Quentin Tarantino pronto a diventare sceneggiatore anche di fumetti
Con le mani in mano non ci sa proprio stare.
Come se non bastassero le centinaia d’impegni che la sua carriera di regista
gli procura, Quentin Tarantino trova anche il tempo di ‘travalicare’ i
confini della sua attività primaria per dedicarsi, comunque, alla sua passione
di sceneggiatore. Scriverà la storia dell’incontro tra Django e Zorro, due miti
della letteratura scritta e filmata, ambientata fra Texas e Messico. Superfluo
dire che del primo dei due personaggi il regista di Pulp
Fiction è già un
esperto, poiché gli ha dedicato il celebratissimo Django
Unchained
(2013, con Jamie Foxx, Christoph Waltz e Leonardo Di Caprio), suo
ultimo film. Per quanto riguarda il celebre cavaliere e spadaccino mascherato,
è un’icona che non può che stuzzicare la fervida immaginazione del cineasta
statunitense.
Il tarantiniano Django Unchained si incontrerà con il mitico Zorro
Il comic
- che s’intitolerà proprio Django/Zorro - sembra destinato a uscire già entro la
fine di quest’anno. A pubblicarlo saranno Dynamite Entertainment insieme a DC
Entertainment. Tarantino spremerà le meningi insieme allo scrittore
specialista di fumetti, Matt Wagner. Non è ben chiaro se l’incontro fra i due eroi
farà nascere un’alleanza o se si leggerà di una rivalità destinata a entrare
nella storia del fantasy. Tarantino, in un
comunicato diffuso da Dynamite Entertainment ha detto: «Sono davvero contento della
storia e della possibilità di lavorare con Matt. Le sue avventure su Zorro mi hanno convinto che è una buona
idea unire le due icone. La storia sarà entusiasmante e penso che sarà un
capitolo memorabile per entrambi i personaggi». «Questo progetto - ha aggiunto Wagner - è davvero
un brivido. Quando mi sono incontrato con Quentin, ho avuto l’impressione di
conoscerlo da anni. Lo scambio d’idee è stato ricco di energie. È davvero
fantastico scrivere di nuovo di Zorro
e metterlo con Django».
s.m.
Per
alcune informazioni si ringrazia Adnkronos online
Già favorito per i Nastri d'Argento,
Il capitale umano di Virzì è in vantaggio anche per i Globi d'Oro
Il capitale umano di Paolo
Virzì, Zoran il
mio nipote scemo di Matteo Oleotto, La mafia uccide solo d'estate di Pif, Smetto
quando voglio
di Sydney
Sibilia e In Grazia
di Dio di Edoardo
Winspeare
sono i cinque film candidati alla 54^ edizione dei Globi d'Oro, i premi
conferiti al cinema italiano dalla stampa estera. La cerimonia di premiazione
si terrà giovedì 12 giugno a Palazzo Farnese (Roma), durante la quale sarà
assegnato il Premio alla Carriera a Claudia Cardinale e il Gran
Premio della Stampa Estera. Una marcata differenza, tornando alle pellicole
candidate ai Globi, rispetto alle nomination
ai Nastri d'Argento rese note ieri (articolo), la cui cinquina - Virzì e Winspeare a parte - comprendeva
Allacciate
le cinture
di Ferzan
Ozpetek, Anni felici di Daniele Luchetti e,
soprattutto, Le meraviglie(articolo) di Alice Rohrwacher. Nessun
caso però sull'esclusione di quest'ultima: la giuria dei Globi d'Oro ha
considerato i film usciti da luglio 2013 alla metà del mese di maggio 2014,
togliendo dalla partita dunque il titolo premiato a Cannes con il Grand Prix
della giuria (così come Incompresa [articolo] di Asia
Argento, presentato
sempre sulla Croisette). Zoran e La mafia
uccide solo d'estate sono in corsa anche per la categoria ‘miglior commedia’ (come Smetto
quando voglio,
del resto) e ‘miglior opera prima’.
Tutte le candidature per ogni categoria
Miglior musica:
Giorgio
Ciampà per Il sud è
niente; Pivio e Aldo De
Scalzi per Song’ e
Napule; Fratelli
Mancuso per Via
Castellana Bandiera; Franco Piersanti per Anni felici; Paolo
Seget per Piccola
Patria.
