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giovedì 5 giugno 2014

“Insidious: Chapter 3”, la trilogia si compie ma stavolta i fantasmi non c’entrano

Pronto a tornare nei cinema il terzo episodio della saga di Insidious
La trilogia si compie ma stavolta i fantasmi non c’entrano. Ai più ‘esperti’ dei due prequel (Insidious [2011] di James Wan con Patrick Wilson e Insidious 2 - Oltre i confini del male [2013, ancora Wan e Wilson]) quanto detto potrebbe far accendere la proverbiale lampadina. Sarà presto girato, infatti, il terzo episodio di Insidious, Chapter 3 (arrivo al cinema il 3 aprile 2015) .

La locandina del primo film
È quanto annunciato da Focus Features, Entertainment One, Sony Pictures Worldwide Acquisitions e Blumhouse Productions, che hanno anche chiarito che, a differenza delle prime due tessere di questa trilogia - costata ‘solo’ 7 milioni a film ma riuscita sinora a incassare oltre 97 milioni di dollari prima e con la seconda ‘botta’ quasi 162 milioni - non ci sarà più il regista della Malesia ma Leigh Whannell (debutto dietro la cinepresa), chiamato anche a scrivere l'intera operazione. Una scelta che non sorprende più di tanto, visto e considerato che lo sceneggiatore australiano ha messo mano agli script dei primi due capitoli.  A impedire a James Wan (che sarà comunque produttore) di ripetersi alla direzione di questo franchise, è l’impegno preso per la realizzazione di Fast and Furious 6. Ed ecco che per il giovane (37 anni) Whannell si presenta l’occasione di spiccare il volo. Steven Schneider, Brian Kavanaugh-Jones, Peter Schlessel, Lia Buman e Xavier Marchand faranno da produttori esecutivi, con il via alle riprese annunciato in estate, per questo 7 luglio. «È con grande piacere che giriamo il nuovo Insidious con il suo co-creatore Leigh Whannell. Siamo tutti entusiasti di vedere in quale direzione Leigh porterà la prossima puntata».

Una scena di Oltre i confini del male - Insidious 2
Insidious: Chapter 3 annovera tra gli attori principali Lin Shaye, Angus Sampson, Leigh Whannell e Anne Bergstedt Jordanova. È una pellicola del tutto nuova. Occorre anzitutto specificare che, sebbene la sceneggiatura del film sia ormai completa, della storia in senso stretto si conosce davvero poco. Il terzo capitolo del film in particolar modo si concentrerà su una famiglia mai vista prima. Di conseguenza, Patrick Wilson (che interpretava Josh Lambert) e Rose Byrne (nei panni di Renai Lambert), protagonisti dei precedenti capitoli, non torneranno a vedersela contro le forze oscure. Una scelta dettata appunto dalle nuove esigenze di copione e che forse farà storcere il naso ai fan della serie, rimasti col fiato sospeso - e in attesa di conoscere il seguito - dal finale di Oltre i confini del male: Insidious 2. Di un’altra cosa vi è certezza: Insidious: Chapter 3 non sarà in alcun modo connesso al finale dell’opera che l’ha preceduto. Previste, tuttavia, due facce note: Angus Sampson e lo stesso Leigh Whannell, sempre nei ruoli degli investigatori del paranormale, Tucker e Specs.

Redazione

mercoledì 30 aprile 2014

Da venticinque anni senza Sergio Leone, un ricordo del ‘genio’

Sergio Leone (foto Il Mattino web)
Venticinque anni fa moriva Sergio Leone, comunemente soprannominato il ‘padre dello spaghetti western’, che in tutta la sua luminosa ma non lunghissima carriera - durata circa vent’anni - ebbe il tempo di girare solo sette film, uno più bello dell’altro. E ritagliarsi così un posto nella storia del cinema, non italiano, bensì mondiale. Perché le sue pellicole sono conosciute e adorate in tutto il pianeta. Era il 30 aprile del 1989 e Leone, al secolo Sergio Roberti, aveva solo sessant’anni quando, per colpa di un infarto, si spegneva nella sua città, Roma, dov’era nato il 3 gennaio 1929. In quel periodo - ricorda Federico Boni di Cinema Yahoo - stava lavorando su un progetto poi diventato ‘leggenda’, riguardante l'assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Sono venticinque anni che questo film torna periodicamente a galla (con Gabriele Salvatores negli ultimi tempi più volte interessato) per poi rientrare nel dimenticatoio produttivo.
Clint Eastwood, protagonista della 'Trilogia del dollaro'
Dopo decenni da assistenza alla regia, il debutto avveniva nel 1961 con Il colosso di Rodi, peplum (pellicola storica in costume, perlopiù ambientata in periodo greco o romano antico) cui tre anni dopo seguiva il primo capitolo della mitologica ‘trilogia del dollaro’. Con Per un pugno di dollari (1964) Sergio Leone inventava un’inedita specie cinematografica che fece impazzire il mondo, Stati Uniti d'America compresi. Quel primo ‘gioiello’ fece letteralmente scuola e gli fu ispirato da La sfida del samurai (in giapponese Yojimbo), film di Akira Kurosawa del 1961. Fra l’altro ‘gettava’ nell’universo di celluloide un tale Clint Eastwood, oggi 83enne e senza dubbio uno dei più fervidi e profondi registi contemporanei di Hollywood.

