martedì 29 aprile 2014

Il più bello di martedì, prima serata, sul ‘digitale’: La 7 alle 21,10 (con trailer)

La locandina
Qualcosa è cambiato

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Oscar 1998: miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Helen Hunt; Golden Globe 1998: miglior film commedia o musicale, miglior attore in un film commedia o musicale a Jack Nicholson, miglior attrice in un film commedia o musicale a Helen Hunt; Screen Actors Guild Award 1997: miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Helen Hunt.

La scheda
Un film di James L. Brooks. Con Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr., Skeet Ulrich, Shirley Knight, Yeardley Smith, Lupe Ontiveros, Bibi Osterwald, Ross Bleckner, Bernadette Balagtas, Jaffe Cohen, Harold Ramis, Julie Benz. Titolo originale: As Good As It Gets. Commedia, Usa 1997. Durata 138'.

La trama
A New York, Melvin Udall, scrittore di romanzi sentimentali, soffre di disturbi di tipo ossessivo e maniacale. Si diverte a insultare, offendere, ferire gli altri che reagiscono con durezza. Di fronte al suo appartamento abita Simon, pittore di talento, stella del momento nel panorama artistico newyorchese, gay dichiarato e vittima delle malignità del dirimpettaio. Tutti i giorni Melvin fa colazione in un ristorante, dove l'unica cameriera che sopporta le sue battute è Carol, una ragazza madre con un figlio che soffre di asma cronica. Un giorno
Il regista
James L. Brooks
Simon si porta a casa un giovane modello per un ritratto ma questi fa entrare alcuni amici che sfasciano tutto, rubano e picchiano duramente il pittore. Mentre è in ospedale, Melvin accetta di fare da padrone a Verdell, il cagnolino di 
Simon: i due diventano stranamente amici. Poi Melvin viene a sapere della malattia del figlio di Carol: manda a casa della donna un medico, marito della sua editrice, che gli prescrive cure rigorose e di grande efficacia. Imbarazzata, Carol dice a Melvin di non voler avere rapporti con lui. Intanto, in via di guarigione ma senza soldi e con lo sfratto incombente, Simon è costretto ad andare a fare
Helen Hunt e Jack Nicholson in una scena del film
visita ai genitori. Melvin decide di accompagnarlo in macchina ma chiede a Carol di andare con loro. Quando vanno a cena da soli, Melvin riesce quasi a essere gentile con Carol, ma qualcosa alla fine va storto e Carol lo lascia indignata. Simon intanto ha ritrovato la voglia di dipingere, rinuncia a incontrare i genitori, torna a New York e qui scopre che Melvin lo ospita a casa sua, dove gli ha fatto preparare una stanza. Ora è Simon a spingere Melvin, lo esorta a non rinunciare a Carole e ad andare a casa di lei. Così in piena notte, Melvin suona il campanello. Carol esce con lui, finalmente i due si spiegano, si dichiarano, capiscono le difficoltà reciproche, ma decidono comunque di provare.

La mia recensione
Il classico film che non annoia mai, trascinato da attori di altissimo livello (due di loro vinsero l’Oscar, Jack Nicholson e Helen Hunt) e costruito su uno script solido e coerente che garantisce la fluidità della sequenza d’immagini. Si tratta di certo di una pellicola dichiaratamente molto commerciale e che punta senza mezzi termini a colpire ‘duro’ i sentimenti degli spettatori, uomini e donne che siano e possiamo metterci anche i ragazzi. Se vogliamo alcune situazioni e conclusioni sono più che scontate, ma puntellate da meticolose legittimazioni nell’ambito dell’accadibile e quindi del reale, cosicché l’immedesimazione di chi guarda, sia con la storia sia coi personaggi in  gioco, è garantita.