Miglior
sceneggiatura: Emma Dante, Lucia Eminenti e Giorgio
Vasta per Via
Castellana Bandiera; Mirko Lucatelli e Giuditta Tarantelli per I corpi
estranei; Pif, Michele
Astori e Marco
Martani per La mafia
uccide solo d'estate; Matteo Oleotto, Daniela Gambaro, Marco
Pettenello
e Pier
Paolo Piciarelli per Zoran il mio nipote scemo; Paolo
Virzì, Francesco
Bruni e Francesco
Piccolo per Il capitale
umano.
Miglior
fotografia: Luca Bigazzi per L’intrepido; Daniele Ciprì per Salvo; Michele
D’Attanasio
per In
grazia di Dio;
Stefano
Falivene per
Still
Life; Luciano
Tovoli per Che strano
chiamarsi Federico.
Miglior
commedia: Song’ e Napule regia di Marco e Antonio Manetti; La sedia
della felicità
regia di Carlo Mazzacurati; Zoran il mio nipote scemo regia di Matteo
Oleotto; La mafia uccide
solo d’estate
regia di Pif; Smetto quando voglio regia di Sydney
Sibilia.
Miglior
opera prima: Border regia di Alessio Cremonini; Il sud è niente regia di Fabio
Mollo; Zoran il
mio nipote scemo regia di Matteo Oleotto; La mafia uccide solo d’estate regia di Pif; The Special Need regia di Carlo
Zoratti.
Miglior
attore: Antonio
Albanese per L’intrepido; Giuseppe
Battiston
per Zoran
il mio nipote scemo; Fabrizio Bentivoglio per Il capitale
umano; Alessandro
Roja per Song'e
Napule;
Filippo Timi
per I
corpi estranei.
Miglior attrice:
Celeste
Cascairo per In Grazia
di Dio; Elena
Cotta per Via
Castellana Bandiera; Miriam Karlkvist per Il sud è
niente; Micaela
Ramazzotti
per Anni
Felici; Sara
Serraiocco
per Salvo.
Miglior film:
Zoran
il mio nipote scemo regia di Matteo Oleotto; La mafia uccide solo d’estate regia di Pif; Smetto
quando voglio
regia di Sydney Sibilia; Il capitale umano regia di Paolo Virzì; In Grazia
di Dio regia di Edoardo
Winspeare.
Un film di Andrei Zvyagintsev. Con Vladimir
Vdovichenkov, Elena Lyadova, Aleksey Serebryakov, Anna Ukolova, Kristina
Pakarina, Roman Madyanov, Sergey Pokhodaev, Aleksey Rozin, Aleksey Pavlov, Alim
Bidnenko, Lesya Kudryashova. Drammatico Rus 2014. Durata 130' circa.
La trama
Kolia vive
in una piccola cittadina isolata nel nord della Russia, presso il Mare di
Barents. Con lui condividono lo stesso tetto il figlio Roma, avuto da un
precedente matrimonio e la giovane moglie Lilya. La vita che conduce è
piuttosto semplice: appartata, senza particolari svaghi cui dovere tener testa.
Sennonché il sindaco vuole sottrargli tutto: la terra, la casa, la sua piccola
autorimessa improvvisata. Ogni cosa. Kolia allora decide di rivolgersi a un amico
di vecchia data e avvocato di successo a Mosca, Dimitriy.
Critica –
Rassegna stampa
Da non confondersi con l'omonimo film del
1989, firmato da George Pan Cosmatos, oppure con quello (sempre
omonimo) del 2012 di Lucien Castaing-Taylor e Verena
Paravel, in questo
terzo Leviathan(in
concorso al Festival di Cannes appena terminato: miglior sceneggiatura allo
stesso regista e a Oleg
Negin[leggi di più], ndr) del russo Andrei Zvyagintsev c'è “un senso di eterno che aleggia fra le
scogliere sul mare (…)”. Lo scrive da Cannes Mauro Donzelli di Coming Soon. “Una sensazione di assoluto che fin dalla prima scena del film ci
porta fuori dal tempo fra personaggi che se non avessero abiti e qualche
orpello tecnologico contemporaneo potrebbero essere topos classici della tragedia greca o ancor prima biblica.
Personaggi che si muovono come formiche tenaci nonostante il loro infimo ruolo
in un contesto troppo grande e troppo antico. Scheletri di balene, relitti di
navi, maree che giocano a piacimento con quando consentire all’uomo di
spingersi verso il mare.
