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giovedì 19 giugno 2014

Il più bello di giovedì 19 giugno, prima serata, sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15

La locandina
A proposito di Schmidt

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Golden Globe 2003: miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson, migliore sceneggiatura a Alexander Payne e Jim Taylor; Broadcast Film Critics Association Award 2003: miglior attore protagonista a Jack Nicholson;  National Board of Review Award 2002: miglior attrice non protagonista a Kathy Bates; Festival di Cannes 2002: nomination Palma d'Oro a Alexander Payne.

La scheda
Un film di Alexander Payne. Con Jack Nicholson, Kathy Bates, Hope Davis, Dermot Mulroney, June Squibb, Howard Hesseman, Harry Groener, Connie Ray, Len Cariou, Mark Venhuizen, Cheryl Hamada, Phil Reeves, Matt Winston, James M. Connor, Jill Anderson. Titolo originale: About Schmidt. Drammatico, Usa 2002. Durata 125'. Nexo.

La trama
Warren Schmidt è un uomo depresso e avvilito: è in pensione ed è rimasto vedovo da poco. Incerto sul suo futuro così come scettico sulle scelte del passato, decide di fare i bagagli per un viaggio attraverso il Nebraska, per essere presente al matrimonio della figlia con un venditore di letti ad acqua. Eppure ogni cosa che fa, appare sbagliata e Warren sembra destinato a finire la sua vita così come l'ha vissuta: un fallimento. Ma lungo la strada Warren racconta il suo viaggio e le sue osservazioni a un interlocutore inaspettato, un ragazzino povero della Tanzania che sta sovvenzionando per settantatré centesimi al giorno. Nelle sue lunghe lettere al ragazzino, Warren inizia a vedere se stesso e la vita che ha vissuto con occhi diversi.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) ad un soggetto esile e provocatorio solo superficialmente - scrive Davide Verazzani di My Movies - si contrappone (…) la prova d'attore di Jack Nicholson che, da solo, rende la pellicola degna di essere vista. La caratterizzazione di Schmidt, borghese meschino e privo di sentimenti, non del tutto resa da una sceneggiatura priva di acuti, viene evidenziata da Nicholson senza il consueto gigioneggiare, ma piuttosto con continui e straordinari cambiamenti mimici. E le sue espressioni durante il discorso del pranzo di matrimonio della figlia sarebbero da studiare a memoria nelle scuole di recitazione”.

Jack Nicholson in una scena di A proposito di Schmidt
“(...) L'arte del racconto di Payne - rileva Valeria Chiari di Film Up - che mescola ad una brillante ironia la drammaticità di una vita sprecata, si completa con la maestria di Nicholson nell’interpretare un uomo che si risveglia alla vita. Uno spaccato della vita americana di provincia scrutato in tutta la sua tragica sonnolenza e senza alcuna superficialità, da un uomo che pur trovandosi a passeggiare sul suo personale ‘viale del tramonto’, sente ancora il desiderio di dare un senso alla propria vita. Raccontato anche attraverso l’impaccio fisico a metà tra la sonnolenza e il risveglio, Warren Schmidt è un individuo dal destino spietatamente normale, sublimato dall’interpretazione di Nicholson che lo trasforma in una icona, mélange di pessimismo e pietà, crudele rappresentazione dell’uomo del XXI secolo”, conclude Chiari.
redazione

mercoledì 28 maggio 2014

Il più bello di mercoledì 28 maggio, prima serata, sul ‘digitale’: MTV alle 21,10

La locandina
Frankenstein Junior

Valutazione media: ♥♥♥♥♥ = 9,5

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Premio Oscar 1975: nomination migliore sceneggiatura non originale a Mel Brooks e Gene Wilder, nomination miglior sonoro a Richard Portman e Gene S. Cantamessa; Golden Globe 1975: nomination migliore attrice in un film commedia o musicale a Cloris Leachman, nomination miglior attrice non protagonista a Madeline Kahn; Saturn Award 1976: miglior film horror, migliore regia a Mel Brooks, miglior attore non protagonista a Marty Feldman, migliore scenografia a Robert De Vestel e Dale Hennesy, miglior trucco a William Tuttle. 

