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mercoledì 25 giugno 2014

Il più bello di mercoledì 25 giugno, prima serata, sul digitale: ‘Forrest Gump’ (Rete 4, canale 4, alle 21,15)

La locandina
Forrest Gump

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9,5

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Premio Oscar 1995: miglior film a Wendy Finerman, Steve Starkey e Steve Tisch, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore protagonista a Tom Hanks, migliore sceneggiatura non originale a Eric Roth, miglior montaggio a Arthur Schmidt, migliori effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; Golden Globe 1995: miglior film drammatico, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore in un film drammatico a Tom Hanks;  Premio BAFTA 1995: migliori effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; National Board of Review Award 1994: miglior film, miglior attore protagonista a Tom Hanks, miglior attore non protagonista a Gary Sinise, migliori dieci film; Ciak d'oro 1995: miglior film straniero.

La scheda
Un film di Robert Zemeckis. Con Tom Hanks, Robin Wright Penn, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Sally Field, Rebecca Williams, Michael Conner Humphreys, Harold G. Herthum, George Kelly, Bob Penny, John Randall, Sam Anderson, Margo Moorer, Ione M. Telech, Christine Seabrook. Commedia, Usa 1994. Durata 142' circa. Uip - Cic Video.

La trama
Seduto sulla panchina a un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull'autobus della scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre bulletti, a correre, liberando così le gambe dalle protesi. Attraverso trent'anni di storia americana vista con gli occhi della semplicità e dell'innocenza, Forrest diventa un campione universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo considera un fratello. Assiste ai disordini razziali in Alabama e incontra Kennedy poco prima dell'assassinio. Dopo un fugace incontro con Jenny che canta a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Si arruola quindi nell'esercito, dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la sua passione che diventerà poi un business e lo trasformerà in un milionario. La morte di alcuni affetti fondamentali della sua esistenza, non ne comprometterà la forza d'animo e la voglia di andare avanti.

Mia recensione
Forrest in crisi mistica corre per alcuni mesi di fila
Forrest Gump è la sintesi di una gigantesca utopia. Talmente grande da far innamorare. Se poi un regista come Robert Zemeckis (sua la saga di Ritorno al futuro) la trasforma in un film mastodontico in ogni suo particolare, allora quell’utopia si tramuta in un sogno. E il sogno pare proprio potersi avverare. L’utopia che sta alla base di questa pellicola ultra premiata (ben sei gli Oscar) è la possibilità di fare della vita una cosa meravigliosa partendo dalle peggiori premesse che si possano immaginare. Un’intelligenza limitata. Un’immutabile personalità fanciullesca. L’ostilità e l’insensibilità del prossimo. Precarie possibilità motorie. Scarse risorse finanziarie. Mancanza dell’esempio e dell’aiuto di un padre. Un unico, grande sostegno: l’affetto indiscutibile di una madre. Poi l’anelito a un amore infinito. Protagonista è Forrest Gump, interpretato da uno dei migliori Tom Hanks di sempre (e ce ne vuole). L’attore di Concord (California, Usa) - qui premiato con la dorata statuetta dell’Academy Award - dà corpo e anima a questo ritardato che va alla conquista del mondo. E che inconsciamente fa della propria dappocaggine la sua stessa forza. Un animalesco istinto di sopravvivenza, che lo fa reagire nel modo giusto, nel posto giusto e al momento giusto.

Il regista Robert Zemeckis durante le riprese di Forrest Gump
Hanks è magistrale dall’impostazione fisica del suo personaggio, in particolare dello sguardo imbambolato, apparentemente assente ma mai del tutto. Magistrale nelle movenze impacciate, come la camminata a piede piatto che non impedisce a Forrest di essere un corridore veloce e instancabile; magistrale nella gestualità legata ma supportata da una forza superiore alla media, che consente all’eroe di salvare da un bombardamento una ventina di commilitoni e di essere un formidabile giocatore di ping pong; magistrale nella parlata confusa con la quale il protagonista riesce comunque a toccare il cuore di chi in lui vede una persona come tutte le altre, se possibile migliore. Hanks e Forrest sono i poderosi rimorchiatori di quest’opera cinematografica lunga quasi due ore e mezza sempre scorrevoli. Sono i punti cardine intorno cui, comunque, girano da grandi interpreti in particolare Robin Wright nella parte dell'amata Jenny, Gary Sinise nei panni dell’idolatrato tenente Dan e Sally Field che personifica la saggia e pronta a tutto, mamma Gump.

