L'attore e regista Mel Gibson oggi
(fermo immagine di un video de Il Messaggero online)
Dai fasti di Hollywood Mel
Gibson ‘perso’ in
un rehab (da rehab-ilitation, dipartimento
di riabilitazione in genere dedicato a tossicodipendenze e alcolismo). Per i
vip, tanto invidiati quando le cose vanno bene, la strada che può far
sprofondare verso il declino è più insidiosa. L’eroe della mitica saga di Arma letale, sofferente, sciatto,
introverso, camicia fuori dai pantaloni, stropicciata, barba al limite
dell’incolto. L’unico suo amico - come riporta il sito web de Il Messaggero - sembra essere un telefonino con cui non si capisce se voglia fare una
chiamata o forse solo giocare per ammazzare la noia.
Una straziante scena de La passione di Cristo
Stare in una struttura di riabilitazione non
è certo piacevole, anche se è un rehab
di Beverly Hills. Anche se ti chiami Mel Gibson, divo che problemi con l’alcool
e con la guida in stato di ebbrezza ne ha già avuti in passato. E poi c’è
quella volta in cui ha rivolto insulti antisemiti a un agente di polizia. E le
accuse di essere omofobo, sessista, razzista. Una vita intensa quella dell’attore
e, soprattutto, grande regista i cui film (come gli splendidi La passione di Cristo [2004] e Apocalypto [2006]) hanno incassato
miliardi di dollari in una carriera trentennale ai vertici di Hollywood. Una
vita iniziata in Australia dove il padre aveva trasferito la famiglia per
tenerla lontana dalla ‘corruzione morale’ del '68 americano. Vita d'attore
bello e mediamente talentuoso (come detto a mio avviso i migliori risultati li
ha ottenuti dietro la cinepresa) quella di Gibson, ma maledetta dalle sue
intemperanze.
Un film di Carl Rinsch. Con Keanu Reeves,
Hiroyuki Sanada, Tadanobu Asano, Rinko Kikuchi, Kô Shibasaki, Rick Genest,
Cary-Hiroyuki Tagawa, Haruka Abe, Yorick van Wageningen, Togo Igawa, Yuriri
Naka, Jin Akanishi, Shihoko Nagai, Akira Koieyama, Tomoko Komura, Chillie Mo,
Aaron Ly, Brian Hirono, Derek Siow. Azione, Usa 2013. Durata 118’. Universal
Pictures. Uscita giovedì 13 marzo 2014.
Trama del film
Dal più
tramandato racconto proveniente dall'antico Giappone, è nato l'epico 3D fantasy-d'avventura
47 Ronin. Keanu
Reeves è il protagonista nella parte di Kai, un emarginato sociale che si
unisce a Oishi (Hiroyuki Sanada), il leader dei 47 Ronin. I guerrieri riuniti
in gruppo cercano la vendetta sul tiranno Signore che ha ucciso il loro Maestro
e poi bandito i guerrieri suoi seguaci. Per restituire l'onore al loro feudo, i
guerrieri si troveranno ad affrontare delle difficili prove per distruggere i
guerrieri ordinari.
Tema del film
Da ‘deludente’ a ‘disastroso’. Pare essere
questa la forbice di giudizio su 47 Ronin
(vero kolossal costato la bellezza di
145 milioni di dollari) del carneade regista Carl Rinsch (pagina
quasi del tutto bianca il suo curriculum, con l’eccezione dello sconosciuto The Gift nel 2010) che avrebbe
mortificato la storia forse più epica del Giappone. La vicenda, sceneggiata da Chris
Morgan e Hossein Amini, è realmente accaduta. Mortificata perché la resa filmica non si
avvicinerebbe neppure lontanamente alla levatura leggendaria che la storia
avrebbe meritato e – aggravante di non poco conto – per chi ha già visto
l’opera è addirittura stata noiosa e di molto. Eppure pare che gli ingredienti
perché ne uscisse un filmone ci sarebbero tutti. Non ultimo la cruenta
rappresaglia portata avanti con spirito inflessibile, nel rispetto del
cosiddetto bushido, il codice d’onore
dei guerrieri del Sol Levante perpetuato nei secoli dai samurai.
