Un film di Brian De Palma. Con Al Pacino,
Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Mary Elizabeth Mastrantonio, Robert Loggia, F.
Murray Abraham, Pepe Serna, Harris Yulin, Richard Belzer, Paul Shenar, Albert
Carrier, Victor Millan, Miriam Colon, Tony Perez, John Carter, Michel François,
Mark Margolis, Geno Silva, Roberto Contreras, Ben Frommer, John Brandon, Gil
Barreto, John McCann, Mario Machado, Dennis Holahan, Santos Morales, ángel
Salazar, Garnett Smith, Michael Alldredge, Ted Beniades, Victor Campos, Arnaldo
Santana, Michael P. Moran, Al Israel, Paul Espel, Loren Almaguer, Heather
Benna, Dawnell Bowers, Tina Leigh Cameron, Robert Hammer Cannerday, Rene
Carrasco, Richard Caselnova, Gary Cervantes, Carlos Cestero, John Contardo,
Caesar Cordova, Gregory N. Cruz, Dante D'André, Richard Delmonte, Wayne Doba,
Edward R. Frommer, John Gamble, Troy Isaacs, Ronald Joseph, Joe Marmo, Ray
Martel, Richard Mendez, Mike Moroff, Angela Nisi, Manuel Padilla, Tony Pann,
Ilka Pagan, Barbra Perez, Michael Rougas, Anthony Saenz, Arnold Tafolla, Chuck
Tamburo, Jim Towers, Robert van den Berg, Bob Yanez. Drammatico, Usa 1983.
Reteitalia - Uip (1984) - Cic. Durata 170' circa.
La trama
Sulla scia dei profughi cubani in fuga dall’isola di
Castro, arriva negli Stati Uniti Tony Montana, delinquente comune che tenta di
spacciarsi per prigioniero politico, senza peraltro riuscire a ingannare la
polizia statunitense. Dal campo profughi nel quale è internato, Tony comincia
un’irresistibile ascesa nel mondo della malavita, grazie alla sua incredibile
crudeltà e determinazione. La sua carriera americana comincia con l’assassinio
di un anticastrista, poi con un’operazione di smercio di droga, portata
felicemente a termine nonostante il bagno di sangue che è costata, ed è a questo
punto che Tony, insieme all’inseparabile amico Manny, diviene il guardaspalle
di Lopez, trafficante di stupefacenti. Ma ben presto anche Lopez comincia ad
andargli ‘stretto’, anche perché Tony vuole a tutti i costi la donna del capo,
Elvira. E allora si mette in proprio e conclude un colossale affare con Sosa,
Il regista Brian De Palma
produttore boliviano di cocaina. L’impero su cui adesso domina incontrastato,
eliminato Lopez e sposata Elvira, sembra inattaccabile, ma anche per Tony
cominciano i guai. Prima una denuncia per evasione fiscale, poi l’abbandono da
parte di Elvira. Le preoccupazioni che gli dà la sorella Gina, cui è
morbosamente attaccato, fanno vacillare la sua già psicopatica personalità,
resa ancor più incontrollata da una smodata assunzione della stessa cocaina di
cui è divenuto spacciatore di massimo livello.
Mia recensione
Al Pacino in una scena emblematica di Scarface
Scarface (Sfregiato, soprannome reale di Al Capone), titolo
del film del regista Brian De Palma - un’icona del cinema mondiale - è un cult del genere gangsteristico, in cui come squali sguazzano personaggi senza scrupoli,
che provengono dai bassifondi della società e che hanno conosciuto quella profonda
povertà che li ha resi affamati di riscatto e di ricchezza. A qualsiasi costo.
In cima a tutti, in questa pellicola che è diventata negli anni modello per
altre decine di opere cinematografiche, c’è il personaggio principale della
trama, Tony Montana. Ritagliato in modo magistrale dalla sceneggiatura di,
niente popò di meno che, Oliver Stone, è interpretato da uno dei migliori attori
del mondo. Al Pacino, in quel lontano 1983, riprende la determinazione mentale del Michael
Corleone de Il Padrino (in particolare Parte II e Parte III) e la
travasa in Tony Montana. Un cubano, sì, ma con tante sfaccettature che
potrebbero ricondurre all’italoamericano col mitra in mano dell’immaginario collettivo. Alla
spietatezza filosofica, quindi, l’oggi 74enne interprete newyorkese, riesce con
una potenza e consistenza recitativa fuori dal comune, ad aggiungere la
brutalità implacabile dell’arrivista delinquenziale.