La scheda
Un film di Mel Brooks. Con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Teri Garr, Madeleine Kahn, Cloris Leachman, Gene Hackman, Madeline Kahn, Richard Haydn, Leon Askin, Arthur Malet, Oscar Beregi, Danny Goldman, Monte Landis, Kanneth Mars, Liam Dump, Anne Beesley, Rusty Biltz, Richard A. Roth, Kenneth Mars, Liam Dunn, Rusty Blitz, John Madison. Titolo originale: Young Frankenstein. Comico, Usa 1974. Durata 106' circa. Produzione: Michael Gruskof, per 20th Century Foz, Crossbow Productions, Gruskoff/Venture Films, Jouer Limited. Distribuzione: Fox - 20th Century Fox Home.

La trama
L’illustre medico Frederick Frankenstein riceve in eredità un castello appartenuto a suo nonno, il Barone Von Frankenstein. Nonostante il disprezzo per la reputazione dell’antenato, il giovane Frankenstein decide di partire per la Transilvania, dove a dargli il benvenuto, trova Igor, aiutante gobbo disposto a prestare i suoi servizi (dietro lauto compenso) e la bella Inga, giovane donna con un non ben specificato ruolo di ‘aiutante’; al trio si unisce Frau Blucher, sinistra custode del castello e inspiegabile motivo di timore da parte dei cavalli di famiglia. Inizialmente riluttante, Frederick cede alla tentazione di proseguire gli esperimenti del Barone quando trova il suo diario di lavoro: una volta rivenuto in un cimitero il cadavere di «un energumeno lungo 2,20 metri e largo come un armadio a due ante», spetta ad Igor trafugare un cervello degno di tale creatura. Tra gobbe evanescenti, allegre dimostrazioni scientifiche e scappatelle notturne, nel castello Frankenstein se ne vedranno delle belle.


Una scena emblematica di Frankenstein Junior, con un grande Gene Wilder

Critica – Rassegna stampa
“(...) Brooks (che anni dopo si sarebbe cimentato con un altro personaggio cardine del filone con il meno riuscito, ma pur sempre godibile, Dracula morto e contento) dirige con mano sicurissima i suoi interpreti - rileva Maurizio Encari di Every Eye - garantendo un ritmo invidiabile al racconto, girato in un bianco e nero perfettamente aderente alle atmosfere lugubremente ironiche della storia, riservando anche un ‘orecchio di riguardo’ alla componente sonora, più volte citazionista verso i classici del genere (...) La fotografia rende inoltre l’operazione particolarmente nostalgica, guardando ai titoli storici degli anni ‘30 e ‘40 e trasmettendo ancor più la sensazione di trovarsi a un film letteralmente fuori dal tempo e destinato a divertire per l’eternità. Grande merito della riuscita complessiva - conclude Encari - è senza dubbio da assegnare anche al cast, la cui scelta non poteva essere migliore: se Gene Wilder è sempre stato una perfetta macchina comica, sono impossibili da dimenticare i due coprotagonisti, il buffo e spaesato mostro di Peter Boyle e soprattutto la figura di Igor, un Marty Feldman che provoca le risate più copiose ad ogni sua apparizione”.

Un primo piano di Marty Feldman, carta vincente
del grande film di Mel Brooks
“(...) L'eclettismo parodistico di Mel Brooks”, osserva Giancarlo Zappoli di My Movies, gli fa realizzare “nello stesso periodo Mezzogiorno e mezzo di fuoco e Frankenstein Junior ma è il secondo destinato a rimanere nella storia del cinema. Perché in questo caso riesce ad andare ben oltre alla parodia grazie forse anche alla collaborazione di Gene Wilder alla sceneggiatura. La cura dei particolari è segno dell'amore che Brooks prova per il cinema che vuole prendere amabilmente in giro”.


Peter Boyle nei panni dell'improbabile Frankenstein
“(...) Capolavoro indiscusso della commedia - scrive Riccardo De Franco di Storia dei Film - cult-movie immediato, boom di vendite in home-video, a prova di quanto ancora oggi sia impresso nell’immaginario collettivo (non a caso vanta alcune delle battute e dei dialoghi più citati) (...) Alla bravura degli interpreti si unisce la stramba galleria di personaggi, principali e secondari, indimenticabili nelle loro peculiarità: in quest’ottica il mattatore indiscusso è il monumentale Marty Feldman, che renderà l'aiutante Igor un’icona immortale della commedia; come sottolineato dallo stesso Wilder, Igor è il simbolo del film, nucleo e motore pulsante della storia, il personaggio che entra sempre in scena al momento giusto e con la battuta più spassosa. Mai eccessivo - scrive sempre De Franco - sempre pungente e talmente simpatico da suscitare risate a ogni sguardo che volge alla cinepresa o agli altri personaggi. Puro genio comico (...)”.

