Globo d’Oro come il David di Donatello
(articolo): a vincere è di nuovo l’amara commedia del
regista livornese Paolo Virzì, Il capitale umano. Il Globo è
assegnato dai giornalisti cinematografici stranieri che lavorano in Italia. In grazia
di Dio di Edoardo
Winspeare
vince il Gran Premio. Miglior attore Antonio Albanese (L'intrepido), miglior
attrice Sara
Serraiocco
(Salvo). Premio
miglior opera prima a Zoran, il mio nipote scemo di Matteo
Oleotto, mentre tra
le commedie trionfa Smetto quando voglio di Sydney
Sibilia. Questi gli
altri Globi assegnati: miglior fotografia Stefano Falivene (Still Life); miglior
sceneggiatura a Pif, Michele Astori e Marco
Martani (La mafia
uccide solo d'estate); miglior musica a Aldo De Scalzi e Pivio (Song 'e Napule); miglior
documentario The Stone River di Giovanni Donfrancesco; miglior
cortometraggio Sassywood di Antonio Andrisani e Vito Cea. Il premio alla carriera, infine, è andato a Claudia
Cardinale. (Fonte Tiscali).
Un film di Francesca Archibugi. Con Antonio
Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Andrea
Calligari, Nelsi Xhemalaj, Chiara Noschese, Paolo Villaggio, Francesca
Antonelli, Daniele Luchetti, Stefania Sandrelli, Paolo Sorrentino, Carlo Verdone,
Paolo Virzì. Drammatico, Ita 2008. Durata 104'. 01 Distribution.
La trama
I cuori di
Alberto e di Angelo ingrippano nella stessa notte e così si conoscono in un
ospedale di Roma. Così dice Angelo, giovane carrozziere di ex borgata, ex
sottoproletario, un ex tutto diventato qualcosa che Alberto, sceneggiatore di
successo, bravo e matto, rumoroso e squilibrato come un rinoceronte, non
capisce. Diventano amici in sala rianimazione. Si legano in modo istantaneo,
sorpresi loro stessi di capirsi così profondamente. L’amicizia si trasforma in
un rapporto quasi fraterno per cui Alberto entrerà a far parte della famiglia
di Angelo in modo sempre più stretto e indispensabile.
Recensione
Un film che amo molto, di cui ho il dvd e che
rivedo spesso e volentieri. Svariate le valenze nascoste da far emergere, forse
la più importante è l’amicizia, ma anche la malattia e la caducità della vita.
La creatività in mestieri agli antipodi, il contrasto tra proletariato e
aristocrazia. La crisi del talento e l’evasione fiscale sistematica. L’amore,
anche, che in Questione di cuore (2008)
è trattato dalla regista Francesca Archibugi (di cui mi piace ricordare il
commovente Il grande cocomero del 1993
con un ispiratissimo Sergio Castellitto) con
una parsimonia che impedisce a quel sentimento, spesso abusato nel cinema d’ispirazione
‘commerciale’, di disperdere l’obiettivo principale di questa narrazione filmica
che è suscettibile di letture più indicative. La 53enne cineasta romana, ha lavorato seguendo
il suo stesso script basato sul romanzo di Umberto Contarello Una questione di cuore (Feltrinelli, 2005, 119 pp., 10 €).
Da destra Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart in una scena del film
La regista Francesca Archibugi
In questa sua fatica (dopo la quale s’è presa
una lunga pausa di riflessione) Archibugi rispolvera
una sensibilità registica (per esempio quella espressa in Mignon è partita nel 1988, il film che l’ha posta all’attenzione
della critica) che non sempre le è stata amica nella sua produzione. Basti
ricordare i superflui L’albero delle pere
(1998) o Domani (2001). In Questione di cuore la regista prosegue con
ordine, senza rallentamenti espone bene gli elementi della vicenda che propone
con scioltezza nella traduzione in immagini che hanno un flusso regolare, non
frenetico ma mai lento. Grazie a un copione scritto con cura, il valore di questo
suo ultimo lungometraggio è supportato da dialoghi intelligenti, nei quali
drammaticità e ironia sono sparse con estremo equilibrio. In questo, giocano un
ruolo imprescindibile i due personaggi principali, Angelo (un Kim Rossi
Stuart in crescita
esponenziale negli ultimi anni e molto bravo nel 2010 in Vallanzasca - Gli angeli del male) e Alberto (un Antonio
Albanese che ormai
dovrebbe, a mio avviso, lasciar perdere il comico puro e prestarsi a un cinema
più sottile e realistico, come ad esempio successo anche in Giorni e nuvole del 2007 e persino in
molte commedie di livello).
