Il manifesto di Star Wars che rimanda al motto dei cavaliei 'jedi'
È la vittoria di Margaret Thatcher alle
elezioni del 4 maggio 1979 che segna una data importante e una buona ragione
per festeggiare la saga di Star Wars. Quel giorno, infatti, colei che
era appena divenuta primo ministro britannico e sarebbe stata in seguito soprannominata
la ‘Lady di ferro’ (The Iron Lady, [articolo], fece
pubblicare, su iniziativa del proprio partito (i Conservatori), una pagina di
giornale con la frase «May the Fourth Be With You, Maggie».
Chiunque, anche chi non sia mai stato al
cinema in vita sua, sa che la suddetta frase è riferita ai cavalieri ‘jedi’
dello straordinario racconto filmico nato dalla fantasia e dalla bravura del
regista George
Lucas. In
assoluto, comunque, la saga di Star Warsè legata molto a maggio: tutti i film
sono stati lanciati proprio in questo mese e anche le riprese del settimo
episodio (articolo), riprenderanno a maggio di quest’anno con l’uscita prevista per il maggio 2015.
Un film di Clint Eastwood. Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George
McLaren, Frankie McLaren, Thierry Neuvic, Marthe Keller, Jay Mohr, Richard
Kind, Charlie Creed-Miles, Lyndsey Marshal, Rebekah Staton, Declan Conlon,
Marcus Boyea, Franz Drameh, Tex Jacks, Taylor Doherty, Mylène Jampanoï,
Stéphane Freiss, Laurent Bateau, Steve Schirripa, Joe Bellan, Jenifer Lewis,
Tom Beard, Andy Gathergood, Helen Elizabeth, Niamh Cusack, George Costigan,
Claire Price, Surinder Duhra, Sean Buckley, Paul Antony-Barber, Selina Cadell,
Thomas Price, Céline Sallette, Celia Shuman, Joanna Croll, Jack Bence, Derek
Jacobi. Drammatico,
Usa 2010. Durata 129'.
La trama
Hereafter è
un thriller soprannaturale che vede protagoniste tre persone: George è un
operaio americano che ha un rapporto speciale con l'aldilà; Marie, una
giornalista francese che ha avuto un’esperienza tra la vita e la morte che ha
sconvolto le sue certezze; Marcus, uno studente londinese che ha perso la persona
che gli era più vicina e cerca disperatamente delle risposte. Le loro storie
finiranno con l'intrecciarsi, le loro vite saranno cambiate per sempre da
quello che credono esista, o debba esistere, nell’altro mondo.
Recensione
Film molto commerciale e a mio avviso
sopravvalutato (miglior ‘straniero’ ai David di Donatello), che propone l’inflazionato
tema della preveggenza e della sensitività. Hereafter
è un’opera di Clint Eastwood, fra i migliori registi degli ultimi vent’anni come minimo e tra
i più premiati ma che non bisogna per forza cospargere d’incenso ogni volta che
manda un film nelle sale cinematografiche. E allora, di fronte a questa sua
osannata fatica del 2010 con Matt Damon (in procinto di tornare col promettente The Zero Theorem, di Terry
Gilliam ma anche
reduce dal deludente Monuments Men di
George
Clooney) e un cast,
per il resto, di medio lignaggio, non mi straccio certo le vesti – come tanti
colleghi hanno fatto - e vi dico che, per lo più, mi sono annoiato, in
particolare per la lentezza in alcuni punti del racconto filmico. Non uso mezzi
termini pur essendo appassionato ammiratore sia del regista sia dell’attore di
cui, a memoria, ho visto tutti i film nei quali ha recitato.
Matt Damon in una scena di Hereafter
Matt Damon, in questa
parte, è secondo me mal sfruttato e anche lui poco convincente. Chiamato a
tentare di trasmettere il senso di sgomento dell’uomo cosciente del
proprio ‘sesto senso’ di cui accusa tutto il peso al punto di rifiutarlo e del quale tenta
di non dover rendere conto, l’attore di Cambridge (Massachusetts, Usa), ne
vien fuori rattristato e incapace di qualsiasi guizzo che ammorbidisca la
pesantezza di molte scene. Argomento sfruttato, dicevo in apertura: mi vengono
subito in mente due pellicole (ma con memoria più fresca potrebbero saltarne
fuori molte altre), la migliore delle quali è senz’altro il coinvolgente The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra
(2002, di Mark Pellington, con Richard Gere). La
seconda è il sufficiente The Gift
(2000, di Sam Raimi con Cate Blanchet).