Robin Wright Penn è Jenny
Il film racconta diversi luoghi degli Usa, in diverse epoche con i loro diversi accadimenti che, via via, modificano in maniera profonda la storia della grande nazione. In questo Forrest Gump è tutti noi, è la nostra visuale ma anche una sorta di Virgilio che guida in questi gironi colmi di trappole e tragedie e mutamenti traumatici e morte. Sono pochi i momenti in cui l’eroe riesce a trovare la pace. Ma in assoluto egli attraversa questa specie di inferno con un calibrato grado di levità che lo fa galleggiare sempre qualche metro sopra tutto e tutti. E con l’andare del tempo Forrest sembra anche crescere - seppure sempre a suo modo - e acquistare maggiore consapevolezza della vita e della sua fine.

Gary Sinise è il tenente Dan
Scenografie e ricostruzioni sono di primo livello, supportate da effetti speciali che per essere di vent’anni fa sono da considerarsi più che buone. È inevitabile che un racconto come questo richieda iperboli narrative che, solo a tratti, trasmettono l’idea di una semplice favola. Ma la sapiente sceneggiatura di Eric Roth (L’uomo che sussurrava ai cavalli) e la mano sicura di  Zemeckis riportano alla svelta il tutto sui binari di una vicenda possibile nella sua già citata utopia. La colonna sonora curata dal newyorkese Alan Silvestri (Predator) è una successione di pezzi anche memorabili di colossi quali Aretha Franklin, Beach Boys, Jimi Hendrix, The Doors, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Elvis Presley e altri. Film imperdibile, ma credo che nessuno l’abbia perso. Quindi da rivedere e rivedere e rivedere.
Stefano Marzetti

giovedì 24 aprile 2014

‘Guerra fredda’ Tom Hanks-Steven Spielberg, verso il quinto film insieme

Verso un nuovo tassello del sodalizio fra Tom Hanks e Steven Spielberg
Tom Hanks sarà il protagonista di un thriller ambientato in piena Guerra Fredda tra Usa e Urss: la pellicola sarà basata, infatti, sul caso del pilota statunitense Gary Powers, abbattuto dall'Unione Sovietica mentre era in missione di spionaggio con un aereo U-2. Secondo quanto annuncia l’Hollywood Reporter, il regista Steven Spielberg sarebbe in trattative per dirigere il film e per rinsaldare il fortunatissimo sodalizio con Hanks, col quale ha portato nelle sale cinematografiche pellicole del calibro di Salvate il soldato Ryan (1998), Prova a prendermi (2001) e The Terminal (2004), oltre a Band of Brothers (2001), miniserie tv di dieci episodi della durata di un’ora ciascuno. 

Un aereo modello U-2, come quello sul quale viaggiava
il pilota statunitense Gary Powers
L’attore californiano (reduce dal successo di Saving Mr. Banks insieme a Emma Thompson e Colin Farrel) interpreterà il ruolo di James Donovan, l'avvocato che condusse la trattativa per la liberazione di Powers, che era detenuto in Urss perché catturato dopo l'abbattimento del suo velivolo. Il pilota, infatti, fu processato come spia, condannato a tre anni di reclusione e sette di lavori forzati. Tuttavia dopo solo ventuno mesi fu scambiato insieme con lo studente americano Frederic Pryor, presso il ponte di Glienicke a Potsdam, Germania, per il colonnello del KGB Vilyam Fisher (Rudolf Abel), arrestato dopo le indagini condotte sul caso del nichelino cavo (cfr. Wikipedia).


redazione

domenica 13 aprile 2014

Quelli che si sono trasformati e, magari, hanno vinto l’Oscar

Ecco chi, nella storia recente del cinema, ha dovuto perdere o acquistare peso per aggiudicarsi una buona parte e spesso anche un Oscar.

