giovedì 26 giugno 2014

Il più bello di giovedì 26 giugno, prima serata, sul digitale: ‘Insomnia’ (Iris, canale 22, alle 21)

La locandina
Insomnia

Valutazione media: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Christopher Nolan. Con Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank, Nicky Katt, Maura Tierney, Martin Donovan. Thriller, Usa 2002. Durata 118' circa.

La trama
Poliziesco insonne illuminato dal sole che non tramonta mai in Alaska. Will, un detective sulle tracce di un assassino, uccide per sbaglio il collega con cui aveva discusso la sera prima. Will, terrorizzato dalle possibili conseguenze, dà la colpa all’assassino, che però ha visto come sono andate le cose e lo ricatta. Ad aiutare Will, divorato dall’insonnia e dai sensi di colpa, ci pensa la bella detective Ellie.

Recensione (rassegna stampa)
“(...) Con questa pellicola continua la parabola degenerativa dei personaggi di Al Pacino - rileva Valerio Salvi di Film Up - che dall’integerrimo e integralista Serpico scivola, attraverso il Vincent Hannah di Heat nel personaggio di Will, poliziotto dominato dai compromessi e dai lati oscuri. Christopher Nolan ci porta, attraverso l’introspezione dei personaggi, a una profonda analisi del complesso di colpa e di come lentamente si insinua nell’animo portando ad azioni catartiche autolesioniste. L’apparente ricerca di una scappatoia non è altro che un dilazionare nel tempo l’inevitabile confronto con i propri fantasmi. La stessa verità dei fatti viene alterata dall’inconscio e modellata in modo che sia più accettabile a noi stessi e ci permetta di convivere con quello che abbiamo fatto. Dopo l’inevitabile presa di coscienza - scrive ancora Salvi - ci si trova di fronte al bivio se sopportare il fardello o se liberarsi dall’insostenibile peso (...)”.

Al Pacino e Robin Williams in una scena del film di Christopher Nolan
“(...) Da rilevare Robin Williams che ormai si diverte nei ruoli di cattivo, come in One Hour Photo (è lui lo psicopatico scrittore di gialli che ha ucciso la ragazza) e poi la solita performance di Pacino grande e tollerabilmente sopra le righe”. Lo scrive Pino Farinotti su My Movies. “L’insonnia è dovuta alla sua angoscia e al fatto che da quelle parti, in quella stagione, è sempre giorno. Il film parte meglio di come poi arrivi. Un po’ anche per il tributo al talento un po’ invadente del protagonista. È magnifico che l’indagine si svolga con gente che ragiona, parla e cammina, e non solo al computer. Sopra la media”, conclude la recensione di My Movies.
redazione

I Buena Vista Social Club lasciano, il ricordo del bellissimo docufilm di Wim Wenders

La locandina
Un bellissimo film-documentario contribuì a far conoscere al grande pubblico la loro bravura (erano celebri negli anni Quaranta ma poi finirono nel dimenticatoio con l’avvento della rivoluzione castrista) e, di conseguenza, la loro inestinguibile fama. Da allora girano i teatri del mondo, vendono milioni di dischi ed esportano, con la loro maestria, gli elementi più brillanti del son e del resto della musica tradizionale cubana, detta Afro-Cuban All Stars. Ora che è noto che la band Buena Vista Social Club (qui sotto il filmato di un concerto) ha segnato sul calendario il termine della propria lunga avventura con un’ultima tournèe (intitolata inequivocabilmente Adios) le cui date finali sono in programma nel 2015, a noi di Filmamare sembra giusto ricordare quell’opera cinematografica - il cui titolo è il nome stesso del gruppo - girata da un regista del calibro di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino). Fu proprio il cineasta tedesco nel 1999 a inviare all’Havana il musicista Ry Cooder che seguì questi straordinari musicisti e personaggi, ricostruendone la storia misera e magnifica allo stesso tempo.


