Un film di Lars von Trier. Con Katrin Cartlidge, Stellan Skarsgård, Emily Watson, Jean-Marc Barr,
Udo Kier Titolo originale Breaking the Waves. Drammatico, Dan/Sve/Fra 1996.
Durata 158'. Distribuito da Lucky Red.
Trama
Sulle coste
della Scozia, in una comunità di tessitori, la giovane Bess, che ha sempre
vissuto in famiglia, passa una profonda esperienza amorosa. S’innamora di Jan,
operaio in un pozzo petrolifero, è ricambiata e i due si sposano, nonostante
l'opposizione del paese di rigida religione calvinista. Jan torna poi al lavoro
nel pozzo e, un giorno, in seguito a un'esplosione, resta ferito gravemente,
con sospetto di lesioni cerebrali e una paralisi totale. L'uomo si rende conto
che non potrà mai più avere rapporti con la moglie e allora, dal letto
d'ospedale, la incita a frequentare altri uomini, ad avere con loro rapporti
amorosi e poi a descriverglieli, così da poter essere in qualche maniera ancora
vicini. Bess, ingenua e tutta dedita al suo uomo, accetta l'invito, sapendo di
andare incontro al disprezzo della madre, della chiesa e di tutto il paese. Si
lascia andare a rapporti con sconosciuti, trascurando la sua salute malferma,
spera nel miracolo divino parlando di continuo con il Signore attraverso
frequenti colloqui privati. Abbandonata ed emarginata, insiste nella volontà di esaudire la richiesta del marito.
Emily Watson e Stellan Skarsgård
Critica
Premessa - Dall’ultima
volta che ho visto questo film, sono passati moltissimi anni. Non ritengo
quindi sia il caso di esprimere una mia critica a sufficienza ‘onesta’
e attendibile. Mi affido perciò, integrando con le mie reminiscenze più nitide, ai
pareri di alcuni colleghi che hanno recensito la pellicola più di recente.
Il regista danese Lars von Trier
Per quanto ricordo io, comunque, si tratta di
un film straordinario ma difficile, che richiede un’attenzione costante per far
sì che non sfugga alcun momento del flusso narrativo impresso da un maestro
come Lars
von Trier, il
cui ‘scandaloso’ Nymphomaniac - Volume 1[vedi articolo] è uscito proprio oggi nelle sale italiane. Il maggior pregio di quest’opera
filmica (Gran premio della giuria al festival di Cannes del 1996) risiede nella
sua credibilità, che io tengo a definire – per quanto ricordi – un’impeccabile
concatenazione di eventi che si pone nella cosiddetta sfera dell’accadibile. “Un
film nordico – come lo definisce Andrea Olivieri di Cinema del Silenzio - girato da qualcuno che si è nutrito di Dreyer e di Bergman, di spiritualità e
fede, dell'ansia di abbandonarsi a quell'incontro fisico con il prossimo e con
la natura”.
È indiscutibile che la riuscita
rappresentazione in immagini della sceneggiatura scritta a sei mani dal
regista con Peter Asmussen e David Pirie, deve molto all’intensità della
protagonista, Bes, interpretata da una, in pratica, esordiente Emily
Watson (la cui
carriera, dopo, è stata costellata di grandi successi come Le ceneri di Angela nel 1999, Gosford
Park nel 2001, La sposa cadavere
nel 2005 e, quest’anno, l’apprezzatissimo Storia
di una ladra di libri). Una prova attoriale che favorisce la totale immedesimazione dello spettatore. “Cinepresa a spalla, primissimi piani”, osserva
ancora Olivieri. “Movimenti liberissimi che sembrano abbracciare con una
libertà sempre più inarrestabile l’intera vicenda: la commozione e la poesia di
Le onde del destino nascono da una
storia di mistero e di passione, di religione e di felicità liberata”.
Un'intensa Emily Watson in una scena de Le onde del destino
Ricorda, invece, Giancarlo Zappoli di Mymovies che, come spesso accade, anche in questo caso il titolo italiano è
del tutto fuorviante oltre che banale, se si pensa che l’originale è l’assai
più significativo e interpretabile Breaking
the Waves, vale a dire ‘infrangere le onde’. Onde che sono “prodotte dalle
vibrazioni del cuore e del cervello e in negativo quelle di chi è incapace di
comprendere cosa sia la bontà e in cosa consista l'amore”, scrive sempre il
critico di Mymovies. In tutto ciò non va sottovalutato che questo film è proprio
una storia d’amore, sentimento inteso come totale disposizione a ‘essere’ per l’altro
capendo di poter fare per la persona amata, appunto, qualsiasi cosa.