Ancora Al Pacino, un Tony Montana che si crede immortale
Ma non solo. Tony Montana - che da solo regge
il racconto filmico, senza nulla togliere a importanti personaggi - è un
agglomerato di sfaccettature, che unite alla suddetta malvagità, concretizzano
un uomo al limite della schizofrenia. Spietato nell’assassinare chiunque si
pari sulla sua scalata alla conquista del ‘mondo’, si rifiuta di far esplodere
un’automobile perché all’interno vi sono, inaspettatamente, dei ragazzini. “Io
i bambini non li ammazzo - grida il gangster all’indirizzo del socio che lo sprona
a premere il fatidico pulsante - Io ammazzo te, macellaio!” e gli fa esplodere
la testa con un colpo di pistola a bruciapelo. Tony, la faccia scavata e percorsa
dalla cicatrice e gli occhi sempre vigili a captare le insidie del crudele mondo
in cui a scelto di vivere - è profondamente innamorato della moglie, per la
quale è disposto a fare qualsiasi cosa, ma che non esita a umiliare dandole di
fronte a tutti dell’alcolizzata e della drogata. Così da farsi abbandonare
dalla donna, proprio nel momento più delicato e drammatico della vicenda. Adora
e difende la sorella, ma in maniera malsana a tal punto da uccidere il proprio
migliore amico che l’ha sposata a sorpresa. Per assurdo, in tutto questo, un
protagonista col quale lo spettatore può ritrovarsi a immedesimarsi.
Al Pacino con Michelle Pfeiffer, nel film la moglie di Montana
Un film, Scarface, di una
violenza ‘vietata ai minori’ (ebbe problemi con la censura e alcune scene
furono tagliate), dal pathos che non
conosce contrazione. Un montaggio frenetico che ha il merito di rendere, in
particolare le sequenze di sparatorie, di una credibilità impeccabile. Perfetta
la scelta dei costumi, completi doppiopetto stile anni Venti, ma che nella moda
degli anni Ottanta di Miami, sono sfarzosi, colorati. Pantaloni a zampa di
elefante, con camicie sgargianti dal collettone ad ala di gabbiano portato
sopra il risvolto della giacca. Il film di Coppola ha anche
consacrato attrici di alto livello come Michelle Pfeiffer e Mary
Elizabeth Mastrantonio e acceso le luci della ribalta su un talento come F. Murray
Abraham. La
bellissima colonna sonora dell’italiano Giorgio Moroder (Flashdance) fa da
culla a un’opera filmica senza sbavature.
Il regista newyorkese Oliver Stone girerà un film sulla storia di Edward Snowden
L'informatico della National Security Agency Edward Snowden
La storia di Edward Snowden sarà presto un film, intitolato The Snowden
Files (dei
produttori di James Bond), la cui uscita, al momento, è prevista per il 2016. Almeno questa è l’intenzione di Oliver
Stone, il regista
celebre per essere spesso anti americano. Il premio Oscar per Platoon (1986) e per
Nato
il 4 di luglio
(1989) - rivela Agi online - ha annunciato che girerà un lungometraggio sulla vita
della talpa dell’Nsa-gate (l’affaire che ha coinvolto la National
Security Agency), basato su un libro scritto dal giornalista del Guardian, Luke Harding, intitolato The Snowden Files: The Inside Story of the
World's Most Wanted Man (non ancora edito in Italia), di cui ha acquistato
i diritti. «Questa è una delle più grandi storie del nostro tempo. Una vera
sfida», ha dichiarato Stone. Nello stesso tempo, in base all’ultimo
sondaggio Nbc/Wall e Street Journal, Snowden
non è affatto amato, anzi si può dire che l’informatico che sostiene di aver
voluto «informare il pubblico su ciò che viene fatto in suo nome e quello che è
fatto contro di lui», sia detestato dalla maggioranza dei suoi connazionali: il
38% sostiene che Snowden abbia
danneggiato gli Usa mentre il 23% appoggia il suo operato. Solo tra i più
giovani, tra i 18 e i 34 anni, la maggioranza, il 32%, sostiene la talpa
dell'Nsa, contro il 20% che la osteggia.
