Un bellissimo film-documentario contribuì a far conoscere al grande pubblico la loro
bravura (erano celebri negli anni Quaranta ma poi finirono nel dimenticatoio
con l’avvento della rivoluzione castrista) e, di conseguenza, la loro inestinguibile
fama. Da allora girano i teatri del mondo, vendono milioni di dischi ed esportano, con la
loro maestria, gli elementi più brillanti del son e del resto della musica tradizionale cubana, detta Afro-Cuban
All Stars. Ora che è noto che la band Buena Vista Social Club (quisotto il filmato di un concerto) ha segnato sul
calendario il termine della propria lunga avventura con un’ultima tournèe (intitolata inequivocabilmente Adios) le cui date
finali sono in programma nel 2015, a noi di Filmamare sembra giusto ricordare
quell’opera cinematografica - il cui titolo è il nome stesso del gruppo - girata
da un regista del calibro di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino). Fu
proprio il cineasta tedesco nel 1999 a inviare all’Havana il musicista Ry Cooder che seguì
questi straordinari musicisti e personaggi, ricostruendone la storia misera e
magnifica allo stesso tempo.
Il regista
Wim Wenders
E così, grazie ai filmati effettuati e alle
interviste raccolte nel corso di quel viaggio nella terra di Fidel Castro, col
suo inconfondibile stile reale e insieme impressionista Wenders realizzò
quella che, forse, è la sua miglior pellicola (fu candidata all’Oscar).
Protagonisti assoluti loro, i Buena Vista: Ibrahim Ferrer (cantante), Ruben
Gonzalez (chitarrista), Manuel Puntillita
Licea (pianista), Omara Portuondo (l'Edith Piaf cubana), Manuel Galban (chitarrista)
e altri. Tutti oltre gli ottant’anni, qualcuno oltre i novanta. Il film
comincia col grande concerto di New York del gruppo e “ricordo dopo ricordo
ritorna al concerto”, come scrive anche My Movies nel suo breve commento all’opera
cinematografica.
Buena Vista Social Club in una scena del film
Col termine delle esibizioni del 2015, quindi, i
membri rimasti di questa leggendaria band (del gruppo originario restano Omara
Portuono, Eliades Ochoa, mentre altri se ne sono andati per sempre, come Compay
Seguno, Ruben Gonzales, Orlando Lopez e Ibrahim Ferrer), i Buena
Vista Social Club terranno l’ultimo, grande concerto proprio all’Havana. Dopo di
che pare siano intenzionati a dividersi e a proseguire le proprie carriere da single. Dopo i bui anni del primo periodo castrista, come detto, la band si consolidò di nuovo nei Novanta, quando fu scoperta da un produttore americano in viaggio
sull’isola di Cuba che gli fece incidere un album di quattordici canzoni che
in breve tempo è divenuto un cult.
Eli Wallach è morto a 98 anni. È stato uno degli attori più eclettici
del cinema mondiale (foto la Repubblica online)
Era molto anziano - 98 anni - ma è pur sempre
una coincidenza di quelle che non è difficile notare che Eli
Wallach, uno dei
pistoleri più ‘cattivi’ del western anni Settanta (in particolare), sia morto
proprio in questo momento dell’anno. In cui persino all’ultimo Festival di Cannes,
poco più di un mese fa, è stato reso omaggio a Sergio Leone(articolo) ‘padre’
dello spaghetti western e regista del
bellissimo Il buono, il brutto, il cattivo, uno dei tre film che compongono
la celebre trilogia del dollaro,
considerata un esempio antologico di questo genere cinematografico. Nella
succitata pellicola Wallach fu il brutto, l’irresistibile Tuco Benedicto
Pacifico Juan María Ramírez, detto semplicemente Tuco. Quell’interpretazione
non fece altro che confermare la straordinaria carica recitativa dell’attore
nato e deceduto a New York. La sua deformante mimica facciale, l’irresistibile
variazione della sua occhiata.
