Premio Oscar 1995: miglior film a
Wendy Finerman, Steve Starkey e Steve Tisch, migliore regia a Robert Zemeckis,
miglior attore protagonista a Tom Hanks, migliore sceneggiatura non originale a
Eric Roth, miglior montaggio a Arthur Schmidt, migliori effetti speciali a Ken
Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; Golden Globe 1995: miglior film
drammatico, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore in un film
drammatico a Tom Hanks; Premio BAFTA 1995: migliori
effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; National Board of Review
Award 1994: miglior film, miglior attore protagonista a Tom Hanks, miglior attore
non protagonista a Gary Sinise, migliori dieci film; Ciak d'oro 1995: miglior film
straniero.
La
scheda
Un film di Robert Zemeckis. Con Tom Hanks, Robin Wright Penn, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Sally
Field, Rebecca Williams, Michael Conner Humphreys, Harold G. Herthum, George
Kelly, Bob Penny, John Randall, Sam Anderson, Margo Moorer, Ione M. Telech,
Christine Seabrook. Commedia, Usa 1994. Durata 142' circa. Uip - Cic Video.
La trama
Seduto sulla
panchina a un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di
bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è
e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull'autobus della
scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre bulletti, a correre, liberando
così le gambe dalle protesi. Attraverso trent'anni di storia americana vista
con gli occhi della semplicità e dell'innocenza, Forrest diventa un campione
universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo
considera un fratello. Assiste ai disordini razziali in Alabama e incontra
Kennedy poco prima dell'assassinio. Dopo un fugace incontro con Jenny che canta
a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Si arruola quindi nell'esercito,
dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la
sua passione che diventerà poi un business e lo trasformerà in un milionario.
La morte di alcuni affetti fondamentali della sua esistenza, non ne
comprometterà la forza d'animo e la voglia di andare avanti.
Mia
recensione
Forrest in crisi mistica corre per alcuni mesi di fila
Forrest Gump è la
sintesi di una gigantesca utopia. Talmente grande da far innamorare. Se poi un
regista come Robert Zemeckis (sua la saga di Ritorno al
futuro) la
trasforma in un film mastodontico in ogni suo particolare, allora quell’utopia
si tramuta in un sogno. E il sogno pare proprio potersi avverare. L’utopia che
sta alla base di questa pellicola ultra premiata (ben sei gli Oscar) è la
possibilità di fare della vita una cosa meravigliosa partendo dalle peggiori
premesse che si possano immaginare. Un’intelligenza limitata. Un’immutabile
personalità fanciullesca. L’ostilità e l’insensibilità del prossimo. Precarie
possibilità motorie. Scarse risorse finanziarie. Mancanza dell’esempio e dell’aiuto
di un padre. Un unico, grande sostegno: l’affetto indiscutibile di una madre.
Poi l’anelito a un amore infinito. Protagonista è Forrest Gump, interpretato da
uno dei migliori Tom Hanks di sempre (e ce ne vuole). L’attore di Concord
(California, Usa) - qui premiato con la dorata statuetta dell’Academy Award - dà
corpo e anima a questo ritardato che va alla conquista del mondo. E che inconsciamente
fa della propria dappocaggine la sua stessa forza. Un animalesco istinto di
sopravvivenza, che lo fa reagire nel modo giusto, nel posto giusto e al momento
giusto.
Il regista Robert Zemeckis durante le riprese di Forrest Gump
Hanks è
magistrale dall’impostazione fisica del suo personaggio, in particolare dello
sguardo imbambolato, apparentemente assente ma mai del tutto. Magistrale nelle
movenze impacciate, come la camminata a piede piatto che non impedisce a
Forrest di essere un corridore veloce e instancabile; magistrale nella
gestualità legata ma supportata da una forza superiore alla media, che consente
all’eroe di salvare da un bombardamento una ventina di commilitoni e di essere un
formidabile giocatore di ping pong; magistrale nella parlata confusa con la
quale il protagonista riesce comunque a toccare il cuore di chi in lui vede una
persona come tutte le altre, se possibile migliore. Hanks e Forrest sono i poderosi
rimorchiatori di quest’opera cinematografica lunga quasi due ore e mezza sempre
scorrevoli. Sono i punti cardine intorno cui, comunque, girano da grandi
interpreti in particolare Robin Wright nella parte dell'amata Jenny, Gary
Sinise nei panni dell’idolatrato
tenente Dan e Sally Field che personifica la saggia e pronta a tutto, mamma Gump.