Una scena di 47 Ronin
La pellicola pare trovare ‘salvezza’ nella
capacità di Rinsch di offrire un buon risultato nella ricostruzione scenografica delle
scene, grazie anche alla fotografia affidata a John Mathieson. Da questo
traggono beneficio anche le sequenze più adatte al grande schermo, come quelle di
combattimento che, va detto, sarebbero ben costruite e permettono al film, almeno
questo, di mantenere un ritmo sostenuto per gran parte della sua durata.
Aspetto che fa a cazzotti, con una certa evidenza, con l’etichetta di monotonia affibbiata
da alcuni commentatori.
Nonostante alcune caratteristiche positive,
per il resto il film, troppo fantasioso e quindi lontano dalla veridicità della
vicenda, “disconosce totalmente la realtà dei fatti – scrive Andrea Stigliano di Filmforlife.org - e, se da una parte è un piacere per gli occhi, dall’altra purtroppo si scontra
con il messaggio chiave della storia che non arriva fino in fondo”. Sarebbe per
questo, quindi, che questa pellicola non raggiunge mai un grado di merito degno
delle spese affrontate dalla produzione e, soprattutto, dagli spettatori che
decideranno di andare a vederlo.
Il protagonista Keanu Reeves
Insomma, l’occasione forse irripetibile per
il cineasta di imporsi con onore sulla ribalta internazionale, sarebbe fallita
per la sua smania di lanciarsi in una miscellanea di formule cinematografiche zompando
da un genere a un altro e ottenendo solo una gran confusione. “Dal fantasy
all’action, passando per il thriller, il dramma romantico, il racconto storico
e in costume – rileva Federico Boni di Cineblog.it - con attori giapponesi celebri in patria qui costretti a parlare
inspiegabilmente l’inglese, dando ancor meno senso ad un’operazione che dal
punto di vista produttivo è un vero e proprio seppuku" (che, spiego io, è il rituale di suicidio dei samurai).
Per
quanto riguarda gli attori, la prestazione complessiva sembra meriti una
sufficienza piena. Fatta eccezione – dicono - proprio del protagonista, quel Keanu Reeves (ottimo invece nella trilogia di Matrix [1999 il primo; 2003 il Reloaded; il Revolutions sempre nel 2003]) che sfigurerebbe di fianco al non
certo blasonato comprimario, Hiroyuki
Sanada. Io penso che alla fin fine 47 Ronin non sia
un obbrobrio inguardabile ma si fermi al
mero intrattenimento che qualche giorno può fare anche bene. Certo la maggior
parte delle recensioni che ho letto incoraggiano a restarne lontano. Ma la
curiosità di vedere che differenza ci sia, ad esempio, con un film di indubbio
valore come L’ultimo samurai (2003, di
Edward
Zwick, con Tom
Cruise e
soprattutto un eccellente Ken Watanabe) è abbastanza intensa. Mediterò.
È con un cortometraggio che Stefano
Accorsi fa centro
alla sua ‘prima’ da cineasta. Il 43enne attore bolognese (ottima prova in Romanzo criminale di Michele
Placido nel 2005) grazie
alla pellicola intitolata Io non ti
conosco, è stato premiato per il miglior esordio alla regia con il ‘Corto d’argento
2014’ dal Sngci (sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani) alla
Casa del Cinema di Roma.
A vincere il premio come miglior ‘corto’ 2014
sono stati SettanTA di Pippo
Mezzapesa
e, per l’animazione, Animo resistente
di Simone
Massi. Edoardo
Natoli, autore del
film d’animazione Secchi, si è aggiudicato il Cinemaster di Studio
Universal a Los Angeles, della durata di un mese, mentre Lunetta
Savino e Alessandro
Roja hanno
ricevuto il riconoscimento dei migliori attori dell’anno nei cortometraggi con La fuga di Max Croci. Il premio speciale
è andato ad Adriano Valerio per il successo internazionale del suo corto
37°4S.