L'anno dopo Leone si concedeva il bis con Per qualche dollaro in più (1965), terminando il tutto nel 1966 con Il buono, il brutto, il cattivo, col quale il regista capitolino faceva un fenomenale miglioramento sia nella scrittura sia nella qualità dell’impalcatura filmica e dava così alla luce un lungometraggio di genere che solo negli States incassò venticinque milioni di dollari. Un'enormità per l'epoca, dopo i trenta ricavati in totale coi due film precedenti.

Claudia Cardinale in C'era una volta il West
Diventato mito planetario, Sergio Leone proseguiva per la sua strada con C'era una volta il West (1968, a mio avviso forse il più bello), nato – secondo quanto ricostruito sempre da Cinema Yahoo - da un'idea di Bernardo Bertolucci e Dario Argento con un cast di pregio che annovera Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards e Charles Bronson. Cinque anni fa questo capolavoro era incluso nel National Film Registry dalla Biblioteca del Congresso americano per essere “culturalmente, storicamente o esteticamente” significativo. C'era una volta il West era seguito da Giù la testa (1971), secondo film della cosiddetta ‘trilogia del tempo’, con protagonisti  Rod Steiger, James Coburn e Romolo Valli.

Il manifesto di C'era una volta in America
Abbandonato il western dopo un decennio di trionfi, il cineasta romano impiegava tredici anni per realizzare il suo ultimo e più ambizioso lavoro, C'era una volta in America (1984). Presentato fuori concorso alla 37^ edizione del Festival di Cannes, il film era candidato a due Golden Globes, per poi vincere quattro Nastri d'argento e due Bafta. Come accaduto per tutti i film di Sergio Leone, il valore aggiunto furono le colonne sonore che fecero conoscere al mondo un altro artista romano, Ennio Morricone, notabile ingegno della musica molto spesso ‘prestato’ al mondo del cinema. Nell’occasione il regista compiva il casting più potente della sua carriera, ‘arruolando’ attori del calibro di  Elizabeth McGovern, James Woods, Robert De Niro, Treat Williams, Joe Pesci, Burt Young e una giovanissima Jennifer Connelly.

Per quanto ricordato, anche Filmamare sente l’obbligo di celebrare una data che riporta, giustamente, all’attenzione del mondo un personaggio rivoluzionario.


s.m.

venerdì 18 aprile 2014

Il più bello di venerdì, prima serata, sul ‘digitale’: Rai 4 alle 21,15 (con trailer)

La locandina
Hereafter

Mia valutazione: ♥♥♥ = 6,5

La scheda
Un film di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren, Thierry Neuvic, Marthe Keller, Jay Mohr, Richard Kind, Charlie Creed-Miles, Lyndsey Marshal, Rebekah Staton, Declan Conlon, Marcus Boyea, Franz Drameh, Tex Jacks, Taylor Doherty, Mylène Jampanoï, Stéphane Freiss, Laurent Bateau, Steve Schirripa, Joe Bellan, Jenifer Lewis, Tom Beard, Andy Gathergood, Helen Elizabeth, Niamh Cusack, George Costigan, Claire Price, Surinder Duhra, Sean Buckley, Paul Antony-Barber, Selina Cadell, Thomas Price, Céline Sallette, Celia Shuman, Joanna Croll, Jack Bence, Derek Jacobi. Drammatico, Usa 2010. Durata 129'.