Jack Nicholson, vero mattatore della commedia
Non sorprenda che io giudichi il motore di Qualcosa è cambiato (molto meglio il titolo originale As Good As It Gets, ‘tanto buono ciò che diventa’) del regista statunitense James L. Brooks (nel 2005 autore del godibilissimo Spanglish - Quando in famiglia sono troppi a parlare) sia il solito, incontenibile Jack Nicholson (nel 2007 in coppia con Morgan Freeman nel buon Non è mai troppo tardi di Rob Reiner). Il tre volte premio Oscar, oggi giunto a settantasette anni, è, manco a dirlo, il protagonista di questa commedia a tratti drammatica, dalla quale emerge il forte senso di solitudine in cui i personaggi principali sono costretti a vivere, ognuno con le proprie fobie, paure, preoccupazioni e debolezze. Sentimenti che sono delineati molto bene dalla sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista con Mark Andrus, ricca di situazioni intriganti e di dialoghi intelligenti. Si tratta in particolare di tre persone dalle quali ci si sente sempre più attratti e con le quali l’empatia è conseguenza garantita.


Greg Kinnear e Jack Nicholson
Un film (occupa il posto numero 140 de ‘I 500 Film più Grandi di Tutti i Tempi’ [The 500 Greatest Movies of All Time] della rivista Empire; fonte Wikipedia) in parte di viaggio, che è sempre metafora di riflessione, confronto con se stessi e con gli altri, sofferenza e cambiamento. Anche qui nulla di nuovo, ma quando l’obiettivo è reso bene, tanto di cappello. Le prove degli interpreti principali, il già citato Nicholson con Helen Hunt e Greg Kinnear, sono fondamentali per la riuscita del lavoro del regista, facilitato dalla sensibilità di questi interpreti nel centrare i diversi obiettivi del racconto filmico. Un fluire mai pigro di quadri cinematografici, cosa che impedisce la benché minima distrazione. La colonna sonora del bravissimo compositore tedesco Hans Zimmer (sue le musiche di The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, appena entrato con grande successo nelle sale italiane), incalza a meraviglia il ritmo delle azioni.

Un racconto di comprensione, di amicizia e d’amore. Un amore difficile, che s’imbatte in una serie sfiancante di ostacoli ma che, in un modo o nell’altro, trova la porta per entrare nella giusta dimensione. Da vedere senza tentennamenti.

Stefano Marzetti

Quelli che forse non avete ancora visto – “Il cammino per Santiago”, la via lungo cui abbandonare il dolore (con trailer)

La locandina
Il cammino per Santiago

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Emilio Estevez. Con Martin Sheen, Emilio Estevez, Deborah Kara Unger, Yorick van Wageningen, James Nesbitt, Tchéky Karyo, Angela Molina, Carlos Leal, Simón Andreu, Eusebio Lázaro, Antonio Gil, Spencer Garrett. Titolo originale: The Way. Azione, Usa 2010. Durata 94'. 01 Distribution.

La trama
Tom è un medico americano che arriva in Francia per recuperare i resti del figlio morto in una tempesta sui Pirenei mentre percorreva il Cammino di Santiago. Spinto dal desiderio di poter stare ancora un po’ di tempo accanto a lui, cercando di dare un significato a questa perdita, Tom decide di continuare lo storico pellegrinaggio, lasciandosi alle spalle la sua vita in California. Con lo zaino del figlio e una guida, s'incammina per gli ottocento chilometri del cammino ma presto scopre che non sarà solo, incontrerà altri pellegrini, provenienti da tutto il mondo e uniti dal desiderio di comprendere il  profondo significato delle proprie vite. Le privazioni che Tom dovrà affrontare gli permetteranno di comprendere la differenza tra “la vita che si vive e quella che si sceglie di vivere”.

La mia recensione
Il regista
Emilio Estevez
Storia ‘on the road’ o meglio dire, in questo caso, ‘on the way’ e a piedi. Quella way intesa come via, che rispetto alla strada, dà un senso di maggior durezza, fatica - fisica e mentale - pericolo, rischio di perdersi e di perdere, di smarrirsi lungo un cammino che ha sì un obiettivo ben definito ma resta fino alla fine un’incognita in cui o si affoga o si impara a nuotare. È la way del titolo originale, che sarebbe abbondantemente bastato a rendere il senso di questa pellicola del 2010 che in Italia qualcuno ha voluto che fosse conosciuta come Il cammino per Santiago (comunque accettabile rispetto a migliaia di ingiustificabili storpiature).