La studentessa statunitense Belle Knox, diventata attrice hard per pagarsi l'università
Le servivano 60mila dollari – che non sono
bruscolini – per pagare la retta della rinomata Duke University (Durham,
Carolina del Nord, Usa). Senza soldi (non ha alle spalle nessun familiare in
grado di aiutarla) niente laurea. E così ha deciso che di notte, dopo aver
studiato tutto il giorno, avrebbe girato film hard core. Protagonista della vicenda è la diciottenne Belle Knox.
Non è bellissima, ma sappiamo che quando una giovane decide di mostrarsi come
mamma l’ha fatta e di concedersi senza remore a uno o più uomini in una volta a
beneficio degli amanti del porno, non ha grosse difficoltà a mettersi in tasca
un gruzzoletto.
Belle, che prima di fare questa scelta a dir
poco spavalda aveva svolto lavoretti di vario genere che non le garantivano un
incasso sufficiente, ha approfittato del fatto che negli Usa – e non solo - il mercato
del cinema a luci rosse è uno dei pochi a non risentire della crisi economica,
anzi, è in costante crescita dovuta a una richiesta inesauribile di materiale.
Belle Knox (foto da Affaritaliani.it)
Purtroppo per Belle e per i suoi fan il segreto,
dopo un periodo di “clandestinità”, è stato scoperto di recente da un collega
di corso che ha reso pubblica tutta la storia. Da quel momento la vita di Belle
è stata rivoluzionata e in peggio: pesanti offese su Twitter e altri social
network, che hanno anche rischiato di farla espellere dall’ateneo. Proprio il
giornale dell'università le ha dedicato un articolo perché ormai tutto il campus
parlava di lei. Grazie all’inattesa popolarità, le visualizzazioni e i click
dei video di cui era la ‘disinibita’ protagonista, sono cresciuti in maniera
esponenziale, tanto da far crescere non poco il suo profitto.
Dopo tanto clamore Belle ha deciso di
concedere un'intervista anche al Daily Mail. Nel raccontare di sé, la ragazza
ha rivelato di sentirsi realizzata dopo che ha finito di girare una scena ad
alto tasso pornografico. Fare l'attrice hard,
ha detto, è la liberazione delle sue fantasie artistiche (chiamiamola arte… ).
Il suo amore, la sua felicità. Ora ha deciso di disinteressarsi di chi la
diffama per la sua professione. A lei basta continuare a guadagnare per la
laurea e, chissà, anche per arricchirsi.
Premi - Oscar
2014: per la miglior sceneggiatura originale - Golden
Globe: per la miglior sceneggiatura - Festival
Internazionale del Film di Roma 2013:
miglior attrice a Scarlett Johansson
La locandina
Schedadel
film
Un film di Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix,
Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde,Caroline Jaden Stussi,
Laura Meadows, Portia Doubleday, Sam Jaeger, Rachel Ann Mullins, Katherine
Boecher, Alia Janine, Jeremy Rabb, Lynn Adrianna, Luka Jones, Eric Pumphrey. Titolo
originale Her. Commedia, Usa 2013.
Durata 126'.
Trama del film
Los Angeles,
in un futuro non troppo lontano. Theodore, un uomo solitario dal cuore spezzato
che si guadagna da vivere scrivendo lettere 'personali' per gli altri, acquista
un sistema informatico di nuova generazione progettato per soddisfare tutte le
esigenze dell’utente. Il nome della voce del sistema operativo è Samantha, che
si dimostra sensibile, profonda e divertente. Il rapporto di Theodore e
Samantha crescerà e l’amicizia si trasformerà in amore.
