Oscar 1998: miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice
protagonista a Helen Hunt; Golden
Globe 1998: miglior film commedia o musicale,
miglior attore in un film commedia o musicale a Jack Nicholson, miglior attrice
in un film commedia o musicale a Helen Hunt; Screen Actors Guild Award 1997: miglior
attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Helen Hunt.
La scheda
Un film di James L. Brooks. Con Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg
Kinnear, Cuba Gooding Jr., Skeet Ulrich, Shirley Knight, Yeardley Smith, Lupe
Ontiveros, Bibi Osterwald, Ross Bleckner, Bernadette Balagtas, Jaffe Cohen,
Harold Ramis, Julie Benz. Titolo originale: As Good As It Gets. Commedia, Usa 1997.
Durata 138'.
La trama
A New York,
Melvin Udall, scrittore di romanzi sentimentali, soffre di disturbi di tipo
ossessivo e maniacale. Si diverte a insultare, offendere, ferire gli altri che
reagiscono con durezza. Di fronte al suo appartamento abita Simon, pittore di
talento, stella del momento nel panorama artistico newyorchese, gay dichiarato
e vittima delle malignità del dirimpettaio. Tutti i giorni Melvin fa colazione
in un ristorante, dove l'unica cameriera che sopporta le sue battute è Carol,
una ragazza madre con un figlio che soffre di asma cronica. Un giorno
Il regista
James L. Brooks
Simon si
porta a casa un giovane modello per un ritratto ma questi fa entrare alcuni
amici che sfasciano tutto, rubano e picchiano duramente il pittore. Mentre è in
ospedale, Melvin accetta di fare da padrone a Verdell, il cagnolino di Simon: i
due diventano stranamente amici. Poi Melvin viene a sapere della malattia del
figlio di Carol: manda a casa della donna un medico, marito della sua editrice,
che gli prescrive cure rigorose e di grande efficacia. Imbarazzata, Carol dice
a Melvin di non voler avere rapporti con lui. Intanto, in via di guarigione ma senza soldi e con lo sfratto incombente, Simon è costretto ad andare a fare
Helen Hunt e Jack Nicholson in una scena del film
visita ai genitori. Melvin decide di accompagnarlo in macchina ma chiede a
Carol di andare con loro. Quando vanno a cena da soli, Melvin riesce quasi a
essere gentile con Carol, ma qualcosa alla fine va storto e Carol lo lascia
indignata. Simon intanto ha ritrovato la voglia di dipingere, rinuncia a
incontrare i genitori, torna a New York e qui scopre che Melvin lo ospita a
casa sua, dove gli ha fatto preparare una stanza. Ora è Simon a spingere
Melvin, lo esorta a non rinunciare a Carole e ad andare a casa di lei. Così in
piena notte, Melvin suona il campanello. Carol esce con lui, finalmente i due
si spiegano, si dichiarano, capiscono le difficoltà reciproche, ma decidono
comunque di provare.
La mia recensione
Il classico film che non annoia mai,
trascinato da attori di altissimo livello (due di loro vinsero l’Oscar, Jack
Nicholson e
Helen
Hunt) e
costruito su uno script solido e
coerente che garantisce la fluidità della sequenza d’immagini. Si tratta di
certo di una pellicola dichiaratamente molto commerciale e che punta senza
mezzi termini a colpire ‘duro’ i sentimenti degli spettatori, uomini e donne
che siano e possiamo metterci anche i ragazzi. Se vogliamo alcune situazioni e
conclusioni sono più che scontate, ma puntellate da meticolose legittimazioni
nell’ambito dell’accadibile e quindi del reale, cosicché l’immedesimazione di chi
guarda, sia con la storia sia coi personaggi in
gioco, è garantita.