Nei panni del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo
Ma Eli Wallach non fu solo
un bandido assetato di verdoni. Attraversò
la storia del cinema americano e non solo con centinaia di ruoli che hanno
lasciato il segno. Laureatosi all'università del Texas, fu tra i primi allievi
dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 debuttò a Broadway imponendosi
presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose
Tattoo, di Tennessee
Williams. Nel
cinema, Wallach fece la sua
prima comparsa nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol
Baker in Baby Doll -
La bambola viva di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello
del crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e
del rapinatore di treni in La conquista del West (1962). Ma
non solo parti da villain per lui. Il
suo eclettismo gli permise di essere il tenero amante di Marilyn
Monroe ne Gli
spostati (1961) e un
raffinato falsario in Come rubare un milione di dollari e vivere felice (1966). Dopo
l’esperienza leoniana, Wallach tornò
spesso a lavorare in Italia, un Paese che amò molto e di cui riuscì a imparare la
lingua. Nel 1948 sposò l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è
rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli. La notizia del decesso è
stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci
circolate su una pagina Facebook nello scorso fine settimana erano state
smentite. Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli fu consegnato un Oscar alla carriera. In
quell’occasione disse: «Da attore ho interpretato un intero campionario di
banditi, ladri, signori della guerra e molestatori».
Un film di Charlie Kaufman. Con Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams,
Catherine Keener, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh, Hope Davis,
Tom Noonan, Sadie Goldstein, Robin Weigert, Daniel London, Robert Seay, Stephen
Adly Guirgis, Frank Girardeau, Paul Sparks, Jerry Adler, Lynn Cohen, Daisy
Tahan. Commedia,
Usa 2008. Durata 124'. Bim. Uscita: giovedì 19 giugno 2014.
La trama
Caden
Cotard, regista teatrale fresco del successo ottenuto grazie alla messa in
scena di Morte di un commesso viaggiatore, si accinge ad affrontare la
preparazione della sua nuova opera che prevede addirittura la ricostruzione di
una New York a grandezza naturale all’interno di un magazzino di Manhattan. Nel
frattempo deve anche gestire i difficoltosi rapporti con le donne della sua
vita.
Critica
– Rassegna stampa
“'Sineddoche:
procedimento linguistico espressivo che consiste nel trasferimento di
significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità
intesa come maggiore o minore estensione’”. Così comincia la recensione di
Stefano Lo Verme di Movie Player. “La parte per il tutto - scrive ancora
-: uno slittamento del senso che corrisponde al tentativo di racchiudere, entro
una sezione ben delimitata, una realtà impossibile da abbracciare, catturare,
comprendere nella sua interezza. In tale prospettiva, quale migliore esempio di
sineddoche della rielaborazione
artistica? (...) un film basato sul tema dello sdoppiamento e della
moltiplicazione,
Il regista Charlie Kaufman
tanto sul piano narrativo quanto sul piano semantico (...) un
magnifico (e compianto, vista anche la recente scomparsa, ndr) Philip Seymour Hoffman, che
rimanda alla sindrome di Cotard (ma è
solo uno degli innumerevoli riferimenti inseriti dal regista e sceneggiatore Charlie
Kaufman, come una
serie di indizi da raccogliere), definita anche ‘delirio di negazione’, in
quanto chi ne è affetto ha l’illusoria convinzione di essere morto. La
negazione dell’esistenza, dunque - si legge sempre su Movie Player - alla quale
il protagonista, disperatamente ipocondriaco e tormentato dai più bizzarri
sintomi, replica attraverso gli strumenti dell'arte, che Aristotele assimilava
alla mimesi (...)”
“(...) Charlie Kaufman, sceneggiatore di film quali Essere John
Malkovich,
Il
ladro di orchidee - Adaptation e Se mi lasci ti cancello, esordisce
dietro la macchina da presa con un’opera che recupera il tema della
frantumazione dell’identità e della sua rifrazione sul piano artistico: la
crisi personale del regista teatrale Caden Cotard, interpretato da Philip
Seymour Hoffman, offre così lo spunto per un labirintico gioco di specchi in cui
ricordi ed esperienze del protagonista - conclude Lo Verme - sono rievocati sotto
forma di doppelgänger (copia di una
persona vivente, ndr) e di simulacri, in un incessante slittamento fra realtà e
finzione”.
