Un film di Christopher Nolan. Con Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank, Nicky Katt, Maura Tierney,
Martin Donovan. Thriller, Usa 2002. Durata 118' circa.
La trama
Poliziesco
insonne illuminato dal sole che non tramonta mai in Alaska. Will, un detective sulle tracce di un assassino, uccide per
sbaglio il collega con cui aveva discusso la sera prima. Will, terrorizzato
dalle possibili conseguenze, dà la colpa all’assassino, che però ha visto come
sono andate le cose e lo ricatta. Ad aiutare Will, divorato dall’insonnia e dai
sensi di colpa, ci pensa la bella detective Ellie.
Recensione
(rassegna stampa)
“(...) Con questa pellicola continua la
parabola degenerativa dei personaggi di Al Pacino - rileva
Valerio Salvi di Film Up - che dall’integerrimo e integralista Serpico scivola, attraverso
il Vincent Hannah di Heat nel personaggio di Will, poliziotto dominato dai compromessi e
dai lati oscuri. Christopher Nolan ci porta, attraverso l’introspezione
dei personaggi, a una profonda analisi del complesso di colpa e di come
lentamente si insinua nell’animo portando ad azioni catartiche autolesioniste.
L’apparente ricerca di una scappatoia non è altro che un dilazionare nel tempo
l’inevitabile confronto con i propri fantasmi. La stessa verità dei fatti viene
alterata dall’inconscio e modellata in modo che sia più accettabile a noi stessi
e ci permetta di convivere con quello che abbiamo fatto. Dopo l’inevitabile
presa di coscienza - scrive ancora Salvi - ci si trova di fronte al bivio se
sopportare il fardello o se liberarsi dall’insostenibile peso (...)”.
Al Pacino e Robin Williams in una scena del film di Christopher Nolan
“(...) Da rilevare Robin
Williams che ormai
si diverte nei ruoli di cattivo, come in One Hour Photo (è lui lo
psicopatico scrittore di gialli che ha ucciso la ragazza) e poi la solita
performance di Pacino grande e tollerabilmente sopra le righe”. Lo
scrive Pino Farinotti su My Movies. “L’insonnia è dovuta alla
sua angoscia e al fatto che da quelle parti, in quella stagione, è sempre
giorno. Il film parte meglio di come poi arrivi. Un po’ anche per il tributo al
talento un po’ invadente del protagonista. È magnifico che l’indagine si svolga
con gente che ragiona, parla e cammina, e non solo al computer. Sopra la media”,
conclude la recensione di My Movies.
Un bellissimo film-documentario contribuì a far conoscere al grande pubblico la loro
bravura (erano celebri negli anni Quaranta ma poi finirono nel dimenticatoio
con l’avvento della rivoluzione castrista) e, di conseguenza, la loro inestinguibile
fama. Da allora girano i teatri del mondo, vendono milioni di dischi ed esportano, con la
loro maestria, gli elementi più brillanti del son e del resto della musica tradizionale cubana, detta Afro-Cuban
All Stars. Ora che è noto che la band Buena Vista Social Club (quisotto il filmato di un concerto) ha segnato sul
calendario il termine della propria lunga avventura con un’ultima tournèe (intitolata inequivocabilmente Adios) le cui date
finali sono in programma nel 2015, a noi di Filmamare sembra giusto ricordare
quell’opera cinematografica - il cui titolo è il nome stesso del gruppo - girata
da un regista del calibro di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino). Fu
proprio il cineasta tedesco nel 1999 a inviare all’Havana il musicista Ry Cooder che seguì
questi straordinari musicisti e personaggi, ricostruendone la storia misera e
magnifica allo stesso tempo.
Il regista
Wim Wenders
E così, grazie ai filmati effettuati e alle
interviste raccolte nel corso di quel viaggio nella terra di Fidel Castro, col
suo inconfondibile stile reale e insieme impressionista Wenders realizzò
quella che, forse, è la sua miglior pellicola (fu candidata all’Oscar).
