Un film di John Wells [I]. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail
Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot
Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham, Will Coffey. Titolo
originale: August: Osage County. Drammatico, Usa 2013. Durata 119' circa. Bim:
uscito giovedì 30 gennaio 2014.
La trama
Beverly
Weston e la moglie Violet vivono nella loro casa di Osage County. Poeta con
problemi di alcol lui e dipendente dai farmaci per un cancro alla bocca lei, i
due all'apparenza sembrano una coppia consolidata dagli anni, fino al momento
in cui, dopo essere scomparso per qualche giorno, Beverly viene ritrovato morto
suicida. Al funerale, oltre alla figlia Ivy, che vive in casa con i genitori,
partecipano anche le figlie Barbara e Karen, così come il resto dei parenti.
Nei giorni successivi una serie di conflitti riemergono all'interno della
famiglia. Il malanimo tra Barbara e Violet, che non sono mai andate d'accordo,
si fa sempre più serrato mentre il fidanzato di Karen dimostra la sua vera
natura e Ivy pianifica la fuga d'amore con suo cugino.
Mia recensione
Tantissime nomination ma nessun premio di
rilievo per quello che si rivela un gioiello dedicato alle insanabili lacerazioni
familiari. Con una sua forza - che ne fa una pellicola rara soprattutto nel
cinema hollywoodiano - nel non andare a cercare il lieto fine a tutti i costi. I segreti
di Osage County, del regista John WellsI (nel 2010 il più che buono The Company
Men) si
rassegna all’impossibilità - che sa molto di vita reale e non di celluloide -
di porre rimedio, neppure con l’aiuto di compromessi, a strappi che hanno
radici troppo lunghe e quindi impossibili da recidere. L’unica soluzione cui Tracy Lettssembra pensare nella sceneggiatura - tratta
dal suo stesso romanzo del 2008, Osage
County (non edito in Italia) - sarebbe il brutale abbattimento di questa
sorta di pianta ammalata. Un taglio netto che è evitato solo lasciando tutto com'è.
Meryl Streep e Julia Roberts in un'emblematica scena del film
Sotto l’impeccabile direzione del cineasta di
Alexandria (Louisiana, Usa) ciò che è notato maggiormente dallo spettatore,
sono le interpretazioni di tutto il cast, che dànno corpo a personaggi i quali, per quasi l'intera durata della vicenda, sono tutti quanti inseriti nello spazio ristretto di una bella villa nella campagna dell’Oklahoma. Nient’altro. Solo il loro interagire, che
fa emergere ferite sia superficiali sia, soprattutto, profonde. Spiccano, in
particolare, le prove attoriali di Meryl Streep e Julia
Roberts (per
entrambe nomination all’Oscar), che esibiscono una straordinaria capacità di
far venire a galla l’amarezza, la rabbia, fin quasi la violenza, di madre e
figlia una contro l’altra per dissidi ancora pendenti ma ancor più perché
caratterialmente simili. Grandi interpreti come Sam Shepard, Ewan McGregor, Chris
Cooper e Juliette
Lewis, ruotano
attorno a queste due autentiche mattatrici del racconto in immagini, fornendo un valore
aggiunto che fa crescere le potenzialità dell’opera nell’attrarre
l’immedesimazione di chi vede.
Meryl Streep, Julianne Nicholson e Juliette Lewis in I segreti di Osage County
Un calo di originalità, tuttavia, sta soprattutto
nei traumi del passato (espediente sfruttatissimo sia nel cinema, sia nella
letteratura in genere). Traumi da intendersi come tare caratteriali e cronica incapacità
di condurre esistenze che sono quasi tutte da buttare nel cestino riservato ai
fallimenti. Manca, quindi, la responsabilità diretta degli errori commessi dai
vari personaggi, cioè che sia attribuibile a un genetico modo di essere degli
individui. È poi arduo accettare che in un’intera famiglia, per quanto possa
essere allargata, non esista neppure un membro o un rapporto non dico
impeccabile, ma quantomeno salvabile. Nonostante questi nèi, la pellicola
funziona e scorre che è una meraviglia. I dialoghi sono serrati, brillanti e
del tutto credibili. Non ci sono scelte particolarmente ricercate nella fase di
montaggio, ma la concatenazione delle immagini garantisce un alto livello di
coinvolgimento. Un film da recuperare, senza ombra di dubbio.
Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen
Mirren, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright, Costas Mandylor, Michael
O'Keefe. Titolo
originale: The Pledge. Poliziesco/thriller, Usa 2001. Durata 123'.
La trama
I colleghi
hanno preparato una festa d'addio per l'ultimo giorno di lavoro dell'ispettore
Jerry Black (Jack Nicholson) e gli
hanno regalato un biglietto aereo perché realizzi un suo vecchio sogno: andare
a pesca in Messico. Ma viene ritrovato il corpo di una bambina di otto anni e
sarà lui ad andare a casa della piccola a portare l'orribile notizia. The Pledge
(cioè La promessa), è quella che l'ispettore fa alla madre
sconvolta: sarà capace di scovare il colpevole, costi quel che costi.