Philip Seymour Hoffman in una scena di Synecdoche, New York
“(...)Kaufman, dopo una
carriera ricca di riconoscimenti quale sceneggiatore (…) giunge finalmente alla
regia e si scopre libero di sprigionare tutta la sua creatività”. A scriverlo è
Giancarlo Zappoli di My Movies. In questo film “si riassumono le ossessioni
quasi pirandelliane dell’autore il quale vorrebbe poter controllare e dirigere
la propria vita così come fa con i personaggi e con gli attori chiamati a dare
loro volto, voce e sentimenti. Quando poi, come in questo caso, gli attori si
trovano a riprodurre la vita, sempre più ossessivamente intricata, di chi li
dirige, le distanze finiscono con l’annullarsi in un gioco di raddoppiamenti
che si fa sempre più intellettualmente stimolante quanto più si complica. Fino
a quando - conclude Zappoli - la morte comincerà a far sentire realmente la
propria presenza prendendo in mano la ‘regia’”.
Un film di John Carpenter. Con Kurt Russell, Lee Van Cleef, Donald Pleasence, Isaac Hayes, Ernest
Borgnine, Harry Dean Stanton, Season Hubley, Jamie Lee Curtis, Bob Minor, David
Patrick Kelly, Dale E. House, Wally Taylor, Steven Ford, Michael Taylor, Lonnie
Wun, James O'Hagen, Adrienne Barbeau, Tom Atkins, Charles Cyphers, Joe Unger,
Frank Doubleday, John Strobel, John Cothran Jr., Garrett Bergfeld, Richard
Cosentino, Robert John Metcalf, Joel Bennet, Vic Bullock, Clem Fox, Tobar Mayo,
Nancy Stephens, Steven M. Gagnon. Titolo originale; Escape from New York.
Avventura, Usa 1981. Durata 99' circa.
La trama
1997: Jena
Plissken è un prigioniero condannato alla pena capitale, che sta per fare
ingresso nel carcere di massima sicurezza di New York. Contemporaneamente l'aereo
presidenziale è dirottato da alcuni terroristi suicidi che far schiantare il
velivolo contro uno dei grattacieli di New York. Il Presidente può salvarsi con
una capsula di salvataggio eiettandosi prima dell'impatto. L'esercito invia
subito un gruppo di soldati a controllare la situazione ma sono tutti accolti
da Romero (braccio destro del ‘Duca di New York’), che li minaccia e ordina
loro di andarsene immediatamente, pena la morte del Presidente. Il commissario
di polizia Hauk decide allora di inviare Jena Plissken, in grado di cavarsela
nelle situazioni più estreme. Plissken ha ventiquattr'ore di tempo per mettere
in salvo il Capo di Stato e permettergli di partecipare a un importante vertice
internazionale, pena l’esplosione di due micro-bombe iniettate nel collo di Plissken e
spacciate per un vaccino polivalente.
Critica
– Rassegna stampa
“Che bei tempi quando i film cult nascevano e si diffondevano un po’ per caso, un po’ per
il passaparola del pubblico”. Lo scrive Alex Poltronieri di Onda Cinema - Oggi, da Donnie Darko a Sin City e via dicendo, è qualcun altro a scegliere
per noi, ma così non fu per il film di John Carpenter datato
1981, all'epoca un successo appena discreto (medesima sorte toccherà a Grosso
guaio a Chinatown, altra pellicola rispolverata col passare del tempo), quasi
insufficiente per rientrare nel budget.