Protagonisti assoluti loro, i Buena Vista: Ibrahim Ferrer (cantante), Ruben
Gonzalez (chitarrista), Manuel Puntillita
Licea (pianista), Omara Portuondo (l'Edith Piaf cubana), Manuel Galban (chitarrista)
e altri. Tutti oltre gli ottant’anni, qualcuno oltre i novanta. Il film
comincia col grande concerto di New York del gruppo e “ricordo dopo ricordo
ritorna al concerto”, come scrive anche My Movies nel suo breve commento all’opera
cinematografica.
Buena Vista Social Club in una scena del film
Col termine delle esibizioni del 2015, quindi, i
membri rimasti di questa leggendaria band (del gruppo originario restano Omara
Portuono, Eliades Ochoa, mentre altri se ne sono andati per sempre, come Compay
Seguno, Ruben Gonzales, Orlando Lopez e Ibrahim Ferrer), i Buena
Vista Social Club terranno l’ultimo, grande concerto proprio all’Havana. Dopo di
che pare siano intenzionati a dividersi e a proseguire le proprie carriere da single. Dopo i bui anni del primo periodo castrista, come detto, la band si consolidò di nuovo nei Novanta, quando fu scoperta da un produttore americano in viaggio
sull’isola di Cuba che gli fece incidere un album di quattordici canzoni che
in breve tempo è divenuto un cult.
Premio Oscar 1995: miglior film a
Wendy Finerman, Steve Starkey e Steve Tisch, migliore regia a Robert Zemeckis,
miglior attore protagonista a Tom Hanks, migliore sceneggiatura non originale a
Eric Roth, miglior montaggio a Arthur Schmidt, migliori effetti speciali a Ken
Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; Golden Globe 1995: miglior film
drammatico, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore in un film
drammatico a Tom Hanks; Premio BAFTA 1995: migliori
effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; National Board of Review
Award 1994: miglior film, miglior attore protagonista a Tom Hanks, miglior attore
non protagonista a Gary Sinise, migliori dieci film; Ciak d'oro 1995: miglior film
straniero.
La
scheda
Un film di Robert Zemeckis. Con Tom Hanks, Robin Wright Penn, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Sally
Field, Rebecca Williams, Michael Conner Humphreys, Harold G. Herthum, George
Kelly, Bob Penny, John Randall, Sam Anderson, Margo Moorer, Ione M. Telech,
Christine Seabrook. Commedia, Usa 1994. Durata 142' circa. Uip - Cic Video.
La trama
Seduto sulla
panchina a un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di
bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è
e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull'autobus della
scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre bulletti, a correre, liberando
così le gambe dalle protesi. Attraverso trent'anni di storia americana vista
con gli occhi della semplicità e dell'innocenza, Forrest diventa un campione
universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo
considera un fratello. Assiste ai disordini razziali in Alabama e incontra
Kennedy poco prima dell'assassinio. Dopo un fugace incontro con Jenny che canta
a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Si arruola quindi nell'esercito,
dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la
sua passione che diventerà poi un business e lo trasformerà in un milionario.
La morte di alcuni affetti fondamentali della sua esistenza, non ne
comprometterà la forza d'animo e la voglia di andare avanti.
Mia
recensione
Forrest in crisi mistica corre per alcuni mesi di fila
Forrest Gump è la
sintesi di una gigantesca utopia. Talmente grande da far innamorare. Se poi un
regista come Robert Zemeckis (sua la saga di Ritorno al
futuro) la
trasforma in un film mastodontico in ogni suo particolare, allora quell’utopia
si tramuta in un sogno. E il sogno pare proprio potersi avverare. L’utopia che
sta alla base di questa pellicola ultra premiata (ben sei gli Oscar) è la
possibilità di fare della vita una cosa meravigliosa partendo dalle peggiori
premesse che si possano immaginare. Un’intelligenza limitata. Un’immutabile
personalità fanciullesca. L’ostilità e l’insensibilità del prossimo. Precarie
possibilità motorie. Scarse risorse finanziarie. Mancanza dell’esempio e dell’aiuto
di un padre. Un unico, grande sostegno: l’affetto indiscutibile di una madre.
