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lunedì 9 giugno 2014

Il più bello di lunedì 9 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Iris alle 21,05

La locandina
The Game - Nessuna regola

Mia valutazione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di David Fincher. Con Michael Douglas, Scott Hunter McGuire, Carroll Baker, Peter Donat, Michael Douglas, Anna Katarina, Charles A. Martinet, Armin Mueller-Stahl, James Rebhorn, Sean Penn, Florentine Mocanu, Elizabeth Dennehy, Caroline Barclay, Deborah Kara Unger. Titolo originale: The Game. Thriller/azione, Usa 1997. Durata 128' circa. Cecchi Gori distribuzione.

La trama
Nicholas Van Orton è un ricco uomo d'affari. In occasione del suo compleanno gli è regalata, dal fratello Conrad, una tessera per iscriversi a un esclusivo club, allo scopo di movimentare la sua noiosa e monotona vita. Nicholas s’iscrive senza troppo interesse, ma da quel momento la sua esistenza diventerà un incubo.

Mia recensione
Ciò che di più caratterizza questo The Game - Nessuna regola è il gioco della finzione della fabula che è inserita nella finzione che già di per sé è il cinema. Una caratteristica che, alla fine della narrazione in immagini, così come può lasciare a bocca aperta lo spettatore e ricavarne la soddisfazione, può altresì abbandonarlo incredulo e con la sensazione di essere stato preso per i fondelli. Il regista ideale per girare questo film un po’ spudorato non poteva che essere lo statunitense David Fincher (che il prossimo ottobre tornerà nelle sale con L’amore bugiardo, protagonista Ben Affleck), il quale realizza il suo compito nel miglior modo possibile. Aiutato, in questo, da un attore che negli Ottanta/Novanta volava molto alto, come l’oggi 69enne Michael Douglas (quattro anni prima si era imposto alla grande con Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher).

Michael Douglas in una scena di The Game - Nessuna regola
L’attore protagonista di cult come Attrazione fatale, Wall Street e La guerra dei Roses, regge la parte con carisma e riesce a non far scivolare nel ridicolo alcune debolezze della rischiosissima storia. Non tutte le altre prove attoriali sono da rilevare. Sean Penn si vede solo in poche scene e non è certo lui a deludere le attese. Meno convincenti alcuni comprimari, come l’affascinante Deborah Kara Unger, troppo ‘debole’ di fianco a un colosso di Hollywood. Molto meglio l’interpretazione del compianto James Rebhorn (articolo), che esce vincente da un’interpretazione che richiedeva drammaticità e leggerezza allo stesso tempo. Piccolo ruolo per ‘la donna che non sapeva amare’, Carroll Baker.

Un’opera cinematografica ordinata, che mantiene costante la coerenza nella concatenazione degli eventi. Nulla di speciale emerge da un montaggio accurato quanto ordinario.  Notevoli alcune scene a effetto, come quella della macchina inghiottita dalle acque della baia di San Francisco, dalle quali Douglas si salva con un’intuizione da spirito di sopravvivenza. O, ancor di più, quella finale, con il protagonista che precipita da un grattacielo per centinaia di metri, andando incontro a morte certa. Un film che consiglio senza dubbi.

Stefano Marzetti

venerdì 30 maggio 2014

Nel reale-illusorio “The Congress”, attori scansionati e utilizzati a vita dagli studios

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Ari Folman. Con Robin Wright, Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti, Kodi Smit-McPhee, Danny Huston, Kodi Smit-McPhee, Sami Gayle, Michael Landes, Sarah Shahi, Ed Corbin, Michael Stahl-David. Titolo originale: The Congress. Fantascienza, Isr/Ger/Pol/Lus/Fra/Bel 2013. Durata 85' circa. Wider Films: uscita giovedì 12 giugno 2014.