redazione

mercoledì 23 aprile 2014

Il più bello di mercoledì, prima serata, sul ‘digitale’: Rai 4 alle 21,10 (con trailer)

La locandina
JFK - Un caso ancora aperto


Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Oscar 1992: miglior fotografia a Robert Richardson, miglior montaggio a Joe Hutshing e Pietro Scalia.  Golden Globe 1992: miglior regia a Oliver Stone. Premio BAFTA 1993: miglior montaggio a Joe Hutshing e Pietro Scalia; miglior sonoro a Tod A. Maitland, Wylie Stateman, Michael D. Wilhoit, Michael Minkler e Gregg Landaker.

La scheda
Un film di Oliver Stone. Con Kevin Bacon, Jack Lemmon, Donald Sutherland, Sissy Spacek, Gary Oldman, Kevin Costner, Tommy Lee Jones, Edward Asner, Walter Matthau, Sally Kirkland, John Candy, Tomas Milian, Frank Whaley, Joe Pesci, Chris Robinson, Vincent D'Onofrio, Michael Rooker, Jay O. Sanders, Tony Plana, Brian Doyle-Murray, Bob Gunton, Pruitt Taylor Vince, Laurie Metcalf, Ellen Mc Elduff, Wayne Knight, Gary Grubbs, Melodee Bowman, Jo Anderson, John Finnegan, John Seitz, George R. Robertson, Duane Grey, Peter Maloney, Jerry Douglas, Dale Dye, Edwin Neal, Wayne Tippit, Gil Glasgow, Ryan MacDonald, Baxter Harris, Price Carson, Anthony Ramirez, Ray LePere, Steve Reed, Jodi Farber, Columbia Dubose, Randy Means, E.J. Morris, Cheryl Penland, Jim Gough, Perry R. Russo, Mike Longman, Pat Pierre Perkins, Beata Pozniak, Tom Howard, Ron Jackson, Sean Stone, Amy Long, Scott Krueger, Allison Pratt Davis, Red Mitchell, Ronald von Klaussen, John S. Davies, Michael Ozag, Raul Aranas, John C. Martin, Henri Alciatore, Willem Oltmans, Gail Cronauer, Gary Carter, Roxie M. Frnka, Zeke Mills, James N. Harrell, Ray Redd, Sally Nystuen, Marco Perella, Spain Logue, Darryl Cox, T.J. Kennedy, Carolina McCullough, Jim Garrison, J.J. Johnston, R. Bruce Elliot, Barry Chambers, Linda Flores Wade, William Larsen, Alec Gifford, Eric A. Vicini, Michael Gurievsky, Caroline Crosthwaite-Eyre, Helen Miller, Harold Herthm, Norman Davis, Errol McLendon, Bruce Gelb, Alex Rodzi Rodine, Sam Stoneburner, Odin K. Langford. Titolo originale: JFK. Drammatico, Usa 1991. Durata 188'.

La trama
Secondo un’indagine svolta alla fine degli anni '80 del secolo scorso, il 73% degli statunitensi era convinto che all'origine dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, cui spararono il 22 novembre 1963 nella Dealy Plaza di Dallas (Texas), ci fosse un complotto e che la conclusione cui nel 1964 arrivò la Commissione Warren (Lee Harvey Oswald esecutore unico) risultasse insostenibile. È la tesi che sostiene Oliver Stone, basandosi sulle opere d'inchiesta di Jim Marrs e Jim Garrison sull'omicidio di Kennedy, arrivando a implicare le responsabilità, almeno indirette, del governo e della CIA. Kennedy fu eliminato perché voleva sganciare gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam con gravi danni alle industrie nazionali che dall'economia di guerra traevano immensi benefici. Non è semplicemente un film a tesi con toni giornalistici e oratori, è anche una crociata, nella speranza di far riaprire il caso Kennedy. «Si può sparare a un film. Ma se è potente come JFK, non si può ucciderlo» (Richard Corliss, critico del Time).