Poi l’anelito a un amore infinito. Protagonista è Forrest Gump, interpretato da
uno dei migliori Tom Hanks di sempre (e ce ne vuole). L’attore di Concord
(California, Usa) - qui premiato con la dorata statuetta dell’Academy Award - dà
corpo e anima a questo ritardato che va alla conquista del mondo. E che inconsciamente
fa della propria dappocaggine la sua stessa forza. Un animalesco istinto di
sopravvivenza, che lo fa reagire nel modo giusto, nel posto giusto e al momento
giusto.
Il regista Robert Zemeckis durante le riprese di Forrest Gump
Hanks è
magistrale dall’impostazione fisica del suo personaggio, in particolare dello
sguardo imbambolato, apparentemente assente ma mai del tutto. Magistrale nelle
movenze impacciate, come la camminata a piede piatto che non impedisce a
Forrest di essere un corridore veloce e instancabile; magistrale nella
gestualità legata ma supportata da una forza superiore alla media, che consente
all’eroe di salvare da un bombardamento una ventina di commilitoni e di essere un
formidabile giocatore di ping pong; magistrale nella parlata confusa con la
quale il protagonista riesce comunque a toccare il cuore di chi in lui vede una
persona come tutte le altre, se possibile migliore. Hanks e Forrest sono i poderosi
rimorchiatori di quest’opera cinematografica lunga quasi due ore e mezza sempre
scorrevoli. Sono i punti cardine intorno cui, comunque, girano da grandi
interpreti in particolare Robin Wright nella parte dell'amata Jenny, Gary
Sinise nei panni dell’idolatrato
tenente Dan e Sally Field che personifica la saggia e pronta a tutto, mamma Gump.
Robin Wright Penn è Jenny
Il film racconta diversi luoghi degli Usa, in
diverse epoche con i loro diversi accadimenti che, via via, modificano in
maniera profonda la storia della grande nazione. In questo Forrest Gump è tutti
noi, è la nostra visuale ma anche una sorta di Virgilio che guida in questi gironi
colmi di trappole e tragedie e mutamenti traumatici e morte. Sono pochi i
momenti in cui l’eroe riesce a trovare la pace. Ma in assoluto egli attraversa
questa specie di inferno con un calibrato grado di levità che lo fa galleggiare
sempre qualche metro sopra tutto e tutti. E con l’andare del tempo Forrest
sembra anche crescere - seppure sempre a suo modo - e acquistare maggiore
consapevolezza della vita e della sua fine.
Gary Sinise è il tenente Dan
Scenografie e ricostruzioni sono di primo
livello, supportate da effetti speciali che per essere di vent’anni fa sono da
considerarsi più che buone. È inevitabile che un racconto come questo richieda
iperboli narrative che, solo a tratti, trasmettono l’idea di una semplice
favola. Ma la sapiente sceneggiatura di Eric Roth (L’uomo che
sussurrava ai cavalli) e la mano sicura di Zemeckis riportano
alla svelta il tutto sui binari di una vicenda possibile nella sua già citata
utopia. La colonna sonora curata dal newyorkese Alan Silvestri (Predator) è una successione
di pezzi anche memorabili di colossi quali Aretha Franklin, Beach Boys, Jimi
Hendrix, The Doors, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Elvis Presley e altri.
Film imperdibile, ma credo che nessuno l’abbia perso. Quindi da rivedere e
rivedere e rivedere.
Un film di Manoel de Oliveira. Con Michael
Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, Leonor Silveira, Luís Miguel
Cintra, Ricardo Trepa. Titolo originale: Gebo
et l'ombre. Drammatico, Por 2012. Durata 95' circa. Mediaplex Italia.
