Golden Globe 2003: miglior attore
in un film drammatico a Jack Nicholson, migliore sceneggiatura a Alexander
Payne e Jim Taylor; Broadcast Film Critics Association Award 2003: miglior attore
protagonista a Jack Nicholson; National Board of Review
Award 2002: miglior attrice non protagonista a Kathy Bates; Festival di Cannes 2002: nomination
Palma d'Oro a Alexander Payne.
La
scheda
Un film di Alexander Payne. Con Jack Nicholson, Kathy Bates, Hope Davis, Dermot Mulroney, June
Squibb, Howard Hesseman, Harry Groener, Connie Ray, Len Cariou, Mark Venhuizen,
Cheryl Hamada, Phil Reeves, Matt Winston, James M. Connor, Jill Anderson. Titolo
originale: About Schmidt. Drammatico,
Usa 2002. Durata 125'. Nexo.
La trama
Warren
Schmidt è un uomo depresso e avvilito: è in pensione ed è rimasto vedovo da
poco. Incerto sul suo futuro così come scettico sulle scelte del passato,
decide di fare i bagagli per un viaggio attraverso il Nebraska, per essere
presente al matrimonio della figlia con un venditore di letti ad acqua. Eppure
ogni cosa che fa, appare sbagliata e Warren sembra destinato a finire la sua
vita così come l'ha vissuta: un fallimento. Ma lungo la strada Warren racconta
il suo viaggio e le sue osservazioni a un interlocutore inaspettato, un
ragazzino povero della Tanzania che sta sovvenzionando per settantatré centesimi
al giorno. Nelle sue lunghe lettere al ragazzino, Warren inizia a vedere se
stesso e la vita che ha vissuto con occhi diversi.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) ad un soggetto esile e provocatorio
solo superficialmente - scrive Davide Verazzani di My Movies - si contrappone (…) la prova d'attore di Jack Nicholson che, da
solo, rende la pellicola degna di essere vista. La caratterizzazione di
Schmidt, borghese meschino e privo di sentimenti, non del tutto resa da una
sceneggiatura priva di acuti, viene evidenziata da Nicholson senza il
consueto gigioneggiare, ma piuttosto con continui e straordinari cambiamenti
mimici. E le sue espressioni durante il discorso del pranzo di matrimonio della
figlia sarebbero da studiare a memoria nelle scuole di recitazione”.
Jack Nicholson in una scena di A proposito di Schmidt
“(...) L'arte del racconto di Payne - rileva
Valeria Chiari di Film Up - che mescola ad una brillante ironia la
drammaticità di una vita sprecata, si completa con la maestria di Nicholson nell’interpretare
un uomo che si risveglia alla vita. Uno spaccato della vita americana di
provincia scrutato in tutta la sua tragica sonnolenza e senza alcuna
superficialità, da un uomo che pur trovandosi a passeggiare sul suo personale ‘viale
del tramonto’, sente ancora il desiderio di dare un senso alla propria vita.
Raccontato anche attraverso l’impaccio fisico a metà tra la sonnolenza e il
risveglio, Warren Schmidt è un individuo dal destino spietatamente normale,
sublimato dall’interpretazione di Nicholson che lo
trasforma in una icona, mélange di
pessimismo e pietà, crudele rappresentazione dell’uomo del XXI secolo”,
conclude Chiari.
Premio Oscar 1975: nomination migliore
sceneggiatura non originale a Mel Brooks e Gene Wilder, nomination miglior
sonoro a Richard Portman e Gene S. Cantamessa; Golden Globe 1975: nomination
migliore attrice in un film commedia o musicale a Cloris Leachman, nomination
miglior attrice non protagonista a Madeline Kahn; Saturn Award 1976: miglior film
horror, migliore regia a Mel Brooks, miglior attore non protagonista a Marty
Feldman, migliore scenografia a Robert De Vestel e Dale Hennesy, miglior trucco
a William Tuttle.
La
scheda
Un film di Mel Brooks. Con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Teri Garr, Madeleine Kahn,
Cloris Leachman, Gene Hackman, Madeline Kahn, Richard Haydn, Leon Askin, Arthur
Malet, Oscar Beregi, Danny Goldman, Monte Landis, Kanneth Mars, Liam Dump, Anne
Beesley, Rusty Biltz, Richard A. Roth, Kenneth Mars, Liam Dunn, Rusty Blitz,
John Madison. Titolo originale: Young Frankenstein. Comico, Usa 1974. Durata
106' circa. Produzione: Michael Gruskof, per 20th Century Foz, Crossbow
Productions, Gruskoff/Venture Films, Jouer Limited. Distribuzione:
Fox - 20th Century Fox Home.