Recensione
Un cast mastodontico, per numero d’attori (circa 124, comparse non incluse) e qualità, tra cui spiccano – in ordine alfabetico - interpreti del calibro di Donald Sutherland, Gary Oldman, Jack Lemmon, Joe Pesci, John Candy, Kevin Bacon, Kevin Costner, Michael Rooker, Sissy Spacek, Tomas Milian, Tommy Lee Jones, Vincent D'Onofrio e Walter Matthau.


Kevin Costner e Donald Sutherland in JFK - Un caso ancora aperto
Un film straordinario, di stampo documentaristico ma col ritmo di una calibrata pellicola d’intrattenimento, che ebbe il potere di far ripartire le indagini sull'omicidio dell’ex presidente deli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. L’opera titanica di un regista che non ha bisogno di presentazioni qual è Oliver Stone (sua anche la sceneggiatura - scritta a quattro mani con Zachary Sklar - e protagonista di un cameo in cui veste i panni di un esagitato che festeggia per la morte del Presidente) non lascia spazio a interpretazioni: l’obiettivo unico è scavare nel terreno dei mille dubbi che riguardano una delle pagine più drammatiche della storia del mondo. Questa caratteristica garantisce un’essenzialità al racconto filmico che ne è il maggior ingrediente di riuscita. Certo, ne scaturisce un coacervo di sequenze e situazioni lungo circa tre ore, che allo spettatore non permette distrazioni. Consiglio, perciò, di vedere o rivedere il film al buio e nel massimo silenzio.

Il regista
Oliver Stone
Gary Oldman
personificò Lee Harvey Oswald
Dalla vicenda, lo script tiene a far emergere in particolar modo la corruzione del Governo Usa, l'insabbiamento di ogni verità, la perdita di fiducia dei cittadini nei confronti della loro patria.  L'America, nella rilettura di quei fatti da parte di Stone (che vinse il Golden Globe), è un Paese di menzogne, basato sulla guerra e sulle grandi aziende che guadagnano con le armi. Un consiglio: agli amanti della lettura raccomando il romanzo Libra, di Don DeLillo (Einaudi, 2000), libro capace di immergere proprio nelle sordide atmosfere ricreate dal film. DeLillo - come recita il risvolto di copertina – fa dell’affaire Kennedy “il simbolo di un'America in cui le nevrosi quotidiane e la ricerca di ideali creano una miscela sempre sul punto di esplodere. Porta alla luce tutto quello che sull'assassinio (…) è stato detto e smentito, gridato e sussurrato, fino alla scena sacrificale di Dallas”.

Una lunghissima serie di scene - per la quale il cineasta newyorkese diede il meglio di sé - da cui sbucano sempre nuovi personaggi (personificati da attori impeccabili che garantiscono la cosiddetta identificazione variabile) collegate fra loro da un montaggio da Oscar (Joe Hutshing e Pietro Scalia) per il quale si fa ogni tanto ricorso a reali immagini di repertorio. Una miriade di dettagli in cui nulla è proposto senza la dovuta attenzione o a ‘tirar dritto’. Il tutto corroborato dalla perfetta fotografia di Robert Richardson, anche lui premiato con la statuetta dell’Academy Awards. Insomma, una pellicola che compone la storia del cinema internazionale e che non può mancare tra le visioni di chiunque ami un minimo i film.

Stefano Marzetti

lunedì 14 aprile 2014

Il più bello di lunedì, prima serata, sul ‘digitale’: Iris alle 21,10 (con trailer)

La locandina
La promessa

Mia valutazione: ♥♥♥ = 6,5

La scheda
Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen Mirren, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright, Costas Mandylor, Michael O'Keefe. Titolo originale: The Pledge. Poliziesco/thriller, Usa 2001. Durata 123'.

La trama
I colleghi hanno preparato una festa d'addio per l'ultimo giorno di lavoro dell'ispettore Jerry Black (Jack Nicholson) e gli hanno regalato un biglietto aereo perché realizzi un suo vecchio sogno: andare a pesca in Messico. Ma viene ritrovato il corpo di una bambina di otto anni e sarà lui ad andare a casa della piccola a portare l'orribile notizia. The Pledge (cioè La promessa), è quella che l'ispettore fa alla madre sconvolta: sarà capace di scovare il colpevole, costi quel che costi.