La trama
Hereafter è un thriller soprannaturale che vede protagoniste tre persone: George è un operaio americano che ha un rapporto speciale con l'aldilà; Marie, una giornalista francese che ha avuto un’esperienza tra la vita e la morte che ha sconvolto le sue certezze; Marcus, uno studente londinese che ha perso la persona che gli era più vicina e cerca disperatamente delle risposte. Le loro storie finiranno con l'intrecciarsi, le loro vite saranno cambiate per sempre da quello che credono esista, o debba esistere, nell’altro mondo.

Recensione
Film molto commerciale e a mio avviso sopravvalutato (miglior ‘straniero’ ai David di Donatello), che propone l’inflazionato tema della preveggenza e della sensitività. Hereafter è un’opera di Clint Eastwood, fra i migliori registi degli ultimi vent’anni come minimo e tra i più premiati ma che non bisogna per forza cospargere d’incenso ogni volta che manda un film nelle sale cinematografiche. E allora, di fronte a questa sua osannata fatica del 2010 con Matt Damon (in procinto di tornare col promettente The Zero Theorem, di Terry Gilliam ma anche reduce dal deludente Monuments Men di George Clooney) e un cast, per il resto, di medio lignaggio, non mi straccio certo le vesti – come tanti colleghi hanno fatto - e vi dico che, per lo più, mi sono annoiato, in particolare per la lentezza in alcuni punti del racconto filmico. Non uso mezzi termini pur essendo appassionato ammiratore sia del regista sia dell’attore di cui, a memoria, ho visto tutti i film nei quali ha recitato.

Matt Damon in una scena di Hereafter
Matt Damon, in questa parte, è secondo me mal sfruttato e anche lui poco convincente. Chiamato a tentare di trasmettere il senso di sgomento dell’uomo cosciente del proprio ‘sesto senso’ di cui accusa tutto il peso al punto di rifiutarlo e del quale tenta di non dover rendere conto, l’attore di Cambridge (Massachusetts, Usa), ne vien fuori rattristato e incapace di qualsiasi guizzo che ammorbidisca la pesantezza di molte scene. Argomento sfruttato, dicevo in apertura: mi vengono subito in mente due pellicole (ma con memoria più fresca potrebbero saltarne fuori molte altre), la migliore delle quali è senz’altro il coinvolgente The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra (2002, di Mark Pellington, con Richard Gere). La seconda è il sufficiente The Gift (2000, di Sam Raimi con Cate Blanchet).

Il regista Clint Eastwood con il piccolo Frankie McLaren
Per le suddette crepe, Eastwood avrebbe dovuto saper trarre più sangue dall’asfittica sceneggiatura di Peter Morgan (suo lo script anche del deludente Rush [clicca], di Ron Howard, 2013). Sceneggiatura che neppure nei dialoghi riesce a tirare su il tasso di coinvolgimento dell’esperienza cinematografica (che di per sé ha un punto di partenza assai inverosimile), piatti, piuttosto banali e senza un passaggio sdrammatizzante, col risultato di dare l’impressione di una pellicola che si prende fin troppo sul serio. In tutto ciò, va detto che non è che l’oggi 83enne cineasta di San Francisco dia all’improvviso l’idea di essere un incapace. Nulla da dire, ad esempio, sul flusso sufficientemente unitario delle immagini - favorito anche dal montaggio dell’espertissimo Joel Cox (fra i tanti Invictus - L'invincibile nel 2009 e J. Edgar nel 2011) - che per lo meno non rende caotico l’insieme.

Propongo comunque questo film nella convinzione che - senza scendere troppo nei particolari che una critica più analitica è tenuta a considerare - sia comunque godibile. “Hereafter è un lungometraggio decisamente scentrato a livello narrativo - rileva Adriano Ercolani di Coming Soon - debole nella presentazione ed incerto nello sviluppo interno a molti personaggi. Quando azzecca il tono e la tensione drammatica riesce a regalare magnifici momenti di cinema prettamente ‘eastwoodiano', e questo alla fine basta a renderlo ai nostri occhi un prodotto meritevole di consenso, pur con tutti i suoi evidenti difetti”.

***

In concomitanza (su Rai 3 alle 21,05) un film che non ho visto ma con ottime critiche, di cui qui sotto vi propongo le informazioni fondamentali.

La locandina
The Lady – L’amore per la libertà

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Luc Besson. Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King, Susan Wooldridge. Sahajak Boonthanakit, Nay Myo Thant, Marian Yu, Guy Barwell. Titolo originale: The Lady. Drammatico, Fra/Gb 2011. Durata 145'.