La trama
L’illustre medico Frederick Frankenstein riceve in
eredità un castello appartenuto a suo nonno, il Barone Von Frankenstein.
Nonostante il disprezzo per la reputazione dell’antenato, il giovane
Frankenstein decide di partire per la Transilvania, dove a dargli il benvenuto,
trova Igor, aiutante gobbo disposto a prestare i suoi servizi (dietro lauto
compenso) e la bella Inga, giovane donna con un non ben specificato ruolo di ‘aiutante’;
al trio si unisce Frau Blucher, sinistra custode del castello e inspiegabile
motivo di timore da parte dei cavalli di famiglia. Inizialmente riluttante,
Frederick cede alla tentazione di proseguire gli esperimenti del Barone quando
trova il suo diario di lavoro: una volta rivenuto in un cimitero il cadavere di
«un energumeno lungo 2,20 metri e largo come un armadio a due ante», spetta ad
Igor trafugare un cervello degno di tale creatura. Tra gobbe evanescenti,
allegre dimostrazioni scientifiche e scappatelle notturne, nel castello
Frankenstein se ne vedranno delle belle.
Una scena emblematica di Frankenstein Junior, con un grande Gene Wilder
Critica
– Rassegna stampa
“(...) Brooks (che anni
dopo si sarebbe cimentato con un altro personaggio cardine del filone con il
meno riuscito, ma pur sempre godibile, Dracula morto e contento) dirige con
mano sicurissima i suoi interpreti - rileva Maurizio Encari di Every Eye - garantendo un ritmo invidiabile al racconto, girato in un bianco e
nero perfettamente aderente alle atmosfere lugubremente ironiche della storia,
riservando anche un ‘orecchio di riguardo’ alla componente sonora, più volte
citazionista verso i classici del genere (...) La fotografia rende inoltre l’operazione
particolarmente nostalgica, guardando ai titoli storici degli anni ‘30 e ‘40 e
trasmettendo ancor più la sensazione di trovarsi a un film letteralmente fuori
dal tempo e destinato a divertire per l’eternità. Grande merito della riuscita
complessiva - conclude Encari - è senza dubbio da assegnare anche al cast, la
cui scelta non poteva essere migliore: se Gene Wilder è sempre
stato una perfetta macchina comica, sono impossibili da dimenticare i due coprotagonisti,
il buffo e spaesato mostro di Peter Boyle e soprattutto la figura di Igor,
un Marty
Feldman che provoca
le risate più copiose ad ogni sua apparizione”.
Un primo piano di Marty Feldman, carta vincente
del grande film di Mel Brooks
“(...) L'eclettismo parodistico di Mel
Brooks”, osserva
Giancarlo Zappoli di My Movies, gli fa realizzare “nello stesso periodo
Mezzogiorno
e mezzo di fuoco e Frankenstein Junior ma è il secondo destinato a
rimanere nella storia del cinema. Perché in questo caso riesce ad andare ben
oltre alla parodia grazie forse anche alla collaborazione di Gene Wilder alla
sceneggiatura. La cura dei particolari è segno dell'amore che Brooks prova per
il cinema che vuole prendere amabilmente in giro”.
Peter Boyle nei panni dell'improbabile Frankenstein
“(...) Capolavoro indiscusso della commedia -
scrive Riccardo De Franco di Storia dei Film - cult-movie immediato, boom
di vendite in home-video, a prova di
quanto ancora oggi sia impresso nell’immaginario collettivo (non a caso vanta
alcune delle battute e dei dialoghi più citati) (...) Alla bravura degli
interpreti si unisce la stramba galleria di personaggi, principali e secondari,
indimenticabili nelle loro peculiarità: in quest’ottica il mattatore indiscusso
è il monumentale Marty Feldman, che renderà l'aiutante Igor un’icona
immortale della commedia; come sottolineato dallo stesso Wilder, Igor è il
simbolo del film, nucleo e motore pulsante della storia, il personaggio che
entra sempre in scena al momento giusto e con la battuta più spassosa. Mai
eccessivo - scrive sempre De Franco - sempre pungente e talmente simpatico da
suscitare risate a ogni sguardo che volge alla cinepresa o agli altri personaggi.
