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venerdì 13 giugno 2014

Globo d’Oro a ‘Il capitale umano’, dopo il David di Donatello anche la stampa estera premia Virzì

La locandina de Il capitale umano
Globo d’Oro come il David di Donatello (articolo): a vincere è di nuovo l’amara commedia del regista livornese Paolo Virzì, Il capitale umano. Il Globo è assegnato dai giornalisti cinematografici stranieri che lavorano in Italia. In grazia di Dio di Edoardo Winspeare vince il Gran Premio. Miglior attore Antonio Albanese (L'intrepido), miglior attrice Sara Serraiocco (Salvo). Premio miglior opera prima a Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleotto, mentre tra le commedie trionfa Smetto quando voglio di Sydney Sibilia. Questi gli altri Globi assegnati: miglior fotografia Stefano Falivene (Still Life); miglior sceneggiatura a Pif, Michele Astori e Marco Martani (La mafia uccide solo d'estate); miglior musica a Aldo De Scalzi e Pivio (Song 'e Napule); miglior documentario The Stone River di Giovanni Donfrancesco; miglior cortometraggio Sassywood di Antonio Andrisani e Vito Cea.  Il premio alla carriera, infine, è andato a Claudia Cardinale. (Fonte Tiscali).

redazione

martedì 15 aprile 2014

Il più bello di martedì, prima serata, sul ‘digitale’: Rai Movie alle 21,15 (con trailer)

La locandina
Questione di cuore

Mia valutazione: ♥♥♥♥ = 8,5

La scheda
Un film di Francesca Archibugi. Con Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Andrea Calligari, Nelsi Xhemalaj, Chiara Noschese, Paolo Villaggio, Francesca Antonelli, Daniele Luchetti, Stefania Sandrelli, Paolo Sorrentino, Carlo Verdone, Paolo Virzì. Drammatico, Ita 2008. Durata 104'. 01 Distribution.

La trama
I cuori di Alberto e di Angelo ingrippano nella stessa notte e così si conoscono in un ospedale di Roma. Così dice Angelo, giovane carrozziere di ex borgata, ex sottoproletario, un ex tutto diventato qualcosa che Alberto, sceneggiatore di successo, bravo e matto, rumoroso e squilibrato come un rinoceronte, non capisce. Diventano amici in sala rianimazione. Si legano in modo istantaneo, sorpresi loro stessi di capirsi così profondamente. L’amicizia si trasforma in un rapporto quasi fraterno per cui Alberto entrerà a far parte della famiglia di Angelo in modo sempre più stretto e indispensabile.

Recensione
Un film che amo molto, di cui ho il dvd e che rivedo spesso e volentieri. Svariate le valenze nascoste da far emergere, forse la più importante è l’amicizia, ma anche la malattia e la caducità della vita. La creatività in mestieri agli antipodi, il contrasto tra proletariato e aristocrazia. La crisi del talento e l’evasione fiscale sistematica. L’amore, anche, che in Questione di cuore (2008) è trattato dalla regista Francesca Archibugi (di cui mi piace ricordare il commovente Il grande cocomero del 1993 con un ispiratissimo Sergio Castellitto) con una parsimonia che impedisce a quel sentimento, spesso abusato nel cinema d’ispirazione ‘commerciale’, di disperdere l’obiettivo principale di questa narrazione filmica che è suscettibile di letture più indicative. La 53enne cineasta romana, ha lavorato seguendo il suo stesso script basato sul romanzo di Umberto Contarello Una questione di cuore (Feltrinelli, 2005, 119 pp., 10 €).


Da destra Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart in una scena del film
La regista Francesca Archibugi
In questa sua fatica (dopo la quale s’è presa una lunga pausa di riflessione) Archibugi rispolvera una sensibilità registica (per esempio quella espressa in Mignon è partita nel 1988, il film che l’ha posta all’attenzione della critica) che non sempre le è stata amica nella sua produzione. Basti ricordare i superflui L’albero delle pere (1998) o Domani (2001). In Questione di cuore la regista prosegue con ordine, senza rallentamenti espone bene gli elementi della vicenda che propone con scioltezza nella traduzione in immagini che hanno un flusso regolare, non frenetico ma mai lento. Grazie a un copione scritto con cura, il valore di questo suo ultimo lungometraggio è supportato da dialoghi intelligenti, nei quali drammaticità e ironia sono sparse con estremo equilibrio. In questo, giocano un ruolo imprescindibile i due personaggi principali, Angelo (un Kim Rossi Stuart in crescita esponenziale negli ultimi anni e molto bravo nel 2010 in Vallanzasca - Gli angeli del male) e Alberto (un Antonio Albanese che ormai dovrebbe, a mio avviso, lasciar perdere il comico puro e prestarsi a un cinema più sottile e realistico, come ad esempio successo anche in Giorni e nuvole del 2007 e persino in molte commedie di livello).