Robin Wright Penn è Jenny
Il film racconta diversi luoghi degli Usa, in
diverse epoche con i loro diversi accadimenti che, via via, modificano in
maniera profonda la storia della grande nazione. In questo Forrest Gump è tutti
noi, è la nostra visuale ma anche una sorta di Virgilio che guida in questi gironi
colmi di trappole e tragedie e mutamenti traumatici e morte. Sono pochi i
momenti in cui l’eroe riesce a trovare la pace. Ma in assoluto egli attraversa
questa specie di inferno con un calibrato grado di levità che lo fa galleggiare
sempre qualche metro sopra tutto e tutti. E con l’andare del tempo Forrest
sembra anche crescere - seppure sempre a suo modo - e acquistare maggiore
consapevolezza della vita e della sua fine.
Gary Sinise è il tenente Dan
Scenografie e ricostruzioni sono di primo
livello, supportate da effetti speciali che per essere di vent’anni fa sono da
considerarsi più che buone. È inevitabile che un racconto come questo richieda
iperboli narrative che, solo a tratti, trasmettono l’idea di una semplice
favola. Ma la sapiente sceneggiatura di Eric Roth (L’uomo che
sussurrava ai cavalli) e la mano sicura di Zemeckis riportano
alla svelta il tutto sui binari di una vicenda possibile nella sua già citata
utopia. La colonna sonora curata dal newyorkese Alan Silvestri (Predator) è una successione
di pezzi anche memorabili di colossi quali Aretha Franklin, Beach Boys, Jimi
Hendrix, The Doors, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Elvis Presley e altri.
Film imperdibile, ma credo che nessuno l’abbia perso. Quindi da rivedere e
rivedere e rivedere.
Un film di David Fincher. Con Michael Douglas, Scott Hunter McGuire, Carroll Baker, Peter Donat,
Michael Douglas, Anna Katarina, Charles A. Martinet, Armin Mueller-Stahl, James
Rebhorn, Sean Penn, Florentine Mocanu, Elizabeth Dennehy, Caroline Barclay,
Deborah Kara Unger. Titolo originale: The Game. Thriller/azione, Usa 1997. Durata 128'
circa. Cecchi Gori distribuzione.
La trama
Nicholas Van
Orton è un ricco uomo d'affari. In occasione del suo compleanno gli è regalata,
dal fratello Conrad, una tessera per iscriversi a un esclusivo club, allo scopo
di movimentare la sua noiosa e monotona vita. Nicholas s’iscrive senza troppo
interesse, ma da quel momento la sua esistenza diventerà un incubo.
Mia recensione
Ciò che di più caratterizza questo The Game -
Nessuna regola
è il gioco della finzione della fabula
che è inserita nella finzione che già di per sé è il cinema. Una caratteristica
che, alla fine della narrazione in immagini, così come può lasciare a bocca
aperta lo spettatore e ricavarne la soddisfazione, può altresì abbandonarlo incredulo
e con la sensazione di essere stato preso per i fondelli. Il regista ideale per
girare questo film un po’ spudorato non poteva che essere lo statunitense David
Fincher (che il
prossimo ottobre tornerà nelle sale con L’amore bugiardo,
protagonista Ben Affleck), il quale realizza il suo compito nel miglior modo possibile.
Aiutato, in questo, da un attore che negli Ottanta/Novanta volava molto alto,
come l’oggi 69enne Michael Douglas (quattro anni prima si era imposto alla
grande con Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher).
Michael Douglas in una scena di The Game - Nessuna regola
L’attore protagonista di cult come Attrazione fatale, Wall Street e La guerra
dei Roses,
regge la parte con carisma e riesce a non far scivolare nel ridicolo alcune
debolezze della rischiosissima storia. Non tutte le altre prove attoriali sono
da rilevare. Sean Penn si vede solo in poche scene e non è certo lui a deludere le attese.
Meno convincenti alcuni comprimari, come l’affascinante Deborah Kara Unger, troppo ‘debole’
di fianco a un colosso di Hollywood. Molto meglio l’interpretazione del
compianto James
Rebhorn(articolo), che esce vincente da
un’interpretazione che richiedeva drammaticità e leggerezza allo stesso tempo.