Puro genio comico (...)”.
Oscar
1992: miglior fotografia a Robert Richardson, miglior montaggio a Joe
Hutshing e Pietro Scalia. Golden Globe 1992: miglior
regia a Oliver Stone. Premio BAFTA 1993: miglior montaggio a Joe Hutshing e Pietro Scalia; miglior sonoro a Tod
A. Maitland, Wylie Stateman, Michael D. Wilhoit, Michael Minkler e Gregg
Landaker.
La scheda
Un film di Oliver Stone. Con Kevin Bacon, Jack Lemmon, Donald Sutherland, Sissy Spacek, Gary
Oldman, Kevin Costner, Tommy Lee Jones, Edward Asner, Walter Matthau, Sally
Kirkland, John Candy, Tomas Milian, Frank Whaley, Joe Pesci, Chris Robinson,
Vincent D'Onofrio, Michael Rooker, Jay O. Sanders, Tony Plana, Brian Doyle-Murray,
Bob Gunton, Pruitt Taylor Vince, Laurie Metcalf, Ellen Mc Elduff, Wayne Knight,
Gary Grubbs, Melodee Bowman, Jo Anderson, John Finnegan, John Seitz, George R.
Robertson, Duane Grey, Peter Maloney, Jerry Douglas, Dale Dye, Edwin Neal,
Wayne Tippit, Gil Glasgow, Ryan MacDonald, Baxter Harris, Price Carson, Anthony
Ramirez, Ray LePere, Steve Reed, Jodi Farber, Columbia Dubose, Randy Means,
E.J. Morris, Cheryl Penland, Jim Gough, Perry R. Russo, Mike Longman, Pat
Pierre Perkins, Beata Pozniak, Tom Howard, Ron Jackson, Sean Stone, Amy Long,
Scott Krueger, Allison Pratt Davis, Red Mitchell, Ronald von Klaussen, John S.
Davies, Michael Ozag, Raul Aranas, John C. Martin, Henri Alciatore, Willem
Oltmans, Gail Cronauer, Gary Carter, Roxie M. Frnka, Zeke Mills, James N.
Harrell, Ray Redd, Sally Nystuen, Marco Perella, Spain Logue, Darryl Cox, T.J.
Kennedy, Carolina McCullough, Jim Garrison, J.J. Johnston, R. Bruce Elliot,
Barry Chambers, Linda Flores Wade, William Larsen, Alec Gifford, Eric A.
Vicini, Michael Gurievsky, Caroline Crosthwaite-Eyre, Helen Miller, Harold
Herthm, Norman Davis, Errol McLendon, Bruce Gelb, Alex Rodzi Rodine, Sam
Stoneburner, Odin K. Langford. Titolo originale: JFK. Drammatico, Usa 1991. Durata 188'.
La trama
Secondo un’indagine
svolta alla fine degli anni '80 del secolo scorso, il 73% degli statunitensi era
convinto che all'origine dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, cui spararono il 22 novembre 1963 nella
Dealy Plaza di Dallas (Texas), ci fosse un complotto e che la conclusione cui
nel 1964 arrivò la Commissione Warren
(Lee Harvey Oswald esecutore unico) risultasse insostenibile. È la tesi che sostiene Oliver Stone, basandosi sulle opere d'inchiesta di Jim Marrs e Jim Garrison sull'omicidio di Kennedy,
arrivando a implicare le responsabilità, almeno indirette, del governo e della
CIA. Kennedy fu eliminato perché
voleva sganciare gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam con gravi danni alle
industrie nazionali che dall'economia di guerra traevano immensi benefici. Non
è semplicemente un film a tesi con toni giornalistici e oratori, è anche una
crociata, nella speranza di far riaprire il caso Kennedy. «Si può sparare a un
film. Ma se è potente come JFK, non si può ucciderlo» (Richard Corliss,
critico del Time).
Recensione
Un cast mastodontico, per numero d’attori
(circa 124, comparse non incluse) e qualità, tra cui spiccano – in ordine
alfabetico - interpreti del calibro di Donald Sutherland, Gary
Oldman, Jack
Lemmon, Joe Pesci, John
Candy, Kevin
Bacon, Kevin
Costner, Michael
Rooker, Sissy
Spacek, Tomas
Milian, Tommy Lee
Jones, Vincent
D'Onofrio
e Walter
Matthau.