Un film di Brian Percival. Con Geoffrey Rush,
Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch, Joachim Paul
Assböck, Kirsten Block, Sandra Nedeleff, Rafael Gareisen, Godehard Giese,
Hildegard Schroedter, Gotthard Lange. Titolo
originale The Book Thief. Drammatico, Usa/Ger 2013.
Durata 125'. 20th Century Fox. Uscita giovedì 27 marzo 2014.
Trama del film
Vicenda ambientata
nella Germania della seconda guerra mondiale. Protagonista è Liesel (Sophie
Nélisse), una vivace e coraggiosa ragazzina
affidata dalla madre, incapace di mantenerla, ad Hans Hubermann (Geoffrey
Rush), un uomo buono e gentile e alla sua
irritabile moglie Rosa (Emily Watson).
Scossa dalla tragica morte del fratellino - avvenuta solo pochi giorni prima - e
intimidita dai ‘genitori’ appena conosciuti, Liesel fatica ad adattarsi sia a
casa sia a scuola, dove è derisa dai compagni di classe perché non sa leggere.
Con grande determinazione è tuttavia decisa a cambiare la situazione e trova un
valido alleato nel suo papà adottivo che, nel corso di lunghe notti insonni, le
insegna a leggere il suo primo libro, Il manuale del becchino, rubato al funerale del fratello. L’amore
di Liesel per la lettura e il crescente attaccamento verso la sua nuova
famiglia, si rafforzano grazie all’amicizia con un ebreo di nome Max (Ben
Schnetzer) che i suoi genitori nascondono
nello scantinato e che condivide con lei la passione per i libri
incoraggiandola ad approfondire le sue capacità di osservazione.
Critica
Rendo noto un mio problema (si fa per dire): di film in cui si
parla di nazismo ho ormai fatto quasi indigestione. Anche perché quando uno ha
visto Schindler's List, 1993 di Steven
Spielberg
con Liam
Neeson (uno dei
più bei film della storia del cinema mondiale) e, per esempio, Il pianista, 2002, di Roman
Polanski con Adrien Brody, potrebbe
quasi sentirsi a posto. Certo, nel genere ce ne sono tanti altri e alcuni molto
belli, ma davvero troppi, di pari passo con la produzione letteraria. L’olocausto
degli ebrei merita tutta quest’attenzione, ciò non toglie che gli eccessi
aumentano il rischio di fallimenti.
Fatta questa premessa Storia di una ladra di libri (tratto dal romanzo di Markus
Zusak intitolato La bambina che salvava i libri e la cui
riduzione cinematografica è opera di Michael Petroni) sembra - stando ai pareri letti qua e là sul web - non rientrare di certo nel novero dei
suddetti fallimenti. Nella sua essenza autobiografica, l’opera del regista
britannico Brian Percival (al primo film degno di nota nel suo magro curriculum) mette da
subito in evidenza la cattiveria dell’essere umano, che in quel momento della
storia raggiunse uno dei livelli più elevati.
Il regista Brian Percival
Cattiveria unita all’ignoranza,
all’idiosincrasia per la cultura che sola può portare a una crescita interiore
e quindi a un allontanamento dalla brutalità. In questo contesto entra in gioco
la piccola protagonista, la ‘ladra’ di libri, che a costo di mettere da parte
le frivolezze tipiche dei suoi anni, si avvicina alla lettura e da essa riceve
l’aiuto per farsi un’idea di ciò che le avviene intorno, avvicinandosi alla
vita e alla sua principale essenza.
Una scena di Storia di una ladra di libri
“Se Hitler ordina ai suoi ‘figli’ di bruciare
i libri, un padre protegge sua figlia dall'orrore grazie alle parole di quei
libri”, scrive Marzia Gandolfi di Mymovies .