La trama
Robin Wright, che interpreta se stessa, riceve da un grande Studio l'offerta di vendere la sua identità cinematografica: verrà scansionata e di lei verrà creato un campione così che lo Studio possa utilizzare la sua immagine a piacimento in qualsiasi tipo di film di Hollywood, anche i più commerciali da lei in precedenza spesso rifiutati. In cambio, Robin riceverà una cospicua somma di denaro, ma soprattutto, lo Studio promette di mantenere il suo alias digitale per sempre giovane - per l'eternità - in ogni film. Il contratto ha una validità di vent'anni. È a questo punto che Robin viene catapultata in un mondo animato; tutti i divi che come lei si sono fatti scansionare, si riuniscono al Congresso di Futurologia dove viene presentata la formula chimica che dà la possibilità di assumere molteplici identità. Tratto dal romanzo fantasy scritto nel '71 da Stanislaw Lem (The futurogical congress).

Critica – Rassegna stampa
“(...) È un film parecchio discontinuo, The Congress - scrive Gabriele Capolino di Cine Blog - molto meno compatto dell’opera precedente. Diviso in tre parti (live action, animazione e ancora live action, più il finale), il film trova il suo momento più faticoso proprio nella sezione del congresso, dove ne succedono di tutti i colori: ma è la sceneggiatura a mettere a dura prova. Non infastidiscono affatto le linee e le geometrie perfette dei disegni, i colori pantone, le figure assurde e gli animali di ogni tipo ispirati ai fratelli Fleischer, anzi (...) Però a The Congress vanno riconosciuti dei grandi meriti: innanzitutto perché è cinema liberissimo, e che quindi si prende dei rischi non da poco (…) tira fuori anche all’interno del suo discorso meta-cinematografico - rileva ancora Capolino - il concetto di libera scelta, toccando il cuore nel finale (fondamentale a livello emotivo è il supporto della musica, scritta come sempre dal bravissimo Max Richter)”.


Un'immagine del film The Congress con Robin Wright
“(...) Ispirato alle pagine di The Futurological Congress di Stanislaw Lem - si legge nella recensione di Tiziana Morganti di Movie Player - il regista, però, decide di andare oltre la base del romanzo per costruire una critica ai vizi pubblici della nostra epoca utilizzando il mezzo cinematografico in tutte le sue possibilità tecniche, visive, narrative e introspettive. Costruendo l'intera architettura del suo racconto sulla contrapposizione di un universo reale ad uno puramente illusorio e indotto, Folman decide di utilizzare come voce guida, un’attrice che, attraverso una femminilità allo stesso tempo dolce e struggente, si candida ad essere la vittima predestinata di una società dedita all’adorazione 
Il regista
Ari Folman
dell’immagine. Così
Robin Wright accetta d’interpretare se stessa come simbolo di un’umanità in declino. Attrice troppo ‘difficile’ ed emotiva, accetta la proposta della casa di produzione Miramount di essere scannerizzata con il fine di avere a disposizione un interprete perfetto, sempre a disposizione, flessibile a qualunque ruolo, sfruttabile illimitatamente e, soprattutto, privo di personalità e necessità capaci d’intralciare o frenare la realizzazione del progetto (...) proprio grazie allo studio e all’utilizzo dello stile cartoon anni Trenta - scrive sempre Morganti - il regista decide di raccontare l’evidente finzione di un mondo a tratti farsesco e totalmente destabilizzante. Un universo dove è possibile sentirsi onnipotente, affascinante, potente e invincibile ma dove la percezione di se stessi è sottoposta a una continua manipolazione fino a perdere coscienza della linea sottilissima che divide il reale da ciò che non lo è. Perché sognare può essere consolatorio e spesso necessario, ma indulgere nella menzogna è un viaggio senza ritorno verso la perdizione”.

redazione

mercoledì 28 maggio 2014

Kristen Stewart esordisce da regista con un video-clip musicale

La 24enne attrice statunitense Kristen Stewart pronta a diventare anche regista
Kristen Stewart diventa regista per il video-clip degli Sage + The Saints. Neanche una settimana fa, l’attrice era sul tappeto rosso della 67^ edizione del Festival Cannes  - conclusasi sabato scorso (articolo) - per presentare alla più importante kermesse del mondo di cinema d’autore il film Sils Maria (articolo) - non del tutto convincente - essendo acclamata dalla stampa internazionale per l’ottima interpretazione nei panni della misteriosa assistente personale della star Juliette Binoche, molto meno applaudita.