Il regista
Wim Wenders
E così, grazie ai filmati effettuati e alle interviste raccolte nel corso di quel viaggio nella terra di Fidel Castro, col suo inconfondibile stile reale e insieme impressionista Wenders realizzò quella che, forse, è la sua miglior pellicola (fu candidata all’Oscar). Protagonisti assoluti loro, i Buena Vista: Ibrahim Ferrer (cantante), Ruben Gonzalez (chitarrista), Manuel Puntillita Licea (pianista), Omara Portuondo (l'Edith Piaf cubana), Manuel Galban (chitarrista) e altri. Tutti oltre gli ottant’anni, qualcuno oltre i novanta. Il film comincia col grande concerto di New York del gruppo e “ricordo dopo ricordo ritorna al concerto”, come scrive anche My Movies nel suo breve commento all’opera cinematografica.

 Buena Vista Social Club in una scena del film
Col termine delle esibizioni del 2015, quindi, i membri rimasti di questa leggendaria band (del gruppo originario restano Omara Portuono, Eliades Ochoa, mentre altri se ne sono andati per sempre, come Compay Seguno, Ruben Gonzales, Orlando Lopez e Ibrahim Ferrer), i Buena Vista Social Club terranno l’ultimo, grande concerto proprio all’Havana. Dopo di che pare siano intenzionati a dividersi e a proseguire le proprie carriere da single. Dopo i bui anni del primo periodo castrista, come detto, la band si consolidò di nuovo nei Novanta, quando fu scoperta da un produttore americano in viaggio sull’isola di Cuba che gli fece incidere un album di quattordici canzoni che in breve tempo è divenuto un cult.
s.m.
Per alcune informazioni si ringrazia Today online

mercoledì 25 giugno 2014

Il più bello di mercoledì 25 giugno, prima serata, sul digitale: ‘Forrest Gump’ (Rete 4, canale 4, alle 21,15)

La locandina
Forrest Gump

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 9,5

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Premio Oscar 1995: miglior film a Wendy Finerman, Steve Starkey e Steve Tisch, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore protagonista a Tom Hanks, migliore sceneggiatura non originale a Eric Roth, miglior montaggio a Arthur Schmidt, migliori effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; Golden Globe 1995: miglior film drammatico, migliore regia a Robert Zemeckis, miglior attore in un film drammatico a Tom Hanks;  Premio BAFTA 1995: migliori effetti speciali a Ken Ralston, George Murphy, Stephen Rosenbaum e Allen Hall; National Board of Review Award 1994: miglior film, miglior attore protagonista a Tom Hanks, miglior attore non protagonista a Gary Sinise, migliori dieci film; Ciak d'oro 1995: miglior film straniero.

La scheda
Un film di Robert Zemeckis. Con Tom Hanks, Robin Wright Penn, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Sally Field, Rebecca Williams, Michael Conner Humphreys, Harold G. Herthum, George Kelly, Bob Penny, John Randall, Sam Anderson, Margo Moorer, Ione M. Telech, Christine Seabrook. Commedia, Usa 1994. Durata 142' circa. Uip - Cic Video.

La trama
Seduto sulla panchina a un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull'autobus della scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre bulletti, a correre, liberando così le gambe dalle protesi. Attraverso trent'anni di storia americana vista con gli occhi della semplicità e dell'innocenza, Forrest diventa un campione universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo considera un fratello. Assiste ai disordini razziali in Alabama e incontra Kennedy poco prima dell'assassinio. Dopo un fugace incontro con Jenny che canta a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Si arruola quindi nell'esercito, dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la sua passione che diventerà poi un business e lo trasformerà in un milionario. La morte di alcuni affetti fondamentali della sua esistenza, non ne comprometterà la forza d'animo e la voglia di andare avanti.