Jack Nicholson, vero mattatore della commedia
Non sorprenda che io giudichi il motore di Qualcosa è
cambiato (molto
meglio il titolo originale As Good As It Gets, ‘tanto buono
ciò che diventa’) del regista statunitense James L. Brooks (nel 2005 autore
del godibilissimo Spanglish - Quando in famiglia sono troppi a parlare) sia il
solito, incontenibile Jack Nicholson (nel 2007 in coppia con Morgan
Freeman nel buon Non è mai
troppo tardi
di Rob
Reiner). Il tre
volte premio Oscar, oggi giunto a settantasette anni, è, manco a dirlo, il
protagonista di questa commedia a tratti drammatica, dalla quale emerge il
forte senso di solitudine in cui i personaggi principali sono costretti a
vivere, ognuno con le proprie fobie, paure, preoccupazioni e debolezze. Sentimenti
che sono delineati molto bene dalla sceneggiatura scritta a quattro mani dallo
stesso regista con Mark Andrus, ricca di situazioni intriganti e di dialoghi
intelligenti. Si tratta in particolare di tre persone dalle quali ci si sente
sempre più attratti e con le quali l’empatia è conseguenza garantita.
Greg Kinnear e Jack Nicholson
Un film (occupa il posto numero 140 de ‘I 500
Film più Grandi di Tutti i Tempi’ [The 500 Greatest Movies of All Time] della
rivista Empire; fonte Wikipedia) in parte di viaggio, che è sempre metafora di
riflessione, confronto con se stessi e con gli altri, sofferenza e cambiamento.
Anche qui nulla di nuovo, ma quando l’obiettivo è reso bene, tanto di cappello.
Le prove degli interpreti principali, il già citato Nicholson
con Helen
Hunt e Greg Kinnear, sono
fondamentali per la riuscita del lavoro del regista, facilitato dalla sensibilità di
questi interpreti nel centrare i diversi obiettivi del racconto filmico. Un
fluire mai pigro di quadri cinematografici, cosa che impedisce la benché minima
distrazione. La colonna sonora del bravissimo compositore tedesco Hans
Zimmer (sue le
musiche di The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, appena entrato
con grande successo nelle sale italiane), incalza a meraviglia il ritmo delle
azioni.
Un racconto di comprensione, di amicizia e d’amore.
Un amore difficile, che s’imbatte in una serie sfiancante di ostacoli ma che,
in un modo o nell’altro, trova la porta per entrare nella giusta dimensione. Da
vedere senza tentennamenti.
Un film di Emilio Estevez. Con Martin Sheen,
Emilio Estevez, Deborah Kara Unger, Yorick van Wageningen, James Nesbitt,
Tchéky Karyo, Angela Molina, Carlos Leal, Simón Andreu, Eusebio Lázaro, Antonio
Gil, Spencer Garrett. Titolo originale: The Way. Azione,
Usa 2010. Durata 94'. 01 Distribution.
La trama
Tom è un
medico americano che arriva in Francia per recuperare i resti del figlio morto
in una tempesta sui Pirenei mentre percorreva il Cammino di Santiago. Spinto
dal desiderio di poter stare ancora un po’ di tempo accanto a lui, cercando di
dare un significato a questa perdita, Tom decide di continuare lo storico
pellegrinaggio, lasciandosi alle spalle la sua vita in California. Con lo zaino
del figlio e una guida, s'incammina per gli ottocento chilometri del cammino ma
presto scopre che non sarà solo, incontrerà altri pellegrini, provenienti da
tutto il mondo e uniti dal desiderio di comprendere il profondo significato delle proprie vite. Le
privazioni che Tom dovrà affrontare gli permetteranno di comprendere la
differenza tra “la vita che si vive e quella che si sceglie di vivere”.
La mia recensione
Il regista
Emilio Estevez
Storia ‘on the road’ o meglio dire, in questo
caso, ‘on the way’ e a piedi. Quella way intesa
come via, che rispetto alla strada, dà un senso di maggior durezza, fatica - fisica
e mentale - pericolo, rischio di perdersi e di perdere, di smarrirsi lungo un
cammino che ha sì un obiettivo ben definito ma resta fino alla fine un’incognita
in cui o si affoga o si impara a nuotare. È la way del titolo originale, che sarebbe abbondantemente bastato a
rendere il senso di questa pellicola del 2010 che in Italia qualcuno ha voluto
che fosse conosciuta come Il cammino per Santiago (comunque
accettabile rispetto a migliaia di ingiustificabili storpiature).