Stone sul set di Platoon, film che gli ha dato un Oscar
Che il cineasta newyorkese - combattente per
oltre un anno in Vietnam (da cui il film Platoon, semi
autobiografico) - abbia in serbo un tale progetto, non meraviglia affatto,
vista la sua passione nel portare sul grande schermo (ma anche su alcuni libri)
storie controverse che rivelano le verità che ci vengono tenute nascoste. Stone - amato e
odiato dal pubblico cinematografico - si trova quindi di fronte a un suo
intento ideale. Il regista - che ha parlato di «vergogna» (come ricorda Coming
Soon) in merito alla decisione del Presidente Usa Barack Obama di dare priorità alla caccia a Snowden invece di iniziare una necessaria riforma di quelle
che ha definito «tecniche di spionaggio (eavesdropping
significa proprio origliare) in stile
George Bush» - ha già iniziato a
lavorare sullo script di questa pellicola in qualche modo destinata a
lasciare un segno, giacché è difficile che dalla mano di Oliver
Stone siano ‘plasmate’
opere di scarso livello artistico.
Tom Cruise in una scena di Nato il 4 luglio, altra pellicola da Oscar di Oliver Stone
Il film-maker
nazionalista e anti americano allo stesso tempo, spera di poter iniziare a
girare The
Snowden Files
prima della fine dell'anno, anche per anticipare un altro film previsto
sull'argomento e prodotto da Barbara Broccoli e Michael
G. Wilson
per la Sony. Quest’ultima pellicola è tratta da un altro libro, NoPlace
to Hide: Edward Snowden, the NSA, and the U.S. Surveillance State (anch’esso
non pubblicato in Italia), di Glenn
Greenwald, il giornalista che ha lavorato con Snowden per divulgare i segreti della Nsa.
Un film di Rob Epstein, Jeffrey Friedman. Con Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Juno Temple, Sharon Stone, Robert
Patrick, continua Chris Noth, Adam Brody, Hank Azaria, Wes Bentley, James
Franco, Eric Roberts, Chloë Sevigny, Bobby Cannavale Biografico, Usa 2013. Durata 92'.
La trama
Nel 1972 la
società benpensante a stelle e strisce fu sconvolta dall'uscita di Gola
profonda (ribattezzato in seguito in
Italia La vera gola profonda), che ebbe
un successo smisurato per trattarsi di una produzione pornografica. Tale fu il
suo impatto in quell'America bacchettona, che il governo di Richard Nixon provò
a impedirne la diffusione, riuscendo almeno a condannare l'attore protagonista Harry
Reems a cinque anni di carcere in seguito
a un controverso processo. Quanto alla protagonista femminile, Linda
Lovelace, qualche anno più tardi -
incassato il successo - dichiarò che fu letteralmente costretta a interpretare
tutte le scene di sesso dall'allora marito Chuck Traynor.
Recensione
Un utilizzo piuttosto puerile di un tema
inflazionato noto come ‘America bacchettona’, nella quale, però, tutto è stato
ed è possibile fare. È parte del rovinoso fardello che appesantisce Lovelace (nel 2010 presentato
in concorso al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino) del regista
statunitense Rob Epstein (in coppia con Jeffrey
Friedman) il quale ha dimostrato di essere molto più in gamba come documentarista
(ben due premi Oscar, nel 1985 per The Times of Harvey Milk insieme a Richard
Schmiechen
e nel 1990 per Common Threads: Stories from the Quilt coadiuvato da Bill
Couturié; cfr.
Wikipedia).
