà essere la performance
del cast”.
Emily Blunt in splendida forma in una scena con Tom Cruise
Penso - io che non amo molto la fantascienza
ma mi diverto un mondo con l’azione - che la macchina hollywoodiano non debba
esattamente smettere o rallentare la produzione di racconti cinematografici di
questo genere. È però indispensabile, a mio avviso, che script-writer e registi si
mettano al lavoro solo dopo avere la certezza di poter creare - seppure su temi
sfruttati – opere di qualità, cioè capaci di concedere allo spettatore un’inedita
chiave di lettura e, dove possibile, concedergli un’identificazione con i personaggi
i quali, nei luoghi filmici in cui l’immaginazione si spinge avanti - anche se non
troppo - nel tempo, rischiano di essere estranianti rispetto alla realtà
seppur legittimamente riprodotta in autonomia dalla tecnica cinematografica.
Non escludo, detto ciò, di dare fiducia a questo film e, soprattutto, a un
attore che apprezzo molto come Tom Cruise.
Non
essendo supportato dalla visione dell’anteprima del film, l’articolo va inteso
come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove possibile,
arricchita.
National Board of Review Award 1992:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson; MTV Movie Award 1993: miglior film; Chicago Film Critics Association Award:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson; Southeastern Film Critics Association Award:
miglior attore non protagonista a Jack
Nicholson.
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8,5
Scheda
Un film di Rob Reiner. Con Tom Cruise, Demi Moore, Jack Nicholson, Kiefer Sutherland, Kevin
Bacon, Kevin Pollak, James Marshall, Christopher Guest, Cuba Gooding Jr., Noah
Wyle, David Bowe, Cameron Thor, John M. Jackson, Frank Cavestani, Harry Caesar,
Lawrence Lowe, Geoffrey Nauffts, Demi More, Wolfgang Bodison, Josh Malina,
Oscar Jordan, John M. Matthews, Al Wexo, Jan Munroe, Ron Ostrow, Matthew Saks,
Arthur Senzy, Gene Whittington, Maude Winchester, Aaron Sorkin, J. A. Preston,
Matt Craven, J.T. Walsh, Xander Berkeley, Michael De Lorenzo. Titolo
originale: A Few Good Men. Drammatico, Usa 1992. Durata 138'.
Trama
Daniel
Kaffee, dopo la laurea in legge, si arruola in Marina, dove esercita la
professione e diventa famoso per il fatto di riuscire a patteggiare tutte le
cause, senza dover arrivare mai in aula. Quando si trova a difendere due marine
accusati di aver applicato il 'codice rosso' e di aver ucciso un loro commilitone, tutto cambia. Dimostrerà il suo
intuito e la sua preparazione, scoprendo
che l'ordine è arrivato dal loro comandante. Riuscirà a far assolvere i due
uomini e a condannare il colonnello.
Tom Cruise in una scena-simbolo di Codice d'onore
Mia recensione
Premessa – Alcune osservazioni svelano in parte il finale del film.
Uno di quei film che fanno parte della mia
esperienza esistenziale. Senza esagerare, intendo dire che Codice d’onore - catalogato come drammatico ma che mischia il legal-thriller al giallo, al militaresco,
senza essere infastidito da superflue storie d’amore che nulla avrebbero avuto
a che fare con l’esigenza d’essenzialità del racconto cinematografico e
avrebbero rischiato di essere mere forzature nella continuità d’azione – è una
di quelle pellicole che mi sono rimaste dentro, di cui ho una copia in dvd e
che rivedo almeno tre volte l’anno.
Le ambientazioni e le scenografie (come l’aula
del tribunale o la base navale statunitense di Guantanamo) create da J.
Michael Riva,
unite all’efficace fotografia di Robert Richardson (la
bellezza di tre Oscar al suo attivo, per JFK - Un caso ancora aperto nel 1991, per The Aviator nel 2004 e per Hugo
Cabret nel 2011; è uno dei due direttori della cinematografia viventi vincitore per tre volte della
Jack Nicholson nei panni del colonnello Nathan Jessep
statuetta hollywoodiana alla migliore fotografia [cfr.,
Wikipedia]), legittimano il senso realistico dell’opera, diretta senza sbavature
dall’oggi 67enne Rob Reiner (di cui è d’obbligo ricordare il
meraviglioso Harry ti presento Sally
del 1989). La bravura del cineasta newyorkese, in questo caso sta nella
capacità di mescolare, senza rompere il ritmo dell’esperienza filmica, lo
svolgimento del processo ai danni del famigerato colonnello Nathan Jessep del
corpo dei Marines e comandante della suddetta struttura logistica, con le
vicende esterne al procedimento di fronte alla corte marziale, comunque legate a doppio filo con l’altra parte del soggetto.
L’ufficiale suddetto è interpretato dal
solito, irrefrenabile e istrionico Jack Nicholson. A mio
avviso, nonostante i riconoscimenti ricevuti per questa sua personificazione (che è comunque di alto livello), come altre volte gli capita di fare, anche in
questo caso forza un po’ la mano su quelle che sono spesso state le carte
vincenti del suo repertorio recitativo (sorrisetti, alzate di sopracciglia e
occhi da pazzo), in effetti senza impressionare più di tanto lo spettatore che
lo segua circa dal principio della sua sfolgorante carriera.