Kevin Costner e Donald Sutherland in JFK - Un caso ancora aperto
Un film straordinario, di stampo
documentaristico ma col ritmo di una calibrata pellicola d’intrattenimento, che
ebbe il potere di far ripartire le indagini sull'omicidio dell’ex presidente
deli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. L’opera titanica di un regista che
non ha bisogno di presentazioni qual è Oliver Stone (sua anche
la sceneggiatura - scritta a quattro mani con Zachary Sklar -e protagonista di un cameo
in cui veste i panni di un esagitato che festeggia per la morte del Presidente)
non lascia spazio a interpretazioni: l’obiettivo unico è scavare nel terreno
dei mille dubbi che riguardano una delle pagine più drammatiche della storia
del mondo. Questa caratteristica garantisce un’essenzialità al racconto filmico
che ne è il maggior ingrediente di riuscita. Certo, ne scaturisce un coacervo di
sequenze e situazioni lungo circa tre ore, che allo spettatore non permette
distrazioni. Consiglio, perciò, di vedere o rivedere il film al buio e nel
massimo silenzio.
Il regista
Oliver Stone
Gary Oldman
personificò Lee Harvey Oswald
Dalla vicenda, lo script tiene a far emergere in particolar modo la corruzione del Governo
Usa, l'insabbiamento di ogni verità, la perdita di fiducia dei cittadini nei
confronti della loro patria. L'America,
nella rilettura di quei fatti da parte di Stone (che vinse
il Golden Globe), è un Paese di menzogne, basato sulla guerra e sulle grandi aziende
che guadagnano con le armi. Un consiglio: agli amanti della lettura raccomando
il romanzo Libra, di Don DeLillo (Einaudi, 2000), libro capace di immergere
proprio nelle sordide atmosfere ricreate dal film. DeLillo - come
recita il risvolto di copertina – fa dell’affaire
Kennedy “il simbolo di un'America in cui le nevrosi quotidiane e la ricerca di
ideali creano una miscela sempre sul punto di esplodere. Porta alla luce tutto
quello che sull'assassinio (…) è stato detto e smentito, gridato e sussurrato,
fino alla scena sacrificale di Dallas”.
Una lunghissima serie di scene - per la quale
il cineasta newyorkese diede il meglio di sé - da cui sbucano sempre nuovi
personaggi (personificati da attori impeccabili che garantiscono la cosiddetta
identificazione variabile) collegate fra loro da un montaggio da Oscar (Joe
Hutshing e Pietro
Scalia) per il
quale si fa ogni tanto ricorso a reali immagini di repertorio. Una miriade di
dettagli in cui nulla è proposto senza la dovuta attenzione o a ‘tirar dritto’.
Il tutto corroborato dalla perfetta fotografia di Robert
Richardson,
anche lui premiato con la statuetta dell’Academy Awards. Insomma, una pellicola
che compone la storia del cinema internazionale e che non può mancare tra le
visioni di chiunque ami un minimo i film.
Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen
Mirren, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright, Costas Mandylor, Michael
O'Keefe. Titolo
originale: The Pledge. Poliziesco/thriller, Usa 2001. Durata 123'.
La trama
I colleghi
hanno preparato una festa d'addio per l'ultimo giorno di lavoro dell'ispettore
Jerry Black (Jack Nicholson) e gli
hanno regalato un biglietto aereo perché realizzi un suo vecchio sogno: andare
a pesca in Messico. Ma viene ritrovato il corpo di una bambina di otto anni e
sarà lui ad andare a casa della piccola a portare l'orribile notizia. The Pledge
(cioè La promessa), è quella che l'ispettore fa alla madre
sconvolta: sarà capace di scovare il colpevole, costi quel che costi.