Compagni di viaggio: da sinistra Martin Sheen, Deborah Kara Unger,
Yorick van Wageningen e James Nesbitt
Ha fatto davvero un bel lavoro il newyorkese Emilio Estevez (attore alla sua terza regia a distanza di quattro anni da Bobby, l’apprezzabile semi-biografico film sulle ultime ore di Robert Kennedy). Estevez è il figlio dell’interprete principale di questa vicenda in immagini, l’oggi 73enne Martin Sheen (nome d’arte di Ramon Gerard Antonio Estevez, che iniziò a contare qualcosa nell’universo in celluloide dagli anni Settanta del secolo scorso con La rabbia giovane [1973] di Terrence Malick, per poi essere consacrato nel 1979 con la parte da protagonista in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola). Autore anche della sceneggiatura, Emilio Estevez decide di raccontare il dolore improvviso, la perdita di un figlio dalla quale scaturiscono decisioni che un uomo senza ferite così profonde non avrebbe mai preso. E un viaggio non programmato è di certo una di queste, soprattutto quando si giunge da una vita tranquilla, senza scossoni, forse anche un po’ noiosa, tra lo studio medico in cui si lavora e una partita a golf con amici o colleghi.

Martin Scheen in una scena de Il cammino per Santiago
Un viaggio che è l’unica cosa da fare in quel momento di sconcerto e che diventa anche l’unica speranza di non crollare. Il dolore che diventa rabbia, chiusura in se stessi. Il protagonista, ben disegnato dallo script, ha un obiettivo preciso, così com’è chiaro che incognite ve ne saranno a ogni passo. L’immedesimazione dello spettatore con questa persona che si lascia risucchiare dalla storica via per Santiago de Compostela (Galizia, Spagna) è assicurata così come la forza del racconto filmico. La rabbia, che è anche rancore nei confronti di quel figlio mancato all’improvviso per una banale imprudenza, è pure il rifiuto di tutto il resto, a cominciare dai rapporti umani che divengono solo un intralcio lungo il cammino. Un passo dietro l’altro che vorrebbe essere incontaminato, solitario. Ma è proprio in questo allontanamento dal prossimo che l’uomo scopre di non piacersi e lentamente, nel suo procedere verso la meta, torna psicologicamente sui suoi passi, a riscoprire il senso dell’amicizia, la necessità di raggrupparsi, la primordiale inclinazione dell’essere umano come essere sociale. Così i compagni di viaggio ‘raccolti’ lungo il percorso, da consapevoli elementi di disturbo divengono incontri sorprendenti e pian piano piacevoli, tessere indispensabili per il completamento di un puzzle focale per un’intera esistenza. Buone le prove dei comprimari, fra cui spiccano Yorick van Wageningen (da citare Amore senza confini nel 2003) e James Nesbitt (Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato nel 2012).


Padre e figlio, nella realtà e nella finzione filmica, in un'altra scena 
Bravo Martin Sheen, che conferma la sua propensione recitativa all’introspezione, allo smarrimento interiore dell’uomo di fronte all’imprevisto. Padre e figlio nella finzione se la intendono (chissà se è così anche nella realtà, probabilmente sì, visti i risultati). E il navigato Sheen segue e aiuta, probabilmente, Estevez nel creare questo film che, forse, resterà il suo più bello (ma è ovvio che gli auguro altre intense soddisfazioni). I dialoghi sono credibili (così come significativi sono alcuni silenzi), essenziali quanto basta e anch’essi contributivi a tenere il cinefilo seduto nel buio e con intensa partecipazione di fronte al grande schermo. A tratti, tuttavia, la catena narrativa rallenta, il ritmo s’inceppa per poi, comunque, riprendere il suo flusso, in tempo per non causare distrazioni. Contribuisce al coinvolgimento una colonna sonora originale perfetta (Tyler Bates, City of Ghosts nel 2002) per il tipo di narrazione, ad avvolgere la splendida fotografia di Juanmi Azpiroz col contributo di Anthony Von Seck e dello stesso Estevez.

