National
Board of Review Award 2008: migliori dieci film,
miglior attore protagonista a Clint Eastwood, migliore sceneggiatura originale
a Nick Schenk; David di Donatello 2009: miglior film straniero a Clint Eastwood; Nastro d'argento 2009: miglior
film non europeo a Clint Eastwood; Premio César 2010: miglior film straniero a Clint Eastwood; Ciak d'oro 2009: miglior
film straniero.
La scheda
Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, John
Antony, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia
Thao, Chee Thao, Choua Kue, Scott Eastwood, Xia Soua Chang, Cory Hardrict,
Geraldine Hughes, Brian Haley, Dreama Walker, Brian Howe, Doua Moua, Sarah
Neubauer, Nana Gbewonyo, Lee Mong Vang. Azione, Usa 2008. Durata 116'. Warner Bros
Italia.
La trama
Walt
Kowalski è un reduce della guerra di Corea, di carattere burbero e spavaldo,
prova una grande passione per la propria Ford Torino, modello classico del
1972, custodita in garage. Walt non mostra pudore nel manifestare il proprio
sentimento anti-coreano, nato durante la sua campagna in Corea, quando vide
morire suoi amici per mano dei nemici. A peggiorare la situazione, il quartiere
da lui abitato negli ultimi anni è diventato il principale centro suburbano
della comunità coreana e le bande giovanili danno molto fastidio a Walt. Anche
se frustrati e maltrattati da Kowalski, i coreani aiuteranno l'uomo a risolvere
i problemi personali che ha con la famiglia, per diventare amici e aiutarlo a
ripudiare il razzismo.
Clint Eastwood in una scena emblematica di Gran Torino
Recensione
Una delle scene violente del film
Dal soggetto di Nick Schenk e Dave
Johannson
e dallo script dello stesso Schenk, emerge il
personaggio - incarnato da un Clint Eastwood (nel 2012 protagonista del
discreto Di nuovo in gioco di Robert Lorenz) perfettamente
nella parte - indurito dalla vita e dal passato in cui la morte ha giocato un
ruolo decisivo. In Gran Torino (girato a Detroit e ambientato ai giorni
nostri) - acclamato e premiato da più parti ma inspiegabilmente ignorato dall’Academy
Awards per almeno un premio Oscar che avrebbe strameritato - i ricordi delle
carneficine della guerra di Corea infestano ancora i sonni del vecchio reduce e
il suo atteggiamento ostile nei confronti della società e della stessa esistenza.
E in fondo il nocciolo dell’opera (che ha realizzato buoni incassi al
botteghino, quasi tredici milioni di dollari in Italia e circa duecentosettanta
in tutto il mondo) dell’anziano regista di San Francisco è soprattutto l’analisi
dello spirito del protagonista. Disprezza gli asiatici, sia i suoi nuovi e
pacifici vicini di casa sia le gang
che scorrazzano malfattrici per il quartiere. Per lui cinesi, coreani o
vietnamiti sono la stessa identica cosa. È l’occhio a mandorla che lo fa
infuocare.
L'attrice statunitense di origini asiatiche, Ahney Her
In questa pellicola la musica, come accade in
quasi tutte quelle nate dalla maestria di Eastwood, è uno
degli elementi davvero importanti. Un fiore all’occhiello di questo prolifico
cineasta, che ne è quasi sempre autore in collaborazione con il figlio Kyle e con Michael
Stevens. Il
montaggio ha il merito di realizzare un raccordo fluente e mai lento d’immagini,
che non spezza in alcun momento l’attenzione di chi vede, con dialoghi asciutti
e quindi efficaci. Da rilevare l’interpretazione dell’oggi 22enne Bee Vang nei panni
del ragazzino che stringerà un’aspra ma profonda amicizia con il burbero vicino
e quella di Ahney Her, che impersona la sorella stuprata dal ‘branco’ di turno, fatto
che porterà al drammatico finale.
La Ford 'Gran Torino' del titolo dell'opera di Eastwood
Tornando ai temi del lungometraggio, c’è una
sola cosa verso la quale il protagonista riesce a esprimere i suoi buoni sentimenti, il suo cane Labrador e quella Ford ‘Gran Torino’, automobile molto in voga negli Usa degli anni
Settanta (il nome ‘Torino’ deriva dal fatto che gli americani consideravano
questa città, sede della Fiat e della Lancia, come la Detroit d'Italia [cfr.
Wikipedia]), che custodisce con gelosia in garage e cura come fosse una
creatura. Per il resto egli è pervaso da una diffidenza che si diffonde in più
direzioni: come detto verso gli asiatici e le altre etnie in genere, verso i propri
figli, che ormai inquadra solo come quelli che non aspettano altro che egli
vada a finire in un ospizio per poter raggranellare i pochi averi del padre;
verso la Chiesa che ripudia senza schermi e rifiutando il dialogo con il
parroco di zona. Quella di Walt Kowalski, insomma, è una vera e propria rabbia
allargata. Lo sguardo di Eastwood torna a essere lo stesso feroce, a denti
stretti e fitto di rughe del cacciatore di taglie della ‘trilogia del dollaro’.