 Kristen Stewart in una scena di Sils Maria 
Ora la 24enne di Colorado Springs (Colorado, Usa), reduce anche dal discreto On the Road (2012, di Walter Salles) - e prossima a tornare nelle sale con la commedia The Big Shoe di Steven Shainberg - sempre più attenta a costruirsi l’immagine di un’artista sofisticata e completa, ha deciso di diventare anche una cineasta. L’opportunità è il video-clip della canzone Take Me to the South della - come suddetto - country rock band Sage + The Saints. Del filmato la Stewart ha firmato la co-regia insieme a David Ethan Shapiro. Che questo video-clip sia il primo passo per la 24enne verso la regia di un film vero e proprio? Staremo a vedere: inutile ricordare che il passaggio dall’altro lato della macchina da presa è una prassi molto diffusa tra gli attori di Hollywood, non ultimo Ryan Gosling che, sempre a Cannes, ha portato il suo debutto da director Lost River. (Fonte Screen Week tramite IW).

redazione

martedì 27 maggio 2014

“The Equalizer”, Denzel Washington è di nuovo un ‘man on fire’

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Antoine Fuqua. Con Chloe Grace Moretz, Denzel Washington, Marton Csokas, Dan Bilzerian, Bill Pullman, Melissa Leo, Haley Bennett, Vladimir Kulich, Johnny Messner, Robert Wahlberg, David Harbour, Meredith Prunty, Chanty Sok, David Meunier, Tait Fletcher. Titolo originale: The Equalizer. Azione, Usa 2014. Produzione: CBS Films, Escape Artists, Lionsgate, Lonetree Entertainment, Mace Neufeld Productions. Distribuzione: Warner Bros Italia. Ucita: giovedì 23 ottobre 2014.

La trama
The Equalizer è la versione cinematografica dell'omonima serie televisiva poliziesca degli anni ottanta prodotta dalla Cbs. Nella serie originale, Robert McCall è un ex agente sotto copertura che, in cerca di redenzione per le sue azioni, lascia la Cia e mette un annuncio riservato sul giornale che dice semplicemente: “Hai un problema? Le probabilità sono contro di voi? Chiama”. In questa trasposizione per il grande schermo, Denzel Washington interpreta un detective privato, ex agente segreto che, dopo aver finto la propria morte, trascorre una vita tranquilla e monastica in campagna. Ma la calma è destinata a finire quando una giovane prostituta è minacciata dai suoi sfruttatori. L'agente torna in azione provocando le ire della feroce mafia russa che tenta di eliminarlo attraverso disonesti agenti della Cia.

Impressioni dal trailer
Una cosa è certa: l’interpretazione di Denzel Washington è di quelle che poi si ricordano. Rapato a zero ci riporta al Rubin Carter di Hurricane  (gran bel film del 1999 di Norman Jewison). Però lì c’è un uomo sì determinato e rabbioso, ma con tanto senso di giustizia e voglia di vivere. Qui invece siamo di fronte a una sorta di reduce senza più velleità. Antoine Fuqua approfitta delle capacità dell’attore di Mount Vernon (New York, Usa) per soffermarsi con la cinepresa sui suoi occhi, sui movimenti delle sue labbra che da sempre sono una componente importante della sua recitazione. Qui lo sguardo del personaggio principale, Robert McCall, è quello freddo e stanco di chi le ha già viste tutte. E ormai di ciò che accadrà in futuro, non gli importa un fico secco. Nonostante ciò, ha in sé il germe del riparatore. La rabbia di chi deve mettere le cose in pari. Fare giustizia. Vendicare. Un ‘man on fire’ (Il fuoco della vendetta, 2004, di Tony Scott) che non è soddisfatto fin quando non porta a termine il lavoro.