Christian Bale ne L'uomo senza sonno
Christian Bale È cintura nera d’ingrassamenti e dimagrimenti a comando. Per lui il peso è un effetto ottico. Tu digli una taglia e lui farà in modo di entrarci. L’ha già fatto per L’uomo senza sonno (2004), 28 chili in pochi mesi persi con una dieta a base di molto fumo, una scatoletta di tonno e una mela al giorno, arrivando a pesare solo 55 chili (non sperimentare a casa). Subito dopo ha girato Batman Begins (2005) ed è evidente che per interpretare il tenebroso supereroe 55 chili non bastavano. Ecco quindi che il suo fisico si trasforma in 86 chili di muscoli e si adegua di conseguenza anche la dieta: pasta e pane per vari mesi. L’anno seguente vediamo Bale pesare solo 61 chili in L’alba della libertà (2006), poi di nuovo Batman (Il cavaliere oscuro, 2008), altri 86, poi The Fighter (2010) 65 chili e di recente con American Hustel (2013), 10 nomination, nessun Oscar ma 3 Golden Globe e siamo ad altri venti chili in più.

Matthew McConaughey È indubbiamente l’uomo del momento. Con due pellicole, una più acclamata dell’altra, il  texano diventa ogni giorno più bravo. La drammatica storia vera del rude elettricista malato di Aids in Dallas Buyers Club  (2013) cui sono diagnosticati trenta giorni di vita, ha messo in luce tutto il talento dell’attore (che, infatti, ha vinto l’Oscar 2014). Per ovvie esigenze di copione, Matthew ha dovuto perdere molto peso, quasi venti chili. Il dimagrimento shock, ai limiti dell’anoressia, però ha colpito nel segno.

Jared Leto in Dallas Buyer Club
Jared Leto È il coprotagonista, con Mattew McCnaughey, di Dallas Buyer Club, e anche per lui è arrivato l’Osca 2014 per il miglior attore non protagonista. Leto, per entrare nella parte di Rayon, transessuale malato di Aids, ha dovuto fare letteralmente la fame per un mese, riuscendo a perdere più di quindici chili. Jared, nella vita, è un vegano convinto da quasi vent’anni. Scopriamo ora, con questa perdita straordinaria di peso, che anche i vegani normalmente si nutrono.

Anne Hathaway È stata solo pochi minuti sullo schermo ma ha lasciato una traccia indelebile. Con il ruolo di Fantine ne Les Misérables (2000) l’anno scorso Anne si è aggiudicata l’Oscar per la miglior attrice non protagonista. La performance è durata davvero poco ma lo sforzo è stato grande: l’attrice ha dovuto perdere 10 chili in sole tre settimane con una dieta a base di humus e ravanelli. (Non sperimentare a casa).

Charlize Theron Una persona brutta non può imbellirsi più di tanto, ma una persona bella, a imbruttirsi, è sempre in tempo. Ce lo ha dimostrato la splendida Charlize Theron, che per trasformarsi nella prostituta serial killer Aileen Wuornos in Monster (2003), tra le altre cose, è ingrassata di ben 14 chili con una dieta a base di cibi grassi (non sperimentare). Il faticoso ruolo le ha però fruttato un Oscar.

Natalie Portman La magrezza delle ballerine di danza classica è proverbiale e se un’attrice vuole indossare il tutù del Cigno nero (2010) qualche sacrificio è d’uopo. La bella Natalie ha dovuto quindi perdere 10 chili per il ruolo di Nina Sayers in Black Swan, sforzo sicuramente ripagato da un Oscar per la miglior attrice e un marito (Benjamin Millepied) conosciuto sul set.

Robert De Niro in Toro Scatenato
Robert De Niro Non l’ha fatto molte volte, ma quando l’ha fatto, l’ha fatto bene. Per indossare i guantoni di Jack La Motta in Toro Scatenato (1980), Bob, ad esempio, è ingrassato quasi 30 chili senza battere ciglio. Il film è un capolavoro e l’Oscar (miglior attore) l’ha portato a casa anche lui.

Edward Norton C’è anche chi i chili li mette su senza ingrassare, come Edward Norton, che ha preso 16 chili - tutti di muscoli. Per interpretare lo skinhead Derek Vinyard in American History X (1999) Norton ha dovuto seguire un estenuante regime progettato da un allenatore e in soli tre mesi, il gioco era fatto.