Micaela Ramazzotti, ottima in Questione di cuore
Il racconto in immagini propone una Roma non
debordante, fatta di location
interne, penso a quelle dell’ospedale in cui si aggirano infermieri che rimandano,
nell’ambito di ciò che è accadibile, alle peculiarità dell’indole romanesca con
quel suo menefreghismo quasi sempre bonario. Anche qui gli scambi verbali sono
efficaci (grazie anche a interpreti affidabili come Chiara
Noschese)
e favoriscono l’immedesimazione dello spettatore. E ancora, la Roma dei
quartieri popolari - il Casilino - come tanti piccoli borghi incastonati nel
macigno della metropoli. Di nuovo nel cast, con un ruolo di spicco troviamo un’ottima
Micaela
Ramazzotti,
anche lei in vertiginosa ascesa e da qualche tempo divenuta assoluta
protagonista di pellicole importanti, come La
prima cosa bella di Paolo Virzì nel 2010. Appropriata la colonna sonora di Battista
Lena, in connubio
armonico e significante col film. Ricevette tante nomination, comprese quelle per i David
di Donatello e per il Nastro d’Argento, ma nessun premio, a mio avviso assai
ingiustamente. È assolutamente da vedere o rivedere.
Un film di Edoardo Winspeare. Con Celeste
Casciaro, Laura Licchetta, Gustavo Caputo, Anna Boccadamo, Barbara De Matteis,
Amerigo Russo, Angelico Ferrarese, Antonio Carluccio Drammatico, Ita 2013.
Durata 127'. Good Films. Uscita giovedì 27 marzo 2014.
Trama del film
La storia di
quattro donne di generazioni diverse, tutte appartenenti alla stessa famiglia,
che si trovano a dover affrontare i morsi dell’implacabile crisi economica.
Così tornano alla terra, alle radici, scoprendo quanto l’istinto di
sopravvivenza che rende conflittuali i rapporti umani sia in fin dei conti un
atto d’amore.
Tema del film
Che cosa facciamo se perdiamo il lavoro? Che
cosa, come abbiamo fatto quando la maggior parte delle certezze materiali che
rendevano solida la nostra esistenza si sono volatilizzate all’improvviso? La
crisi economica che ci morde ormai da anni è entrata talmente a far parte della
nostra vita e dei nostri discorsi, tanto che è divenuto persino noioso usare l’espressione.
E di film sull'argomento ne sono già usciti moltissimi, che forse il genere
potrebbe considerarsi superato. Tra le più famose e ‘primordiali’, una
pellicola americana, il docufilm Inside
Job (del regista Charles Ferguson con Matt
Damon, che prende
le mosse dalla bancarotta della Lehman Brothers e Aig, premio Oscar nel 2011), operazione
che pone l’inizio della recessione nel biennio 2008-2011. Sempre dagli Usa –
dove poi tutto è cominciato – è arrivato Too
Big To Fail – Il Crollo dei Giganti, di Curtis Hanson (nel 2002 8 Mile con Eminem e Kim
Basinger),
con William
Hurt. E ancora l’ottimo
Margin Call di J.C.
Chandor con Kevin
Spacey.
Per quanto riguarda l’Italia, possiamo citare
il recentissimo e non ‘facilissimo’ documentario Solving (di Giovanni Mazzitelli), cui hanno partecipato
giornalisti come Francesco Alberoni e Franco Di Mare. Abbastanza 'fresco' l’apprezzato L’industriale (2012),
di Giuliano
Montaldo (Il giocattolo, 1979, con Nino
Mandredi), con il
solito, efficace Pierfrancesco Favino; ancora, Spaghetti Story (2013) intelligente e riuscita commedia dell’esordiente
Ciro
De Caro. Mi sono
limitato a titoli recenti, che vale la pena recuperare. Andando a ritroso, un film
sulla capacità di adattarsi all’improvvisa assenza di denaro è l’ottimo Giorni e nuvole (2007) di Silvio
Soldini (nel 2000 lo
straordinario Pane e tulipani),
con due perfetti Margherita Buy e Antonio Albanese. E mi fermo
qui.
Per sapere di cosa parla questo promettente In grazia di Dio – (girato a Giuliano di
Lecce e costato appena 600mila euro anche grazie a una rete di sponsor che hanno
contribuito in diversi modi), del 48enne australiano, ma cresciuto nel Salento,
Edoardo
Winspeare
(nel 2003 Il miracol ) - basta dare
una scorsa alla
Il regista Edoardo Winspeare
breve trama più in alto. In sostanza, come detto, l’opera
promette bene e la maggior parte dei critici che l’hanno potuta vedere in
anteprima, ne parla con soddisfazione. Evidentemente non sono stati casuali gli
applausi ricevuti alla 64esima edizione del Festival Internazionale di Berlino
nella sezione ‘Panorama’. Generalmente apprezzabili le prove degli attori-non
attori, come la protagonista interpretata dalla moglie del regista Celeste
Casciaro, che si è
improvvisata interprete, come rileva Stefania Ulivi del Corriere della Sera online.
Nel cast altri protagonisti non professionisti, molti degli abitanti di Giuliano
e Capo di Leuca che Winspeare conosceva da tempo. “E così la realizzazione
del film è diventata una sorta di prova generale di un possibile modello
sociale”, scrive Ulivi.