Eppure le avventure di Jena (in originale ‘Snake’, d'altronde sul corpo ha
tatuato un serpente) Plissken hanno influenzato tanti giovani cineasti, dato il
via a un intero filone di pellicole fanta-urbane
che imperversano ancora oggi sul grande schermo (…) segnato la gioventù di
moltissimi appassionati di cinema. Merito del tocco di Carpenter (all'epoca
reduce del successo di due horror come The Fog e Halloween), di certo
non un mestierante come tanti (...)”.
Il protagonista Kurt Russell in una scena di 1997 - Fuga da New York
“(...) Quello che Carpenter ci mostra -
rileva Marco Minniti di Movie Player - è un affresco a tinte cupe del
futuro, una tetra promessa, una minaccia mai smentita: con un budget irrisorio il regista mette in
scena una Grande Mela putrescente, una visione apocalittica che colpisce da
subito per la sua crudezza e il suo realismo (...) In questo universo
devastato, un personaggio come Jena Plissken (…) antieroe ‘carpenteriano’ per
eccellenza, sembra avere l'unica ricetta per sopravvivere: il nichilismo totale
- scrive ancora il collega di Movie Player – l’anarchia elevata a regola di
vita, il rifiuto di qualsiasi istituzione, l’indifferenza per le sorti di un’umanità
che, forse, non merita di sopravvivere (...) Una pellicola, quindi,
fondamentale, sia nell'ambito della filmografia del suo regista, sia in quello,
più generale, del cinema degli anni ‘80: un urlo cinematografico in
controtendenza con il rampantismo galoppante di quel periodo, uno squarcio nel
velo di ottimismo che ricopriva la società (e il cinema) americani, per gettare
una luce cupa su paure e angosce assolutamente contemporanee; attualissime
ancora oggi, a ben vedere - conclude Minniti - a più di vent'anni dalla sua
uscita cinematografica”.
C’è maretta al Festival di Cannes (in corso
fino a sabato prossimo) dopo la proiezione del film Welcome to
New York di Abel
Ferrara, che sarà
visibile solo in streaming(articolo). Senza ombra di dubbio ispirata allo scandalo sessuale che ha visto
coinvolto il direttore del Fondo monetario internazionale, il francese Dominique
Strauss-Kahn (arrestato tre anni fa dalla polizia americana con l'accusa di
aver violentato una cameriera d'albergo e la cui carriera è finita), ha
scatenato l’ira dell’interessato che ha annunciato la denuncia nei confronti
del regista newyorkese. Allo stesso tempo Anne Sinclair, ex moglie di Strauss-Kahn
e giornalista/direttrice dell'Huffington Post francese, ha espresso tutto il
suo «disgusto» nei confronti della pellicola che vede come protagonisti Gérard
Depardieu e Jacqueline
Bisset.
Abelk Ferrara
Dominique Strauss-Kahn
I personaggi dell’opera di Ferrara non portano i nomi dei reali protagonisti, ma la
trama ricalca con precisione lo scabroso avvenimento. A dir poco ingiuriosi i
toni con cui l’ex super-manager si è riferito al film, definito «una merda,
sterco di cane» e che contiene anche «una parte di antisemitismo». Dominique
Strauss-Kahn fu costretto alle dimissioni dal vertice dalla più potente delle
organizzazioni finanziarie internazionali dopo essere stato accusato di aver
aggredito sessualmente una cameriera della Guinea, Nafissatou Diallo, nella sua
suite del Sofitel di New York. La
vicenda giudiziaria si era chiusa alla fine del 2012 con un accordo finanziario
confidenziale. (Fonte Trova Cinema di Repubblica.it).
Premio
Oscar 2014: miglior attrice protagonista a
Cate Blanchett; Golden Globes 2014: migliore
attrice in un film drammatico a Cate Blanchett; Premio BAFTA 2014: migliore
attrice protagonista a Cate Blanchett; Satellite
Awards 2014: miglior attrice a
Cate Blanchett; Empire Awards 2014: miglior
film attrice non protagonista a Sally Hawkins.