Mia recensione
Forrest in crisi mistica corre per alcuni mesi di fila
Forrest Gump è la sintesi di una gigantesca utopia. Talmente grande da far innamorare. Se poi un regista come Robert Zemeckis (sua la saga di Ritorno al futuro) la trasforma in un film mastodontico in ogni suo particolare, allora quell’utopia si tramuta in un sogno. E il sogno pare proprio potersi avverare. L’utopia che sta alla base di questa pellicola ultra premiata (ben sei gli Oscar) è la possibilità di fare della vita una cosa meravigliosa partendo dalle peggiori premesse che si possano immaginare. Un’intelligenza limitata. Un’immutabile personalità fanciullesca. L’ostilità e l’insensibilità del prossimo. Precarie possibilità motorie. Scarse risorse finanziarie. Mancanza dell’esempio e dell’aiuto di un padre. Un unico, grande sostegno: l’affetto indiscutibile di una madre. Poi l’anelito a un amore infinito. Protagonista è Forrest Gump, interpretato da uno dei migliori Tom Hanks di sempre (e ce ne vuole). L’attore di Concord (California, Usa) - qui premiato con la dorata statuetta dell’Academy Award - dà corpo e anima a questo ritardato che va alla conquista del mondo. E che inconsciamente fa della propria dappocaggine la sua stessa forza. Un animalesco istinto di sopravvivenza, che lo fa reagire nel modo giusto, nel posto giusto e al momento giusto.

Il regista Robert Zemeckis durante le riprese di Forrest Gump
Hanks è magistrale dall’impostazione fisica del suo personaggio, in particolare dello sguardo imbambolato, apparentemente assente ma mai del tutto. Magistrale nelle movenze impacciate, come la camminata a piede piatto che non impedisce a Forrest di essere un corridore veloce e instancabile; magistrale nella gestualità legata ma supportata da una forza superiore alla media, che consente all’eroe di salvare da un bombardamento una ventina di commilitoni e di essere un formidabile giocatore di ping pong; magistrale nella parlata confusa con la quale il protagonista riesce comunque a toccare il cuore di chi in lui vede una persona come tutte le altre, se possibile migliore. Hanks e Forrest sono i poderosi rimorchiatori di quest’opera cinematografica lunga quasi due ore e mezza sempre scorrevoli. Sono i punti cardine intorno cui, comunque, girano da grandi interpreti in particolare Robin Wright nella parte dell'amata Jenny, Gary Sinise nei panni dell’idolatrato tenente Dan e Sally Field che personifica la saggia e pronta a tutto, mamma Gump.

Robin Wright Penn è Jenny
Il film racconta diversi luoghi degli Usa, in diverse epoche con i loro diversi accadimenti che, via via, modificano in maniera profonda la storia della grande nazione. In questo Forrest Gump è tutti noi, è la nostra visuale ma anche una sorta di Virgilio che guida in questi gironi colmi di trappole e tragedie e mutamenti traumatici e morte. Sono pochi i momenti in cui l’eroe riesce a trovare la pace. Ma in assoluto egli attraversa questa specie di inferno con un calibrato grado di levità che lo fa galleggiare sempre qualche metro sopra tutto e tutti. E con l’andare del tempo Forrest sembra anche crescere - seppure sempre a suo modo - e acquistare maggiore consapevolezza della vita e della sua fine.

Gary Sinise è il tenente Dan
Scenografie e ricostruzioni sono di primo livello, supportate da effetti speciali che per essere di vent’anni fa sono da considerarsi più che buone. È inevitabile che un racconto come questo richieda iperboli narrative che, solo a tratti, trasmettono l’idea di una semplice favola. Ma la sapiente sceneggiatura di Eric Roth (L’uomo che sussurrava ai cavalli) e la mano sicura di  Zemeckis riportano alla svelta il tutto sui binari di una vicenda possibile nella sua già citata utopia. La colonna sonora curata dal newyorkese Alan Silvestri (Predator) è una successione di pezzi anche memorabili di colossi quali Aretha Franklin, Beach Boys, Jimi Hendrix, The Doors, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Elvis Presley e altri. Film imperdibile, ma credo che nessuno l’abbia perso. Quindi da rivedere e rivedere e rivedere.
Stefano Marzetti

‘Gebo e l'Ombra’, la nostra crisi finanziaria raccontata con sensibilità ottocentesca

La locandina
Valutazione media: ♥♥♥♥♥ = 9,5

La scheda
Un film di Manoel de Oliveira. Con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, Leonor Silveira, Luís Miguel Cintra, Ricardo Trepa. Titolo originale: Gebo et l'ombre. Drammatico, Por 2012. Durata 95' circa. Mediaplex Italia. Uscita: giovedì 26 giugno 2014.