Compagni di viaggio: da sinistra Martin Sheen, Deborah Kara Unger,
Yorick van Wageningen e James Nesbitt
Ha fatto davvero un bel lavoro il newyorkese Emilio
Estevez (attore alla
sua terza regia a distanza di quattro anni da Bobby, l’apprezzabile semi-biografico
film sulle ultime ore di Robert Kennedy). Estevez è il figlio
dell’interprete principale di questa vicenda in immagini, l’oggi 73enne Martin Sheen (nome d’arte
di Ramon Gerard Antonio Estevez, che iniziò a contare qualcosa nell’universo in
celluloide dagli anni Settanta del secolo scorso con La rabbia
giovane [1973] di Terrence
Malick, per poi
essere consacrato nel 1979 con la parte da protagonista in Apocalypse
Now di Francis
Ford Coppola).
Autore anche della sceneggiatura, Emilio Estevez decide di
raccontare il dolore improvviso, la perdita di un figlio dalla quale
scaturiscono decisioni che un uomo senza ferite così profonde non avrebbe mai
preso. E un viaggio non programmato è di certo una di queste, soprattutto
quando si giunge da una vita tranquilla, senza scossoni, forse anche un po’
noiosa, tra lo studio medico in cui si lavora e una partita a golf con amici o
colleghi.
Martin Scheen in una scena de Il cammino per Santiago
Un viaggio che è l’unica cosa da fare in quel
momento di sconcerto e che diventa anche l’unica speranza di non crollare. Il
dolore che diventa rabbia, chiusura in se stessi. Il protagonista, ben
disegnato dallo script, ha un
obiettivo preciso, così com’è chiaro che incognite ve ne saranno a ogni passo.
L’immedesimazione dello spettatore con questa persona che si lascia risucchiare
dalla storica via per Santiago de Compostela (Galizia, Spagna) è assicurata così
come la forza del racconto filmico. La rabbia, che è anche rancore nei
confronti di quel figlio mancato all’improvviso per una banale imprudenza, è
pure il rifiuto di tutto il resto, a cominciare dai rapporti umani che
divengono solo un intralcio lungo il cammino. Un passo dietro l’altro che vorrebbe
essere incontaminato, solitario. Ma è proprio in questo allontanamento dal
prossimo che l’uomo scopre di non piacersi e lentamente, nel suo procedere
verso la meta, torna psicologicamente sui suoi passi, a riscoprire il senso
dell’amicizia, la necessità di raggrupparsi, la primordiale inclinazione dell’essere
umano come essere sociale. Così i compagni di viaggio ‘raccolti’ lungo il
percorso, da consapevoli elementi di disturbo divengono incontri sorprendenti e
pian piano piacevoli, tessere indispensabili per il completamento di un puzzle focale per un’intera esistenza.
Buone le prove dei comprimari, fra cui spiccano Yorick van Wageningen (da citare Amore senza
confini nel 2003) e James
Nesbitt (Lo Hobbit -
Un viaggio inaspettato nel 2012).
Padre e figlio, nella realtà e nella finzione filmica, in un'altra scena
Bravo Martin Sheen, che
conferma la sua propensione recitativa all’introspezione, allo smarrimento
interiore dell’uomo di fronte all’imprevisto. Padre e figlio nella finzione se
la intendono (chissà se è così anche nella realtà, probabilmente sì, visti i
risultati). E il navigato Sheen segue e aiuta, probabilmente, Estevez nel creare
questo film che, forse, resterà il suo più bello (ma è ovvio che gli auguro
altre intense soddisfazioni). I dialoghi sono credibili (così come significativi
sono alcuni silenzi), essenziali quanto basta e anch’essi contributivi a tenere
il cinefilo seduto nel buio e con intensa partecipazione di fronte al grande
schermo. A tratti, tuttavia, la catena narrativa rallenta, il ritmo s’inceppa
per poi, comunque, riprendere il suo flusso, in tempo per non causare
distrazioni. Contribuisce al coinvolgimento una colonna sonora originale perfetta
(Tyler
Bates, City of
Ghosts nel 2002) per
il tipo di narrazione, ad avvolgere la splendida fotografia di Juanmi
Azpiroz col contributo
di Anthony
Von Seck e dello
stesso Estevez.