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8
Scheda
Un film di Woody Allen. Con Cate Blanchett, Alec
Baldwin, Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Sally Hawkins, Peter
Sarsgaard, Michael Stuhlbarg, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo, Charlie
Tahan, Annie McNamara, Daniel Jenks, Max Rutherford, Tammy Blanchard, Kathy
Tong, Ted Neustadt, Andrew Long, Lauren Allan, John Harrington Bland, Leslie
Lyles, Glenn Fleshler, Brynn Thayer, Christopher Rubin. Commedia drammatica,
Usa 2013. Durata 98'.
La trama
Il film
racconta di una donna dell'alta società newyorkese che, dopo il crollo
finanziario e l'arresto del marito, si trasferisce dalla sorella a San
Francisco, completamente al verde e per la prima volta costretta a fare i conti
con la dura realtà delle ristrettezze economiche e la mancanza di onestà nella
sua vita.
La mia recensione
Bleu Jasmine è l’ultimo
film solo da regista di Woody Allen (oggi in piena lavorazione per Magic in
the Moonlight
con Colin
Firth ed Emma
Stone, il cui
ingresso nelle sale non è ancora stabilito, forse entro quest'anno) e reduce
dal discreto successo, come interprete, della pellicola Gigolò per
caso, di e con John
Turturro. Il grande
cineasta di New York City, nel suo soggetto e nella sua raffinata
sceneggiatura, suggerisce un tema classico dei suoi script, il tradimento, quello amoroso, descritto con minuzia di
particolari con le sue traiettorie cerebrali, per lo più timori e incertezze e
bugie e comportamenti sconclusionati e dannosi. Eppure il livello
dettagliatamente psicologico della fabula
è un po’ più basso rispetto a tanti altri suoi lungometraggi, soprattutto
quelli più distanti nel tempo.
Cate Blanchett in una scena di Blue Jasmine
Il regista
Woody Allen
Ma, nonostante questo lieve scostamento dallo
stile cui Allen ha abituato i sui ‘tifosi’, con Bleu Jasmine l’oggi
78enne regista di origini ebraiche, fa un salto di qualità rispetto alle ultime
pellicole (frivole e a mio avviso modeste come, per esempio, Midnight in
Paris, nel 2011 e
il quasi risibile To Rome With Love, nel 2012). Torna comunque, con un ottimo
risultato, allo schema in cui sulle ambientazioni prevalgono i personaggi, i
loro tormenti, le loro cadute e i loro tentativi di rialzarsi. La pellicola, senza
timore di smentita, deve buona parte del successo a una delle migliori
interpretazioni della 45enne australiana Cate Blanchett (premiata
con l’Oscar e che ad agosto vedremo in Dragon Trainer 2), la quale
garantisce a Woody Allen, attraverso una mimica facciale di alta scuola con la quale
trasmette lo spaesamento di Jasmine, l’eroina tormentata e mentalmente alla
deriva che serviva a questa narrazione in immagini. E, nonostante ciò, una
protagonista in qualche modo più concreta rispetto alle irresolutezze degli
individui cinematografici del passato ‘alleniano’. La telecamera persevera spesso
sugli sguardi persi di Jasmine, sul suo naufragio intellettivo mentre il getto
di una doccia scorre sul suo corpo, sul suo continuo ritrovarsi a parlare da
sola che è poi l’esito dello shock
subìto, dei conseguenti interventi medici e dell’incessante imbottirsi di
psicofarmaci.
Cate Blanchett dopo aver ritirato l'Oscar
Ben inserita, con una performance molto vivace, la londinese Sally
Hawkins (ottima
protagonista nel ‘sociale’ We Want Sex, 2010) la sorella, specchio dell’opposto
esistenziale del personaggio principale. In questa vicenda gli uomini, per lo
più, sono imbroglioni o ignoranti o grezzi o aggressivi, al contrario dei
personaggi femminili, scossi con sofferenza dall’incostanza dei loro
sentimenti.