Tom Hanks Ha dovuto perdere 22 chili per il ruolo del naufrago in Cast Away (2000) e dato che ingrassare è facile, ma dimagrire un po’ meno, il film è stato girato con una pausa di un anno tra la prima e la seconda parte, per permettere all’attore di dimagrire. Forse sarebbe stato più facile fargli recitare prima la parte del naufrago deperito. Dopo una breve pausa di due settimane a base di McDonald’s e ciambelle tra un ciak e l’altro, Tom avrebbe potuto velocemente mettere su il peso che gli pareva. Comunque vinse il Golden Globe per il miglior attore.

Renée Zellweger nelle vesti di Bridget Jones
Renée Zellweger Finalmente la nostra cicciona preferita: Bridget Jones! La Zellweger è sempre stata molto attenta alla linea ma per il mitico ruolo della single disperata più famosa al mondo ha deciso di fare un’eccezione e di ingrassare ben 16 chili per poter indossare i mutandoni ascellari di Bridget. E ha fatto bene. Il film è passato alla storia e lei è stata consacrata nell’Olimpo di Hollywood. Solo un dubbio: ma davvero ha avuto voglia di perderli e riprenderli nella breve pausa tra il primo film e il seguito?


L’articolo è tratto integralmente (con qualche mia aggiunta) da una pubblicazione del 13 febbraio scorso sul sito web di Grazia, a firma Camilla Baldini (clicca) che Filmamare ringrazia


redazione

martedì 1 aprile 2014

Il più bello di stasera sul ‘digitale’: La 7 alle 21,10 (con trailer)

La locandina
Philadelphia

PREMI PIÙ IMPORTANTI

Premio Oscar 1994: miglior attore protagonista a Tom Hanks, miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen; Golden Globe 1994: miglior attore in un film drammatico a Tom Hanks, miglior canzone (Streets of Philadelphia) a Bruce Springsteen; National Board of Review Award 1993: migliori dieci film; Festival internazionale del cinema di Berlino 1994: Orso d'Argento per il miglior attore a Tom Hanks.

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 10

La scheda
Un film di Jonathan Demme. Con Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas, Joanne Woodward, Mary Steenburgen, Roberta Maxwell, Buzz Kilman, Charles Napier, Karen Finley, Daniel Chapman, Mark Sorensen Jr, Jeffrey Williamson, Charles Glenn, Ron Vawter, Anna Deavere Smith, Stephanie Roth Haberle, Lisa Talerico, Robert Ridgely, Chandra Wilson, Ford Wheeler, David Drake, Peter Jacobs, Paul Lazar, Bradley Whitford, Lisa Summerour, Warren Miller, Lauren Roselli, Jane Moore, Joey Perillo, Bill Rowe, Dennis Radesky, Ann Dowd, Katie Lintner, Peg French, Ann Howard, Meghan Tepas, John Bedford Lloyd, Robert Castle, Molly Hickok, Dan Olmstead, Elizabeth Roby, Adam LeFevre, Gary Goetzman, Daniel Von Bargen. Drammatico, Usa 1993. Durata 119'.

La trama
Andrew Beckett, giovane avvocato, è stato licenziato dallo studio legale dove lavora. I suoi colleghi sostengono che non era competente. Andrew afferma di essere stato licenziato perché malato di Aids. Deciso a difendere la propria reputazione, Andrew assume Joe Miller, un avvocato di medio successo ma l’unico a farsi carico della causa, perché lo rappresenti nella controversia di licenziamento illecito. I due sono divisi da differenze sociali e culturali e Joe in principio è riluttante ad accettare il caso. E non è l'unico: nove legali hanno rifiutato di rappresentare Andrew che è impegnato a difendere la sua reputazione e la sua vita. Joe deve affrontare un genere di lotta diverso, confrontandosi con le proprie paure e i propri pregiudizi sull'omosessualità.

La mia recensione
Il regista Jonathan Demme
Uno dei più bei film della mia vita. È struggente Philadelphia ma intriso di una forza che si percepisce in moltissimi passaggi dell’impeccabile flusso narrativo impresso dall’oggi 70enne regista newyorkese Jonathan Demme (negli ultimi anni s’è dedicato soprattutto al documentario ma è giusto ricordare il drammatico e apprezzato Rachel sta per sposarsi del 2008 con la brava Anne Hathaway) e dal montaggio di Craig McKay che garantisce una magistrale concatenazione unitaria di immagini.