Denzel Washington in una scena di The Equalizer

Il film tira in ballo, come nel cinema accade di continuo, la criminalità organizzata. La mafia in tutte le sue molteplici forme. Disprezzo per la vita umana. Illimitata bramosia di denaro e potere. Ci si aggira, per restare alla filmografia di Fuqua, nei pressi del bellissimo Brooklyn's Finest (2009, con uno splendido Richard Gere e tanti altri straordinari attori), pellicola in cui il regista afroamericano di Pittsburgh (Pennsylvania, Usa) traspone corruzione, perversione e delinquenza sul corpo di polizia. In The Equalizer alcune scene - girate con maestria e concatenate da un montaggio di primo livello - somigliano alle sequenze di un western vecchia maniera. Washington è il pistolero che guarda in faccia gli sfidanti. La sua occhiata è ferma ma lui vede a 360 gradi. Aspetta la prima mossa di chi gli sta intorno per dare il via al fuoco delle armi. C’è molto di già visto, i topoi sono proposti con una certa ripetitività eppure Fuqua dimostra di avere la mano giusta per lasciare comunque un'impronta del tutto personale.

Il regista Antoine Fuqua durante le riprese del suo prossimo film
Detto del protagonista, buone le prove attoriali di altri elementi del cast, fra cui risalta il neozelandese Marton Csokas, curriculum non proprio esaltante con parti perlopiù di secondo piano ma che il cattivo lo sa fare davvero bene (come dimostrò in pochi minuti di The Bourne Supremacy, 2004). La narrazione in immagini scorre liscia e tiene alto il pathos dell’azione. Buone le luci e gli effetti ambientali, con notevole realismo delle sparatorie. The Equalizer è un film violento, per gli amanti del thriller d’azione puro. Crudo e senza fronzoli. La base è la cattiveria. La totale assenza di pietà umana. Per quel che ne ho visto, mi piacerà.

Stefano Marzetti

venerdì 23 maggio 2014

Cannes, l’ucraino “The Tribe” (film muto) vince la ‘Semaine de la Critique’

La locandina
Il film muto ucraino The Tribe (La tribù) dell'esordiente Myroslav Slaboshpytskiy è il vincitore del premio della ‘Semaine de la Critique’ del Festival di Cannes (sezione parallela alla kermesse, dove concorreva anche l'italiano Sebastiano Riso con Più buio di mezzanotte [articolo]) e fa incetta anche di tutti i riconoscimenti collaterali della sezione (il Grand Prix Nespresso, il France 4 Visionary Award e il Gan Foundation Support for Distribution Award).

***

La scheda
Un film di Myroslav Slaboshpytskkiy. Con Grigoriy Fesenko, Yana Novikova, Rosa Babiy, Alexander Dsiadevich, Yaroslav Biletskiy, Ivan Tishko, Alexander Osadchiy, Alexander Sidelnikov, Alexander Panivan. Titolo originale Plemya. Drammatico, Ucr/PB 2014.

La trama
Sergey, sordomuto, entra in un collegio speciale per ragazzi come lui e deve sottostare ai riti del clan di studenti che lo governa imponendo i suoi traffici e gestendo un giro di prostituzione tra le studentesse. Sergey pian piano riesce a guadagnarsi il rispetto del gruppo ma si innamora della giovane Anna, un’esponente di questo clan, che per sopravvivere vende il suo corpo, anche nella speranza di lasciare presto l’Ucraina. Tutti i personaggi del film si esprimono attraverso il linguaggio dei segni, senza traduzione né sottotitoli.

redazione

giovedì 22 maggio 2014

Flop a Cannes, Hazanavicius con “The Search” entra nella guerra cecena ma senza slancio epico

La locandina
Valutazione media: ♥♥ = 5

La scheda
Un film di Michel Hazanavicius. Con Annette Bening, Bérénice Bejo, Nino Kobakhidze, Nika Kipshidze. Drammatico, Fra 2014. Durata 149' circa. 01 Distribution. Dato di uscita: non stabilita.