Recensione
Un film a fasi alterne - spesso lento e troppo cervellotico, handicap che spezza il ritmo dell’azione - che, a mio avviso è esempio perfetto di come quel grande attore che è Sean Penn sia molto più convincente davanti piuttosto che dietro la cinepresa. Questo non vuol dire che La promessa (The Pledge in lingua originale) non sia un'esperienza filmica che valga la pena fare. Ma, sempre secondo il sottoscritto, ha raccolto assai più consensi di quanti in effetti un’analisi critica approfondita ne possa giustificare (fra l’altro è una pellicola riproposta sul piccolo schermo spesso e volentieri). Non è sottovalutabile, rilevo, che il 53enne Penn versione cineasta (suo il non ancora uscito action movie The Gunman e molto prima, nel 1991, l'appena discreto Lupo solitario) non abbia lesinato nel casting, scegliendo pezzi pregiati della ‘gioielleria’ hollywoodiana. Non capita tutti i giorni l’opportunità di far recitare insieme Jack Nicholson (tre Oscar e sette Golden Globe), Mickey Rourke (un Golden Globe), Sam Shepard (una nomination all’Oscar), Vanessa Redgrave (un Oscar, un Golden Globe oltre premi a Cannes e ai Donatello e svariate nomination), Helen Mirren (un Oscar e due Golden Globe), Benicio Del Toro (un Oscar, un Golden Globe più riconoscimenti a Cannes e Berlino) e Robin Wright (un Golden Globe, ex moglie dell’attore/regista californiano).

Jack Nicholson, ottima prova anche in La promessa
Il regista
Sean Penn
A queste condizioni di partenza un fallimento non poteva esserci. Ma non basta una buona squadra per stravincere, se non si è esperti direttori. E così Sean Penn, che parte da un buon soggetto come il romanzo del 1957 Das Versprechen dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt - non ben ridotto per l’utilizzo cinematografico da Jerzy Kromolowsky e Mary Olson-Kromolovski - va in confusione soprattutto nell’unità del flusso d’immagini, di continuo disturbata in particolare da flash back che dovrebbero soprattutto dare un’idea del personaggio della bambina assassinata. Una tecnica, quella del ‘ritorno indietro’ attraverso i racconti o l’immaginazione dei protagonisti, che se non ben dosata diviene estraniante rispetto all’obiettivo dell’esperienza filmica. La quale, invece, è efficace nel mettere in primo piano un mondo di violenza e cattiverie nel quale i ‘buoni’ faticano sempre a inserirsi per giungere alla verità di atti inaccettabili. In questo la carica di rabbia e drammaticità espressa da Nicholson è fondamentale.

Una scena straziante del film di Sean Penn
Ha ragione Matteo De Simei di Onda Cinema quando promuove il film per un “uso particolarmente ricco di primi piani e di ravvicinatissime inquadrature volte a mostrare con una cura quasi maniacale volti e oggetti”. E quando rileva gli “innumerevoli campi lunghissimi” che “introducono, di volta in volta, in ambienti totalmente differenti, dapprima dominati dal deserto per poi passare al ghiaccio e alla neve fino ai laghi montani del Nevada”. Secondo me determinate, in questo senso, il lavoro di un direttore della fotografia - a volte anche regista - del calibro di Chris Menges (fra i tantissimi ricordo i capolavori Urla del silenzio del 1984 e Mission del 1986). Certo, anche tutte queste inquadrature, primi piani e panorami, a tratti addormentano l’azione - che in opere di questo genere è basilare - e producono una sfilata un po’ caotica d’immagini.

È sostanzialmente d’accordo con me Valerio Salvi di Film Up, quando parla dell’alternanza di “momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti, sia soprattutto su quello del ritmo”. Tale neo è reso visibile dalla facilità con cui, in alcune fasi della proiezione, lo spettatore rischia di distrarsi e di allontanarsi dai personaggi e dallo stesso racconto. Più che apprezzabile, invece, ancora secondo il collega Salvi, la determinazione di Penn nel voler “esplorare territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e scontata”. Film sufficientemente adrenalinico, a tratti angosciante che, nonostante le debolezze elencate, merita fiducia.