“Perché l'arte è una sorta di coscienza salutare e in quegli anni bui
provvidenziale a risollevare le persone dall'umiliazione e dall'ignominia
subita”. Il valore di questa pellicola è senz’altro dovuto anche alle performance di un grande attore come Geoffrey
Rush (nel 1996
premio Oscar come miglior protagonista in Shine) e dell'appena 14enne canadese Sophie Nélisse, che a
dispetto dell'età si era già fatta valere in Monsieur Lazhar (2011). “Storia
di una ladra di libri rivela una superficie liscia e una narrazione senza
asperità”, rileva ancora Gandolfi.
Da sinistra Sophie Nélisse, Emily Watson e Geoffrey Rush
Detto in principio di commento sul tema dell’olocausto,
è giusto porre in evidenza la potente originalità di questo film, che mostra come le deportazioni
furono osservate dall’esterno, vale a dire non dagli ebrei vittime della shoah
ma dai ‘normali’ cittadini tedeschi, a volte ignari, altre volte osservatori
disarmati altre, certo, fautori della follia del Terzo Reich. In questo sembra
che uno degli elementi di maggior valore dell’opera filmica, sia il “sentiero
psicologico e l’intreccio emotivo che si snoda e che avvolge i protagonisti” e “svela
una particolare sensibilità degli autori e del regista verso i temi
dell’amicizia, dell’amore, della bontà e della disponibilità al sacrificio”,
scrive Simone Arseni di Filmup.
Il tutto pare sia descritto con un calibrato sentimentalismo in grado di far
proprio il cuore, la sensibilità dello spettatore.
In tale complessità l’imperfezione di questo
film più che promettente, starebbe nel finale affrettato e, quindi, causa di un
senso d’inappagamento di chi ha pagato il biglietto (che, lo ricordo sempre,
non ti regala nessuno, a parte i soliti fortunati). Inoltre l’apoteosi è, a
quanto pare, sovrabbondante, “avvenimenti, immagini e drammi si susseguono a
gran velocità - scrive sempre Arseni - dando allo spettatore la sensazione di
precipitare insieme agli eventi. Ci si sente storditi e privati dell’intimo
piacere di emozionarsi nel vedere conclusa una storia ben raccontata”. Comunque
assolutamente da vedere. E al cinema.
The
Exorcism of Emily Rose Mia valutazione: **** = 7,5
Scheda del film
Un film
di Scott Derrickson. Con Laura Linney, Tom Wilkinson, Campbell Scott,
Jennifer Carpenter, Colm Feore, Joshua Close, Ken Welsh, Duncan Fraser, Jr
Bourne, Mary Beth Hurt, Henry Czerny. Horror, Usa 2005. Durata 119'.
Trama del film
Il processo dello Stato contro padre Moore, accusato di aver
indotto Emily Rose alla morte. Il prete l'avrebbe spinta ad abbandonare la cura
medica prescrittale a rimedio di una supposta patologia psicotico-epilettica,
per sottoporla ad un tentativo di esorcismo: perché di possessione del Diavolo
(anzi, di sei demoni) avrebbe sofferto in realtà Emily.
Cosa ne penso
Per
alcuni versi si avvicina alla pietra miliare L’esorcista (1973 di William
Friedkin [tre Oscar: miglior sceneggiatura non
originale; due per il miglior suono; quindici nomination complessive]), che a
mio avviso paga lo scotto dell’età avanzata. Effetti speciali che allora furono
giudicati stupefacenti, poco tempo dopo e ancora oggi appaiono grossolani a
livelli parodistici. Non per nulla di quello straordinario film sono state
prodotte alcune deridenti versioni (la più famosa, forse, è Riposseduta [Usa 1990] con l’esilarante Leslie Nielsen e l’improbabile e ridicolo/volgare L’Esorciccio [Italia 1975] con gli scatenati Lino Banfi
e Ciccio Ingrassia).
The
Exorcism of Emily Rose è al passo con i tempi. Ricostruzione filmica di una
vicenda realmente accaduta (su internet si trovano alcune immagini della reale
posseduta), valorizzata da molte scene d’effetto sconcertante tra le quali
forse la più bella è quella in cui la vittima è presa dal demonio in quello
che ha tutto l’aspetto di essere un rapporto carnale. Senza dubbio all’altezza del
non facile compito l’oggi 34enne Jennifer
Carpenter (che non ha nessun legame di parentela
col grande regista John
Carpenter, anche se la voce che fosse addirittura la
figlia ha girato in lungo e in largo), il primo da protagonista quasi assoluta.