Tema del film
Il rapporto tra l’uomo e una macchina sta
alla base di questo film che consegue grande successo (vedere anche i
riconoscimenti che gli sono stati attribuiti). Un rapporto che oggi, in assoluto, va trasformandosi sempre più in una relazione intima e irrinunciabile. Quanti di noi potrebbero farne a meno? Un computer che è donna o,
comunque, programmato per possedere un’indole femminile, come spiegano alcuni
fra coloro che l’hanno già visto. Her (o Lei), film del 44enne regista Spike
Jonze (nel 2002 l’ottimo
Il ladro di orchidee, con Nicolas
Cage e Meryl
Streep [Golden
Globe come miglior attrice non protagonista]) fa qualcosa di più, così ispirato
nell’inquisire la sostanza più nascosta dell’individuo. E per questo ha il merito di essere
emozionante e introspettivo, senza pesantezza. Anzi, pare che la vicenda
filmica sia avvalorata – visto anche che è stata catalogata nel genere ‘commedia’
– da colloqui a tratti esilaranti e allo stesso tempo penosi.
Il bravissimo Joaquin Phoenix in una scena del film
Il bisogno di colmare una lacerante mancanza
esistenziale che diviene solitudine, è un altro degli elementi vincenti di
questa pellicola (che quindi non è solo commedia) che, lungi dallo stancare chi
ha pagato il biglietto, riesce a tenere sempre alto il livello di
coinvolgimento emotivo. Questo è un successo, il cui merito va, com’è ovvio, anche alle prove attoriali e in particolare a quella di Joaquin
Phoenix giudicato in
stato di grazia (nel 2005 Quando l’amore
brucia l’anima [pessima traduzione di Walk
the Line], interprete che magari proprio per il citato film avrebbe meritato l’Oscar),
nei panni di Theodore, scrittore, che grazie al suddetto rapporto riesce a
raggiungere una maturazione fino ad allora rimasta incastrata. Al contempo anche
la stessa macchina beneficia di una crescita spirituale, seppure derivante da
una relazione amorosa a dir poco assurda. Grazie a tutto ciò Her è “un’opera
geniale, intensa e talmente articolata – scrive Federica Di Bartolo su Filmup.it - che è ben difficile da incasellare e proprio per questo è un capolavoro”.
Aggiungi didascalia
Il merito del cineasta è di miscelare con
maestria le passioni del sofferente protagonista - sullo sfondo della solita,
gigantesca e quindi spersonalizzante Lois Angeles (e qui potrebbe starci anche
una critica all’ormai patologica dipendenza delle persone a tutto ciò che è
elettronica, dai telefonini ai giochi virtuali) – che senza remore s’immerge in
un ipotetico spazio che gli è offerto dalla simbiosi con la sua nuova amante
elettronica. In questo compito tutt’altro che semplice pare sia inevitabile
ammirare che ogni “minimo dettaglio, anche il più apparentemente
insignificante, è il tassello di un incredibile puzzle”, rileva Valentina D'Amico su Moviplayer.it.
Il regista Spike Jonze
Da fare notare anche la straordinaria
capacità di Scarlett
Johansson(per questa prova premio come miglior attrice
proprio all'ultimo Festival Internazionale del Film di Roma), il computer Samantha,
la quale riesce a sembrare fisicamente presente all’interno del film, pur
utilizzando esclusivamente la propria voce. Il suo personaggio è una compagna senza
difetti, oltre che innamorata anche semplicemente complice nella predisposizione ad ascoltare. In tutto ciò l’assenza del sesso non è per nulla
un buco della narrazione filmica. Non si può rinunciare, per quanto ho capito,
alla visione di quest’opera.