Ho visto l'ultima volta questo film alcuni anni fa. Ho quindi arricchito la mia recensione con alcune riflessioni di altri critici

Stefano Marzetti

mercoledì 2 aprile 2014

Quelli che forse non avete ancora visto (con trailer)

La locandina
Zero Dark Thirty

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 9

PREMI
Oscar 2013: miglior montaggio sonoro a Paul N.J. Ottosson; Golden Globe 2013: miglior attrice in un film drammatico a Jessica Chastain; National Board of Review 2012: miglior attrice in un film drammatico a Jessica Chastain; National Board of Review 2012: miglior film a Kathryn Bigelow, Mark Boal e Megan Ellison; miglior regia a Kathryn Bigelow; miglior attrice a Jessica Chastain; Critics' Choice Movie Award: miglior attrice a Jessica Chastain; miglior montaggio a William Goldenberg e Dylan Tichenor; American Film Institute: migliori dieci film a Kathryn Bigelow, Mark Boal, Megan Ellison.

La scheda
Un film di Kathryn Bigelow. Con Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez, Jessica Collins, Callan Mulvey, Fredric Lehne, Harold Perrineau, Lee Asquith-Coe, Mike Colter, Mark Duplass, Scott Adkins, Chris Pratt, Stephen Dillane, Frank Grillo, Taylor Kinney. Thriller, Usa 2012. Durata 157'.

La trama
La caccia a Osama bin Laden ha preoccupato il mondo e due amministrazioni presidenziali statunitensi per più di un decennio. Ma alla fine, la sua cattura si deve a un ristretto e brillante team di agenti della Cia. I particolari della loro missione sono sempre rimasti segreti, solo alcuni dettagli riguardanti le operazioni più significative dell'Intelligence - incluso il ruolo centrale svolto dal team - sono stati resi pubblici e con questa pellicola portati sul grande schermo per la prima volta.

La mia recensione
La regista
Kathryn Bigelow
L'attrice protagonista
Jessica Chastain
È il più bel film che io abbia visto negli ultimi due anni, ai quali mi limito per non fare, nel momento in cui scrivo, un esercizio troppo faticoso di memoria. Ma sono sicuro di non sbagliarmi se, spingendomi a ritroso nel tempo, giungessi, per restare più o meno allo stesso genere (che è quello dello spionaggio), al 2006, quando vidi Munich (di Steven Spielberg). Tuttavia è pur sempre facile che qualcosa mi stia sfuggendo. Zero Dark Thirty (in gergo spionistico significa ‘mezzanotte e mezzo’), della ficcante cineasta californiana Kathryn Bigelow (Oscar personale più altri cinque nel 2010 per The Hurt Locker), ti prende per la gola e ti affonda nella pancia sin dai titoli di testa, mentre ascolti le autentiche telefonate registrare delle persone che, pochi istanti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di Manhattan (New York), si trovavano all’interno delle torri gemelle oppure sugli aerei che furono dirottati, compreso quello che si sarebbe dovuto schiantare sulla Casa Bianca ma la cui missione fallì per la rivolta dei viaggiatori che riuscirono a soverchiare i kamikaze di Al Qaeda (per farsi un’idea c’è il realistico United 93, 2006, di Paul Greengrass). Voci di uomini e donne che prendono disperatamente coscienza della loro imminente morte e ne parlano straziate al telefono con un familiare o con un amico o con uno sconosciuto operatore della polizia, dei vigili del fuoco.

Siamo tutti americani?
Un momento dell'azione decisiva dei Navy Seals
È da questo punto che la sceneggiatura – scritta con riferimento ad alcuni documenti forniti dalla Cia - del giornalista Marc Boal (compagno, fra l’altro, della regista; da un suo articolo anche lo script dell’agghiacciante Nella valle di Elah del 2007) scatta e insieme a sé fa scattare il senso profondo e macabro di quel martirio lontano ormai circa tredici anni. La banale domanda che la maggior parte di noi si pone, è: ‘come si può concepire una cosa del genere?’. Non mi soffermerò sui complottisti che estrapolano ovunque machiavelliche ragioni alternative alle uniche così evidenti: petrolio – armi - interessi economici – odio – bin Laden - kamikaze - strage d’innocenti. Quindi, dalla suddetta banale domanda che sta alla base di quest’opera straordinaria, si muove il sentimento che poi è un’esigenza quasi fisica: ‘non devono farla franca’. Come scrissero molti quotidiani la mattina dopo l’11 settembre, “Siamo tutti americani”. In quest’iperbole giornalistica mi sono sentito da subito compreso. Ero e sono tra coloro, quindi, che pensano che ‘bisogna fargliela pagare’.