Un bel film, di quelli che in troppi vanno
dicendo che gli Stati Uniti non sono capaci di fare. E invece loro sono lì,
molto più spesso di quanto si pensi, a dimostrare che col cinema fanno quello
che vogliono e quando vogliono. Opera senza dubbio da recuperare, possibilmente
con dei figli accanto.
Un film di Ivan Reitman. Con Kevin Costner, Jennifer Garner, Tom Welling, Terry Crews, Sam
Elliott, Ellen Burstyn, David Ramsey, Rosanna Arquette, Denis Leary, Frank
Langella, Christopher Cousins, Chi McBride, Patrick St. Esprit, Chadwick
Boseman. Sportivo,
Usa 2014.
La trama
Sonny Weaver
jr. è il direttore generale della squadra di football dei Cleveland Browns. Nel
tentativo disperato di risolvere i problemi in cui versa il team cercando un
nuovo ‘numero uno’ tra i giocatori senza contratto, lungo la strada Sonny avrà
modo di scontrarsi con l'allenatore Vince Penn e di rischiare di perdere la
donna e la squadra che ama.
La critica
Il regista
Ivan Reitman
Che a Kevin Costner piaccia
cimentarsi con le storie di sport non è un mistero quasi per nessuno. Chiunque
fra noi cinefili abbia seguito con un minimo di costanza la sua polposa
carriera, di primo acchito ricorderà di certo lavori come il lontanissimo American
Flyers - Il vincitore (1985, ciclismo) e poi a seguire Bull Durham - Un gioco a tre
mani (1988,
baseball), il bellissimo L'uomo dei sogni (1989, baseball), Tin Cup (1996,
golf), Le
parole che non ti ho detto (1999, vela). Non può sorprendere, perciò, che probabilmente entro
il 2014 lo ritroveremo nelle sale con Draft Day del regista
slovacco ma trapiantato in Canada, Ivan Reitman (non un
gran curriculum il suo, nel quale degni di nota sono giusto i due Ghostbusters, ma bisogna
tornare indietro agli anni Ottanta del secolo scorso) il quale offre all’attore
californiano (che vedremo abbastanza presto anche in Three Days
To Kill[articolo]e, con attesa più sentita in The Man Who Saved the World che vanta
un cast prestigioso in cui brillano Matt Damon e Robert De
Niro) di entrare
anche nel mondo del football americano nelle vesti (visti ormai i 59 anni) di
dirigente.
Kevin Costner manager di football americano in Draft Day
Il film di Reitman, a sentire
chi l’ha già visto, promette bene, soprattutto per merito della sceneggiatura
(che se vogliamo va a ripescare nello schema di un capolavoro come Ogni
maledetta domenica, 2000, di Oliver Stone con Al Pacino e Jamie
Foxx) di Scott
Rothman e Rajiv
Joseph, la quale
punta non solo alla posta in gioco del personaggio principale ma all’intera
essenza della vicenda, in modo che anche gli spettatori che non hanno una limpida
idea di cosa sia il football, possano appassionarsi e immedesimarsi nel
susseguirsi delle immagini. In questo è bravo anche il cineasta a non essere
troppo invadente nel mettere mano al racconto, “lasciando soprattutto ad abili attori - rileva Drew McWeeny di Hit Fix - il compito di dare valore
al materiale a disposizione”. In questo è bene fare attenzione alla presenza di
un’interprete ormai navigata come la texana Jennifer Garner (reduce
dell'acclamato Dallas Buyers Club che ha dato l'Oscar a Matthew
McConaughey
e Jared
Leto ma mi piace
ricordarla anche agente speciale del FBI nell’ottimo actionThe Kingdom, 2007), sempre affidabile qualunque sia il
ruolo ricoperto, in questo caso Ali, moglie di Costner/Sonny Weaver
Jr..