La trama
Sul finire del XIX secolo, nonostante l’età e la stanchezza, Gebo continua l’attività di contabile con cui mantiene la famiglia. Vive con la moglie Doroteia e la loro nuora Sofia ma è l’assenza del figlio Joao a occupare i pensieri di tutti. Gebo ha nascosto alla moglie che il figlio Joao si è dato alla macchia dopo essersi reso responsabile di alcune azioni poco onorevoli. L’ignara Doroteia attende con speranza che Joao possa un giorno tornare a casa mentre in Sofia l’attesa si mischia alla paura. Quando Joao si ripresenta all’improvviso, ogni cosa cambia e prende una piega differente. Mentre Doroteia crede che il suo ritorno sia un bene, Gebo non si fa illusioni e decide di non nascondere la quantità colossale di denaro che sta custodendo per conto della compagnia per cui lavora.

Recensione/Rassegna stampa
“Con un racconto dall’impostazione teatrale - affidato alle parole dei sei attori costantemente in scena che si fanno carico di sostituire le immagini di un passato e del mondo esterno - dalla scarna ed essenziale scenografia, Manoel de Oliveira, a 104 anni, sorprende per la modernità con cui adatta la pièce di Brandao: pur mantenendo l’ambientazione da fine Ottocento, sceglie di parlarci dell’attuale crisi economica, del ruolo predominante del denaro e della concezione di onestà”. Lo si legge in una recensione di Film Tv, a firma Spaggy. “(...) La feroce critica alla società attuale arriva però dalle parole del vecchio Gebo, scelto da Manoel de Oliveira come portavoce dei suoi pensieri: «Il gusto si è degradato», «Penso all'arte e mi rattristo enormemente», «Gli oggetti si rovinano subito
Il regista
Manoel de Oliveira
ultimamente», «Quando si toccano i soldi non si perdona mai». Tra mentire e piangere e sognare, i personaggi di Gebo e la sua ombra scelgono di mentire e preservare ciò che ritengono a loro più caro. Gebo e Sofia sono destinati a mentire per l’eternità - rileva ancora Spaggy - e a rinunciare con grande sacrificio alle proprie vite, in eterna attesa che l’ombra di Joao, prepotente e manipolatoria, smetta di far paura e di ridere quando gli altri piangono”.

Una scena di Gebo e l'Ombra
“(...) Il fenomeno inspiegabile che risponde al nome di Manoel De Oliveira - scrive Emanuele Sacchi di My Movies - ha da tempo smesso di sorprenderci; è diventata quasi un’abitudine attendere un suo nuovo film e toccare con mano come l’ultracentenario regista stacchi ancora il gruppo per sensibilità, levità e spirito di osservazione. Cogliendo in pieno lo zeitgeist (spirito del tempo, ndr) di un’epoca mesta come quella del 2012, De Oliveira va dritto al cuore della questione: il denaro, la sua mancanza e il suo effetto sull’uomo. La crisi, quella con la ‘C’ maiuscola, al centro dell’obiettivo, ma è nella peculiarità del tragitto percorso che si trova la firma del maestro, immune a ogni forma di contraffazione. Riprendendo il testo teatrale di Raul Brandão e concentrandosi in modo claustrofobico su una famiglia archetipica, l’apologo di Manoel acquisisce un’altra valenza, si astrae dagli affanni di oggi per analizzare l’eternità del rapporto tra l’uomo e l’argent. Il figlio di Gebo, il ribelle João, rappresenta sì la tendenza al male insita nell’animo umano - conclude Sacchi - ma incarna anche l’elemento di rivoluzione che, pur aggiungendo entropia, imprime una svolta, scatena una crisi in una situazione di stagnazione e di eterna acquiescenza (...)”.