Piccolo ruolo per ‘la donna che non sapeva amare’, Carroll
Baker.
Un’opera cinematografica ordinata, che
mantiene costante la coerenza nella concatenazione degli eventi. Nulla di
speciale emerge da un montaggio accurato quanto ordinario. Notevoli alcune scene a effetto, come quella
della macchina inghiottita dalle acque della baia di San Francisco, dalle quali
Douglas si salva
con un’intuizione da spirito di sopravvivenza. O, ancor di più, quella finale,
con il protagonista che precipita da un grattacielo per centinaia di metri,
andando incontro a morte certa. Un film che consiglio senza dubbi.
Charlize Theron ha posato per un servizio fotografico di 'Esquire'
Compiuti 38 anni, ma ancora una fra le più
belle attrici del cinema mondiale (poi è questione di gusti, per carità), è
reduce dal discreto successo di Young Adult, 2012, di Jason
Reitman e con parecchi progetti futuri, a cominciare dal comedy-cowboyUn milione
di modi per morire nel West (articolo)di Seth MacFarlane e con Liam
Neeson. Ma Charlize
Theron sembra non
avere eccessiva fretta di essere presente sul grande schermo e nell’attesa si ‘riposa’
mostrandosi in lingerie, pizzo nero, sguardi
ammiccanti e pose sexy per la rivista ‘Esquire’, che le dedica anche la
copertina (e ci mancherebbe altro, vuoi mettere le copie in più vendute?). Nel
servizio in bianco e nero affidato a Terry Richardson, l’attrice sudafricana
(nata a Benoni), che ormai da qualche tempo fa coppia fissa con il collega Sean Penn (anche lui in
questo periodo non troppo indaffarato a recitare), dichiara che era «bello
essere single e ora lo è non esserlo». Sean non ha di che lamentarsi.
Un'altra foto di Charlize apparsa su 'Esquire'
Si sente fortunata Charlize, è
consapevole di avere una «vita bellissima» ma è altrettanto sicura che molte
donne non vorrebbero essere al suo posto (ci vuole un bel coraggio a spararle
così grosse): «Ad esempio non essere (ancora, ndr) sposata a 38 anni». A proposito di amore, la Theron accetta di
parlare per la prima volta di Penn: «Non volevo una storia. Poi un giorno mi
sono resa conto che Jackson (il figlio, ndr)
ha quasi due anni, fa le sue cose, dorme sempre alla stessa ora e io mi sono
ritrovata con più tempo per me. E se sei aperta a qualcosa, se lasci che
accada, succede quando meno te lo aspetti». (Fonte TgCom 24).
Un film di Sean Penn e Pierre Morel. Con Sean Penn, Javier Bardem, Jasmine Trinca, Idris Elba, Ray Winstone,
Mark Rylance. Azione,
Usa 2013.
La trama
L'adattamento
cinematografico del romanzo di Jean-Patrick Manchette che racconta la storia di
Martin Terrier, un killer a pagamento che sta cercando di ritirarsi.
L'organizzazione però non glielo permetterà costringendo Martin a fuggire
attraverso l'Europa in un brutale gioco del gatto col topo. Le riprese si
terranno a Barcellona e Londra.
Cosa sappiano
Anche Sean Penn sembra
intenzionato a entrare nel vortice dei film d’azione franchise (creazione di un marchio per il lancio di nuove
produzioni) e sembra aver scelto questa pellicola basata sul romanzo 2002 ‘The
Gunman Prone’ di Jean-Patrick Manchette (editore Blackstone Audiobooks, non
tradotto in italiano, 4 volumi [leggi di più]). A dirigerla sarà il regista
francese Pierre Morel, appoggiato dallo stesso attore californiano (reduce dal mediocre
Gangster
Squad, di Ruben
Fleischer,
2013) ed è prodotta da Silver Pictures di Joel Silver e Andrew
Rona. Morel ha il
merito di aver rilanciato un grande attore come Liam Neeson grazie a un
altro action movie, Io vi troverò (titolo
originale Taken), a mio avviso molto coinvolgente, adrenalinico al punto giusto
e, in sostanza, riuscito nel rispettare le attese della vigilia.