La trama
La storia vera di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991 e ‘orchidea d'acciaio’ del movimento per la democrazia in Myanmar. Dopo l'assassinio del padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana, Suu cresce in Inghilterra e sposa il professore universitario Michael Aris. Quando nel 1988 il suo popolo insorge contro la giunta militare, Suu torna nel paese natale e inizia il suo lungo scontro diretto contro il potere assoluto dei generali.


Stefano Marzetti

martedì 4 marzo 2014

David Fincher dirigerà il nuovo film su Steve Jobs

Steve Jobs
Non l’ho visto e a giudicare dalle opinioni che ho letto qua e là, non mi sono perso granché. Bene così, perché come dico sempre, un biglietto per entrare al cinema, oggi come oggi, pesa sul bilancio mensile. Quindi selezionare gente, selezionare. Preambolo per annunciare che potrebbe essere in arrivo un nuovo film su Steve Jobs, basato sulla biografia ufficiale scritta da Walter Isaacson (intitolata semplicemente Steve Jobs) e sulla conseguente sceneggiatura vergata da Aaron Sorkin, che in qualità dovrebbe superare di gran lunga la pellicola dedicata al geniale creatore di Apple (intitolata Jobs) alla quale ci riferivamo con l’incipit.

Quel biopic del 2013, girato da Joshua Michael Stern con protagonista Ashton Kutcher, pare sia stato – come detto – una sonora delusione. Una delle poche eccezioni fra molte stroncature, è quella di Giancarlo Zappoli su Mymovies.it che accorda al film il pregio di descrivere nello spazio temporale di 128 minuti (che comunque sono parecchi, oltre due ore) una fetta piuttosto corposa dell’esistenza di questo imprenditore, informatico e inventore statunitense di San Francisco (morto il 5 ottobre 2011 a Palo Alto [contea di Santa Clara, nella San Francisco Bay Area, California]), il cui fruttifero acume faceva a cazzotti con la sua incapacità di essere gradevole col prossimo. Una sorta di genio e sregolatezza si può dire con una lieve forzatura.

Il regista David Fincher
La locandina di Jobs,
primo film sull'inventore
Sempre Zappoli ricorda una celebre citazione del Nostro: “A tutti i folli. I solitari. I ribelli. Quelli che non si adattano. Quelli che non ci stanno. Quelli che sembrano sempre fuori luogo. Quelli che vedono le cose in modo differente. Quelli che non si adattano alle regole. E non hanno rispetto per lo status quo. Potete essere d'accordo con loro o non essere d'accordo. Li potete glorificare o diffamare. L'unica cosa che non potete fare è ignorarli. Perché cambiano le cose. Spingono la razza umana in avanti. E mentre qualcuno li considera dei folli, noi li consideriamo dei geni. Perché le persone che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo sono coloro che lo cambiano davvero”. Su questo personaggio, dalla cui prematura scomparsa per malattia sono stati scritti all’incirca venticinque libri degni di menzione (il più apprezzato e venduto dei quali è stato proprio quello di Isaacson), la Sony s’è messa in testa di produrre un nuovo lungometraggio. E per l’impresa sta già contrattando con un certo David Fincher (Seven nel 1995, Fight Club nel 1999, The Social Network nel 2010, solo per citare quelli che amo di più), un tizio che non manca mai il bersaglio.

Ashton Kutcher, interprete del primo film su Steve Jobs
Una parte del nuovo film – ci rivela Gabriele Capolino di Cineblog.it (che a sua volta ha attinto dall’Hollywood Reporter) - sarà dedicata a tre momenti fondamentali della carriera di Jobs. Sono previste tre scene da circa mezz’ora in ognuna delle quali saranno seguiti i lanci nel mercato di tre prodotti Apple: Mac, NeXT e iPod, rispettivamente nel 1984, 1997 e 2001. Quella tra Fincher e lo sceneggiatore Sorkin sarebbe la seconda collaborazione dopo il successo (premio Oscar) di The Social Network. Un motivo in più per attendere con elevato interesse un’opera filmica già gravata da un fardello di aspettative.

Per quanto riguarda gli attori, le informazioni sono ancora inesistenti. Così come la data d’inizio delle riprese è avvolta dal mistero e dal riserbo, ci assicura Marco Grigis di Webnews.it. L’interprete principale sarà ovviamente importante, con in più la necessità che possegga un’adeguata somiglianza con Jobs. La qual cosa fu uno dei maggiori pregi del suddetto antecedente, nel quale Ashton Kutcher ha potuto contare su una corrispondenza fisica notevole.

Stefano Marzetti