Uscita: giovedì 26 giugno 2014.
La trama
Sul finire
del XIX secolo, nonostante l’età e la stanchezza, Gebo continua l’attività di
contabile con cui mantiene la famiglia. Vive con la moglie Doroteia e la loro
nuora Sofia ma è l’assenza del figlio Joao a occupare i pensieri di tutti. Gebo
ha nascosto alla moglie che il figlio Joao si è dato alla macchia dopo essersi
reso responsabile di alcune azioni poco onorevoli. L’ignara Doroteia attende
con speranza che Joao possa un giorno tornare a casa mentre in Sofia l’attesa
si mischia alla paura. Quando Joao si ripresenta all’improvviso, ogni cosa
cambia e prende una piega differente. Mentre Doroteia crede che il suo ritorno
sia un bene, Gebo non si fa illusioni e decide di non nascondere la quantità
colossale di denaro che sta custodendo per conto della compagnia per cui
lavora.
Recensione/Rassegna
stampa
“Con un racconto dall’impostazione teatrale -
affidato alle parole dei sei attori costantemente in scena che si fanno carico
di sostituire le immagini di un passato e del mondo esterno - dalla scarna ed
essenziale scenografia, Manoel de Oliveira, a 104 anni, sorprende per la
modernità con cui adatta la pièce di Brandao: pur
mantenendo l’ambientazione da fine Ottocento, sceglie di parlarci dell’attuale
crisi economica, del ruolo predominante del denaro e della concezione di onestà”.
Lo si legge in una recensione di Film Tv, a firma Spaggy. “(...) La feroce critica alla
società attuale arriva però dalle parole del vecchio Gebo, scelto da Manoel de
Oliveira come
portavoce dei suoi pensieri: «Il gusto si è degradato», «Penso all'arte e mi
rattristo enormemente», «Gli oggetti si rovinano subito
Il regista Manoel de Oliveira
ultimamente», «Quando
si toccano i soldi non si perdona mai». Tra mentire e piangere e sognare, i
personaggi di Gebo e la sua ombra scelgono di mentire e preservare ciò che
ritengono a loro più caro. Gebo e Sofia sono destinati a mentire per l’eternità
- rileva ancora Spaggy - e a rinunciare con grande sacrificio alle proprie
vite, in eterna attesa che l’ombra di Joao, prepotente e manipolatoria, smetta
di far paura e di ridere quando gli altri piangono”.
Una scena di Gebo e l'Ombra
“(...) Il fenomeno inspiegabile che risponde
al nome di Manoel De Oliveira - scrive Emanuele Sacchi di My Movies - ha da tempo smesso di sorprenderci;
è diventata quasi un’abitudine attendere un suo nuovo film e toccare con mano
come l’ultracentenario regista stacchi ancora il gruppo per sensibilità, levità
e spirito di osservazione. Cogliendo in pieno lo zeitgeist (spirito del tempo, ndr)
di un’epoca mesta come quella del 2012, De Oliveira va dritto
al cuore della questione: il denaro, la sua mancanza e il suo effetto sull’uomo.
La crisi, quella con la ‘C’ maiuscola, al centro dell’obiettivo, ma è nella
peculiarità del tragitto percorso che si trova la firma del maestro, immune a
ogni forma di contraffazione. Riprendendo il testo teatrale di Raul
Brandão e
concentrandosi in modo claustrofobico su una famiglia archetipica, l’apologo di
Manoel
acquisisce
un’altra valenza, si astrae dagli affanni di oggi per analizzare l’eternità del
rapporto tra l’uomo e l’argent. Il
figlio di Gebo, il ribelle João, rappresenta sì la tendenza al male insita nell’animo
umano - conclude Sacchi - ma incarna anche l’elemento di rivoluzione che, pur
aggiungendo entropia, imprime una svolta, scatena una crisi in una situazione
di stagnazione e di eterna acquiescenza (...)”.