Una scena di In grazia di Dio
Il fallimento di un’impresa fa riemergere lo
scontro ad armi impari con l’ondata del commercio cinese. Il regista “ammira
incertezze e sicurezze, dubbi e volontà – rileva invece Gabriele Niola di Mymovies - ma soprattutto sembra affascinato
dalla maniera in cui quattro caratteri completamente diversi convivano al tempo
stesso male e bene, conciliando accordi e disaccordi (…)”. Non si dice che
questo lungometraggio sia impeccabile, intaccato qua e là da espedienti abusati,
al punto che, a tratti, la narrazione diverrebbe addirittura involontariamente
comica. Debolezza dovuta, probabilmente, anche all’assenza di professionalità degli
attori che, ad esempio, rende i dialoghi spesso poco credibili. Eppure sarebbe
ingiusto negare a quest’opera cinematografica “la forza dei grandi affreschi
umani” scrive sempre Niola. “Unendo piccolo e grande, ambizioni minimaliste e
capacità di dipingere un ampio quadro in cui le vite dei singoli si uniscono in
una parabola familiare che ha il sapore di una comunitaria, Winspeare forse
realizza il suo film più compiuto, l'unico capace di volare più in alto delle
molte imperfezioni per cogliere l'essenza del racconto per immagini: mettere in
scena la complessità del mondo e le contraddizioni di chi lo abita”.
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Valerio
Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio
Albanese, Giuseppe Battiston. Commedia, Ita 2013. 01 Distribution. Uscita
giovedì 24 aprile 2014.
Trama del film
Un tesoro
nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, s’innamorano,
un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali,
poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che,
tra equivoci e colpi di scena, li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli
alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una
sperduta valle vivono un orso e due fratelli.
Tema del film
Per questa sua ultima fatica, che arriverà postuma
sul grande schermo, il magistrale regista veneto Carlo Mazzacurati (Padova, 2
marzo 1956 – Padova, 22 gennaio 2014) già da tempo gravemente ammalato, forse
proprio prevedendo di non arrivare al rivedere il suo film in sala, ha deciso
di restare fedele al tema a lui più caro, quello delle persone che nel momento
più buio della loro esistenza inseguono la grande opportunità per una svolta
che ne cambi improvvisamente il destino. È, in poche parole, ciò che chi ha già
visto La sedia della felicità, ha
riscontrato nel lungometraggio basato sulla sceneggiatura scritta a sei mani
dallo stesso Mazzacurati, con Doriana Leondeff e Marco Pettenello. Così come a
restare la stessa è l’ambientazione, cioè la terra d’origine di questo artista,
il Veneto appunto, quel Nord-Est una volta ‘locomotiva’ economica d’Italia ma
oggi anch’esso colpito in modo doloroso dalla depressione.
Carlo Mazzacurati giovane cineasta. Alle sue spalle
il collega romano Nanni Moretti (foto Corriere.it)
Una depressione che, è ovvio, non bastona
solo il benessere della gente, ma come conseguenza ne va a ferire anche la
tenuta psicologica, instillando il terrore sempre più forte della solitudine.
Nonostante i cardini dell’opera siano questi, il cineasta padovano ha provato
e, pare, con successo, una narrazione ritmata anche sull’allegria. Il film, per
questo, sarebbe più leggero della vicenda che racconta. Ciò non toglie che
Mazzacurati si confermi un maestro nel cogliere “ancora una volta le
contraddizioni esistenziali – scrive Marzia Gandolfi di Mymovies.it - trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso
avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti”.
Insomma, sembra proprio che per quest’ultima volta, si possa ancora sperare in un
film intriso di una toccante, fiduciosa malinconia, come accadde in una pellicola
che io amo particolarmente, La lingua del santo (2000), in cui, come stavolta, recitarono due attori di razza quali Fabrizio
Bentivoglio
e Antonio
Albanese (per quanto
riguarda quest’ultimo, lo preferisco di gran lunga quando si tiene lontano
dalle buffonate). Anche il resto del cast - basta leggere la scheda –
impreziosisce l’opera. Credo proprio che darò fiducia a La sedia della felicità.
Albanese e Bentivoglio in una scena de La lingua del santo
Carlo Mazzacurati negli anni
Settanta fu tra i primi studenti a frequentare il Dams (Discipline arte, musica
e spettacolo) di Bologna e nel 1979, grazie a un'eredità, riuscì a girare il
suo primo lungometraggio, Vagabondi,
con il quale nel 1983 partecipò al festival milanese Filmmaker vincendo un
premio di distribuzione offerto dalla Gaumont. Tuttavia, di lì a breve, la
Gaumont venne smobilitata e il film non riuscì a uscire nelle sale. Da quel
momento sono state tante le pellicole alle quali Mazzacurati ha lavorato,
sia come regista sia come sceneggiatore (e in alcuni casi anche come attore). Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), L'unico paese al mondo (1994), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate
di Davide (1998), La lingua del santo
(2000, come suddetto) per citare solo alcune delle opere da lui dirette, fino alle più
recenti, il documentario Medicicon l'Africa del 2012 e, appunto, il
film che ho voluto presentare con questo articolo. Una «storia assurda», l’ha definita
lo stesso regista in un'intervista della scorsa estate, sul set in Val di
Fassa, «un misto fra commedia pazzesca e commedia sentimentale, per questo il
titolo provvisorio La regina della neve richiama un registro fiabesco, in qualche modo questa dimensione di fiaba
attraversa tutto il film».