Recensione
Un film a fasi alterne - spesso lento e
troppo cervellotico, handicap che
spezza il ritmo dell’azione - che, a mio avviso è esempio perfetto di come quel
grande attore che è Sean Penn sia molto più convincente davanti piuttosto
che dietro la cinepresa. Questo non vuol dire che La promessa (The Pledge
in lingua originale) non sia un'esperienza filmica che valga la pena fare. Ma, sempre
secondo il sottoscritto, ha raccolto assai più consensi di quanti in effetti un’analisi
critica approfondita ne possa giustificare (fra l’altro è una pellicola riproposta
sul piccolo schermo spesso e volentieri). Non è sottovalutabile, rilevo, che il
53enne Penn
versione cineasta
(suo il non ancora uscito action movie The
Gunman e molto prima, nel 1991, l'appena discreto Lupo solitario) non abbia lesinato nel casting, scegliendo pezzi pregiati della ‘gioielleria’
hollywoodiana. Non capita tutti i giorni l’opportunità di far recitare insieme Jack
Nicholson
(tre Oscar e sette Golden Globe), Mickey Rourke (un Golden
Globe), Sam
Shepard (una nomination
all’Oscar), Vanessa Redgrave (un Oscar, un Golden Globe oltre premi a
Cannes e ai Donatello e svariate nomination), Helen Mirren (un Oscar e
due Golden Globe), Benicio Del Toro (un Oscar, un Golden Globe più
riconoscimenti a Cannes e Berlino) e Robin Wright (un Golden
Globe, ex moglie dell’attore/regista californiano).
Jack Nicholson, ottima prova anche in La promessa
Il regista Sean Penn
A queste condizioni di partenza un fallimento
non poteva esserci. Ma non basta una buona squadra per stravincere, se non si è
esperti direttori. E così Sean Penn, che parte da un buon soggetto come il romanzo
del 1957 Das Versprechen dello
scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt - non ben ridotto per l’utilizzo
cinematografico da Jerzy Kromolowsky e Mary Olson-Kromolovski - va in
confusione soprattutto nell’unità del flusso d’immagini, di continuo disturbata
in particolare da flash back che
dovrebbero soprattutto dare un’idea del personaggio della bambina assassinata.
Una tecnica, quella del ‘ritorno indietro’ attraverso i racconti o l’immaginazione
dei protagonisti, che se non ben dosata diviene estraniante rispetto all’obiettivo
dell’esperienza filmica. La quale, invece, è efficace nel mettere in primo
piano un mondo di violenza e cattiverie nel quale i ‘buoni’ faticano sempre a
inserirsi per giungere alla verità di atti inaccettabili. In questo la carica
di rabbia e drammaticità espressa da Nicholson è
fondamentale.
Una scena straziante del film di Sean Penn
Ha ragione Matteo De Simei di Onda Cinema quando promuove il film per un “uso particolarmente ricco di primi piani e di
ravvicinatissime inquadrature volte a mostrare con una cura quasi maniacale
volti e oggetti”. E quando rileva gli “innumerevoli campi lunghissimi” che “introducono,
di volta in volta, in ambienti totalmente differenti, dapprima dominati dal
deserto per poi passare al ghiaccio e alla neve fino ai laghi montani del
Nevada”. Secondo me determinate, in questo senso, il lavoro di un direttore
della fotografia - a volte anche regista - del calibro di Chris
Menges (fra i
tantissimi ricordo i capolavori Urla del
silenzio del 1984 e Mission del
1986). Certo, anche tutte queste inquadrature, primi piani e panorami, a tratti
addormentano l’azione - che in opere di questo genere è basilare - e producono
una sfilata un po’ caotica d’immagini.
È sostanzialmente d’accordo con me Valerio Salvi di Film Up, quando parla dell’alternanza
di “momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti,
sia soprattutto su quello del ritmo”. Tale neo è reso visibile dalla facilità
con cui, in alcune fasi della proiezione, lo spettatore rischia di distrarsi e
di allontanarsi dai personaggi e dallo stesso racconto. Più che apprezzabile,
invece, ancora secondo il collega Salvi, la determinazione di Penn nel voler “esplorare
territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e
scontata”. Film sufficientemente adrenalinico, a tratti angosciante che, nonostante
le debolezze elencate, merita fiducia.
Ho visto l'ultima volta questo film alcuni anni fa. Ho quindi arricchito
la mia recensione con alcune riflessioni di altri critici
Oscar
2013: miglior montaggio sonoro a Paul N.J. Ottosson; Golden Globe 2013: miglior
attrice in un film drammatico a Jessica Chastain; National Board of Review 2012: miglior
attrice in un film drammatico a Jessica Chastain; National Board of Review 2012:
miglior film a Kathryn Bigelow, Mark Boal e Megan Ellison; miglior regia a
Kathryn Bigelow; miglior attrice a Jessica Chastain; Critics' Choice Movie Award: miglior
attrice a Jessica Chastain; miglior montaggio a William Goldenberg e Dylan
Tichenor; American Film Institute: migliori dieci film a Kathryn Bigelow, Mark Boal, Megan Ellison.