Eli Wallach è morto a 98 anni. È stato uno degli attori più eclettici
del cinema mondiale (foto la Repubblica online)
Era molto anziano - 98 anni - ma è pur sempre
una coincidenza di quelle che non è difficile notare che Eli
Wallach, uno dei
pistoleri più ‘cattivi’ del western anni Settanta (in particolare), sia morto
proprio in questo momento dell’anno. In cui persino all’ultimo Festival di Cannes,
poco più di un mese fa, è stato reso omaggio a Sergio Leone(articolo) ‘padre’
dello spaghetti western e regista del
bellissimo Il buono, il brutto, il cattivo, uno dei tre film che compongono
la celebre trilogia del dollaro,
considerata un esempio antologico di questo genere cinematografico. Nella
succitata pellicola Wallach fu il brutto, l’irresistibile Tuco Benedicto
Pacifico Juan María Ramírez, detto semplicemente Tuco. Quell’interpretazione
non fece altro che confermare la straordinaria carica recitativa dell’attore
nato e deceduto a New York. La sua deformante mimica facciale, l’irresistibile
variazione della sua occhiata.
Nei panni del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo
Ma Eli Wallach non fu solo
un bandido assetato di verdoni. Attraversò
la storia del cinema americano e non solo con centinaia di ruoli che hanno
lasciato il segno. Laureatosi all'università del Texas, fu tra i primi allievi
dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 debuttò a Broadway imponendosi
presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose
Tattoo, di Tennessee
Williams. Nel
cinema, Wallach fece la sua
prima comparsa nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol
Baker in Baby Doll -
La bambola viva di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello
del crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e
del rapinatore di treni in La conquista del West (1962). Ma
non solo parti da villain per lui. Il
suo eclettismo gli permise di essere il tenero amante di Marilyn
Monroe ne Gli
spostati (1961) e un
raffinato falsario in Come rubare un milione di dollari e vivere felice (1966). Dopo
l’esperienza leoniana, Wallach tornò
spesso a lavorare in Italia, un Paese che amò molto e di cui riuscì a imparare la
lingua. Nel 1948 sposò l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è
rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli. La notizia del decesso è
stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci
circolate su una pagina Facebook nello scorso fine settimana erano state
smentite. Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli fu consegnato un Oscar alla carriera. In
quell’occasione disse: «Da attore ho interpretato un intero campionario di
banditi, ladri, signori della guerra e molestatori».
Arriva il grande cinema a Roma, al Centro
culturale ‘Aldo Fabrizi’ del quartiere San Basilio. Film italiani che hanno avuto
grande successo di pubblico e critica, saranno proiettati all’aperto dal 26
giugno al 6 agosto. Per la rassegna denominata ‘Cinema e Stelle’, sono previste
sei proiezioni di pellicole incentrate
La locandina di Sacro GRA, primo film in programmazione
sul tema della vita di periferia. Si
comincia giovedì prossimo con Sacro GRA, Leone d’Oro della 70^ edizione del festival
di Venezia (2013), al termine del quale è previsto l’intervento di Nicolò
Bassetti, paesaggista e urbanista dal cui lavoro nasce l’idea dell’opera di Gianfranco
Rosi. A moderare
sarà Luca Attanasio.