redazione

Addio a Eli Wallach, l’irresistibile Tuco de ‘Il buono, il brutto, il cattivo’ e attore capace di fare tutto

Eli Wallach è morto a 98 anni. È stato uno degli attori più eclettici
del cinema mondiale (foto la Repubblica online)
Era molto anziano - 98 anni - ma è pur sempre una coincidenza di quelle che non è difficile notare che Eli Wallach, uno dei pistoleri più ‘cattivi’ del western anni Settanta (in particolare), sia morto proprio in questo momento dell’anno. In cui persino all’ultimo Festival di Cannes, poco più di un mese fa, è stato reso omaggio a Sergio Leone (articolo) ‘padre’ dello spaghetti western e regista del bellissimo Il buono, il brutto, il cattivo, uno dei tre film che compongono la celebre trilogia del dollaro, considerata un esempio antologico di questo genere cinematografico. Nella succitata pellicola Wallach fu il brutto, l’irresistibile Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez, detto semplicemente Tuco. Quell’interpretazione non fece altro che confermare la straordinaria carica recitativa dell’attore nato e deceduto a New York. La sua deformante mimica facciale, l’irresistibile variazione della sua occhiata.

Nei panni del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo
Ma Eli Wallach non fu solo un bandido assetato di verdoni. Attraversò la storia del cinema americano e non solo con centinaia di ruoli che hanno lasciato il segno. Laureatosi all'università del Texas, fu tra i primi allievi dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 debuttò a Broadway imponendosi presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose Tattoo, di Tennessee Williams. Nel cinema, Wallach fece la sua prima comparsa nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol Baker in Baby Doll - La bambola viva di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello del crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e del rapinatore di treni in La conquista del West (1962). Ma non solo parti da villain per lui. Il suo eclettismo gli permise di essere il tenero amante di Marilyn Monroe ne Gli spostati (1961) e un raffinato falsario in Come rubare un milione di dollari e vivere felice (1966). Dopo l’esperienza leoniana, Wallach tornò spesso a lavorare in Italia, un Paese che amò molto e di cui riuscì a imparare la lingua. Nel 1948 sposò l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli. La notizia del decesso è stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci circolate su una pagina Facebook nello scorso fine settimana erano state smentite. Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli fu consegnato un Oscar alla carriera. In quell’occasione disse: «Da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori».

st.mar.
Per alcune informazioni si ringrazia Agi online

martedì 24 giugno 2014

Roma, al Centro culturale ‘Aldo Fabrizi’ di San Basilio arriva il grande cinema

Il centro culturale 'Aldo Fabrizi' di San Basilio
Arriva il grande cinema a Roma, al Centro culturale ‘Aldo Fabrizi’ del quartiere San Basilio. Film italiani che hanno avuto grande successo di pubblico e critica, saranno proiettati all’aperto dal 26 giugno al 6 agosto. Per la rassegna denominata ‘Cinema e Stelle’, sono previste sei proiezioni di pellicole incentrate
La locandina di Sacro GRA,
primo film in programmazione
sul tema della vita di periferia. Si comincia giovedì prossimo con
Sacro GRA, Leone d’Oro della 70^ edizione del festival di Venezia (2013), al termine del quale è previsto l’intervento di Nicolò Bassetti, paesaggista e urbanista dal cui lavoro nasce l’idea dell’opera di Gianfranco Rosi. A moderare sarà Luca Attanasio.