Il regista russo
Andrei Zvyagintsev
Nonostante questo i nostri protagonisti tentano
ammirevolmente di prevalere, di aggrapparsi disperatamente alla volontà e al
libero arbitrio (...) Il film parte come un racconto quotidiano dall’andamento
piano - rileva ancora Donzelli - accelera come satira ficcante sulle storture
della Russia di oggi, per scoperchiare le contraddizioni dei protagonisti
nell’ultimo terzo con una deflagrazione sul potere assoluto dello stato nei
confronti del singolo cittadino. Un momento del film che rimanda alle
ingiustizie zariste dei grandi romanzi russi e all’inutilità di contare sulla
religione, ancora troppo occupata a dare una giustificazione divina
all’arbitrio senza limiti del potere temporale (...)”.
Il cast di Leviathan in passerella all'ultimo Festival di Cannes
“(...) un film imponente e praticamente
perfetto”, è il parere di Luca Liguori di Movie Player - visivamente
splendido, lucidissimo nella scrittura e nel messaggio, solido nelle
interpretazioni. Anche il ritmo è meno compassato rispetto alle precedenti
opere del regista, grazie ad umorismo sottile ed una satira graffiante, e degli
sviluppi narrativi sorprendenti, anche nella messa in scena, considerato che
gli avvenimenti più significativi avvengono tutti fuori schermo (...) Un film
di grande bellezza e sopraffino ingegno, costruito su una sceneggiatura
esemplare che svela poco a poco la sua profondità e i suoi significati, ma non
per questo rinuncia a sviluppare personaggi e situazioni avvincenti. Regia di
grande classe - conclude Liguori - cinema di altissimo livello”.
Un film di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George
McLaren, Frankie McLaren, Thierry Neuvic, Marthe Keller, Jay Mohr, Richard
Kind, Charlie Creed-Miles, Lyndsey Marshal, Rebekah Staton, Declan Conlon,
Marcus Boyea, Franz Drameh, Tex Jacks, Taylor Doherty, Mylène Jampanoï,
Stéphane Freiss, Laurent Bateau, Steve Schirripa, Joe Bellan, Jenifer Lewis,
Tom Beard, Andy Gathergood, Helen Elizabeth, Niamh Cusack, George Costigan,
Claire Price, Surinder Duhra, Sean Buckley, Paul Antony-Barber, Selina Cadell,
Thomas Price, Céline Sallette, Celia Shuman, Joanna Croll, Jack Bence, Derek
Jacobi. Drammatico,
Usa 2010. Durata 129'.
La trama
Hereafter è
un thriller soprannaturale che vede protagoniste tre persone: George è un
operaio americano che ha un rapporto speciale con l'aldilà; Marie, una
giornalista francese che ha avuto un’esperienza tra la vita e la morte che ha
sconvolto le sue certezze; Marcus, uno studente londinese che ha perso la persona
che gli era più vicina e cerca disperatamente delle risposte. Le loro storie
finiranno con l'intrecciarsi, le loro vite saranno cambiate per sempre da
quello che credono esista, o debba esistere, nell’altro mondo.
Recensione
Film molto commerciale e a mio avviso
sopravvalutato (miglior ‘straniero’ ai David di Donatello), che propone l’inflazionato
tema della preveggenza e della sensitività. Hereafter
è un’opera di Clint Eastwood, fra i migliori registi degli ultimi vent’anni come minimo e tra
i più premiati ma che non bisogna per forza cospargere d’incenso ogni volta che
manda un film nelle sale cinematografiche. E allora, di fronte a questa sua
osannata fatica del 2010 con Matt Damon (in procinto di tornare col promettente The Zero Theorem, di Terry
Gilliam ma anche
reduce dal deludente Monuments Men di
George
Clooney) e un cast,
per il resto, di medio lignaggio, non mi straccio certo le vesti – come tanti
colleghi hanno fatto - e vi dico che, per lo più, mi sono annoiato, in
particolare per la lentezza in alcuni punti del racconto filmico. Non uso mezzi
termini pur essendo appassionato ammiratore sia del regista sia dell’attore di
cui, a memoria, ho visto tutti i film nei quali ha recitato.
Matt Damon in una scena di Hereafter
Matt Damon, in questa
parte, è secondo me mal sfruttato e anche lui poco convincente. Chiamato a
tentare di trasmettere il senso di sgomento dell’uomo cosciente del
proprio ‘sesto senso’ di cui accusa tutto il peso al punto di rifiutarlo e del quale tenta
di non dover rendere conto, l’attore di Cambridge (Massachusetts, Usa), ne
vien fuori rattristato e incapace di qualsiasi guizzo che ammorbidisca la
pesantezza di molte scene. Argomento sfruttato, dicevo in apertura: mi vengono
subito in mente due pellicole (ma con memoria più fresca potrebbero saltarne
fuori molte altre), la migliore delle quali è senz’altro il coinvolgente The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra
(2002, di Mark Pellington, con Richard Gere). La
seconda è il sufficiente The Gift
(2000, di Sam Raimi con Cate Blanchet).