Giovedì 3 luglio è la volta della commedia
tutta al femminile Amiche da morire, opera prima di Giorgia
Farina, con Claudia
Gerini, Cristina
Capotondi
e Sabrina
Impacciatore,
mentre giovedì 10 luglio Terraferma, terza opera che Emanuele
Crialese dedica al
mare della Sicilia. Giovedì 17 luglio si prosegue con Reality - del
regista di Gomorra, Matteo Garrone - commedia tragica sulla civiltà
dell’immagine; il 31 luglio Una vita tranquilla di Claudio
Cupellini
con Toni
Servillo nei panni
di un ex camorrista gestore, con immacolata identità e nuova famiglia, di un
albergo-ristorante in Germania. Come film di chiusura, il 6 agosto, un omaggio
ai grandi del cinema italiano, Signore e signori, buonanotte del 1976
con Marcello
Mastroianni,
Ugo
Tognazzi, Nino
Manfredi, Vittorio
Gassman e Paolo
Villaggio;
regia di Age, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero
Maccari, Luigi
Magni, Mario
Monicelli,
Ugo
Pirro, Furio
Scarpelli,
Ettore
Scola.
Tranne che per la serata d’apertura il 26
giugno alle 21, tutte le altre proiezioni sono alle 21,15.
Un film di Brian De Palma. Con Al Pacino,
Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Mary Elizabeth Mastrantonio, Robert Loggia, F.
Murray Abraham, Pepe Serna, Harris Yulin, Richard Belzer, Paul Shenar, Albert
Carrier, Victor Millan, Miriam Colon, Tony Perez, John Carter, Michel François,
Mark Margolis, Geno Silva, Roberto Contreras, Ben Frommer, John Brandon, Gil
Barreto, John McCann, Mario Machado, Dennis Holahan, Santos Morales, ángel
Salazar, Garnett Smith, Michael Alldredge, Ted Beniades, Victor Campos, Arnaldo
Santana, Michael P. Moran, Al Israel, Paul Espel, Loren Almaguer, Heather
Benna, Dawnell Bowers, Tina Leigh Cameron, Robert Hammer Cannerday, Rene
Carrasco, Richard Caselnova, Gary Cervantes, Carlos Cestero, John Contardo,
Caesar Cordova, Gregory N. Cruz, Dante D'André, Richard Delmonte, Wayne Doba,
Edward R. Frommer, John Gamble, Troy Isaacs, Ronald Joseph, Joe Marmo, Ray
Martel, Richard Mendez, Mike Moroff, Angela Nisi, Manuel Padilla, Tony Pann,
Ilka Pagan, Barbra Perez, Michael Rougas, Anthony Saenz, Arnold Tafolla, Chuck
Tamburo, Jim Towers, Robert van den Berg, Bob Yanez. Drammatico, Usa 1983.
Reteitalia - Uip (1984) - Cic. Durata 170' circa.
La trama
Sulla scia dei profughi cubani in fuga dall’isola di
Castro, arriva negli Stati Uniti Tony Montana, delinquente comune che tenta di
spacciarsi per prigioniero politico, senza peraltro riuscire a ingannare la
polizia statunitense. Dal campo profughi nel quale è internato, Tony comincia
un’irresistibile ascesa nel mondo della malavita, grazie alla sua incredibile
crudeltà e determinazione. La sua carriera americana comincia con l’assassinio
di un anticastrista, poi con un’operazione di smercio di droga, portata
felicemente a termine nonostante il bagno di sangue che è costata, ed è a questo
punto che Tony, insieme all’inseparabile amico Manny, diviene il guardaspalle
di Lopez, trafficante di stupefacenti. Ma ben presto anche Lopez comincia ad
andargli ‘stretto’, anche perché Tony vuole a tutti i costi la donna del capo,
Elvira. E allora si mette in proprio e conclude un colossale affare con Sosa,
Il regista Brian De Palma
produttore boliviano di cocaina. L’impero su cui adesso domina incontrastato,
eliminato Lopez e sposata Elvira, sembra inattaccabile, ma anche per Tony
cominciano i guai. Prima una denuncia per evasione fiscale, poi l’abbandono da
parte di Elvira. Le preoccupazioni che gli dà la sorella Gina, cui è
morbosamente attaccato, fanno vacillare la sua già psicopatica personalità,
resa ancor più incontrollata da una smodata assunzione della stessa cocaina di
cui è divenuto spacciatore di massimo livello.