Una scena 'spinta' di Lovelace, con Amanda Seyfried e Peter Sarsgaard
Uno dei registi,
Rob Epstein
Peccato per i due attori principali, ben
calati nelle parti ma penalizzati dalla forzata sceneggiatura - basata su fatti
realmente accaduti - di Andy Bellin, il quale ha forse creduto che per raccontare
un passaggio importante della rivoluzione sessuale negli Usa e carpire l’attenzione
dello spettatore degli anni Duemila, fosse necessario stupire con frasi e scene
a effetto (mal riuscito). E così la
protagonista Amanda Seyfried/Linda Lovelace (molto brava ne Les
Misérables
[2013] e pronta a tornare presto sul grande schermo in Un milione
di modi per morire nel West) risulta spesso indisponente per l’incongruente misto di
immaturità e insubordinatezza. Così come irritante è il personaggio
interpretato da Peter Sarsgaard (ottimo in Night Moves nel 2013 in
coppia con Dakota Fanning), di continuo sopra le righe ed esageratamente ‘cattivo’ da sembrare
stupido. Il cast è arricchito dalla presenza di un 'mostro sacro' come l'ancora sexy Sharon
Stone
In Lovelace è narrata una parte
della rivoluzione sessuale negli Usa
Nulla da dire sul montaggio e sul susseguirsi
delle immagini di quest’opera (che potrebbe rischiare la censura o comunque il
divieto ai teenager). Ma per buttare
giù uno script più misurato sarebbe
stato sufficiente dare un’occhiata e ispirarsi al coinvolgete e riuscitissimo Larry Flynt
- Oltre lo scandalo (1996) di Milos Forman con uno straripante Woody
Harrelson,
storia anch’essa realmente accaduta sempre nei Settanta del secolo scorso, del
primissimo direttore ed editore di Hustler, una rivista pornografica di grande
successo. Impreziosito dall’ottima fotografia di Eric Alan Edwards e da una
colonna sonora appropriata (Stephen Trask), è un film (che narra del
mitico hardGola
profonda e nel 2010 presentato
in concorso al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino) che crolla
sotto i colpi impietosi della banalità dei dialoghi e della prevedibilità nella
concatenazione delle azioni.
Premessa:
l’articolo è basato solo su alcuni videoclip, quindi deve essere considerato un’interpretazione
parziale del film, dove possibile arricchita con diverse informazioni e
integrata dal parere di altri critici.
Oscar
1992: miglior fotografia a Robert Richardson, miglior montaggio a Joe
Hutshing e Pietro Scalia. Golden Globe 1992: miglior
regia a Oliver Stone. Premio BAFTA 1993: miglior montaggio a Joe Hutshing e Pietro Scalia; miglior sonoro a Tod
A. Maitland, Wylie Stateman, Michael D. Wilhoit, Michael Minkler e Gregg
Landaker.
La scheda
Un film di Oliver Stone. Con Kevin Bacon, Jack Lemmon, Donald Sutherland, Sissy Spacek, Gary
Oldman, Kevin Costner, Tommy Lee Jones, Edward Asner, Walter Matthau, Sally
Kirkland, John Candy, Tomas Milian, Frank Whaley, Joe Pesci, Chris Robinson,
Vincent D'Onofrio, Michael Rooker, Jay O. Sanders, Tony Plana, Brian Doyle-Murray,
Bob Gunton, Pruitt Taylor Vince, Laurie Metcalf, Ellen Mc Elduff, Wayne Knight,
Gary Grubbs, Melodee Bowman, Jo Anderson, John Finnegan, John Seitz, George R.
Robertson, Duane Grey, Peter Maloney, Jerry Douglas, Dale Dye, Edwin Neal,
Wayne Tippit, Gil Glasgow, Ryan MacDonald, Baxter Harris, Price Carson, Anthony
Ramirez, Ray LePere, Steve Reed, Jodi Farber, Columbia Dubose, Randy Means,
E.J. Morris, Cheryl Penland, Jim Gough, Perry R. Russo, Mike Longman, Pat
Pierre Perkins, Beata Pozniak, Tom Howard, Ron Jackson, Sean Stone, Amy Long,
Scott Krueger, Allison Pratt Davis, Red Mitchell, Ronald von Klaussen, John S.
Davies, Michael Ozag, Raul Aranas, John C. Martin, Henri Alciatore, Willem
Oltmans, Gail Cronauer, Gary Carter, Roxie M. Frnka, Zeke Mills, James N.
Harrell, Ray Redd, Sally Nystuen, Marco Perella, Spain Logue, Darryl Cox, T.J.
Kennedy, Carolina McCullough, Jim Garrison, J.J. Johnston, R. Bruce Elliot,
Barry Chambers, Linda Flores Wade, William Larsen, Alec Gifford, Eric A.