Un bel film, di quelli che in troppi vanno dicendo che gli Stati Uniti non sono capaci di fare. E invece loro sono lì, molto più spesso di quanto si pensi, a dimostrare che col cinema fanno quello che vogliono e quando vogliono. Opera senza dubbio da recuperare, possibilmente con dei figli accanto.

Stefano Marzetti

“Draft Day”, Kevin Costner torna a fare sport (con trailer)

La locandina
Mia previsione: ♥♥♥ = 7

La scheda
Un film di Ivan Reitman. Con Kevin Costner, Jennifer Garner, Tom Welling, Terry Crews, Sam Elliott, Ellen Burstyn, David Ramsey, Rosanna Arquette, Denis Leary, Frank Langella, Christopher Cousins, Chi McBride, Patrick St. Esprit, Chadwick Boseman. Sportivo, Usa 2014.

La trama
Sonny Weaver jr. è il direttore generale della squadra di football dei Cleveland Browns. Nel tentativo disperato di risolvere i problemi in cui versa il team cercando un nuovo ‘numero uno’ tra i giocatori senza contratto, lungo la strada Sonny avrà modo di scontrarsi con l'allenatore Vince Penn e di rischiare di perdere la donna e la squadra che ama.

La critica
Il regista
Ivan Reitman
Che a Kevin Costner piaccia cimentarsi con le storie di sport non è un mistero quasi per nessuno. Chiunque fra noi cinefili abbia seguito con un minimo di costanza la sua polposa carriera, di primo acchito ricorderà di certo lavori come il lontanissimo American Flyers - Il vincitore (1985, ciclismo) e poi a seguire Bull Durham - Un gioco a tre mani (1988, baseball), il bellissimo L'uomo dei sogni (1989, baseball), Tin Cup (1996, golf), Le parole che non ti ho detto (1999, vela). Non può sorprendere, perciò, che probabilmente entro il 2014 lo ritroveremo nelle sale con Draft Day del regista slovacco ma trapiantato in Canada, Ivan Reitman (non un gran curriculum il suo, nel quale degni di nota sono giusto i due Ghostbusters, ma bisogna tornare indietro agli anni Ottanta del secolo scorso) il quale offre all’attore californiano (che vedremo abbastanza presto anche in Three Days To Kill [articolo] e, con attesa più sentita in The Man Who Saved the World che vanta un cast prestigioso in cui brillano Matt Damon e Robert De Niro) di entrare anche nel mondo del football americano nelle vesti (visti ormai i 59 anni) di dirigente.
Kevin Costner manager di football americano in Draft Day
Il film di Reitman, a sentire chi l’ha già visto, promette bene, soprattutto per merito della sceneggiatura (che se vogliamo va a ripescare nello schema di un capolavoro come Ogni maledetta domenica, 2000, di Oliver Stone con Al Pacino e Jamie Foxx) di Scott Rothman e Rajiv Joseph, la quale punta non solo alla posta in gioco del personaggio principale ma all’intera essenza della vicenda, in modo che anche gli spettatori che non hanno una limpida idea di cosa sia il football, possano appassionarsi e immedesimarsi nel susseguirsi delle immagini. In questo è bravo anche il cineasta a non essere troppo invadente nel mettere mano al racconto, “lasciando soprattutto ad abili attori - rileva Drew McWeeny di Hit Fix - il compito di dare valore al materiale a disposizione”. In questo è bene fare attenzione alla presenza di un’interprete ormai navigata come la texana Jennifer Garner (reduce dell'acclamato Dallas Buyers Club che ha dato l'Oscar a Matthew McConaughey e Jared Leto ma mi piace ricordarla anche agente speciale del FBI nell’ottimo action The Kingdom, 2007), sempre affidabile qualunque sia il ruolo ricoperto, in questo caso Ali, moglie di Costner/Sonny Weaver Jr..