Mia recensione
Al Pacino in una scena emblematica di Scarface
Scarface (Sfregiato, soprannome reale di Al Capone), titolo
del film del regista Brian De Palma - un’icona del cinema mondiale - è un cult del genere gangsteristico, in cui come squali sguazzano personaggi senza scrupoli,
che provengono dai bassifondi della società e che hanno conosciuto quella profonda
povertà che li ha resi affamati di riscatto e di ricchezza. A qualsiasi costo.
In cima a tutti, in questa pellicola che è diventata negli anni modello per
altre decine di opere cinematografiche, c’è il personaggio principale della
trama, Tony Montana. Ritagliato in modo magistrale dalla sceneggiatura di,
niente popò di meno che, Oliver Stone, è interpretato da uno dei migliori attori
del mondo. Al Pacino, in quel lontano 1983, riprende la determinazione mentale del Michael
Corleone de Il Padrino (in particolare Parte II e Parte III) e la
travasa in Tony Montana. Un cubano, sì, ma con tante sfaccettature che
potrebbero ricondurre all’italoamericano col mitra in mano dell’immaginario collettivo. Alla
spietatezza filosofica, quindi, l’oggi 74enne interprete newyorkese, riesce con
una potenza e consistenza recitativa fuori dal comune, ad aggiungere la
brutalità implacabile dell’arrivista delinquenziale.
Ancora Al Pacino, un Tony Montana che si crede immortale
Ma non solo. Tony Montana - che da solo regge
il racconto filmico, senza nulla togliere a importanti personaggi - è un
agglomerato di sfaccettature, che unite alla suddetta malvagità, concretizzano
un uomo al limite della schizofrenia. Spietato nell’assassinare chiunque si
pari sulla sua scalata alla conquista del ‘mondo’, si rifiuta di far esplodere
un’automobile perché all’interno vi sono, inaspettatamente, dei ragazzini. “Io
i bambini non li ammazzo - grida il gangster all’indirizzo del socio che lo sprona
a premere il fatidico pulsante - Io ammazzo te, macellaio!” e gli fa esplodere
la testa con un colpo di pistola a bruciapelo. Tony, la faccia scavata e percorsa
dalla cicatrice e gli occhi sempre vigili a captare le insidie del crudele mondo
in cui a scelto di vivere - è profondamente innamorato della moglie, per la
quale è disposto a fare qualsiasi cosa, ma che non esita a umiliare dandole di
fronte a tutti dell’alcolizzata e della drogata. Così da farsi abbandonare
dalla donna, proprio nel momento più delicato e drammatico della vicenda. Adora
e difende la sorella, ma in maniera malsana a tal punto da uccidere il proprio
migliore amico che l’ha sposata a sorpresa. Per assurdo, in tutto questo, un
protagonista col quale lo spettatore può ritrovarsi a immedesimarsi.
Al Pacino con Michelle Pfeiffer, nel film la moglie di Montana
Un film, Scarface, di una
violenza ‘vietata ai minori’ (ebbe problemi con la censura e alcune scene
furono tagliate), dal pathos che non
conosce contrazione. Un montaggio frenetico che ha il merito di rendere, in
particolare le sequenze di sparatorie, di una credibilità impeccabile. Perfetta
la scelta dei costumi, completi doppiopetto stile anni Venti, ma che nella moda
degli anni Ottanta di Miami, sono sfarzosi, colorati. Pantaloni a zampa di
elefante, con camicie sgargianti dal collettone ad ala di gabbiano portato
sopra il risvolto della giacca. Il film di Coppola ha anche
consacrato attrici di alto livello come Michelle Pfeiffer e Mary
Elizabeth Mastrantonio e acceso le luci della ribalta su un talento come F. Murray
Abraham. La
bellissima colonna sonora dell’italiano Giorgio Moroder (Flashdance) fa da
culla a un’opera filmica senza sbavature.