Vicini, Michael Gurievsky, Caroline Crosthwaite-Eyre, Helen Miller, Harold
Herthm, Norman Davis, Errol McLendon, Bruce Gelb, Alex Rodzi Rodine, Sam
Stoneburner, Odin K. Langford. Titolo originale: JFK. Drammatico, Usa 1991. Durata 188'.
La trama
Secondo un’indagine
svolta alla fine degli anni '80 del secolo scorso, il 73% degli statunitensi era
convinto che all'origine dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, cui spararono il 22 novembre 1963 nella
Dealy Plaza di Dallas (Texas), ci fosse un complotto e che la conclusione cui
nel 1964 arrivò la Commissione Warren
(Lee Harvey Oswald esecutore unico) risultasse insostenibile. È la tesi che sostiene Oliver Stone, basandosi sulle opere d'inchiesta di Jim Marrs e Jim Garrison sull'omicidio di Kennedy,
arrivando a implicare le responsabilità, almeno indirette, del governo e della
CIA. Kennedy fu eliminato perché
voleva sganciare gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam con gravi danni alle
industrie nazionali che dall'economia di guerra traevano immensi benefici. Non
è semplicemente un film a tesi con toni giornalistici e oratori, è anche una
crociata, nella speranza di far riaprire il caso Kennedy. «Si può sparare a un
film. Ma se è potente come JFK, non si può ucciderlo» (Richard Corliss,
critico del Time).
Recensione
Un cast mastodontico, per numero d’attori
(circa 124, comparse non incluse) e qualità, tra cui spiccano – in ordine
alfabetico - interpreti del calibro di Donald Sutherland, Gary
Oldman, Jack
Lemmon, Joe Pesci, John
Candy, Kevin
Bacon, Kevin
Costner, Michael
Rooker, Sissy
Spacek, Tomas
Milian, Tommy Lee
Jones, Vincent
D'Onofrio
e Walter
Matthau.
Kevin Costner e Donald Sutherland in JFK - Un caso ancora aperto
Un film straordinario, di stampo
documentaristico ma col ritmo di una calibrata pellicola d’intrattenimento, che
ebbe il potere di far ripartire le indagini sull'omicidio dell’ex presidente
deli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. L’opera titanica di un regista che
non ha bisogno di presentazioni qual è Oliver Stone (sua anche
la sceneggiatura - scritta a quattro mani con Zachary Sklar -e protagonista di un cameo
in cui veste i panni di un esagitato che festeggia per la morte del Presidente)
non lascia spazio a interpretazioni: l’obiettivo unico è scavare nel terreno
dei mille dubbi che riguardano una delle pagine più drammatiche della storia
del mondo. Questa caratteristica garantisce un’essenzialità al racconto filmico
che ne è il maggior ingrediente di riuscita. Certo, ne scaturisce un coacervo di
sequenze e situazioni lungo circa tre ore, che allo spettatore non permette
distrazioni. Consiglio, perciò, di vedere o rivedere il film al buio e nel
massimo silenzio.
Il regista
Oliver Stone
Gary Oldman
personificò Lee Harvey Oswald
Dalla vicenda, lo script tiene a far emergere in particolar modo la corruzione del Governo
Usa, l'insabbiamento di ogni verità, la perdita di fiducia dei cittadini nei
confronti della loro patria. L'America,
nella rilettura di quei fatti da parte di Stone (che vinse
il Golden Globe), è un Paese di menzogne, basato sulla guerra e sulle grandi aziende
che guadagnano con le armi. Un consiglio: agli amanti della lettura raccomando
il romanzo Libra, di Don DeLillo (Einaudi, 2000), libro capace di immergere
proprio nelle sordide atmosfere ricreate dal film. DeLillo - come
recita il risvolto di copertina – fa dell’affaire
Kennedy “il simbolo di un'America in cui le nevrosi quotidiane e la ricerca di
ideali creano una miscela sempre sul punto di esplodere. Porta alla luce tutto
quello che sull'assassinio (…) è stato detto e smentito, gridato e sussurrato,
fino alla scena sacrificale di Dallas”.