Micaela Ramazzotti, ottima in Questione di cuore
Il racconto in immagini propone una Roma non debordante, fatta di location interne, penso a quelle dell’ospedale in cui si aggirano infermieri che rimandano, nell’ambito di ciò che è accadibile, alle peculiarità dell’indole romanesca con quel suo menefreghismo quasi sempre bonario. Anche qui gli scambi verbali sono efficaci (grazie anche a interpreti affidabili come Chiara Noschese) e favoriscono l’immedesimazione dello spettatore. E ancora, la Roma dei quartieri popolari - il Casilino - come tanti piccoli borghi incastonati nel macigno della metropoli. Di nuovo nel cast, con un ruolo di spicco troviamo un’ottima Micaela Ramazzotti, anche lei in vertiginosa ascesa e da qualche tempo divenuta assoluta protagonista di pellicole importanti, come La prima cosa bella di Paolo Virzì nel 2010. Appropriata la colonna sonora di Battista Lena, in connubio armonico e significante col film. Ricevette tante nomination, comprese quelle per i David di Donatello e per il Nastro d’Argento, ma nessun premio, a mio avviso assai ingiustamente. È assolutamente da vedere o rivedere.

Stefano Marzetti

domenica 23 marzo 2014

Di nuovo crisi economica ma promette bene “In grazia di Dio” (con trailer)

La locandina
Scheda del film
Un film di Edoardo Winspeare. Con Celeste Casciaro, Laura Licchetta, Gustavo Caputo, Anna Boccadamo, Barbara De Matteis, Amerigo Russo, Angelico Ferrarese, Antonio Carluccio Drammatico, Ita 2013. Durata 127'. Good Films. Uscita giovedì 27 marzo 2014.

Trama del film
La storia di quattro donne di generazioni diverse, tutte appartenenti alla stessa famiglia, che si trovano a dover affrontare i morsi dell’implacabile crisi economica. Così tornano alla terra, alle radici, scoprendo quanto l’istinto di sopravvivenza che rende conflittuali i rapporti umani sia in fin dei conti un atto d’amore.

Tema del film
Che cosa facciamo se perdiamo il lavoro? Che cosa, come abbiamo fatto quando la maggior parte delle certezze materiali che rendevano solida la nostra esistenza si sono volatilizzate all’improvviso? La crisi economica che ci morde ormai da anni è entrata talmente a far parte della nostra vita e dei nostri discorsi, tanto che è divenuto persino noioso usare l’espressione. E di film sull'argomento ne sono già usciti moltissimi, che forse il genere potrebbe considerarsi superato. Tra le più famose e ‘primordiali’, una pellicola americana, il docufilm Inside Job (del regista Charles Ferguson con Matt Damon, che prende le mosse dalla bancarotta della Lehman Brothers e Aig, premio Oscar nel 2011), operazione che pone l’inizio della recessione nel biennio 2008-2011. Sempre dagli Usa – dove poi tutto è cominciato – è arrivato Too Big To Fail – Il Crollo dei Giganti, di Curtis Hanson (nel 2002 8 Mile con Eminem e Kim Basinger), con William Hurt. E ancora l’ottimo Margin Call di J.C. Chandor con Kevin Spacey.

Per quanto riguarda l’Italia, possiamo citare il recentissimo e non ‘facilissimo’ documentario Solving (di Giovanni Mazzitelli), cui hanno partecipato giornalisti come Francesco Alberoni e Franco Di Mare. Abbastanza 'fresco' l’apprezzato L’industriale (2012), di Giuliano Montaldo (Il giocattolo, 1979, con Nino Mandredi), con il solito, efficace Pierfrancesco Favino; ancora, Spaghetti Story (2013) intelligente e riuscita commedia dell’esordiente Ciro De Caro. Mi sono limitato a titoli recenti, che vale la pena recuperare. Andando a ritroso, un film sulla capacità di adattarsi all’improvvisa assenza di denaro è l’ottimo Giorni e nuvole (2007) di Silvio Soldini (nel 2000 lo straordinario Pane e tulipani), con due perfetti Margherita Buy e Antonio Albanese. E mi fermo qui.