Ottima l'interpretazione di Sally Hawkins
Impeccabile il montaggio di Alisa
Lepselter
e piacevolmente tipiche delle opere di Allen le musiche di
Christopher
Lennertz. I
frequenti flash back sono ben
inseriti nel flusso del racconto filmico e permettono allo spettatore di
seguire la concatenazione d’immagini senza mai essere confuso e senza perdere
la concentrazione. Un film semplice, nonostante sia opera di un regista da
molti (a mio parere ingiustamente) considerato complicato e dalle indagini
psicologiche insistite e ingarbugliate. Stavolta Allen sceglie un
percorso narrativo più lineare in una commedia amara – a tratti tragica – e
l’immedesimazione con la tormentata protagonista è di altissimo livello. Pur
nel suo addirittura grottesco, quasi caricaturale ostinarsi nello sforzo di
riacciuffare un passato ormai dileguatosi, non è mai antipatica. Stavolta non
sono più i ricchi intellettuali più che benestanti di Manhattan a farla da padroni, ma un ex privilegiata che deve scontrarsi con uno fra i
peggiori guai (malattie incurabili e lutti improvvisi esclusi) che possono
frapporsi nella vita di una persona: aver avuto i soldi e averli persi. Da non
perdere e da gustare.
Nemmeno il tempo di aver diffuso la profezia
del capo della DreamWorksJeffrey Katzenberg, secondo cui nei
prossimi dieci anni il cinema sarà travolto da una rivoluzione che prevede la
permanenza di un film nelle sale cinematografiche per massimo tre settimane e poi essere disponibile inpay-per-view, web, tablet, smartphone e tutto ciò che il mercato lancerà in un futuro prossimo (articolo), che da Cannes giunge notizia che la casa produttrice Bim distribuirà il filmWelcome to
New York di Abel
Ferrara(articolo) non nei cinema bensì direttamente
nelle principali piattaforme video on-demand.
Sempre più frequente la distribuzione dei film direttamente in home video on-demand
L’evento (che in un certo senso ricorda ciò che
succederà in luglio col film Byzantium[articolo]) è previsto il 22 maggio,
in contemporanea con Francia, Spagna e Germania. Per la prima volta l’opera di
un autore affermato come il cineasta newyorkese, non uscirà nelle sale
cinematografiche. Il lungometraggio che narra la vicenda di un uomo gestore di
denaro per miliardi di dollari e posseduto da un irrefrenabile e insaziabile
appetito sessuale, sarà lanciato in concomitanza con la presentazione al
Marche' du Film (controparte di business
del Festival di Cannes e uno dei più grandi mercati cinematografici al mondo) della
67^ edizione della rassegna cinematografica francese.
Richard Gere sul set 'stradale' di Time Out of Mind
Reduce dal discreto successo de La frode (2012),
affiancato da Susan Sarandon, il 64enne Richard Gere è al lavoro sullo street-set, com’è il caso
di chiamarlo, di Time Out of Mind (letteralmente ‘tempo immemorabile’). Street-set,
dicevo, perché, in effetti, molte delle scene che lo vedono protagonista sono
state girate, senza isolare il luogo delle riprese, sui marciapiedi di Manhattan in mezzo alla
gente ‘comune’. Infatti il personaggio che l’attore di Philadelphia
interpreterà in quest’opera del regista di origini israeliane Oren
Moverman (che
nel 2007 si impose all'attenzione del pubblico mondiale con l'apprezzatissimo
'musicale-biografico' Io non sono qui, dedicato alla figura di Bob Dylan), è un
senzatetto (homeless come dicono
negli States). Per raggiungere il massimo grado di credibilità Gere, zuccotto da sci, vestiti sporchi e barba incolta si è fatto riprendere in varie
situazioni identiche a quelle della vita che un senzatetto conduce tutti i giorni.
Un'altra scena del film ancora in fase di lavorazione
L’effetto è talmente riuscito che colui che
conquistò il cuore degli spettatori con Ufficiale
e gentiluomo (1981) ha beneficiato
di un atto di compassione di una signora che gli ha donato una borsa piena di
generi alimentari, senza avere idea che la stava consegnando a uno degli attori
più ricchi di Hollywood. Nessuno, comunque, a parte un primo fotografo che ha eseguito
degli scatti di una certa efficacia, ha riconosciuto Gere mentre mangiava un hamburger
vicino a un bidone nei pressi della Grand Central Station di New York e
trangugiava una birra da una borsa di carta durante l’ora di punta dei
pendolari. Il tutto dopo aver frugato con le mani nei cassonetti dell’immondizia.