Jasmine Trinca
Javier Bardem
The Gunman è stato
anche proposto alla selezione di Cannes. Il ruolo del villain (il malvagio) sarà affidato a Javier
Bardem (che in
questa veste ha dimostrato in modo eccelso le sue capacità nel ruolo avuto in Non è un paese
per vecchi,
2007). Della partita anche l’attore inglese Ray Winstone (da poco
inserito nel cast), in questi giorni tra i protagonisti di Noah che da due
settimane sta vincendo la battaglia dei botteghini. Della squadra diretta da Morel e Penn farà parte
anche la ‘nostra’ Jasmine Trinca, protagonista femminile dell’opera, moglie
dello spietato Dupont (Bardem, appunto). (Fonte Wikipedia).
Un film di Alejandro González Iñárritu. Con
Leonardo Di Caprio e Sean Penn. Drammatico, Usa 2012.
Tramaprovvisoria
Ambientato
nella frontiera del nord, tra gli Stati Uniti e il Canada, il film si svolge
nel 1823 e racconta di un cacciatore di pellicce di nome Hugh Glass che, dopo
essere sopravvissuto all'attacco di un orso, percorre più o meno cinquemila chilometri per vendicarsi dei due mercenari che lo hanno derubato e
abbandonato in uno stato moribondo. Come da manuale western, una volta
recuperate le forze, l'uomo cercherà di ritrovare i due farabutti che pensavano
fosse morto.
Cosa sappiamo
Sean Penn
Leonardo Di Caprio
La 20th Century Fox - che ha da poco
incassato l’ok da Leo Di Caprio (scottato dopo il mancato Oscar 2014 per The Wolf of Wall Street) - attende una
risposta da Christian Bale (imminente il suo ritorno nei cinema con Out of the Furnace [data ancora non stabilita]di Scott
Cooper), al quale
sarebbe affidato il ruolo di protagonista. Tirza Bonifazi di My Movies rivela che
lo sceneggiatore Mark L. Smith (Vacancy,
2007) sta lavorando allo script che
ruoterà intorno al tema della sopravvivenza e della vendetta. La sceneggiatura (che
dovrebbe essere affidata a David Rabe) sarà ispirata al romanzo di Michael Punke in
cui è previsto che Hugh Glass - personaggio realmente esistito - riesca a trovare
i due uomini che lo avevano tradito ma conceda loro il perdono. Un finale ‘morbido’
che potrebbe cambiare sotto la direzione del regista messicano Alejandro
González Iñárritu (in ballo anche con il progetto della commedia Birdman di cui la data d’uscita è da
decidere). La presenza di Sean Penn (reduce dal thriller deludente Gangster Squad nel 2013) nel cast
dovrebbe ormai essere scontata.
Del progetto di ridurre per il cinema il
libro di Punke si parla ormai da anni. Nel tempo - come scrive Valentina Torlaschi di Screen Week - si erano
fatti i nomi di autentici fuoriclasse quali Gael Garcia Bernal (buon riscontro
ha avuto la sua parte da protagonista in No
- I giorni dell'arcobaleno, pellicola di discreto successo), il già citato Penn, Javier
Bardem (nel cast
del deludente The Counselor - Il
Procuratore, uscito lo scorso
gennaio) e Brad Pitt (anche lui tra i ‘delusi’ di The
Counselor). Ma solo ora, con il coinvolgimento ufficiale di Di Caprio, la
produzione potrebbe realmente mettersi in moto. Sembra che le riprese di The Revenant inizieranno indicativamente
nell’autunno del 2015.
Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen
Mirren, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright, Costas Mandylor, Michael
O'Keefe. Titolo
originale: The Pledge. Poliziesco/thriller, Usa 2001. Durata 123'.
La trama
I colleghi
hanno preparato una festa d'addio per l'ultimo giorno di lavoro dell'ispettore
Jerry Black (Jack Nicholson) e gli
hanno regalato un biglietto aereo perché realizzi un suo vecchio sogno: andare
a pesca in Messico. Ma viene ritrovato il corpo di una bambina di otto anni e
sarà lui ad andare a casa della piccola a portare l'orribile notizia. The Pledge
(cioè La promessa), è quella che l'ispettore fa alla madre
sconvolta: sarà capace di scovare il colpevole, costi quel che costi.