La bella ed efficace Demi Moore
Tornando a soggetto e sceneggiatura, a cura
di Aaron
Sorkin (nel 2010 The Social Network di David
Fincher) fanno
emergere in maniera assai efficace il dramma – è così che va definito – di quello
che in Italia è chiamato ‘nonnismo’ nel mondo dell’esercito. Vale a dire quella
forma di violenza psico-fisica perpetrata ai danni dei soldati più giovani o,
ancor peggio, che si dimostrano più deboli senza averne alcuna colpa. Questa è
l’ipotesi da cui nasce lo script di Codice d’onore, quella che cerca una
risposta alla domanda: cosa accadrebbe se un militare fosse ucciso da suoi
commilitoni che hanno ricevuto l’ordine tassativo di ‘fargli pagare’ – senza volontarietà
di macchiarsi d’omicidio – le presunte manchevolezze?
Prima ancora di quella del citato Nicholson, spiccano
le interpretazioni di tre attori che nel 1992 erano al culmine della loro ascesa
carrieristica. Parlo di Tom Cruise e Demi Moore (non hanno
bisogno di presentazioni) in particolare, appoggiati in modo impeccabile dal
bravo Kevin
Pollak (in seguito,
nel 1995, per lui un ruolo di rilievo nel grandioso I soliti sospetti di Bryan Singer). Come al
solito più che efficace Cruise nel rendere credibile il personaggio del
giovanissimo avvocato e tenente Daniel Kaffee, che al suo primo, vero caso, deve
far fronte sia nella teoria ma, soprattutto, nello scontro cerebrale, a un
veterano della statura del colonnello Jessep. Memorabile la scena finale in cui
il giovane graduato mette a tal punto alle strette quello che era solo un
testimone, da far sì che questi finisca per auto-accusarsi. Una pellicola che ‘passa’
spesso in televisione ma che ogni volta va presa in serissima considerazione.
Un film di Michael R. Roskam. Con Tom Hardy, Noomi Rapace, Matthias Schoenaerts, James Frecheville,
James Gandolfini. Titolo originale: The
Drop. Thriller, Usa 2014. Chernin Entertainment, Fox Searchlight Pictures. Uscita in
Italia nel 2014.
La trama
Il regista Michael R. Roskam
Bob
Saginowski (Hardy) è un ex delinquente
che sta cercando di condurre una vita normale come barista ma il proprietario
del locale, suo cugino Marv (Gandolfini),
è un uomo malavitoso che continua invece i suoi traffici illeciti di denaro
sporco proprio nel bar. Attraverso un sistema segreto - noto come ‘money drops’
- i due forniscono soldi ai gangster
locali. Bob si ritrova però al centro di una rapina andata male e così viene
coinvolto in un'indagine che scava in profondità nel suo passato. Ma non solo.
Anche in quello del resto del quartiere: amici, familiari e nemici lavorano insieme
per sbarcare il lunario. Come?
Ci ha lasciato solo il 19 giugno dell’anno
scorso, vittima di un infarto mentre era in vacanza a Roma. Film usciti da non
troppo tempo lo vedono tra i protagonisti. Bellissimo, secondo me, Zero Dark Thirty(vai all’articolo), in cui personifica il capo della Cia sulle tracce di bin Laden. Ma, per
fortuna, è ancora difficile ‘liberarsi di lui’. È quasi pronto a uscire nelle
sale il film postumo, dal titolo The Drop
(in origine sarebbe dovuto essere Animal
Rescue). Preambolo per dirvi che l’ormai mitico James
Gandolfini,
la cui fama planetaria - dopo la marea di pellicole che l’anno visto recitare
sempre con piglio autoritario - è stata consolidata dalla serie tv I Soprano). Per quest’ultima fatica,
girata dal non troppo quotato Michael R. Roskam (curriculum
povero, in cui si può ricordare il semisconosciuto Bullhead del 2011, mai uscito in Italia), colui che è stato uno dei
migliori caratteristi di personaggi italo-americani, ha finito di lavorare
circa due mesi prima di morire.
James Gandolfini con il protagonista principale Tom Hardy
Prima di cominciare il giro di buona parte
del mondo, il film uscirà negli States il prossimo 19 giugno (in Italia forse
alla fine di quest’anno). Nel cast anche Tom Hardy (nei panni
del personaggio principale e visto di recente come protagonista nell’applauditissimo
Locke), Noomi
Rapace (nel 2012
protagonista dell’apprezzato Passion)
e ancora, James Frecheville, John Ortiz, Ann Dowd e Matthias Schonaerts. Si tratta
di un thriller criminale tratto dall’omonimo
romanzo breve di Dennis Lehane, che ha curato anche la sceneggiatura. Un ‘soggettista’
di successo, Lehane, se si pensa che da suoi precedenti libri sono stati adattati film
del calibro del quasi-capolavoro Mystic
River (2003) di Clint Eastwood, il bellissimo Gone Baby Gone (2008) di Ben Affleck e il poco
convincente Shutter Island (2010) di Martin
Scorsese .