Il regista Clint Eastwood con il piccolo Frankie McLaren
Per le suddette crepe, Eastwood avrebbe
dovuto saper trarre più sangue dall’asfittica sceneggiatura di Peter
Morgan (suo lo script anche del deludente Rush[clicca], di Ron
Howard, 2013). Sceneggiatura
che neppure nei dialoghi riesce a tirare su il tasso di coinvolgimento dell’esperienza
cinematografica (che di per sé ha un punto di partenza assai inverosimile),
piatti, piuttosto banali e senza un passaggio sdrammatizzante, col risultato di
dare l’impressione di una pellicola che si prende fin troppo sul serio. In
tutto ciò, va detto che non è che l’oggi 83enne cineasta di San Francisco dia
all’improvviso l’idea di essere un incapace. Nulla da dire, ad esempio, sul
flusso sufficientemente unitario delle immagini - favorito anche dal montaggio dell’espertissimo
Joel
Cox (fra i
tanti Invictus - L'invincibile nel
2009 e J. Edgar nel 2011) - che per
lo meno non rende caotico l’insieme.
Propongo comunque questo film nella
convinzione che - senza scendere troppo nei particolari che una critica più analitica
è tenuta a considerare - sia comunque godibile. “Hereafter è un lungometraggio decisamente scentrato a livello
narrativo - rileva Adriano Ercolani di Coming Soon- debole nella
presentazione ed incerto nello sviluppo interno a molti personaggi. Quando
azzecca il tono e la tensione drammatica riesce a regalare magnifici momenti di
cinema prettamente ‘eastwoodiano', e questo alla fine basta a renderlo ai
nostri occhi un prodotto meritevole di consenso, pur con tutti i suoi evidenti
difetti”.
***
In concomitanza (su Rai 3 alle 21,05) un film
che non ho visto ma con ottime critiche, di cui qui sotto vi propongo le
informazioni fondamentali.
La locandina
The Lady
– L’amore per la libertà
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8
La scheda
Un film di Luc Besson. Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King, Susan
Wooldridge. Sahajak Boonthanakit, Nay Myo Thant, Marian Yu, Guy Barwell. Titolo
originale: The Lady. Drammatico,
Fra/Gb 2011. Durata 145'.
La trama
La storia
vera di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991 e ‘orchidea d'acciaio’
del movimento per la democrazia in Myanmar. Dopo l'assassinio del padre, il
generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana, Suu cresce in
Inghilterra e sposa il professore universitario Michael Aris. Quando nel 1988
il suo popolo insorge contro la giunta militare, Suu torna nel paese natale e
inizia il suo lungo scontro diretto contro il potere assoluto dei generali.
Premio
Oscar 1990: migliore sceneggiatura originale a
Tom Schulman; Premio BAFTA 1990: miglior film a Steven Haft, Peter Weir, Paul Junger Witt e Tony Thomas
e miglior colonna sonora a Maurice Jarre; David
di Donatello 1990: miglior film
straniero a Peter Weir; Nastro d'argento 1990: migliore regista straniero a Peter Weir; Premio César 1991: miglior
film straniero a Peter Weir.
Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8
Scheda
Un film di Peter Weir. Con Robin Williams, Ethan Hawke, Norman Lloyd, Robert Sean Leonard, Josh
Charles, Gale Hansen, Dylan Kussman, Allelon Ruggiero, James Waterston,
Kurtwood Smith, Carla Belver, Leon Pownall, George Martin, Joe Aufiery, Matt
Carey. Titolo
originale: Dead Poets Society.
Drammatico, Usa 1989. Durata 130'.
Trama
Vermont
1959: John Keating è il neo-docente della severissima Accademia maschile
Welton. I suoi metodi d’insegnamento sono creativi e anticonformisti e grazie a
lui sette studenti avranno una visione della vita e del mondo del tutto
diversa.
Mia recensione
Capita, ogni tanto, che il titolo italiano di
un film straniero, non sia una cretinata fuorviante. È successo ormai qualche
annetto fa con L’attimo fuggente, che
differisce – senza stravolgere l’immaginario della narrazione - dal bellissimo Dead Poets Society (Setta dei poeti
estinti). La distribuzione italiana, infatti, si è agganciata alla locuzione citata
durante la pellicola del poeta latino Orazio, che invita a «cogliere l'attimo»
(in latino carpe diem, nella versione
originale seize the day; cfr. Wikipedia).