La scheda
Un film di Kathryn Bigelow. Con Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark
Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez, Jessica Collins, Callan Mulvey, Fredric
Lehne, Harold Perrineau, Lee Asquith-Coe, Mike Colter, Mark Duplass, Scott
Adkins, Chris Pratt, Stephen Dillane, Frank Grillo, Taylor Kinney. Thriller,
Usa 2012. Durata 157'.
La trama
La caccia a
Osama bin Laden ha preoccupato il mondo e due amministrazioni presidenziali statunitensi
per più di un decennio. Ma alla fine, la sua cattura si deve a un ristretto e brillante
team di agenti della Cia. I particolari della
loro missione sono sempre rimasti segreti, solo alcuni dettagli riguardanti le
operazioni più significative dell'Intelligence - incluso il ruolo centrale
svolto dal team - sono stati resi pubblici e con questa pellicola portati sul
grande schermo per la prima volta.
La mia recensione
La regista
Kathryn Bigelow
L'attrice protagonista
Jessica Chastain
È il più bel film che io abbia visto negli
ultimi due anni, ai quali mi limito per non fare, nel momento in cui scrivo, un
esercizio troppo faticoso di memoria. Ma sono sicuro di non sbagliarmi se,
spingendomi a ritroso nel tempo, giungessi, per restare più o meno allo stesso
genere (che è quello dello spionaggio), al 2006, quando vidi Munich (di Steven
Spielberg).
Tuttavia è pur sempre facile che qualcosa mi stia sfuggendo. Zero Dark Thirty (in gergo spionistico
significa ‘mezzanotte e mezzo’), della ficcante cineasta californiana Kathryn
Bigelow (Oscar
personale più altri cinque nel 2010 perThe Hurt
Locker),
ti prende per la gola e ti affonda nella pancia sin dai titoli di testa, mentre
ascolti le autentiche telefonate registrare delle persone che, pochi istanti dopo
l’attacco dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di Manhattan (New York),
si trovavano all’interno delle torri gemelle oppure sugli aerei che furono
dirottati, compreso quello che si sarebbe dovuto schiantare sulla Casa Bianca ma la
cui missione fallì per la rivolta dei viaggiatori che riuscirono a soverchiare
i kamikaze di Al Qaeda (per farsi un’idea c’è il realistico United 93, 2006, di Paul
Greengrass).
Voci di uomini e donne che prendono disperatamente coscienza della loro imminente
morte e ne parlano straziate al telefono con un familiare o con un amico o con
uno sconosciuto operatore della polizia, dei vigili del fuoco.
Siamo tutti americani?
Un momento dell'azione decisiva dei Navy Seals
È da questo punto che la sceneggiatura –
scritta con riferimento ad alcuni documenti forniti dalla Cia - del giornalista
Marc
Boal (compagno,
fra l’altro, della regista; da un suo articolo anche lo script dell’agghiacciante Nella
valle di Elah del 2007) scatta e insieme a sé fa scattare il senso profondo
e macabro di quel martirio lontano ormai circa tredici anni. La banale domanda
che la maggior parte di noi si pone, è: ‘come si può concepire una cosa del
genere?’. Non mi soffermerò sui complottisti che estrapolano ovunque machiavelliche
ragioni alternative alle uniche così evidenti: petrolio – armi - interessi
economici – odio – bin Laden - kamikaze - strage d’innocenti. Quindi, dalla
suddetta banale domanda che sta alla base di quest’opera straordinaria, si
muove il sentimento che poi è un’esigenza quasi fisica: ‘non devono farla
franca’. Come scrissero molti quotidiani la mattina dopo l’11 settembre, “Siamo
tutti americani”. In quest’iperbole giornalistica mi sono sentito da subito compreso.
Ero e sono tra coloro, quindi, che pensano che ‘bisogna fargliela pagare’.