Terry Crews in una scena del film
L’interpretazione comunque più convincente è
quella dell’artefice di Balla coi lupi, che pur non essendo un mago nei tempi che
devono regolare le battute sdrammatizzanti, ha comunque una gran maestria nel “far
sembrare facile ciò che non lo è affatto e in questo è stato spesso
sottovalutato”, rileva ancora McWeeny. La fase clou dell’opera filmica è proprio quella del draft (che in gergo sportivo è il momento iniziale della stagione
in cui una società - in testa il suo direttore sportivo - è chiamata a selezionare
i nuovi giocatori, spesso tra giovani incognite, altrettanto spesso tra
veterani in fase calante. Il tutto col rischio di creare malcontento nella ‘rosa’
già formata. In questa fase della storia entrano in ballo il newyorkese Tom
Welling (filmografia
davvero scarsa sinora) e il 45enne del Michigan, Terry Crews (nel cast
dei due divertenti I mercenari, 2010 e 2012).
Kevin Costner e Jennifer Garner
Altro punto di forza della pellicola è il
modo in cui le scenografie sono state in grado di dare credibilità all’ambiente
in cui si sviluppa il racconto. Molte delle scene sono state girate all’interno
di reali strutture della National Football League (NFL) e gli attimi del
suddetto draft day sono inseriti
attingendo a veri momenti di quel delicato giorno della stagione sportiva. L’attenzione
di chi guarda è attratta dal pathos
che s’impadronisce dei giocatori che affrontano un “giorno terribilmente
difficile della loro carriera, che fa scorrere loro tutta una vita davanti e
che darà un responso sul loro valore e quindi sul loro futuro”. Insomma, pare proprio
di essere vicini al rilancio della carriera di un attore come Costner, che negli
ultimi anni ha sbagliato parecchie scelte perdendo, almeno ai miei occhi,
quella credibilità conquistata in tempi più remoti.
Non
essendo accreditato dalla visione dell’anteprima del film, questo articolo va
inteso come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove possibile,
arricchita.
Steven Spielberg al lavoro su tre diversi progetti
La copertina del libro
su cui il regista
baserà un prossimo film
Di pochi giorni fa l’annuncio del progetto di
tornare a lavorare con Tom Hanks per la loro quinta pellicola insieme,
stavolta ambientata ai tempi della ‘guerra fredda’ (articolo). Ora
alcuni rumor fanno girare notizia che
il regista di Cincinnati, Steven Spielberg, uno dei
più grandi al mondo, si sta preparando a una nuova avventura per il grande
schermo. Un film basato su GGG (Grande Gigante Gentile), uno dei
libri per l’infanzia più fortunati di tutti i tempi, scritto da Roald Dahl e
pubblicato nel 1982 (in Italia edito da Salani) con le illustrazioni di Quentin Blake. Per
l'occasione l’artefice di capolavori come E.T. - L'extra-terrestre (1982), Salvate il
soldato Ryan
(1998) e della venerata saga di Indiana Jones con protagonista Harrison
Ford (quattro film
tra il 1981 e il 2008), si avvarrà della collaborazione di Melissa
Mathison, già
sceneggiatrice di E.T. e della produzione di Frank Marshall, John
Madden e Michael
Siegel. Il soggetto di GGG narra dell'amicizia tra una ragazza e un gigante buono. Stando a
quanto riportato da The Hollywood Reporter che ha dato l’esclusiva, Spielberg avrebbe
intenzione di iniziare le riprese entro il 2015,
Tra le idee anche quella di produrre
un quinto episodio della saga di Indiana Jones
(nella foto Harrison Ford e Sean Connery)
mentre il film dovrebbe essere
al cinema entro il 2016.