Terry Crews in una scena del film
L’interpretazione comunque più convincente è quella dell’artefice di Balla coi lupi, che pur non essendo un mago nei tempi che devono regolare le battute sdrammatizzanti, ha comunque una gran maestria nel “far sembrare facile ciò che non lo è affatto e in questo è stato spesso sottovalutato”, rileva ancora McWeeny. La fase clou dell’opera filmica è proprio quella del draft (che in gergo sportivo è il momento iniziale della stagione in cui una società - in testa il suo direttore sportivo - è chiamata a selezionare i nuovi giocatori, spesso tra giovani incognite, altrettanto spesso tra veterani in fase calante. Il tutto col rischio di creare malcontento nella ‘rosa’ già formata. In questa fase della storia entrano in ballo il newyorkese Tom Welling (filmografia davvero scarsa sinora) e il 45enne del Michigan, Terry Crews (nel cast dei due divertenti I mercenari, 2010 e 2012).

Kevin Costner e Jennifer Garner
Altro punto di forza della pellicola è il modo in cui le scenografie sono state in grado di dare credibilità all’ambiente in cui si sviluppa il racconto. Molte delle scene sono state girate all’interno di reali strutture della National Football League (NFL) e gli attimi del suddetto draft day sono inseriti attingendo a veri momenti di quel delicato giorno della stagione sportiva. L’attenzione di chi guarda è attratta dal pathos che s’impadronisce dei giocatori che affrontano un “giorno terribilmente difficile della loro carriera, che fa scorrere loro tutta una vita davanti e che darà un responso sul loro valore e quindi sul loro futuro”. Insomma, pare proprio di essere vicini al rilancio della carriera di un attore come Costner, che negli ultimi anni ha sbagliato parecchie scelte perdendo, almeno ai miei occhi, quella credibilità conquistata in tempi più remoti.

Non essendo accreditato dalla visione dell’anteprima del film, questo articolo va inteso come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove possibile, arricchita.


st.mar.

Steven Spielberg infaticabile, al lavoro per “GGG” e per il quinto “Indiana Jones”

Steven Spielberg al lavoro su tre diversi progetti
La copertina del libro
su cui il regista
baserà un prossimo film
Di pochi giorni fa l’annuncio del progetto di tornare a lavorare con Tom Hanks per la loro quinta pellicola insieme, stavolta ambientata ai tempi della ‘guerra fredda’ (articolo). Ora alcuni rumor fanno girare notizia che il regista di Cincinnati, Steven Spielberg, uno dei più grandi al mondo, si sta preparando a una nuova avventura per il grande schermo. Un film basato su GGG (Grande Gigante Gentile), uno dei libri per l’infanzia più fortunati di tutti i tempi, scritto da Roald Dahl e pubblicato nel 1982 (in Italia edito da Salani) con le illustrazioni di Quentin Blake. Per l'occasione l’artefice di capolavori come E.T. - L'extra-terrestre (1982), Salvate il soldato Ryan (1998) e della venerata saga di Indiana Jones con protagonista Harrison Ford (quattro film tra il 1981 e il 2008), si avvarrà della collaborazione di Melissa Mathison, già sceneggiatrice di E.T. e della produzione di Frank Marshall, John Madden e Michael Siegel. Il soggetto di GGG narra dell'amicizia tra una ragazza e un gigante buono. Stando a quanto riportato da The Hollywood Reporter che ha dato l’esclusiva, Spielberg avrebbe intenzione di iniziare le riprese entro il 2015, 
Tra le idee anche quella di produrre
 un quinto episodio della saga di Indiana Jones
(nella foto Harrison Ford e Sean Connery)
mentre il film dovrebbe essere al cinema entro il 2016.