La trama
Il film è ambientato durante la seconda guerra cecena, nel 1999 e racconta di quattro destini che la guerra porterà a incrociarsi. Dopo l'assassinio dei genitori, un ragazzino scappa dal suo villaggio e si unisce al fiume di profughi dove incontra Carole, responsabile di una missione dell'Unione europea. Grazie a lei tornerà piano piano alla vita. Nello stesso tempo, Raissa, sua sorella maggiore, lo sta cercando senza sosta tra i profughi. Da un’altra parte, Kolia, giovane russo di vent’anni è arruolato nell'esercito. Piano piano la guerra diventerà il suo pane quotidiano.

Critica – Rassegna stampa
Nino Kobakhidze in una scena di The Search
“Dopo una carriera dedicata alla commedia - scrive Mauro Donzelli di Coming Soon - il francese Michel Hazanavicius sembra aver preso sul serio la sua vittoria dell’Oscar con The Artist, investendo prestigio e soldi, molti, ventuno milioni di euro, in un film sulle prime fasi della seconda guerra cecena nel 1999. Un film girato in varie lingue e con attori non professionisti locali, a parte le due star Bérénice Bejo e Annette Bening (...) nonostante la ricerca di realismo, nei volti, nelle lingue parlate - rileva ancora il collega di Coming Soon - il film fallisce sostituendo un’ipocrisia a un’altra, restando sempre all’interno di un punto di vista occidentale e facendo assurgere il personaggio di Bérénice Bejo a eroina del film. Infatti nel pre-finale, fondamentale cuore emotivo del film, è una sua rinuncia quella decisiva, l’imprimatur che sigilla un approccio paternalistico (...) Detto dei limiti che definiremmo ideologici del film - conclude Donzelli - è anche vero che si tratta di un lavoro visivamente accurato, fin troppo, visto che rimane bloccato tra una voglia di rigore e la rinuncia a ogni slancio epico da una parte e dall’altra pecca in qualche scivolata di pietismo e retorica di troppo”.

Una scena emblematica del film di Michel Hazanavicius
“(...) La denuncia dell'impotenza delle organizzazioni umanitarie dinanzi a consessi politici in cui domina l'indifferenza - spiega invece Giancarlo Zappoli di My Movies - è ben incarnata dall’attrice che il regista più ama: Bérénice Bejo. Il film però ha il suo lato debole in una vicenda strutturata sulla base di troppi elementi prevedibili e su alcune evidenti (perlomeno nella versione originale) incongruenze linguistiche. Questo finisce con l’indebolire l’intento con cui è stato realizzato ottenendo il risultato di confinarlo nella dimensione di un mèlo bellico dalla durata eccessiva. Perché è vero, come afferma il regista, che le serie televisive negli ultimi anni hanno raggiunto una qualità elevata potendosi permettere anche un’espansione temporale (e quindi un approfondimento dei personaggi) maggiore. La loro fruizione è strutturata però con criteri differenti. Il cinema resta il cinema con le sue specificità. Chi, come Hazanavicius - conclude Zappoli - ne ha rivisitato le origini con grande acume dovrebbe saperlo".
redazione


domenica 18 maggio 2014

Cannes, applausi per il western “The Homesman” di Tommy Lee Jones

La locandina
La scheda
Un film di Tommy Lee Jones. Con Tommy Lee Jones, Hilary Swank, Grace Gummer, Miranda Otto, Sonja Richter, David Dencik, John Lithgow, Tim Blake Nelson, James Spader, William Fichtner, Jesse Plemons, Evan Jones, Hailee Steinfeld, Meryl Streep, Barry Corbin, Autumn Shields, Caroline Lagerfelt. Drammatico, Usa 2914. Durata 122' circa.