Il regista Clint Eastwood con il piccolo Frankie McLaren
Per le suddette crepe, Eastwood avrebbe
dovuto saper trarre più sangue dall’asfittica sceneggiatura di Peter
Morgan (suo lo script anche del deludente Rush[clicca], di Ron
Howard, 2013). Sceneggiatura
che neppure nei dialoghi riesce a tirare su il tasso di coinvolgimento dell’esperienza
cinematografica (che di per sé ha un punto di partenza assai inverosimile),
piatti, piuttosto banali e senza un passaggio sdrammatizzante, col risultato di
dare l’impressione di una pellicola che si prende fin troppo sul serio. In
tutto ciò, va detto che non è che l’oggi 83enne cineasta di San Francisco dia
all’improvviso l’idea di essere un incapace. Nulla da dire, ad esempio, sul
flusso sufficientemente unitario delle immagini - favorito anche dal montaggio dell’espertissimo
Joel
Cox (fra i
tanti Invictus - L'invincibile nel
2009 e J. Edgar nel 2011) - che per
lo meno non rende caotico l’insieme.
Propongo comunque questo film nella
convinzione che - senza scendere troppo nei particolari che una critica più analitica
è tenuta a considerare - sia comunque godibile. “Hereafter è un lungometraggio decisamente scentrato a livello
narrativo - rileva Adriano Ercolani di Coming Soon- debole nella
presentazione ed incerto nello sviluppo interno a molti personaggi. Quando
azzecca il tono e la tensione drammatica riesce a regalare magnifici momenti di
cinema prettamente ‘eastwoodiano', e questo alla fine basta a renderlo ai
nostri occhi un prodotto meritevole di consenso, pur con tutti i suoi evidenti
difetti”.
***
In concomitanza (su Rai 3 alle 21,05) un film
che non ho visto ma con ottime critiche, di cui qui sotto vi propongo le
informazioni fondamentali.
La locandina
The Lady
– L’amore per la libertà
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8
La scheda
Un film di Luc Besson. Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King, Susan
Wooldridge. Sahajak Boonthanakit, Nay Myo Thant, Marian Yu, Guy Barwell. Titolo
originale: The Lady. Drammatico,
Fra/Gb 2011. Durata 145'.
La trama
La storia
vera di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991 e ‘orchidea d'acciaio’
del movimento per la democrazia in Myanmar. Dopo l'assassinio del padre, il
generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana, Suu cresce in
Inghilterra e sposa il professore universitario Michael Aris. Quando nel 1988
il suo popolo insorge contro la giunta militare, Suu torna nel paese natale e
inizia il suo lungo scontro diretto contro il potere assoluto dei generali.
Premio
Oscar 2012: migliore attrice protagonista a
Meryl Streep, miglior trucco a Mark Coulier e J. Roy Helland; Golden Globe 2012: migliore
attrice in un film drammatico a Meryl Streep; Premio BAFTA 2012: migliore
attrice protagonista a Meryl Streep; miglior trucco a Mark Coulier e J. Roy
Helland.
Mia aspettativa: ♥♥♥ = 6,5
Scheda
Un film di Phyllida Lloyd. Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Roger Allam, Susan
Brown, Nick Dunning, Nicholas Farrell, Iain Glen, Richard E. Grant, Anthony
Head, Harry Lloyd, Michael Maloney, Alexandra Roach, Pip Torrens, Julian
Wadham, Angus Wright. Biografico, Gb 2011. Durata 105'.