Due occhi grandi e felini che, oltre all’appoggio delle tecnologie che
ricostruiscono le situazioni più impressionanti, rendono affatto credibile la
sua parte da invasata trascendentale.
Altri
due attori di caratura e curriculum decisamente più importanti della pur
valente Carpenter,
qualil’inglese
Tom Wilkinson (protagonista dell'apprezzato Un giorno per sbaglionel 2006) e la newyorkese Laura
Linney (premio Oscar come miglior attrice non protagonista nel
provocante Kinsey, 2004, vicino al
bravissimo Liam Neeson), conferiscono un valore aggiunto alla pellicola dell’horror specialist Scott Derrickson (più che buono nel 2013 il suo Sinister, con Ethan
Hawke). Entrambi disinvolti nel ruolo rispettivamente del prete
esorcista e dell’avvocato incaricato di difendere il parroco. È un film che non
stanca nemmeno per un attimo, credibile quasi come un documentario, supportato
dall’efficacissima colonna sonora di Christopher
Young. Ben congegnato lo script
di Paul Harris Boardman, che garantisce un armonico scorrere della vicenda
filmica.
La locandina
Il rito – The Rite Mia valutazione: *** = 6
Scheda del film
Un film
di Mikael Hafström. Con Anthony Hopkins, Colin O'Donoghue, Alice Braga, Toby
Jones, Ciarán Hinds, Rutger Hauer, Maria Grazia Cucinotta, Chris Marquette,
Torrey DeVitto, Marta Gastini, Andrea Calligari, Marija Karan, Arianna
Veronesi. Titolo originale The Rite. Thriller, Usa 2011. Durata 114'.
Trama del film
La storia di un giovane seminarista americano che studia per
diventare prete. In balìa del credere o non credere, trova la sua occasione per
dimostrare la propria fede quando dal Vaticano è incaricato di seguire un
presunto caso di possessione.
Cosa ne penso
Guardabile
ma si può anche soprassedere. Vale comunque la pena di parlarne. Il rito (ogni tanto il titolo italiano
non storpia quello originale) nel genere ‘esorcismo’ è surclassato da diversi ‘colleghi’
(non ultimo quello recensito più in alto, The
Exorcism of Emily Rose), per non parlare dell’altro succitato, L’esorcista. Questo film del 53enne
regista svedese Mikael
Hafström, anch'egli a suo agio con gli horror (nel 2007 il buon 1408,
con John Cusack
in ottima forma) è tenuto in piedi quasi esclusivamente dal solito grandioso
ormai 76enne (che il fato ce lo conservi in salute per molti altri anni) Anthony Hopkins (due premi Oscar, nel 1991 miglior attore in Il silenzio degli innocenti; nel 1997
miglior attore non protagonista in Amistad).
Dell’interprete
britannico, per dare una sufficiente dose di valore al film bastano i
celeberrimi sguardi che ridono e pietrificano quasi all’unisono, la sua
recitazione sempre venata di sarcasmo, il tutto valorizzato - nella versione in
italiano ogni tanto va detto - da quell’eccellente doppiatore che è Dario
Penne. In tal modo riesce a rendere senza sbavature il personaggio di padre
Lucas Trevant, prete di “professione”, dalla fede altalenante e messa in
discussione da una mente illuminata e per il quale gli esorcismi sono quasi
pane quotidiano.
Grazie a
Sir Philip Anthony Hopkins, insomma, è stata messa una pezza a una sceneggiatura
zoppicante (Michael Petroni) e a un cast di attori poco più che mediocri, fatta eccezione,
nei panni di Padre Matthew, per l’esperto oxfordiano Toby Jones
(ottimo in Infamous [2006] nella
parte di Truman Capote, film uscito solo un anno dopo (trama identica) lo
straordinario Capote col compianto Philip Seymour Hoffman [premio Oscar come miglior attore]). Insipida la performance del 33enne irlandese Colin O´Donoghue (il seminarista titubante Michael Kovak). Poco credibile l'ambientazione - perlopiù Roma e 'presunti' dintorni - e una colonna sonora piatta (Alex
Heffes) quando in film di questo genere dovrebbe essere uno degli elementi più curati. Insomma, Il rito non è niente di più di una pellicola
da recuperare per serate che non promettono scintille.