Ma un'altra strepitosa new appare all'orizzonte: il cineasta che non ha mai frequentato un
corso di cinema, sarebbe intenzionato a girare un quinto episodio del succitato
Indiana
Jones. Non si
esclude il ritorno sul grande schermo dell'inimitabile Sean
Connery (da qualche
tempo lontano dalla ribalta) che è stato al fianco di Harrison
Ford in Indiana
Jones e l'ultima crociata (1989).
Valeria Bruni Tedeschi miglior attrice al Tribeca Film Festival
Non solo Oscar e, soprattutto, non solo La grande
bellezza, film di
cui s’è parlato talmente tanto negli ultimi mesi che i denti cominciano a
cariarsi. Un altro emozionante e importante riconoscimento giunge per l’Italia
del cinema dal Tribeca Film Festival (rassegna newyorkese istituita nel 2002 da Robert De Niro e Jane
Rosenthal
in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 alle torri gemelle del World
Trade Center; leggi di più). Valeria Bruni Tedeschi (vista nel
divertentissimo Viva la libertà di Roberto Andò, 2013) è
stata premiata come miglior attrice per Il capitale umano di Paolo
Virzì (Tutti i
santi giorni,
2012). Sia l’intensa attrice torinese sia la pellicola, hanno ricevuto negli
Usa un applauso a scena aperta. Qui sotto le informazioni basilari sul film.
La locandina
Il capitale umano
Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8
La scheda
Un film di Paolo Virzì. Con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti, Vincent Nemeth, Pia Engleberth, Nicola Centonze. Thriller, Ita 2014. Durata 109'. 01 Distribution.
La trama
La vicenda comincia una notte, sulla provinciale di una città brianzola, alla vigilia di Natale, con un ciclista investito da un suv. Che cosa è successo esattamente? L’unica cosa certa è che questo incidente cambierà il destino di due famiglie, quella di Giovanni Bernaschi, top rider della finanza e quella di Dino Ossola, ambizioso immobiliarista sull'orlo del fallimento. E forse potrebbe cambiare per sempre anche la vita di qualcuno che con quelle smanie di arricchimento non c'entrava niente.
Il regista Paolo Virzì
Un successo a tutto tondo per il film del
regista toscano, che ha già conquistato mezzo mondo essendo stato venduto in
oltre trenta paesi. La pellicola si farà infatti vedere nei cinema di Francia,
Giappone, Taiwan, India, Sud Corea, Hong Kong, Turchia, Australia, Nuova
Zelanda, Israele, Brasile, Canada, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Lussemburgo,
Portogallo, Finlandia, Estonia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Polonia, Svizzera,
Bulgaria, Germania, Austria, Gran Bretagna, Irlanda ed ovviamente Stati Uniti
d'America, dove il film è nato (è tratto da un libro di Stephen Amidon).
Il Tribeca Film Festival è stato istituito nel 2002
Tra gli altri premi importanti del Tribeca,
applausi al vincitore Zero Motivation di Talya Lavie. Menzione
speciale della giuria a The Kidnapping of Michel Houellebecq, con il Paul
Schneider
di Goodbye
to All That
eletto miglior attore della manifestazione.
Miglior sceneggiatura ancora una volta finita tra le mani di The
Kidnapping of Michel Houellebecq, con Five Star di Keith
Miller premiato
per il miglior montaggio e Damian García per la miglior fotografia di Güeros. Miglior
regista esordiente Josef Wladyka con Manos Sucias.
Un film di Robert Bresson. Con Luc Simon,
Laura Duke, Humbert Balsam. Titolo originale: Lancelot du Lac. Drammatico, Fra
1974. Durata 85'.
La trama
L’ennesima,
vana ricerca del Graal s’è conclusa. I cavalieri della tavola rotonda sono
divisi in due fazioni: da una parte Lancillotto, amante della regina Ginevra,
con pochi compagni; dall’altra Mordred, con la sua invidia, la sua ambizione,
ed un buon numero di seguaci. Messi Artù e Lancillotto l’uno contro l’altro,
Mordred riuscirà ad avere la meglio su entrambi.