Recensione
Un film a fasi alterne - spesso lento e
troppo cervellotico, handicap che
spezza il ritmo dell’azione - che, a mio avviso è esempio perfetto di come quel
grande attore che è Sean Penn sia molto più convincente davanti piuttosto
che dietro la cinepresa. Questo non vuol dire che La promessa (The Pledge
in lingua originale) non sia un'esperienza filmica che valga la pena fare. Ma, sempre
secondo il sottoscritto, ha raccolto assai più consensi di quanti in effetti un’analisi
critica approfondita ne possa giustificare (fra l’altro è una pellicola riproposta
sul piccolo schermo spesso e volentieri). Non è sottovalutabile, rilevo, che il
53enne Penn
versione cineasta
(suo il non ancora uscito action movie The
Gunman e molto prima, nel 1991, l'appena discreto Lupo solitario) non abbia lesinato nel casting, scegliendo pezzi pregiati della ‘gioielleria’
hollywoodiana. Non capita tutti i giorni l’opportunità di far recitare insieme Jack
Nicholson
(tre Oscar e sette Golden Globe), Mickey Rourke (un Golden
Globe), Sam
Shepard (una nomination
all’Oscar), Vanessa Redgrave (un Oscar, un Golden Globe oltre premi a
Cannes e ai Donatello e svariate nomination), Helen Mirren (un Oscar e
due Golden Globe), Benicio Del Toro (un Oscar, un Golden Globe più
riconoscimenti a Cannes e Berlino) e Robin Wright (un Golden
Globe, ex moglie dell’attore/regista californiano).
Jack Nicholson, ottima prova anche in La promessa
Il regista Sean Penn
A queste condizioni di partenza un fallimento
non poteva esserci. Ma non basta una buona squadra per stravincere, se non si è
esperti direttori. E così Sean Penn, che parte da un buon soggetto come il romanzo
del 1957 Das Versprechen dello
scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt - non ben ridotto per l’utilizzo
cinematografico da Jerzy Kromolowsky e Mary Olson-Kromolovski - va in
confusione soprattutto nell’unità del flusso d’immagini, di continuo disturbata
in particolare da flash back che
dovrebbero soprattutto dare un’idea del personaggio della bambina assassinata.
Una tecnica, quella del ‘ritorno indietro’ attraverso i racconti o l’immaginazione
dei protagonisti, che se non ben dosata diviene estraniante rispetto all’obiettivo
dell’esperienza filmica. La quale, invece, è efficace nel mettere in primo
piano un mondo di violenza e cattiverie nel quale i ‘buoni’ faticano sempre a
inserirsi per giungere alla verità di atti inaccettabili. In questo la carica
di rabbia e drammaticità espressa da Nicholson è
fondamentale.
Una scena straziante del film di Sean Penn
Ha ragione Matteo De Simei di Onda Cinema quando promuove il film per un “uso particolarmente ricco di primi piani e di
ravvicinatissime inquadrature volte a mostrare con una cura quasi maniacale
volti e oggetti”. E quando rileva gli “innumerevoli campi lunghissimi” che “introducono,
di volta in volta, in ambienti totalmente differenti, dapprima dominati dal
deserto per poi passare al ghiaccio e alla neve fino ai laghi montani del
Nevada”. Secondo me determinate, in questo senso, il lavoro di un direttore
della fotografia - a volte anche regista - del calibro di Chris
Menges (fra i
tantissimi ricordo i capolavori Urla del
silenzio del 1984 e Mission del
1986). Certo, anche tutte queste inquadrature, primi piani e panorami, a tratti
addormentano l’azione - che in opere di questo genere è basilare - e producono
una sfilata un po’ caotica d’immagini.
È sostanzialmente d’accordo con me Valerio Salvi di Film Up, quando parla dell’alternanza
di “momenti eccellenti ad alcune cadute di stile sia sul piano dei contenuti,
sia soprattutto su quello del ritmo”. Tale neo è reso visibile dalla facilità
con cui, in alcune fasi della proiezione, lo spettatore rischia di distrarsi e
di allontanarsi dai personaggi e dallo stesso racconto. Più che apprezzabile,
invece, ancora secondo il collega Salvi, la determinazione di Penn nel voler “esplorare
territori nuovi e porsi sempre da un'angolazione diversa da quella più ovvia e
scontata”. Film sufficientemente adrenalinico, a tratti angosciante che, nonostante
le debolezze elencate, merita fiducia.
Ho visto l'ultima volta questo film alcuni anni fa. Ho quindi arricchito
la mia recensione con alcune riflessioni di altri critici