Trama
The Iron
Lady, ovvero Margaret Thatcher, ex primo ministro britannico, ormai ottantenne,
fa colazione nella sua casa in Chester Square, a Londra. Malgrado suo marito
Denis sia morto da diversi anni, la decisione di sgombrare finalmente il suo
guardaroba risveglia in lei un'enorme ondata di ricordi. Al punto che, proprio
mentre si accinge a dare inizio alla sua giornata, Denis le appare, reale come
quando era in vita: leale, amorevole e dispettoso. Lo staff di Margaret
manifesta preoccupazione a sua figlia, Carol Thatcher, per l'apparente
confusione tra passato e presente dell'anziana donna. Preoccupazione che non fa
che aumentare quando, durante la cena che ha organizzato quella sera, Margaret
intrattiene i suoi ospiti incantandoli come sempre, ma a un bel momento si
distrae rievocando la cena durante la quale conobbe Denis sessant'anni prima.
Il giorno dopo, Carol convince sua madre a farsi vedere da un dottore. Margaret
sostiene di stare benissimo e non rivela al medico che i vividi ricordi dei
momenti salienti della sua vita stanno invadendo le sue giornate nelle ore di
veglia.
In primo piano una Meryl Streep da Oscar in The Iron Lady
Critica
Ennesima prova magistrale di Meryl
Streep (qui al suo
terzo premio Oscar [miglior attrice], dopo quello del 1979 come miglior attrice
non protagonista per Kramer contro Kramer
e quello del 1982 come miglior attrice per La
scelta di Sophie), alla quale va il grande merito di non aver fatto naufragare
un film che, a detta di alcuni, non ha soddisfatto le aspettative, nemmeno
quelle del botteghino (molto scarso l'incasso totale negli States con soli circa
trenta milioni di dollari; male anche in Italia con poco più di due milioni e
mezzo di euro). The Iron Lady della
regista e direttrice teatrale inglese Phyllida Christian Lloyd (alla sua
seconda fatica cinematografica, dopo il più che discreto Mamma Mia! del 2008, sempre con la Streep supportata
dall’eclettico Pierce Brosnan) pare sia risultato pesante per l’eccessiva portata
di femminilità, anzi, meglio, di femminismo che è, forse, scaturita dal fatto
che anche la sceneggiatura sia di una donna, Annie Gilhooly, fra l’altro
al suo primo impegno nell’universo di celluloide.
A sottolineare tale debolezza dell’opera è Federico Gironi di Coming Soon che scrive di “un femminismo che, a tratti, ha alcune sfumature manierate che
faranno felici le frange più conservatrici e anacronistiche del movimento ‘Se
non ora quando’ (organizzazione trasversale fondata per «reagire al modello
degradante ostentato da una delle massime cariche dello Stato, lesivo della
dignità delle donne e delle istituzioni», mia
precisazione)”. Gironi rimane a tal punto infastidito da questo aspetto del
racconto in immagini, da considerarne la
Ancora Meryl Streep con il bravo Jim Broadbent
cosa migliore l’impegno attoriale dell’interprete
britannico Jim Broadbent (visto di recente nell’apprezzato fantascientifico Cloud Atlas al fianco di Tom Hanks) che
personifica il marito di Margaret Thatcher. Quel Denis che ritorna di continuo nell’onirismo
della statista e la cui figura non sarebbe stata valorizzata e sfruttata nella
giusta misura, lasciando a un’impeccabile Streep quasi l’intero
onere di ‘ingioiellare’ il viaggio filmico.
Di “idea giusta in mano alla persona
sbagliata” parla invece Adriano Ercolani di Film.it, anch’egli impenitente a scaricare in particolare sulla cineasta le
responsabilità di quella che sembra essere stata la proverbiale ‘occasione
mancata’ per regalare al cinema un biopic
di alta qualità. Cosa che una personalità – nel bene e nel male - come la Lady
di ferro avrebbe senz’altro meritato. Insomma, “un film che poteva essere
esplosivo – rileva lo stesso Ercolani - ma che si perde nell’incertezza, ma
anche la consapevolezza che Meryl Streep è la più grande attrice dei
nostri tempi. La sua versione della Thatcher è ammirevole, equiparabile alle
sue prove più riuscite di questi ultimi anni, quelle ad esempio fornite ne Il dubbio e ne Il ladro di orchidee”.
Non ho
visto questo film. L’articolo va quindi inteso come una sorta di rassegna
stampa da me commentata e, dove possibile, arricchita.