Giovedì 3 luglio è la volta della commedia tutta al femminile Amiche da morire, opera prima di Giorgia Farina, con Claudia Gerini, Cristina Capotondi e Sabrina Impacciatore, mentre giovedì 10 luglio Terraferma, terza opera che Emanuele Crialese dedica al mare della Sicilia. Giovedì 17 luglio si prosegue con Reality - del regista di Gomorra, Matteo Garrone - commedia tragica sulla civiltà dell’immagine; il 31 luglio Una vita tranquilla di Claudio Cupellini con Toni Servillo nei panni di un ex camorrista gestore, con immacolata identità e nuova famiglia, di un albergo-ristorante in Germania. Come film di chiusura, il 6 agosto, un omaggio ai grandi del cinema italiano, Signore e signori, buonanotte del 1976 con Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Paolo Villaggio; regia di Age, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola.

Tranne che per la serata d’apertura il 26 giugno alle 21, tutte le altre proiezioni sono alle 21,15.

redazione

Il più bello di martedì 24 giugno, prima serata, sul digitale: ‘Scarface’ (Iris, canale 22, alle 21)

La locandina
Scarface

Mia valutazione: ♥♥♥♥♥ = 10

La scheda
Un film di Brian De Palma. Con Al Pacino, Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Mary Elizabeth Mastrantonio, Robert Loggia, F. Murray Abraham, Pepe Serna, Harris Yulin, Richard Belzer, Paul Shenar, Albert Carrier, Victor Millan, Miriam Colon, Tony Perez, John Carter, Michel François, Mark Margolis, Geno Silva, Roberto Contreras, Ben Frommer, John Brandon, Gil Barreto, John McCann, Mario Machado, Dennis Holahan, Santos Morales, ángel Salazar, Garnett Smith, Michael Alldredge, Ted Beniades, Victor Campos, Arnaldo Santana, Michael P. Moran, Al Israel, Paul Espel, Loren Almaguer, Heather Benna, Dawnell Bowers, Tina Leigh Cameron, Robert Hammer Cannerday, Rene Carrasco, Richard Caselnova, Gary Cervantes, Carlos Cestero, John Contardo, Caesar Cordova, Gregory N. Cruz, Dante D'André, Richard Delmonte, Wayne Doba, Edward R. Frommer, John Gamble, Troy Isaacs, Ronald Joseph, Joe Marmo, Ray Martel, Richard Mendez, Mike Moroff, Angela Nisi, Manuel Padilla, Tony Pann, Ilka Pagan, Barbra Perez, Michael Rougas, Anthony Saenz, Arnold Tafolla, Chuck Tamburo, Jim Towers, Robert van den Berg, Bob Yanez. Drammatico, Usa 1983. Reteitalia - Uip (1984) - Cic. Durata 170' circa.

La trama
Sulla scia dei profughi cubani in fuga dall’isola di Castro, arriva negli Stati Uniti Tony Montana, delinquente comune che tenta di spacciarsi per prigioniero politico, senza peraltro riuscire a ingannare la polizia statunitense. Dal campo profughi nel quale è internato, Tony comincia un’irresistibile ascesa nel mondo della malavita, grazie alla sua incredibile crudeltà e determinazione. La sua carriera americana comincia con l’assassinio di un anticastrista, poi con un’operazione di smercio di droga, portata felicemente a termine nonostante il bagno di sangue che è costata, ed è a questo punto che Tony, insieme all’inseparabile amico Manny, diviene il guardaspalle di Lopez, trafficante di stupefacenti. Ma ben presto anche Lopez comincia ad andargli ‘stretto’, anche perché Tony vuole a tutti i costi la donna del capo, Elvira. E allora si mette in proprio e conclude un colossale affare con Sosa,
Il regista
Brian De Palma
produttore boliviano di cocaina. L’impero su cui adesso domina incontrastato, eliminato Lopez e sposata Elvira, sembra inattaccabile, ma anche per Tony cominciano i guai. Prima una denuncia per evasione fiscale, poi l’abbandono da parte di Elvira. Le preoccupazioni che gli dà la sorella Gina, cui è morbosamente attaccato, fanno vacillare la sua già psicopatica personalità, resa ancor più incontrollata da una smodata assunzione della stessa cocaina di cui è divenuto spacciatore di massimo livello.