Non un momento di stanca in questa pellicola che nel 1993 – ancora nel pieno di una troppo scarsa conoscenza del fenomeno Aids – affronta un tema così delicato e lo trasmette allo spettatore nella versione più dolce, seppur dolorosa, in certi momenti addirittura straziante, come accade nella scena in cui il protagonista Andrew Beckett (perfetta l’interpretazione del grande Tom Hanks, premiato con l’Oscar
Tom Hanks, premiato con l'Oscar
, che non avrebbe bisogno nemmeno di essere ormai senza capelli e col corpo picchiettato di macchie scure per dare l’idea del morbo che lo divora), rimasto solo nel proprio appartamento, ascolta con le lacrime agli occhi il brano La mamma morta, eseguito da Maria Callas. Fuori della porta il suo avvocato Joe Miller (
Denzel Washington, commovente nel suggerire lo spaesamento del suo personaggio) ascolta altrettanto lacerato e indeciso fino all’ultimo, se restare con quell’uomo rimasto a fare i conti con un destino ormai scritto.

Denzel Washington e Tom Hanks in una scena del film

Come ne Il silenzio degli innocenti, pur muovendosi da una diversissima ipotesi di partenza, Demme torna a metterci in contatto vivido col senso della morte e della sua attesa carica di afflizione. La sceneggiatura originale di Ron Nyswaner (nomination all’Oscar per lui) dà al cineasta la possibilità di mantenersi sempre coerente con il punto focale del racconto. Questo, di certo, uno dei nodi forti di un’opera cinematografica che attua un’immedesimazione costante in chi guarda, con personaggi e narrazione filmica mai noiosi, bensì carichi di pathos. I dialoghi essenziali e intelligenti, sono la ciliegina sulla torta. Il tutto in una realizzazione che non mira in alcun modo a sorprendere con sequenze sovradimensionate rispetto a quanto richiesto dal soggetto.

Tom Hanks/Andrew Beckett, ormai sul letto di morte
Sfruttata nel migliore dei modi la collocazione della storia in una città, Philadelphia appunto, perlopiù ingrigita e, come si vede già dai titoli di testa accompagnati dalle meravigliose note di un pezzo musicale indimenticabile qual è Streets of Philadelphia (premio Oscar) di Bruce Springsteen, fortemente legata a una realtà da cui emergono spaccati d’umanità primaria e triste. Un particolare che introduce opportunamente al dramma del film. Tanti e bravissimi gli interpreti comprimari, tra i quali tengo a porre in rilievo il convincente Jason Robards, nei panni dell’ex socio e ‘capo’ del promettente avvocato Andrew Beckett, senza remore nel cacciare dallo studio il proprio ex pupillo, una volta appreso della sua malattia. Un film, insomma, che chiunque ami il cinema, dovrebbe aver già visto. E, se proprio non l’avesse fatto, stasera ha il dovere di rimediare.

Stefano Marzetti

mercoledì 26 marzo 2014

Il più bello di stasera sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15 (con trailer)

La locandina
The Terminal

Mia valutazione: ♥♥♥ = 7,5

Scheda del film
Un film di Steven Spielberg. Con Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Diego Luna, Zoe Saldana, Chi McBride, Barry Shabaka Henley, Kumar Pallana, Eddie Jones, Michael Nouri, Jude Ciccolella. Commedia, Usa 2004. Durata 128'.

Trama del film
Viktor Navorski è un turista dell'Europa dell'Est a New York. Mentre è in volo per l'America, il suo paese è colpito da un colpo di Stato. Bloccato all'aeroporto Kennedy con un passaporto senza più valore, Viktor è costretto a rimanere nel terminal di transito dei voli internazionali in attesa che la guerra nella sua patria sia finita. Mentre le settimane diventano mesi, Viktor scopre come il micro-universo del terminal sia un ricco e complesso mondo di assurdità, generosità, ambizione, divertimento, ceti sociali e perfino romanticismo.