Ma un'altra strepitosa new appare all'orizzonte: il cineasta che non ha mai frequentato un corso di cinema, sarebbe intenzionato a girare un quinto episodio del succitato Indiana Jones. Non si esclude il ritorno sul grande schermo dell'inimitabile Sean Connery (da qualche tempo lontano dalla ribalta) che è stato al fianco di Harrison Ford in Indiana Jones e l'ultima crociata (1989).



s.m.

lunedì 28 aprile 2014

Il Tribeca Film Festival incorona Valeria Bruni Tedeschi miglior attrice per “Il capitale umano”

Valeria Bruni Tedeschi miglior attrice al Tribeca Film Festival
Non solo Oscar e, soprattutto, non solo La grande bellezza, film di cui s’è parlato talmente tanto negli ultimi mesi che i denti cominciano a cariarsi. Un altro emozionante e importante riconoscimento giunge per l’Italia del cinema dal Tribeca Film Festival (rassegna newyorkese istituita nel 2002 da Robert De Niro e Jane Rosenthal in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 alle torri gemelle del World Trade Center; leggi di più). Valeria Bruni Tedeschi (vista nel divertentissimo Viva la libertà di Roberto Andò, 2013) è stata premiata come miglior attrice per Il capitale umano di Paolo Virzì (Tutti i santi giorni, 2012). Sia l’intensa attrice torinese sia la pellicola, hanno ricevuto negli Usa un applauso a scena aperta. Qui sotto le informazioni basilari sul film.

La locandina
Il capitale umano

Valutazione media: ♥♥♥♥ = 8

La scheda
Un film di Paolo Virzì. Con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti, Vincent Nemeth, Pia Engleberth, Nicola Centonze. Thriller, Ita 2014. Durata 109'. 01 Distribution.

La trama
La vicenda comincia una notte, sulla provinciale di una città brianzola, alla vigilia di Natale, con un ciclista investito da un suv. Che cosa è successo esattamente? L’unica cosa certa è che questo incidente cambierà il destino di due famiglie, quella di Giovanni Bernaschi, top rider della finanza e quella di Dino Ossola, ambizioso immobiliarista sull'orlo del fallimento. E forse potrebbe cambiare per sempre anche la vita di qualcuno che con quelle smanie di arricchimento non c'entrava niente.

Il regista
Paolo Virzì
Un successo a tutto tondo per il film del regista toscano, che ha già conquistato mezzo mondo essendo stato venduto in oltre trenta paesi. La pellicola si farà infatti vedere nei cinema di Francia, Giappone, Taiwan, India, Sud Corea, Hong Kong, Turchia, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Brasile, Canada, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Finlandia, Estonia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Polonia, Svizzera, Bulgaria, Germania, Austria, Gran Bretagna, Irlanda ed ovviamente Stati Uniti d'America, dove il film è nato (è tratto da un libro di Stephen Amidon).

Il Tribeca Film Festival è stato istituito nel 2002
Tra gli altri premi importanti del Tribeca, applausi al vincitore Zero Motivation di Talya Lavie. Menzione speciale della giuria a The Kidnapping of Michel Houellebecq, con il Paul Schneider di Goodbye to All That eletto miglior attore della manifestazione.  Miglior sceneggiatura ancora una volta finita tra le mani di The Kidnapping of Michel Houellebecq, con Five Star di Keith Miller premiato per il miglior montaggio e Damian García per la miglior fotografia di Güeros. Miglior regista esordiente Josef Wladyka con Manos Sucias.

st.mar.

Il più bello di lunedì, prima serata, sul ‘digitale’: TV 2000 alle 21,20 (con trailer)

La locandina
Lancillotto e Ginevra

Mia previsione: ♥♥♥ = 7


La scheda
Un film di Robert Bresson. Con Luc Simon, Laura Duke, Humbert Balsam. Titolo originale: Lancelot du Lac. Drammatico, Fra 1974. Durata 85'.