Alla base del prossimo film del 45enne regista
romano Matteo
Garrone (lo
spiazzante e toccante Gomorra nel
2008, tratto dal best seller di Roberto
Saviano), ancora in
fase di casting (scelta di tutti gli
attori), ci saranno le fiabe di Giambattista Basile. Cinquanta novelle scritte
in napoletano tra il 1634 e il ’36 e tradotte parecchi anni dopo da Benedetto
Croce. Il cineasta si trova a Firenze per completare il cast di The tale of tales, che molto
probabilmente avrà come protagonisti la messicana Salma
Hayek (Frida nel 2002, storia della famosa
pittrice messicana Frida Kahlo) e il parigino Vincent Cassel (Nemico Pubblico N. 1 [due episodi, L'istinto di morte e L'ora della fuga, rispettivamente nel
2008 e 2009]). In italiano la pellicola dovrebbe uscire col titolo Il racconto dei racconti. Le riprese
avranno luogo tra la seconda metà di maggio e i primi giorni di giugno 2014 nei
dintorni di Firenze, in collaborazione con Toscana Film Commission.
Una scena di Gomorra, il film più celebre di Garrone
I provini si terranno –come detto - a Firenze,
domenica 16 marzo, dalle 10,30 alle 13,30 e dalle 14 alle 19 e lunedì 17 marzo,
dalle 10,30 alle 13,30 e dalle 14 alle 18, presso la Scuola di Cinema Immagina
del capoluogo toscano, in via Borgo della Stella. L'ultimo film di Garrone –
informa Mauxa.com - Reality, aveva avuto giudizi
piuttosto contrastanti tra la critica. La trama è incentrata su Luciano, la cui
improvvisa ossessione di diventare un concorrente di un reality show lo getta in una spirale di allucinazioni e paranoia.
The
Exorcism of Emily Rose Mia valutazione: **** = 7,5
Scheda del film
Un film
di Scott Derrickson. Con Laura Linney, Tom Wilkinson, Campbell Scott,
Jennifer Carpenter, Colm Feore, Joshua Close, Ken Welsh, Duncan Fraser, Jr
Bourne, Mary Beth Hurt, Henry Czerny. Horror, Usa 2005. Durata 119'.
Trama del film
Il processo dello Stato contro padre Moore, accusato di aver
indotto Emily Rose alla morte. Il prete l'avrebbe spinta ad abbandonare la cura
medica prescrittale a rimedio di una supposta patologia psicotico-epilettica,
per sottoporla ad un tentativo di esorcismo: perché di possessione del Diavolo
(anzi, di sei demoni) avrebbe sofferto in realtà Emily.
Cosa ne penso
Per
alcuni versi si avvicina alla pietra miliare L’esorcista (1973 di William
Friedkin [tre Oscar: miglior sceneggiatura non
originale; due per il miglior suono; quindici nomination complessive]), che a
mio avviso paga lo scotto dell’età avanzata. Effetti speciali che allora furono
giudicati stupefacenti, poco tempo dopo e ancora oggi appaiono grossolani a
livelli parodistici. Non per nulla di quello straordinario film sono state
prodotte alcune deridenti versioni (la più famosa, forse, è Riposseduta [Usa 1990] con l’esilarante Leslie Nielsen e l’improbabile e ridicolo/volgare L’Esorciccio [Italia 1975] con gli scatenati Lino Banfi
e Ciccio Ingrassia).
The
Exorcism of Emily Rose è al passo con i tempi. Ricostruzione filmica di una
vicenda realmente accaduta (su internet si trovano alcune immagini della reale
posseduta), valorizzata da molte scene d’effetto sconcertante tra le quali
forse la più bella è quella in cui la vittima è presa dal demonio in quello
che ha tutto l’aspetto di essere un rapporto carnale. Senza dubbio all’altezza del
non facile compito l’oggi 34enne Jennifer
Carpenter (che non ha nessun legame di parentela
col grande regista John
Carpenter, anche se la voce che fosse addirittura la
figlia ha girato in lungo e in largo), il primo da protagonista quasi assoluta.
Due occhi grandi e felini che, oltre all’appoggio delle tecnologie che
ricostruiscono le situazioni più impressionanti, rendono affatto credibile la
sua parte da invasata trascendentale.