Cosa ne penso
Ennesimo connubio professionale fra Tom Hank e Steven Spielberg, quest’ultimo in rare occasioni tentato di alleggerire con una commedia il proprio corposissimo e pregiato curriculum (quasi una quarantina di film, con predilezione per fantascienza e avventura). Solo in altre tre occasioni il cineasta di Cincinnati (Ohio, Usa), si era cimentato nel genere, a cominciare addirittura con un ‘comico’ del lontanissimo 1979 (1941 Allarme a Hollywood, con Dan Aykroyd), continuando nel 1988 con la commedia Always - Per sempre, protagonista Richard Dreyfuss e nel 2001 con la più pregiata Prova a prendermi, con Leonardo Di Caprio e – guarda caso – Tom Hanks.

Questa volta il 67enne regista di sangue ebraico si ispira a un fatto realmente accaduto nel 1988 all'aeroporto di Parigi, Charles de Gaulle, vittima un rifugiato iraniano, Mehran Karimi Nasseri. L’uomo, che all’interno del terminal smarrì o fu derubato del passaporto, si sentì rifiutare dalle autorità francesi il visto d’ingresso ottenuto in Inghilterra. Le opportunità offertegli furono due: il rimpatrio o la permanenza in Francia. Mehran Karimi Nasseri visse nel Terminal 1 dell'aeroporto della capitale transalpina sino ad agosto 2006. Sembra che Steven Spielberg - rivela Wikipedia - abbia versato all'iraniano migliaia di dollari per poter portare sulla scena la sua storia.

Uno straordinario Tom Hanks in The Terminal

Tom Hanks e Stanley Tucci
Uno dei maggiori pregi del film è la perfetta ricostruzione della location in cui si svolge la vicenda e la verosimiglianza e plausibilità con la storia reale del protagonista. Spielberg prende la palla al balzo per mettere in vetrina e ridicolizzare la demenzialità della burocrazia che in troppe circostanze dell’esistenza delle persone complica le cose dove, al contrario, dovrebbe facilitarle, con un’interpretazione elastica delle leggi. In questo, inoltre, il regista approfitta per rilevare la diffidenza cui devono soggiacere cittadini di piccoli stati, in questo caso di quelli nati dalla disgregazione dell’ex Unione sovietica o, comunque, dell’Est europeo. Ci si chiede se lo stesso trattamento riservato al signor Viktor Navorski (quello del film), sarebbe stato adottato se al suo posto si fosse trovata 
Il grande Steven Spielberg
una persona proveniente dall’Inghilterra o, perché no, perfino dalla non consideratissima Italia. In questa fase brillano le prove attoriali, in particolare quella del sempre affidabile
Stanley Tucci (performance particolarmente apprezzabile in Julie & Julia nel 2009 a fianco di Meryl Streep).

La sceneggiatura s’indebolisce nella parte in cui è inserita la storia romantica tra l’eroe e una bellissima hostess (la brava e ovviamente affascinante Catherine Zeta-Jones, vista anche protagonista del recentissimo Red 2, con Bruce Willis e John Malkovich). Un angolo di film che spezza troppo il flusso degli eventi e il nocciolo della questione, senza aggiungere granché in termini di passione e divertimento. Neo che passa inosservato, comunque, mentre si segue la recitazione di Hanks, chiamato a ricostruire la complessa situazione in cui è precipitato il suo personaggio. Un misto di dramma e grottesco, nel quale il grande attore californiano è magistrale nel far emergere coraggio, tenacia, intelligenza e versatilità dello sventurato di turno. In tutto questo, facendo centro nell’utilizzo dell’ironia che impreziosisce questa pellicola. Da non perdere.

Stefano Marzetti

lunedì 17 marzo 2014

Quelli che forse non avete ancora visto (con trailer)

La locandina Usa
Captain Phillips

Mia valutazione: **** = 8


Scheda del film
Un film di Paul Greengrass. Con Tom Hanks, Barkhad Abdi, Barkhad Abdirahman, Faysal Ahmed, Mahat M. Ali, Michael Chernus, Corey Johnson, Max Martini, Chris Mulkey, Yul Vazquez, David Warshofsky, Catherine Keener, Christopher Stadulis, John Magaro, Roger Edwards, Riann Steele, Max Wrottesley, Angus MacInnes, Rey Hernández, Georgia Goodman, Omar Berdouni, Vincenzo Nicoli, Mark Holden, Terence Anderson, Kristin Waluk, San Shella. Titolo originale: Captain Phillips. Azione, Usa 2013. Durata 134'.