La trama
Tre donne devono attraversare quattrocento miglia a bordo di una carovana, sono completamente folli, ammalate di schizofrenia, le guida Mary Bee Cuddy con l’aiuto di George Briggs, un disperato la cui vita è salvata da Mary, fatto che lo mette in condizione di sentirsi in debito con lei. I due personaggi non si piacciono all’inizio ma sanno di dover contare per forza l’uno sull’altro, fino ad arrivare a comprendersi reciprocamente. L’obiettivo è attraversare la frontiera lungo tutto il Nebraska del 1854 e raggiungere il più ‘civilizzato’ Est, in Iowa, dove la moglie di un ministro della chiesa le aspetta per migliori cure. Il viaggio sarà un doloroso passaggio in mezzo ai pericoli e alla brutalità, che racconta una storia differente delle origini degli Stati Uniti.

Critica – Rassegna stampa
Applausi per il western in corsa per la Palma d'oro, con Hilary Swank e un cameo di Meryl Streep. Il viaggio-odissea di una pioniera che deve riportare a casa tre donne malate di mente. La protagonista: «Erano tempi duri, difficili da affrontare senza qualcuno da amare».

“Donne forti, temprate dalla dura vita dei pionieri, dal lavoro nei campi, dalla violenta legge del più forte. Il film di Tommy Lee Jones - scrive Chiara Ugolini di Repubblica.it - presentato a Cannes a nove anni da Le tre sepolture grazie al quale l'attore e regista ricevette il premio per la migliore interpretazione, è un omaggio a quelle donne”. Tommy Lee Jones però è categorico: «Non è un film femminista. Mette in scena delle donne dell'era vittoriana, sperdute nel Nebraska e rese folli da una natura ostile».

La due volte premio Oscar Hilary Swank in una scena di The Homesman
“Oltre all'autoritaria ma compassionevole Mary Bee Cuddy (è straziante la scena in cui per ricomporre la tomba violata di una bambina manda avanti il gruppo e finisce per vagare per un giorno e una notte senza cibo né riposo) ci sono altri personaggi femminili ritratti con intensità”, continua Ugolini. “Sono le tre donne diventate pazze: Theoline, uscita di senno quando a causa di un’epidemia ha perso tutto il bestiame, Arabella che non ha retto alla morte dei suoi tre figli, Tabitha piegata dalle angherie subite dal marito violento. Quando il reverendo del paese organizza un viaggio per farle arrivare all'Est, dalle loro famiglie di origine, per scortarle in questo viaggio difficile è scelta Mary Bee. Consapevole però che una traversata così, nel rigore dell'inverno, attraverso terre sotto il controllo degli indiani, sarebbe impossibile senza un uomo, Mary sceglie di liberare dalla sicura impiccagione uno scapestrato, un tipo spiritoso dalla sbornia facile, senza fede né morale  che con un premio di 300 dollari andrà con lei”.

Tommy Lee Jones e Hilary Swank sulla Croisette
“È un western fuori dai canoni quello di Tommy Lee Jones”, evidenzia Roberto Cerasuolo di Indie Eye. L’attore/regista, a chi fra i giornalisti in conferenza stampa “rimarcava questo aspetto chiedendogli motivazioni di natura politica (…) ha risposto: «Non voglio nascondere che il tema dell’imperialismo americano sul lato ovest del Mississippi sia un sotto-testo presente, abbiamo pensato a questo in fase preparatoria, quando scrivevamo il film e quando lo abbiamo realizzato, ma vorrei che The Homesman parlasse da solo su questi aspetti; l’originalità per me è comunque la cosa principale, quando la trovi non devi esitare e siamo stati piuttosto fortunati nel trovare la nostra via, non ti senti così se sei parte di un sistema».

Un'altra scena della pellicola di Tommy Lee Jones
Secondo Paola Casella di My Movies la pellicola del 67enne artista texano “è il percorso di maturità verso una nuova consapevolezza di un uomo fino a quel momento vissuto secondo le leggi della frontiera: giorno per giorno, senza scrupoli, e badando solo a se stesso. Ma il vero protagonista è il senso profondo di ciò che è giusto o sbagliato di Mary Bee: un istinto che prescinde da ogni epoca, circostanza o genere”. The Homesman “compie un salto di qualità, mettendo in gioco anche la visione del divino fino a quel momento data per acquisita”, scrive sempre Casella. “Più che di una redenzione, quel mondo apparentemente impostato sul mito della frontiera ha bisogno di una purificazione dei suoi appetiti egoistici e della sua concezione della supremazia di una razza, o un genere, o una nazionalità. Una necessità annunciata dal mutuo lavaggio di Mary Bee e George prima di intraprendere il loro viaggio, e ripetuta simbolicamente più avanti nella storia”.