Una lunghissima serie di scene - per la quale
il cineasta newyorkese diede il meglio di sé - da cui sbucano sempre nuovi
personaggi (personificati da attori impeccabili che garantiscono la cosiddetta
identificazione variabile) collegate fra loro da un montaggio da Oscar (Joe
Hutshing e Pietro
Scalia) per il
quale si fa ogni tanto ricorso a reali immagini di repertorio. Una miriade di
dettagli in cui nulla è proposto senza la dovuta attenzione o a ‘tirar dritto’.
Il tutto corroborato dalla perfetta fotografia di Robert
Richardson,
anche lui premiato con la statuetta dell’Academy Awards. Insomma, una pellicola
che compone la storia del cinema internazionale e che non può mancare tra le
visioni di chiunque ami un minimo i film.
Sharon Srone in una celebre e 'toccante' scena di Basic Instinct (1992)
È giallo su un presunto ricovero di Sharon
Stone in Brasile.
Il prestigioso ospedale Sirio-Libanese di San Paolo – come riporta anche il
Corriere della Sera web - ha negato che l’attrice statunitense, 56 anni, sia ricoverata nella
struttura, come riportato martedì da diversi portali internet sudamericani.
«Non è ricoverata nell’ospedale», ha detto all’agenzia Dpa una portavoce, che
però non ha chiarito se lo sia stata nei giorni scorsi. Martedì sera, i
quotidiani ‘O Globo’ e ‘O Estado de Sao Paulo’ e la rivista ‘Veja’ assicuravano
sui loro siti web che l’attrice era stata ricoverata nella struttura, già
famosa per aver curato importanti politici, dal presidente brasiliano Luiz
Inacio Lula da Silva al presidente paraguayano Fernando Lugo e aggiungevano che
l’attrice sarebbe stata visitata da uno specialista infettivologo.
Secondo la rivista di gossip sulle celebrity ‘Quem’, la Stone (nel 1992 consacrata
nel cinema mondiale grazie all’eccitante Basic
Instinct di Paul Verhoeven, al fianco di un ispirato Michael
Douglas) sarebbe
entrata nell’ospedale domenica e uscita ieri. Circostanza quest’ultima non
smentita dalla struttura. L’attrice (leggi anche) era arrivata in Brasile la scorsa settimana
per partecipare a un evento di beneficenza organizzato a San Paolo dall’amfAR,
la fondazione che sostiene la ricerca per la cura dell’Aids. La stessa attrice
aveva citato l’evento su Twitter rilevando l’importanza di sensibilizzare le
coscienze sul problema dell’Aids: «È tempo di trovare cura», aveva scritto
venerdì. L’ultimo tweet sabato: un semplice «Hello». L’attrice ha partecipato
al ballo della Fondazione, venerdì sera, poi avrebbe trascorso il weekend nel resort Fazenda Boa Vista, a cento
chilometri da San Paolo.
Un film di John Turturro. Con John Turturro,
Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob
Balaban, M'barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade
Dixon, Diego Turturro, Max Casella, Jill Scott, Aida Turturro, Michael
Badalucco, Katherine Borowitz, David Margulies, Eugenia Kuzmina, Loan Chabanol,
Ari Barkan, Joseph Basile, Allen Lewis Rickman, Elli, Delphina Belle, Anna
Kuchma, Teddy Bergman, Aurelie Claudel, Sol Frieder, Hilma Falkowski, Donna Sue
Jahier, Fran Lieu, David Altcheck, Russell Posner, Salimatou Sillah, Abe
Altman, Ted Sutherland, Ness Krell, Isaiah Clifton. Titolo originale Fading
Gigolo. Commedia, Usa 2013. Durata 98'. Lucky Red. Uscita in Italia giovedì 17
aprile 2014.
La trama
Fioravante e
Murray, due amici per la pelle in condizioni economiche precarie, per sbarcare
il lunario decidono di cimentarsi con il mestiere più antico del mondo. L'uno (John
Turturro) nei panni di un gigolò, l'altro
(Woody Allen) nel ruolo di manager. Con il nome d'arte Virgil, Fioravante si
destreggia tra un ménage a trois con
due avvenenti signore alla ricerca di emozioni forti (Sharon Stone e Sofia
Vergara) e gli incontri ben più casti con
Avigal, vedova di un rispettato rabbino, rimasta sola con i figli, i ricordi di
una vita vissuta nel mondo chiuso della comunità chassidica e un disperato
bisogno di scoprire cose nuove. Mentre Fioravante è messo in crisi dai
sentimenti che quest'ultima suscita in lui, ignaro della gelosia di Dovi (Liev
Schreiber), chassidico innamorato di lei fin da quando era
ragazzo, Bongo (pseudonimo di Murray) scopre che non è poi così facile essere
un protettore.