Altri
due attori di caratura e curriculum decisamente più importanti della pur
valente Carpenter,
qualil’inglese
Tom Wilkinson (protagonista dell'apprezzato Un giorno per sbaglionel 2006) e la newyorkese Laura
Linney (premio Oscar come miglior attrice non protagonista nel
provocante Kinsey, 2004, vicino al
bravissimo Liam Neeson), conferiscono un valore aggiunto alla pellicola dell’horror specialist Scott Derrickson (più che buono nel 2013 il suo Sinister, con Ethan
Hawke). Entrambi disinvolti nel ruolo rispettivamente del prete
esorcista e dell’avvocato incaricato di difendere il parroco. È un film che non
stanca nemmeno per un attimo, credibile quasi come un documentario, supportato
dall’efficacissima colonna sonora di Christopher
Young. Ben congegnato lo script
di Paul Harris Boardman, che garantisce un armonico scorrere della vicenda
filmica.
La locandina
Il rito – The Rite Mia valutazione: *** = 6
Scheda del film
Un film
di Mikael Hafström. Con Anthony Hopkins, Colin O'Donoghue, Alice Braga, Toby
Jones, Ciarán Hinds, Rutger Hauer, Maria Grazia Cucinotta, Chris Marquette,
Torrey DeVitto, Marta Gastini, Andrea Calligari, Marija Karan, Arianna
Veronesi. Titolo originale The Rite. Thriller, Usa 2011. Durata 114'.
Trama del film
La storia di un giovane seminarista americano che studia per
diventare prete. In balìa del credere o non credere, trova la sua occasione per
dimostrare la propria fede quando dal Vaticano è incaricato di seguire un
presunto caso di possessione.
Cosa ne penso
Guardabile
ma si può anche soprassedere. Vale comunque la pena di parlarne. Il rito (ogni tanto il titolo italiano
non storpia quello originale) nel genere ‘esorcismo’ è surclassato da diversi ‘colleghi’
(non ultimo quello recensito più in alto, The
Exorcism of Emily Rose), per non parlare dell’altro succitato, L’esorcista. Questo film del 53enne
regista svedese Mikael
Hafström, anch'egli a suo agio con gli horror (nel 2007 il buon 1408,
con John Cusack
in ottima forma) è tenuto in piedi quasi esclusivamente dal solito grandioso
ormai 76enne (che il fato ce lo conservi in salute per molti altri anni) Anthony Hopkins (due premi Oscar, nel 1991 miglior attore in Il silenzio degli innocenti; nel 1997
miglior attore non protagonista in Amistad).
Dell’interprete
britannico, per dare una sufficiente dose di valore al film bastano i
celeberrimi sguardi che ridono e pietrificano quasi all’unisono, la sua
recitazione sempre venata di sarcasmo, il tutto valorizzato - nella versione in
italiano ogni tanto va detto - da quell’eccellente doppiatore che è Dario
Penne. In tal modo riesce a rendere senza sbavature il personaggio di padre
Lucas Trevant, prete di “professione”, dalla fede altalenante e messa in
discussione da una mente illuminata e per il quale gli esorcismi sono quasi
pane quotidiano.
Grazie a
Sir Philip Anthony Hopkins, insomma, è stata messa una pezza a una sceneggiatura
zoppicante (Michael Petroni) e a un cast di attori poco più che mediocri, fatta eccezione,
nei panni di Padre Matthew, per l’esperto oxfordiano Toby Jones
(ottimo in Infamous [2006] nella
parte di Truman Capote, film uscito solo un anno dopo (trama identica) lo
straordinario Capote col compianto Philip Seymour Hoffman [premio Oscar come miglior attore]). Insipida la performance del 33enne irlandese Colin O´Donoghue (il seminarista titubante Michael Kovak). Poco credibile l'ambientazione - perlopiù Roma e 'presunti' dintorni - e una colonna sonora piatta (Alex
Heffes) quando in film di questo genere dovrebbe essere uno degli elementi più curati. Insomma, Il rito non è niente di più di una pellicola
da recuperare per serate che non promettono scintille.