Eastwood in una scena con il giovane Bee Vang
Ma il sopruso è sopruso e non ammette
debolezza e perdono. E così, la morale è che Kowalski, alla fine, riesce a fare
una netta distinzione tra i ‘gialli’ che meritano rispetto e quelli
delinquenziali che lo riportano all’odio provato durante la guerra. Gran Torino è uno dei
film più belli di Clint Eastwood , il quale, da quando ha deciso di fare
anche il regista, ha inanellato una lunga serie di pellicole di successo. È la
vicenda di un uomo solitario, senza paura ma triste, proprio come quel pistolero che fu
lanciato nel mondo del cinema dal grande Sergio Leone, sotto la cui scorza dura
e a prima vista inscalfibile, sta nascosto un impetuoso senso di giustizia e un
animo da ‘brava persona’ che, alla fine, è indiscutibilmente dalla parte dei
buoni.
Un film di Robert Bresson. Con Luc Simon,
Laura Duke, Humbert Balsam. Titolo originale: Lancelot du Lac. Drammatico, Fra
1974. Durata 85'.
La trama
L’ennesima,
vana ricerca del Graal s’è conclusa. I cavalieri della tavola rotonda sono
divisi in due fazioni: da una parte Lancillotto, amante della regina Ginevra,
con pochi compagni; dall’altra Mordred, con la sua invidia, la sua ambizione,
ed un buon numero di seguaci. Messi Artù e Lancillotto l’uno contro l’altro,
Mordred riuscirà ad avere la meglio su entrambi.
Critica
Fu perlopiù alla smitizzazione della leggendaria
figura di Lancillotto che il cineasta francese Robert Bresson (scomparso nel
1999 a novantanove anni), nel lontano 1974, mirò con questa pellicola (forse
la sua più ambiziosa), nella quale riporta i paladini dell’onore e della lealtà
a un più verosimile manipolo di assassini e saccheggiatori. Lo schiaffo all’idealizzazione
di questa vicenda che riempie il mondo dell’arte in ogni sua forma, raggiunge l’acme
nella sequenza del torneo con un’inquadratura “fissa sulle zampe dei cavalli,
nascondendo la sostanza della giostra, lo scontro tra i cavalieri, le imprese
di Lancillotto”, scrive Glauco Almonte di Cinema del Silenzio. “Il
tutto è ridotto ad un processo meccanico, un alternarsi monotono di tromba,
corsa dei cavalli, rumore di ferraglia e cambio della lancia per dare il via ad
un nuovo scontro. L’apoteosi dell’azione priva d’alcun significato. Memorabile
l’essenzialità del finale – rileva ancora Almonte - Lancillotto decide di
correre in aiuto di Artù, tradito da Mordred; un cavallo scosso galoppa per il
bosco; alcune frecce si conficcano nella corteccia degli alberi; il re e la sua
scorta, l’eroe del Lago e il suo cavallo giacciono morti, ammucchiati come
animali”.
Il regista Robert Bresson al lavoro
In questo film, l’Ancillotto è “un antieroe,
ottuso ed orgoglioso, che agisce senza considerare prima le possibili
conseguenze, dilaniato dal conflitto interiore tra la sua fede ed il suo amore
colpevole. Incapace di mantenere un proposito dettato dalla ragione e non
dall’istinto. Il gesto finale, il nobile slancio in soccorso del re tradito,
non è altro che l’ultimo degli errori che la sua impulsività gli fa compiere”.
E ancora, la storia è “ridotta a eterno e circolare esplodere di brutalità, non
senso, orrore. Un ascetismo stilistico, il suo, rispetto al quale Antonioni
sembra un regista quasi commerciale”, è il commento rintracciabile ne il
Morandini. Di sicuro un’opera che dovevo segnalare ma altrettanto certamente
adatta a cultori di un cinema cosiddetto d’autore.
***
Quasi in concomitanza (su Italia 1 alle 21,10) un
bel docu-film che appassionerà di
certo gli amanti dell’automobilismo e, in particolare, i nostalgici di quel
grande campione dello sport che fu il pilota brasiliano Ayrton Senna, deceduto
nel 1994 in seguito a un incidente durante le prove di un gran premio. Qui
sotto le informazioni basilari.
La locandina
Senna
Valutazione media: ♥♥♥ = 7,5
La scheda
Un film di Asif Kapadia. Documentario,
Gb 2010. Durata 105'. Universal Pictures.
La trama
Ayrton Senna
Ayrton Senna
da Silva nasce nel 1960 in una famiglia benestante di San Paolo e a diciotto
anni è già in Europa a disputare i campionati internazionali di go-kart. Nel
giro di pochi anni approda alla Formula 1 e si contraddistingue per uno stile
di guida spettacolare e frenetico. Le sue autentiche prodezze automobilistiche,
la forte devozione religiosa e l'accesa rivalità con il compagno di scuderia
Alain Prost, lo portano presto a divenire una celebrità dentro e fuori dai
circuiti. Per un Brasile sempre più povero e martoriato, Ayrton diventa
l'emblema del riscatto e della vittoria, mentre per la Federazione della
Formula 1, il giovane pilota è un talento incapace di sottostare alle politiche
di gioco e ai giochi della politica.
Non ho
visto questo film, quindi questo articolo è stato redatto con il supporto della
critica di altri recensori, da me commentata e, dove possibile, arricchita.