Mia recensione
Al Pacino in una scena emblematica di Scarface
Scarface (Sfregiato, soprannome reale di Al Capone), titolo del film del regista Brian De Palma - un’icona del cinema mondiale - è un cult del genere gangsteristico, in cui come squali sguazzano personaggi senza scrupoli, che provengono dai bassifondi della società e che hanno conosciuto quella profonda povertà che li ha resi affamati di riscatto e di ricchezza. A qualsiasi costo. In cima a tutti, in questa pellicola che è diventata negli anni modello per altre decine di opere cinematografiche, c’è il personaggio principale della trama, Tony Montana. Ritagliato in modo magistrale dalla sceneggiatura di, niente popò di meno che, Oliver Stone, è interpretato da uno dei migliori attori del mondo. Al Pacino, in quel lontano 1983, riprende la determinazione mentale del Michael Corleone de Il Padrino (in particolare Parte II e Parte III) e la travasa in Tony Montana. Un cubano, sì, ma con tante sfaccettature che potrebbero ricondurre all’italoamericano col mitra in mano dell’immaginario collettivo. Alla spietatezza filosofica, quindi, l’oggi 74enne interprete newyorkese, riesce con una potenza e consistenza recitativa fuori dal comune, ad aggiungere la brutalità implacabile dell’arrivista delinquenziale.

Ancora Al Pacino, un Tony Montana che si crede immortale
Ma non solo. Tony Montana - che da solo regge il racconto filmico, senza nulla togliere a importanti personaggi - è un agglomerato di sfaccettature, che unite alla suddetta malvagità, concretizzano un uomo al limite della schizofrenia. Spietato nell’assassinare chiunque si pari sulla sua scalata alla conquista del ‘mondo’, si rifiuta di far esplodere un’automobile perché all’interno vi sono, inaspettatamente, dei ragazzini. “Io i bambini non li ammazzo - grida il gangster all’indirizzo del socio che lo sprona a premere il fatidico pulsante - Io ammazzo te, macellaio!” e gli fa esplodere la testa con un colpo di pistola a bruciapelo. Tony, la faccia scavata e percorsa dalla cicatrice e gli occhi sempre vigili a captare le insidie del crudele mondo in cui a scelto di vivere - è profondamente innamorato della moglie, per la quale è disposto a fare qualsiasi cosa, ma che non esita a umiliare dandole di fronte a tutti dell’alcolizzata e della drogata. Così da farsi abbandonare dalla donna, proprio nel momento più delicato e drammatico della vicenda. Adora e difende la sorella, ma in maniera malsana a tal punto da uccidere il proprio migliore amico che l’ha sposata a sorpresa. Per assurdo, in tutto questo, un protagonista col quale lo spettatore può ritrovarsi a immedesimarsi.

Al Pacino con Michelle Pfeiffer, nel film la moglie di Montana
Un film, Scarface, di una violenza ‘vietata ai minori’ (ebbe problemi con la censura e alcune scene furono tagliate), dal pathos che non conosce contrazione. Un montaggio frenetico che ha il merito di rendere, in particolare le sequenze di sparatorie, di una credibilità impeccabile. Perfetta la scelta dei costumi, completi doppiopetto stile anni Venti, ma che nella moda degli anni Ottanta di Miami, sono sfarzosi, colorati. Pantaloni a zampa di elefante, con camicie sgargianti dal collettone ad ala di gabbiano portato sopra il risvolto della giacca. Il film di Coppola ha anche consacrato attrici di alto livello come Michelle Pfeiffer e Mary Elizabeth Mastrantonio e acceso le luci della ribalta su un talento come F. Murray Abraham. La bellissima colonna sonora dell’italiano Giorgio Moroder (Flashdance) fa da culla a un’opera filmica senza sbavature.

Stefano Marzetti