Il soggetto scritto da Jeffrey
Caine (sceneggiato
dallo stesso regista) che darà vita a Time Out of Mind parla di un
‘barbone’ che cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che si è
estraniata dalla vita dell’uomo. L’attore ha dichiarato di essere stato
ossessionato da questa storia per anni. «Si tratta di una vicenda profondamente
umana che siamo determinati a trasformare in un film potente che parla a
tutti». Richard Gere sarà anche produttore della pellicola con Caroline
Kaplan (Boys Don't
Cry nel 1999) e
Lawrence
Inglee (Oltre le
regole - The Messenger nel 2009).
Un film di Abel Ferrara. Con Gérard
Depardieu, Jacqueline Bisset, Drena De Niro, Paul Calderon, Amy Ferguson, Paul
Hipp. Drammatico, Usa 2014.
La trama
Mister
Deveraux è un uomo molto potente che ogni giorno gestisce milioni di dollari e
controlla il destino economico di diverse nazioni al mondo. Deveraux è però
anche un uomo dalla frenetica e sfrenata fame sessuale, che da colui che voleva
salvare il mondo lo trasformerà in un individuo che non può salvare nemmeno se
stesso.
Cosa sappiamo
Welcome To New York sarà trasmesso su internet
Niente Festival di Cannes per Welcome
to New York, il film del regista newyorkese Abel
Ferrara (suo l'apprezzato
4:44
Last Day On Earth, 2011) ispirato, in versione statunitense, allo scandalo a sfondo
sessuale che tra il 2011 e il 2012 coinvolse Dominique Strauss-Kahn (l'economista
e politico francese, membro del Partito Socialista), impersonato dall’oggi
65enne Gérard
Depardieu
(nel buonissimo Vita di Pi di Ang Lee del 2012.
In compenso l’atteso lungometraggio girato seguendo la sceneggiatura di Chris
Zois, sarà
trasmesso online (operazione che
costerà all’incirca un milione di euro). Il film, infatti, è rimasto fuori
dalla lista di quelli selezionati per il concorso (l’articolo). Comunque i
co-produttori francesi Vincent Maraval e Brahim Chioua, hanno
spiegato al quotidiano Le Monde che Welcome to New York sarà
proiettato durante il ‘Mercato del film’ e allo stesso tempo vedibile su
internet.
Scena clou del film con Gérard Depardieu e Jacqueline Bisset
Il regista
Abel Ferrara
«Era da un po’ che volevamo tentare
l’esperienza della distribuzione su internet», ha spiegato Maraval nell’intervista
a Le Monde. Il produttore ha anche precisato che se la cosa è stata possibile è
perché il lavoro filmico è stato «totalmente finanziato negli Stati Uniti. Se
vi avessero investito Canal+ o France 2, avremmo dovuto farlo uscire in sala
perché il film fosse riconosciuto come un’opera cinematografica. D’altra parte
- ha aggiunto - c’è un’attesa davvero intensa» per questa pellicola. Tutti la
vogliono «vedere subito, attirerebbe i pirati. La classica uscita in sala,
qualche settimana dopo Cannes, non sarebbe stata adatta».
Il film torna in particolare sull’affaire ‘DSK’ del maggio 2011, quando
l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale fu arrestato a New York con
l’accusa di aver aggredito sessualmente una cameriera dell’hotel Sofitel. La
69enne inglese Jacqueline Bisset (nel 2005 protagonista del pessimo
L'educazione
fisica delle fanciulle) – ha il ruolo delicato di madame Strauss-Kahn, per il quale Ferrara aveva
pensato in un primo tempo a Isabelle Adjani.