Trama del film
È la disamina a diversi livelli del dirottamento della nave porta container Usa Alabama da parte di una banda di pirati somali realmente avvenuto nel 2009. Il film è allo stesso tempo un thriller ad alta tensione e un ritratto della miriade di effetti collaterali della globalizzazione. La storia è incentrata in particolare sulla relazione tra il comandante dell’Alabama - il capitano Richard Phillips - e la sua controparte somala, Muse.

Cosa ne penso
Mi sento di dire subito che questo bellissimo film del 53enne cineasta britannico Paul Greengrass (uno che ama lavorare con Matt Damon, vedi i due episodi della saga di Born e il coinvolgente Green Zone nel 2010) ha sdoppiato la mia percezione degli eventi (cosa, peraltro, che può accadere in molti casi). La reazione inconscia immediata è quella di prendere le parti del comandante Phillips, il solito, straordinario due volte Oscar, Tom Hanks (cito solo Forest Gump del 1994 e Salvate il soldato Ryan del 1998). Man mano che la vicenda prende corpo e si ha il tempo di riflettere, mi sono spostato progressivamente – anche se non del tutto – dalla parte dei pirati somali condotti da Barkhad Abdi (quest’anno ha sfiorato l’Oscar come ‘non protagonista’ proprio per Captain Phillips, suo primo impegno cinematografico), nonostante le loro azioni diventassero sempre più violente e insensate.

Una scena con i pirati in azione
Non v’è dubbio alcuno che la vera vittima sia il comandante della nave statunitense, mandato allo sbaraglio – insieme a tutto l’inconsapevole equipaggio - in acque ostili e impotente di fronte alla sottovalutazione della minaccia da parte della Marina, nonostante le due richieste d’intervento.  In questa porzione della narrazione filmica, viene fuori il meglio di Hanks, interprete ancora voglioso di mettersi in gioco in parti difficilissime. Il suo capitano passa dall’uomo avvezzo al comando e quindi in grado, in qualche modo, di controllare una situazione drammatica, all'essere umano 'vero', antieroe, terrorizzato, che nella parte finale del film intuisce di stare rischiando anche lui di morire per l'intervento a dir poco deciso dei navy seals (per intenderci quelli che hanno fatto fuori Osama Bin Laden), le cosiddette ‘foche’ delle missioni impossibili condotte dalla Us Navy. La
Tom Hanks in una scena del film
sua presa di coscienza del fatto che, dopo essere stato rapito, la sua patria non permetterà in alcun modo che egli sia imprigionato in Somalia, lo fa sprofondare nella disperazione. E qui vien fuori l’arte recitativa del 57enne attore californiano. I suoi occhi esprimono l’autentica paura dell’individuo abbandonato, che sta per perdere se stesso e, soprattutto, che non rivedrà mai più la sua famiglia, nella quale, s’intuisce, non va proprio tutto per il meglio.

Al contempo si vive il passaggio dalla spavalderia dei pirati che hanno sottovalutato le difficoltà della loro scorribanda, alla loro inadeguatezza che, man mano diviene coscienza di non potere nulla contro la più grande potenza mondiale, per giunta molto indispettita. È in quest’altra sezione dell’ottimo script di Billy Ray (realizzato ispirandosi al romanzo biografico scritto a quattro mani da Richard Phillips e Stephan Talty [edito da Rizzoli e disponibile anche in versione
Paul Greengrass (destra) al lavoro durante le riprese
eBook]) che ci si rende conto della miserabile esistenza di questi uomini al soldo e sotto la minaccia dei ‘signori della guerra’ di uno degli stati africani più martoriato da una violenta e caotica situazione in cui vige una totale anarchia. La necessità di dare rilevanza al disorientamento e senso di debolezza – che seguono la finta sicurezza e spavalderia della prima parte della storia – è ampiamente soddisfatta dalla sorprendente interpretazione dell’esordiente – come suddetto -
Barkhad Abdi. Un film (prodotto, fra altri, da Kevin Spacey) che rende più chiaro il dramma del fenomeno-pirateria. Pellicola essenziale, senza fronzoli né un attimo di respiro, che è d’azione e dramma allo stesso tempo ma senza cadute nel paradossale o nel lacrimevole. Molto bello e consigliatissimo.

Stefano Marzetti