Critica
Fu perlopiù alla smitizzazione della leggendaria
figura di Lancillotto che il cineasta francese Robert Bresson (scomparso nel
1999 a novantanove anni), nel lontano 1974, mirò con questa pellicola (forse
la sua più ambiziosa), nella quale riporta i paladini dell’onore e della lealtà
a un più verosimile manipolo di assassini e saccheggiatori. Lo schiaffo all’idealizzazione
di questa vicenda che riempie il mondo dell’arte in ogni sua forma, raggiunge l’acme
nella sequenza del torneo con un’inquadratura “fissa sulle zampe dei cavalli,
nascondendo la sostanza della giostra, lo scontro tra i cavalieri, le imprese
di Lancillotto”, scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio. “Il
tutto è ridotto ad un processo meccanico, un alternarsi monotono di tromba,
corsa dei cavalli, rumore di ferraglia e cambio della lancia per dare il via ad
un nuovo scontro. L’apoteosi dell’azione priva d’alcun significato. Memorabile
l’essenzialità del finale – rileva ancora Almonte - Lancillotto decide di
correre in aiuto di Artù, tradito da Mordred; un cavallo scosso galoppa per il
bosco; alcune frecce si conficcano nella corteccia degli alberi; il re e la sua
scorta, l’eroe del Lago e il suo cavallo giacciono morti, ammucchiati come
animali”.
Il regista Robert Bresson al lavoro
In questo film, l’Ancillotto è “un antieroe,
ottuso ed orgoglioso, che agisce senza considerare prima le possibili
conseguenze, dilaniato dal conflitto interiore tra la sua fede ed il suo amore
colpevole. Incapace di mantenere un proposito dettato dalla ragione e non
dall’istinto. Il gesto finale, il nobile slancio in soccorso del re tradito,
non è altro che l’ultimo degli errori che la sua impulsività gli fa compiere”.
E ancora, la storia è “ridotta a eterno e circolare esplodere di brutalità, non
senso, orrore. Un ascetismo stilistico, il suo, rispetto al quale Antonioni
sembra un regista quasi commerciale”, è il commento rintracciabile ne il
Morandini. Di sicuro un’opera che dovevo segnalare ma altrettanto certamente
adatta a cultori di un cinema cosiddetto d’autore.
***
Quasi in concomitanza (su Italia 1 alle 21,10) un
bel docu-film che appassionerà di
certo gli amanti dell’automobilismo e, in particolare, i nostalgici di quel
grande campione dello sport che fu il pilota brasiliano Ayrton Senna, deceduto
nel 1994 in seguito a un incidente durante le prove di un gran premio. Qui
sotto le informazioni basilari.
La locandina
Senna
Valutazione media: ♥♥♥ = 7,5
La scheda
Un film di Asif Kapadia. Documentario,
Gb 2010. Durata 105'. Universal Pictures.
La trama
Ayrton Senna
Ayrton Senna
da Silva nasce nel 1960 in una famiglia benestante di San Paolo e a diciotto
anni è già in Europa a disputare i campionati internazionali di go-kart. Nel
giro di pochi anni approda alla Formula 1 e si contraddistingue per uno stile
di guida spettacolare e frenetico. Le sue autentiche prodezze automobilistiche,
la forte devozione religiosa e l'accesa rivalità con il compagno di scuderia
Alain Prost, lo portano presto a divenire una celebrità dentro e fuori dai
circuiti. Per un Brasile sempre più povero e martoriato, Ayrton diventa
l'emblema del riscatto e della vittoria, mentre per la Federazione della
Formula 1, il giovane pilota è un talento incapace di sottostare alle politiche
di gioco e ai giochi della politica.
Non ho
visto questo film, quindi questo articolo è stato redatto con il supporto della
critica di altri recensori, da me commentata e, dove possibile, arricchita.