Uccisione di bin Laden
Immagine di bin Laden prima e dopo l'uccisione
Quasi certamente una finta ricostruzione, mai ufficializzata
Allo stesso modo deve averla sentita e pensata per circa dieci anni l'agente Cia, Maya (per ovvi motivi il cognome non è reso noto), nel film incarnata dalla californiana dalla pelle color latte Jessica Chastain (nel bellissimo The Tree of Life del 2011 al fianco di Brad Pitt). La ‘figlia di puttana’ (così dice di sé in un’efficace scena) che ha scovato il complesso di grigio cemento armato ad Abbottabad (Pakistan) in cui il 2 maggio del 2011 fu pizzicato e quindi ucciso Osama bin Laden, leader di Al Qaeda, grazie a un’eroica azione dei Navy Seals. Lo stesso corpo speciale, per capirci, che strappò dalle mani dei pirati somali, il capitano Richard Phillips (articolo). La vicenda inquadra il giovane agente Maya all’inizio dell’incarico che le ha cambiato la vita. Appena laureata, assiste turbata ma determinata ai ‘violenti’ interrogatori cui i suoi colleghi sottopongono quegli uomini di bin Laden che gli Usa hanno catturato nel corso degli anni. Questa parte fa, inevitabilmente, riflettere sull’opportunità di ricorrere a metodi cruenti per estorcere informazioni di smisurata importanza (va tenuto presente, comunque, che non solo di vendetta s’è trattato, perché gli estremisti islamici hanno continuato senza pietà a ideare e mettere in atto attentati mortali in varie zone del mondo). Un approccio fenomenologico che non ha mancato di sollevare polemiche le quali, ai tempi in cui il film uscì, furono smorzate dal Presidente Barack Obama, che dichiarò che gli Stati Uniti «non fanno ricorso alla tortura».

Una sfida
Senza soprassedere sulla perfetta ricostruzione degli avvenimenti e sul positivo flusso unitario d’immagini - che in più punti sfiora un realismo di tipo documentaristico - il resto ruota intorno al lavoro spasmodico del personaggio impersonato da Jessica Chastain, mai in difficoltà nel rendere credibile la passione, intesa anche come sofferenza, nel volere con tutta l’anima vincere la propria sfida. L’agente Maya, così, in quest’ultima finzione filmica (sempre basata su accadimenti reali) di Bigelow, è donna ‘in carriera’ che diviene emblema e rappresentante di quella parte del mondo che non ha mandato giù l’inumana condizione politico-terroristica di bin Laden. Lo spettatore si ritrova, quindi, dalla parte dell’agente Maya nei momenti più difficili che ha dovuto affrontare, non ultimo lo scetticismo dei colleghi della Cia che da un certo punto in poi le
Jessica Chastain in una scena del film
attribuirono una forma di ossessione per la pista che lei si ostinò – giustamente - a percorrere. In gioco entrano con efficacia attori di provata bravura - per lo più chiamati a interpretare membri della Cia o soldati dei Marines - come
Jason Clarke (protagonista nel 2011 dell’apprezzatissimo The Chicago Code), nei panni dell’agente Dan; Joel Edgerton (visto da pochissimo ne Il grande Gatsby), agente Patrick; Mark Strong (visto di recente nel discreto Blood), interpreta George, diretto superiore di Maya; Kyle Chandler (visto da pochissimo nell’apprezzato The Wolf of Wall Street), che qui incarna il dirigente della Cia, Joseph Bradley; Edgar Ramirez (sicario in The Bourne Ultimatum), qui è uno dei soldati. Senza dimenticare la centellinata ma ‘pesante’ partecipazione del compianto James Gandolfini (fra le tantissime cose, protagonista della seguitissima serie tv, I Soprano; morto d’infarto a Roma il 19 giugno dell’anno scorso) nella parte del capo della Cia. In sostanza un film che dovrebbe appassionare chiunque ami davvero il cinema (seppur nei confini della cosiddetta fabula) in particolare quello che riporta sul grande schermo vita vissuta e drammatica.

Libri sull’argomento
La cattura, di Mark Bowden (Rizzoli, 2012), 14,45; disponibile anche nella versione e-pub a € 11,99.

No Easy Day. Il racconto in prima persona dell'uccisione di Bin Laden, di Kevin Maurer e Mark Owen (Mondadori, 2012), € 14,88 (versione rilegata), € 7,12 (versione brossura = copertina ‘morbida’); disponibile anche nella versione e-pub a € 6,99.


















Stefano Marzetti