redazione

sabato 17 maggio 2014

Cannes, con pochi colpi di scena lascia perplessi il thriller “The Rover” di Michôd

La locandina
La scheda
Un film di David Michôd. Con Robert Pattinson, Guy Pearce, Scoot McNairy, Nash Edgerton, Anthony Hayes, David Field, Susan Prior, Gillian Jones, Samuel F. Lee, Tawanda Manyimo, Scott Perry, T. Stinga, Jamie Fallon, Matt Connelly. Drammatico, Usa/Australia 2014. Koch Media. Uscita: giovedì 28 agosto 2014.

La trama
La vicenda è ambientata nel futuro (però non troppo lontano) e nel deserto australiano: la crisi economica ha spazzato via i sogni e la fiducia di Eric Pearce, un uomo che ha perso praticamente tutto. Una banda criminale gli dà il colpo di grazia portandogli via anche l’auto. L’ultima cosa rimastagli, all’interno della quale c’è qualcosa di molto importante. Pearce non intende arrendersi e così si mette a caccia dei delinquenti in questione arrivando a conoscere il più giovane di loro, Rey. Il quale è abbandonato dai compagni perché rimasto ferito durante la rapina e deve vedersela con la rabbia ormai cieca e l’implacabile sete di vendetta (frutto anche dell’esasperazione) di Eric.

Critica – Rassegna stampa
“Il nuovo film del regista australiano di Animal Kingdom (fuori concorso al Festival di Cannes) è molto distante dalla sua opera prima”, scrive Marco Albanese di Stanze di CinemaQui siamo in un futuro imprecisato, dieci anni dopo la catastrofe (...) un road movie solitario e finale, sulle orme di Interceptor e dell’apocalittico The Road. Ma non c’è vero orrore e neppure molto da fare, se non sopravvivere. The Rover è debole narrativamente e risaputo, non ha colpi di scena né riesce a sfruttare appieno il contesto (...) Peccato perché Michod aveva esordito magnificamente con la famiglia disfunzionale di Animal Kingdom, mostrando doti di grande osservatore e umanista. Qui invece si limita a impaginare una serie di cliché che non aggiungono nulla a quanto già visto altrove e spreca anche un ottimo Guy Pearce che ha un solo vero dialogo in tutto il film, e si limita ad attraversare il film alla maniera di Eastwood nei film di Leone. Quanto a Pattinson - rileva sempre Albanese - stendiamo un velo pietoso: dire che è ancora molto immaturo è un eufemismo. Il fatto che grandi registi continuino a sceglierlo per i loro film, non fa che mettere in luce tutti i suoi limiti. Un mezzo disastro”.

Guy Pearce (sinistra) e Robert Pattinson in una scena di The Rover
Robert Pattinson,
per lui un ruolo più 'maturo'
“Un deserto che sembra venire da un altro mondo - è l'opinione di Mauro Donzelli di Coming Soon - un mondo in cui sono passati dieci anni dal misterioso ‘collasso’, che ha reso quelle terre un nuovo far west senza legge e con scorribande continue di mercenari senza meta precisa (...) The Rover è un film on the road in cui la strada non porta da nessuna parte, in un circuito chiuso e privo di senso razionale così come le vite di chi la percorre. Secco e polveroso, lobotomizzato e rotto da improvvise rasoiate di violenza visiva e uditiva - sottolinea ancora Donzelli - il film non è particolarmente originale nella vicenda, ma ha una sua impronta stilistica sincopata che cattura, proponendo il solito eccellente Guy Pearce, ma anche un Robert Pattinson che questa volta convince anche per i risultati, oltre che per le intenzioni, nel suo lodevole sforzo di allontanarsi dall’immagine di icona teen”.

redazione