La critica
John Turturro
Il film Gigoló
per caso(vedi articolo precedente) è stato riassunto in quindici parole dal suo regista e interprete:
«La fame di contatto che si sente oggi, il desiderio di essere visti, toccati,
apprezzati». Anche a costo di fare sesso a pagamento, a quanto pare. John
Turturro (uno
che ha lavorato tantissimo con un cineasta del calibro di Spike Lee e in
una miriade di pellicole pregiate o poco meno, con signori della ripresa quali
i fratelli Joel ed Ethan Coen e Martin Scorsese,), fra i
più grandi caratteristi di Hollywood, ha fatto mezzo giro del mondo (Italia
compresa) per presentare la sua quarta fatica dietro la telecamera. Un
esercizio che decise di cominciare nell’ormai lontano 1992, quando sfornò il
suo miglior racconto cinematografico, Mac,
per poi andare progressivamente calando nella qualità, nel 1998 con il comunque
apprezzato Illuminata e poi con il
mediocre Prove per una tragedia siciliana
nel 2009.
Sesso raccontato con gentilezza
Oggi ci riprova a entrare nelle sale (ben 400
con questo lavoro distribuito da Lucky Red) affidandosi oltre che alle proprie
facoltà recitative, anche a un cast da paura, che annovera in particolare gente
come Woody
Allen (non so se
rendo?), Sharon Stone, Sofía Vergara e Vanessa Paradis. La
sceneggiatura (il cui soggetto – dicono i rumor - è sgorgato da uno scherzo tra
amici), scritta dallo stesso 57enne
Una scena con Woody Allen
artista newyorkese figlio di un immigrato
siciliano, sembra garantire una realtà ‘accadibile’ - seppur caratterizzata da alcune
scene paradossali – e quindi un piano di racconto più che discretamente
organico. «Il mio gigolò – ha spiegato in una recente conferenza stampa a Roma
- non è il classico bell'uomo ma ha il suo sex
appeal, ama le donne e sa ascoltarle». Una domanda (riportata dall’inviato
della Gazzetta del Sud), lo ha fatto schermire: «Citato, tra gli altri film recenti sul sesso, Nynphomaniac(vedi articolo) di Lars
von Trier,
il regista ha risposto divertito: «Mi piace von Trier, ma mi
spaventa un po’ questo paragone, io racconto il sesso in maniera gentile».
Il carattere
cosmopolita
Pare non sia stato facile convincere un
semi-misantropo come l’immenso Allen
Turturro danza con Sofía Vergara
ma Turturro, un po’
scherzando, ha rivelato che decisivo per il ‘sì’ del suo amico è stato il fatto
di farsi radere e tagliare i capelli dallo stesso barbiere. Come detto la fabula del film mette in particolare rilievo
il senso di abbandono che può insorgere anche quando si ha al fianco un
compagno/compagna. E “l’idea del gigoló – evidenzia un articolo del sito web de ‘la Repubblica’ - è una metafora per le relazioni, perché le persone in una maniera o
nell'altra pagano per avere amore”. Fondamentale, si dice, il carattere
cosmopolita del caso narrato, che concorre a non dare l’idea di una mera
fantasticheria ma di una concreta concatenazione degli eventi.
New York location fondamentale
New York, la location di Gigoló per caso
Per questo la location ideale non poteva che essere la città del regista, New
York City, dove è possibile, passeggiando, incontrare personaggi identici a
quelli presentati nell’opera, così favorendo l’immedesimazione dello spettatore.
«Mi piaceva anche raccontare – ha detto ancora Turturro - una certa
New York, quella che sta scomparendo, quella delle librerie che chiudono. Per
mostrare il negozio di testi rari che gestisce Allen mi sono
ispirato a quello di un amico che è stato costretto a tirare giù la saracinesca».
Insomma, un film che pare valer la pena vedere, col giusto approccio
fenomenologico e possibilmente non troppo psicologico, al buio della sala
cinematografica. Andrò.