The Drop non è neppure
l'unico lungometraggio postumo inedito con Gandolfini. Il prossimo 10 aprile lo vedremo nella
commedia romantica Enough Said (Non dico altro) che negli Stati Uniti
(uscita lo scorso 20 settembre) ha ricevuto molti riconoscimenti.
st.mar.
(per alcune informazioni si ringrazia
Velvet Cinema)
Un film di Steven Spielberg. Con Tom Hanks,
Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Diego Luna, Zoe Saldana, Chi McBride,
Barry Shabaka Henley, Kumar Pallana, Eddie Jones, Michael Nouri, Jude
Ciccolella. Commedia, Usa 2004. Durata 128'.
Tramadel
film
Viktor
Navorski è un turista dell'Europa dell'Est a New York. Mentre è in volo per
l'America, il suo paese è colpito da un colpo di Stato. Bloccato all'aeroporto
Kennedy con un passaporto senza più valore, Viktor è costretto a rimanere nel
terminal di transito dei voli internazionali in attesa che la guerra nella sua
patria sia finita. Mentre le settimane diventano mesi, Viktor scopre come il
micro-universo del terminal sia un ricco e complesso mondo di assurdità, generosità,
ambizione, divertimento, ceti sociali e perfino romanticismo.
Cosa ne penso
Ennesimo connubio professionale fra Tom Hank e Steven
Spielberg,
quest’ultimo in rare occasioni tentato di alleggerire con una commedia il
proprio corposissimo e pregiato curriculum (quasi una quarantina di film, con
predilezione per fantascienza e avventura). Solo in altre tre occasioni il cineasta
di Cincinnati (Ohio, Usa), si era cimentato nel genere, a cominciare addirittura
con un ‘comico’ del lontanissimo 1979 (1941
Allarme a Hollywood, con Dan Aykroyd), continuando nel 1988 con la
commedia Always - Per sempre,
protagonista Richard
Dreyfusse nel 2001 con la più pregiata Prova a prendermi, con Leonardo Di
Caprio e – guarda caso
– Tom
Hanks.
Questa volta il 67enne regista di sangue
ebraico si ispira a un fatto realmente accaduto nel 1988 all'aeroporto di
Parigi, Charles de Gaulle, vittima un rifugiato iraniano, Mehran Karimi Nasseri.
L’uomo, che all’interno del terminal smarrì o fu derubato del passaporto, si sentì
rifiutare dalle autorità francesi il visto d’ingresso ottenuto in
Inghilterra. Le opportunità offertegli furono due: il
rimpatrio o la permanenza in Francia. Mehran Karimi Nasseri visse nel
Terminal 1 dell'aeroporto della capitale transalpina sino ad agosto 2006.
Sembra che Steven Spielberg - rivela Wikipedia - abbia versato all'iraniano migliaia di dollari per poter portare sulla scena
la sua storia.
Uno straordinario Tom Hanks in The Terminal
Tom Hanks e Stanley Tucci
Uno dei maggiori pregi del film è la perfetta
ricostruzione della location in cui si svolge la vicenda e la verosimiglianza e
plausibilità con la storia reale del protagonista. Spielberg prende la palla al
balzo per mettere in vetrina e ridicolizzare la demenzialità della burocrazia
che in troppe circostanze dell’esistenza delle persone complica le cose dove,
al contrario, dovrebbe facilitarle, con un’interpretazione elastica delle
leggi. In questo, inoltre, il regista approfitta per rilevare la diffidenza cui
devono soggiacere cittadini di piccoli stati, in questo caso di quelli nati
dalla disgregazione dell’ex Unione sovietica o, comunque, dell’Est europeo. Ci
si chiede se lo stesso trattamento riservato al signor Viktor Navorski (quello
del film), sarebbe stato adottato se al suo posto si fosse trovata
Il grande Steven Spielberg
una persona
proveniente dall’Inghilterra o, perché no, perfino dalla non consideratissima
Italia. In questa fase brillano le prove attoriali, in particolare quella del
sempre affidabile Stanley Tucci (performance particolarmente apprezzabile in Julie & Julia nel 2009 a fianco di Meryl
Streep).
La sceneggiatura s’indebolisce nella parte in
cui è inserita la storia romantica tra l’eroe e una bellissima hostess (la
brava e ovviamente affascinante Catherine Zeta-Jones, vista
anche protagonista del recentissimo Red 2,
con Bruce
Willis e John
Malkovich).
Un angolo di film che spezza troppo il flusso degli eventi e il nocciolo della
questione, senza aggiungere granché in termini di passione e divertimento. Neo
che passa inosservato, comunque, mentre si segue la recitazione di Hanks, chiamato
a ricostruire la complessa situazione in cui è precipitato il suo personaggio.
Un misto di dramma e grottesco, nel quale il grande attore californiano è magistrale
nel far emergere coraggio, tenacia, intelligenza e versatilità dello sventurato
di turno. In tutto questo, facendo centro nell’utilizzo dell’ironia che
impreziosisce questa pellicola. Da non perdere.