Recensione
Un film a fasi alterne - spesso lento e
troppo cervellotico, handicap che
spezza il ritmo dell’azione - che, a mio avviso è esempio perfetto di come quel
grande attore che è Sean Penn sia molto più convincente davanti piuttosto
che dietro la cinepresa. Questo non vuol dire che La promessa (The Pledge
in lingua originale) non sia un'esperienza filmica che valga la pena fare. Ma, sempre
secondo il sottoscritto, ha raccolto assai più consensi di quanti in effetti un’analisi
critica approfondita ne possa giustificare (fra l’altro è una pellicola riproposta
sul piccolo schermo spesso e volentieri). Non è sottovalutabile, rilevo, che il
53enne Penn
versione cineasta
(suo il non ancora uscito action movie The
Gunman e molto prima, nel 1991, l'appena discreto Lupo solitario) non abbia lesinato nel casting, scegliendo pezzi pregiati della ‘gioielleria’
hollywoodiana. Non capita tutti i giorni l’opportunità di far recitare insieme Jack
Nicholson
(tre Oscar e sette Golden Globe), Mickey Rourke (un Golden
Globe), Sam
Shepard (una nomination
all’Oscar), Vanessa Redgrave (un Oscar, un Golden Globe oltre premi a
Cannes e ai Donatello e svariate nomination), Helen Mirren (un Oscar e
due Golden Globe), Benicio Del Toro (un Oscar, un Golden Globe più
riconoscimenti a Cannes e Berlino) e Robin Wright (un Golden
Globe, ex moglie dell’attore/regista californiano).
Jack Nicholson, ottima prova anche in La promessa
Il regista Sean Penn
A queste condizioni di partenza un fallimento
non poteva esserci. Ma non basta una buona squadra per stravincere, se non si è
esperti direttori. E così Sean Penn, che parte da un buon soggetto come il romanzo
del 1957 Das Versprechen dello
scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt - non ben ridotto per l’utilizzo
cinematografico da Jerzy Kromolowsky e Mary Olson-Kromolovski - va in
confusione soprattutto nell’unità del flusso d’immagini, di continuo disturbata
in particolare da flash back che
dovrebbero soprattutto dare un’idea del personaggio della bambina assassinata.
Una tecnica, quella del ‘ritorno indietro’ attraverso i racconti o l’immaginazione
dei protagonisti, che se non ben dosata diviene estraniante rispetto all’obiettivo
dell’esperienza filmica. La quale, invece, è efficace nel mettere in primo
piano un mondo di violenza e cattiverie nel quale i ‘buoni’ faticano sempre a
inserirsi per giungere alla verità di atti inaccettabili. In questo la carica
di rabbia e drammaticità espressa da Nicholson è
fondamentale.
Una scena straziante del film di Sean Penn
Ha ragione Matteo De Simei di Onda Cinema quando promuove il film per un “uso particolarmente ricco di primi piani e di
ravvicinatissime inquadrature volte a mostrare con una cura quasi maniacale
volti e oggetti”. E quando rileva gli “innumerevoli campi lunghissimi” che “introducono,
di volta in volta, in ambienti totalmente differenti, dapprima dominati dal
deserto per poi passare al ghiaccio e alla neve fino ai laghi montani del
Nevada”. Secondo me determinate, in questo senso, il lavoro di un direttore
della fotografia - a volte anche regista - del calibro di Chris
Menges (fra i
tantissimi ricordo i capolavori Urla del
silenzio del 1984 e Mission del
1986). Certo, anche tutte queste inquadrature, primi piani e panorami, a tratti
addormentano l’azione - che in opere di questo genere è basilare - e producono
una sfilata un po’ caotica d’immagini.
È sostanzialmente d’accordo con me Valerio Salvi di Film Up, quando parla dell’alternanza
di “momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti,
sia soprattutto su quello del ritmo”. Tale neo è reso visibile dalla facilità
con cui, in alcune fasi della proiezione, lo spettatore rischia di distrarsi e
di allontanarsi dai personaggi e dallo stesso racconto. Più che apprezzabile,
invece, ancora secondo il collega Salvi, la determinazione di Penn nel voler “esplorare
territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e
scontata”. Film sufficientemente adrenalinico, a tratti angosciante che, nonostante
le debolezze elencate, merita fiducia.
Ho visto l'ultima volta questo film alcuni anni fa. Ho quindi arricchito
la mia recensione con alcune riflessioni di altri critici