Uccisione di
bin Laden
Immagine di bin Laden prima e dopo l'uccisione
Quasi certamente una finta ricostruzione, mai ufficializzata
Allo stesso modo deve averla sentita e
pensata per circa dieci anni l'agente Cia, Maya (per ovvi motivi il cognome non
è reso noto), nel film incarnata dalla californiana dalla pelle color latte Jessica
Chastain (nel
bellissimo The Tree of Life del 2011
al fianco di Brad Pitt). La ‘figlia di puttana’ (così dice di sé in un’efficace scena) che ha scovato il complesso di grigio cemento armato ad Abbottabad (Pakistan) in
cui il 2 maggio del 2011 fu pizzicato e quindi ucciso Osama bin Laden, leader
di Al Qaeda, grazie a un’eroica azione dei Navy Seals. Lo stesso corpo
speciale, per capirci, che strappò dalle mani dei pirati somali, il capitano Richard
Phillips (articolo).
La vicenda inquadra il giovane agente Maya all’inizio dell’incarico che le ha
cambiato la vita. Appena laureata, assiste turbata ma determinata ai ‘violenti’
interrogatori cui i suoi colleghi sottopongono quegli uomini di bin Laden che
gli Usa hanno catturato nel corso degli anni. Questa parte fa, inevitabilmente,
riflettere sull’opportunità di ricorrere a metodi cruenti per estorcere
informazioni di smisurata importanza (va tenuto presente, comunque, che non
solo di vendetta s’è trattato, perché gli estremisti islamici hanno continuato senza
pietà a ideare e mettere in atto attentati mortali in varie zone del mondo). Un
approccio fenomenologico che non ha mancato di sollevare polemiche le quali, ai
tempi in cui il film uscì, furono smorzate dal Presidente Barack Obama, che
dichiarò che gli Stati Uniti «non fanno ricorso alla tortura».
Una sfida
Senza soprassedere sulla perfetta
ricostruzione degli avvenimenti e sul positivo flusso unitario d’immagini - che
in più punti sfiora un realismo di tipo documentaristico - il resto ruota
intorno al lavoro spasmodico del personaggio impersonato da Jessica Chastain, mai in
difficoltà nel rendere credibile la passione, intesa anche come sofferenza, nel
volere con tutta l’anima vincere la propria sfida. L’agente Maya, così, in
quest’ultima finzione filmica (sempre basata su accadimenti reali) di Bigelow, è donna ‘in
carriera’ che diviene emblema e rappresentante di quella parte del mondo che non ha
mandato giù l’inumana condizione politico-terroristica di bin Laden. Lo
spettatore si ritrova, quindi, dalla parte dell’agente Maya nei momenti più
difficili che ha dovuto affrontare, non ultimo lo scetticismo dei colleghi
della Cia che da un certo punto in poi le
Jessica Chastain in una scena del film
attribuirono una forma di ossessione
per la pista che lei si ostinò – giustamente - a percorrere. In gioco entrano
con efficacia attori di provata bravura - per lo più chiamati a interpretare
membri della Cia o soldati dei Marines - come Jason Clarke
(protagonista nel 2011 dell’apprezzatissimo The
Chicago Code), nei panni dell’agente Dan; Joel Edgerton (visto da
pochissimo ne Il grande Gatsby),
agente Patrick; Mark Strong (visto di recente nel discreto Blood), interpreta George, diretto superiore di Maya; Kyle Chandler (visto da pochissimo nell’apprezzato The Wolf of Wall Street), che qui incarna
il dirigente della Cia, Joseph Bradley; Edgar Ramirez (sicario in
The Bourne Ultimatum), qui è uno dei
soldati. Senza dimenticare la centellinata ma ‘pesante’ partecipazione del
compianto James Gandolfini (fra le tantissime cose, protagonista della
seguitissima serie tv, I Soprano; morto
d’infarto a Roma il 19 giugno dell’anno scorso) nella parte del capo della Cia.
In sostanza un film che dovrebbe appassionare chiunque ami davvero il cinema (seppur
nei confini della cosiddetta fabula) in particolare quello che riporta sul
grande schermo vita vissuta e drammatica.
Libri sull’argomento
La
cattura, di Mark
Bowden (Rizzoli, 2012), € 14,45; disponibile
anche nella versione e-pub a € 11,99.
No Easy Day.
Il racconto in prima persona dell'uccisione di Bin Laden, di Kevin
Maurer e Mark Owen (Mondadori, 2012), € 14,88 (versione rilegata), € 7,12 (versione
brossura = copertina ‘morbida’); disponibile anche nella versione e-pub a € 6,99.