La trama
L’ennesima, vana ricerca del Graal s’è conclusa. I cavalieri della tavola rotonda sono divisi in due fazioni: da una parte Lancillotto, amante della regina Ginevra, con pochi compagni; dall’altra Mordred, con la sua invidia, la sua ambizione, ed un buon numero di seguaci. Messi Artù e Lancillotto l’uno contro l’altro, Mordred riuscirà ad avere la meglio su entrambi.

Critica
Fu perlopiù alla smitizzazione della leggendaria figura di Lancillotto che il cineasta francese Robert Bresson (scomparso nel 1999 a novantanove anni), nel lontano 1974, mirò con questa pellicola (forse la sua più ambiziosa), nella quale riporta i paladini dell’onore e della lealtà a un più verosimile manipolo di assassini e saccheggiatori. Lo schiaffo all’idealizzazione di questa vicenda che riempie il mondo dell’arte in ogni sua forma, raggiunge l’acme nella sequenza del torneo con un’inquadratura “fissa sulle zampe dei cavalli, nascondendo la sostanza della giostra, lo scontro tra i cavalieri, le imprese di Lancillotto”, scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio. “Il tutto è ridotto ad un processo meccanico, un alternarsi monotono di tromba, corsa dei cavalli, rumore di ferraglia e cambio della lancia per dare il via ad un nuovo scontro. L’apoteosi dell’azione priva d’alcun significato. Memorabile l’essenzialità del finale – rileva ancora Almonte - Lancillotto decide di correre in aiuto di Artù, tradito da Mordred; un cavallo scosso galoppa per il bosco; alcune frecce si conficcano nella corteccia degli alberi; il re e la sua scorta, l’eroe del Lago e il suo cavallo giacciono morti, ammucchiati come animali.

Il regista Robert Bresson al lavoro
In questo film, l’Ancillotto è “un antieroe, ottuso ed orgoglioso, che agisce senza considerare prima le possibili conseguenze, dilaniato dal conflitto interiore tra la sua fede ed il suo amore colpevole. Incapace di mantenere un proposito dettato dalla ragione e non dall’istinto. Il gesto finale, il nobile slancio in soccorso del re tradito, non è altro che l’ultimo degli errori che la sua impulsività gli fa compiere”. E ancora, la storia è “ridotta a eterno e circolare esplodere di brutalità, non senso, orrore. Un ascetismo stilistico, il suo, rispetto al quale Antonioni sembra un regista quasi commerciale”, è il commento rintracciabile ne il Morandini. Di sicuro un’opera che dovevo segnalare ma altrettanto certamente adatta a cultori di un cinema cosiddetto d’autore.

***

Quasi in concomitanza (su Italia 1 alle 21,10) un bel docu-film che appassionerà di certo gli amanti dell’automobilismo e, in particolare, i nostalgici di quel grande campione dello sport che fu il pilota brasiliano Ayrton Senna, deceduto nel 1994 in seguito a un incidente durante le prove di un gran premio. Qui sotto le informazioni basilari.

La locandina
Senna

Valutazione media: ♥♥♥ = 7,5

La scheda
Un film di Asif Kapadia. Documentario, Gb 2010. Durata 105'. Universal Pictures.

La trama
Ayrton Senna
Ayrton Senna da Silva nasce nel 1960 in una famiglia benestante di San Paolo e a diciotto anni è già in Europa a disputare i campionati internazionali di go-kart. Nel giro di pochi anni approda alla Formula 1 e si contraddistingue per uno stile di guida spettacolare e frenetico. Le sue autentiche prodezze automobilistiche, la forte devozione religiosa e l'accesa rivalità con il compagno di scuderia Alain Prost, lo portano presto a divenire una celebrità dentro e fuori dai circuiti. Per un Brasile sempre più povero e martoriato, Ayrton diventa l'emblema del riscatto e della vittoria, mentre per la Federazione della Formula 1, il giovane pilota è un talento incapace di sottostare alle politiche di gioco e ai giochi della politica.

Non ho visto questo film, quindi questo articolo è stato redatto con il supporto della critica di altri recensori, da me commentata e, dove possibile, arricchita.


st.mar.