Parlo oggi di uno dei grandi film degli anni Ottanta del secolo scorso, giunto
nelle sale proprio nello scorcio del decennio (1989) al punto da lasciare un’impronta
‘pesante’ su tutti i Novanta e poi divenire un cult di valore inestinguibile. Come succede con tante altre, è una
di quelle opere cinematografiche di cui possiedo il dvd e che rivedo molto
spesso.
Robin Williams in piedi su un banco in una scena simbolo de L'attimo fuggente
Si tratta di un dramma giovanile ben
congeniato grazie, soprattutto, a una sceneggiatura originale da applausi e a
un soggetto entrambi opera di Tom Schulman, che in seguito – guarda i casi
della vita - sia come script-maker
che in un unico tentativo alla regia, non ha combinato davvero nulla che valga
la pena d’esser ricordato. A volte, comunque, in un’esistenza, è sufficiente
trovarsi nel posto giusto al momento giusto (passatemi il luogo comune) e
magari portarsi a casa un Oscar. E così Schulman ha fatto,
rendendosi forse principale artefice del successo di questo film del grande - anche
se non molto prolifico - Peter Weir, autore di capolavori (oltre a questo) fra i
quali The Truman Show nel 1998 (con
un perfetto Jim Carrey che vinse il Golden Globe) e Master
& Commander nel 2003 (con un Russel Crowe bravissimo
in un ruolo per lui ideale). L’oggi 69enne cineasta australiano ha avuto il
merito di trasformare in realtà, senza gravi sbavature, l’immaginario della
pregevole sceneggiatura.
Un giovanissimo Ethan Hawke nel bel film del 1989
Weir ha saputo
trasmettere attraverso un organico piano di racconto, la sensazione di
arretratezza molto vicina a un oscurantismo che si fa negazione del progresso,
tipico delle scuole intrise di tradizioni ammuffite. Le stesse consuetudini che
negano agli studenti la possibilità di mollare le briglie al proprio istinto,
alla propria creatività che sono repressi al punto da diventare gli incubi
peggiori e, a volte, fatali. Nell’ambito di un lavoro registico di prima
scelta, comunque, a mio avviso è riscontrabile, solo ogni tanto, una mancanza
di fluidità, che deriva da sezioni del racconto che dalla carta alla pellicola
non fanno altro che disunire l’esperienza filmica. Come l’inframezzo della
storiella amorosa di uno degli alunni, che nulla aggiunge all’impianto generale
della pellicola. Una pecca, probabilmente, di cui anche nella fase di montaggio
è stata sottovalutata l’incisività secondo me negativa.
Il regista Peter Weir
Il film beneficia di una mirabile
interpretazione – che a mio avviso avrebbe meritato un riconoscimento
importante – di Robin Williams (visto di recente nell'apprezzato The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca
di Lee
Daniels), perfettamente
immedesimato in un personaggio, il professor John Keating, che sembra disegnato
apposta per esaltare le qualità recitative del 51enne interprete di Chicago.
Intorno al navigatissimo attore un gruppetto di giovani e ambiziosi aspiranti tali,
fra i quali, tuttavia, l’unico ad aver spiccato un volo da albatros è stato il
carismatico Ethan Hawke, che crescendo si è infilato nei cast di lungometraggi importantissimi
quali, a ritroso, il recentissimo ‘woodyalleniano’ Before Midnight (2013), Brooklyn's
Finest (2009), Onora il padre e la
madre (2007) e - the last but not the
least (ultimo ma non meno importante) - Training
Day (2001) al fianco di un Denzel Washington mattatore
che vinse l’Oscar come miglior attore (fa anche rima).
Molto importante la cura prestata sia nella
scenografia (bellissima la sequenza in cui uno dei collegiali si lancia con la
biciletta lungo un prato in discesa e fa sollevare un folto stormo di uccelli),
sia nei costumi che aiutano a calarsi nelle atmosfere degli anni Cinquanta e in
quelle dei convitti scolastici di tradizione anglosassone. Il tutto
accompagnato da una colonna sonora (Maurice Jarre) che
integra armoniosamente la sequenza visiva. Un film che pochi veri amanti del
cinema non avranno ancora visto e che per la serata di oggi deve essere assolutamente
scelto o riscelto. Sempre che si abbia voglia di guardare la tv.