Per sapere di cosa parla questo promettente In grazia di Dio – (girato a Giuliano di Lecce e costato appena 600mila euro anche grazie a una rete di sponsor che hanno contribuito in diversi modi), del 48enne australiano, ma cresciuto nel Salento, Edoardo Winspeare (nel 2003 Il miracol ) - basta dare una scorsa alla
Il regista Edoardo Winspeare
breve trama più in alto. In sostanza, come detto, l’opera promette bene e la maggior parte dei critici che l’hanno potuta vedere in anteprima, ne parla con soddisfazione. Evidentemente non sono stati casuali gli applausi ricevuti alla 64esima edizione del Festival Internazionale di Berlino nella sezione ‘Panorama’. Generalmente apprezzabili le prove degli attori-non attori, come la protagonista interpretata dalla moglie del regista
Celeste Casciaro, che si è improvvisata interprete, come rileva Stefania Ulivi del Corriere della Sera online. Nel cast altri protagonisti non professionisti, molti degli abitanti di Giuliano e Capo di Leuca che Winspeare conosceva da tempo. “E così la realizzazione del film è diventata una sorta di prova generale di un possibile modello sociale”, scrive Ulivi.
Una scena di In grazia di Dio

Il fallimento di un’impresa fa riemergere lo scontro ad armi impari con l’ondata del commercio cinese. Il regista “ammira incertezze e sicurezze, dubbi e volontà – rileva invece Gabriele Niola di Mymovies - ma soprattutto sembra affascinato dalla maniera in cui quattro caratteri completamente diversi convivano al tempo stesso male e bene, conciliando accordi e disaccordi (…)”. Non si dice che questo lungometraggio sia impeccabile, intaccato qua e là da espedienti abusati, al punto che, a tratti, la narrazione diverrebbe addirittura involontariamente comica. Debolezza dovuta, probabilmente, anche all’assenza di professionalità degli attori che, ad esempio, rende i dialoghi spesso poco credibili. Eppure sarebbe ingiusto negare a quest’opera cinematografica “la forza dei grandi affreschi umani” scrive sempre Niola. “Unendo piccolo e grande, ambizioni minimaliste e capacità di dipingere un ampio quadro in cui le vite dei singoli si uniscono in una parabola familiare che ha il sapore di una comunitaria, Winspeare forse realizza il suo film più compiuto, l'unico capace di volare più in alto delle molte imperfezioni per cogliere l'essenza del racconto per immagini: mettere in scena la complessità del mondo e le contraddizioni di chi lo abita”.

Stefano Marzetti

martedì 18 marzo 2014

“La sedia della felicità” per l’ultimo saluto a Mazzacurati (trailer)

La locandina
Scheda del film
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston. Commedia, Ita 2013. 01 Distribution. Uscita giovedì 24 aprile 2014.

Trama del film
Un tesoro nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, s’innamorano, un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali, poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che, tra equivoci e colpi di scena, li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una sperduta valle vivono un orso e due fratelli.

Tema del film
Per questa sua ultima fatica, che arriverà postuma sul grande schermo, il magistrale regista veneto Carlo Mazzacurati (Padova, 2 marzo 1956 – Padova, 22 gennaio 2014) già da tempo gravemente ammalato, forse proprio prevedendo di non arrivare al rivedere il suo film in sala, ha deciso di restare fedele al tema a lui più caro, quello delle persone che nel momento più buio della loro esistenza inseguono la grande opportunità per una svolta che ne cambi improvvisamente il destino. È, in poche parole, ciò che chi ha già visto La sedia della felicità, ha riscontrato nel lungometraggio basato sulla sceneggiatura scritta a sei mani dallo stesso Mazzacurati, con Doriana Leondeff e Marco Pettenello. Così come a restare la stessa è l’ambientazione, cioè la terra d’origine di questo artista, il Veneto appunto, quel Nord-Est una volta ‘locomotiva’ economica d’Italia ma oggi anch’esso colpito in modo doloroso dalla depressione.

Carlo Mazzacurati giovane cineasta. Alle sue spalle
il collega romano Nanni Moretti (foto Corriere.it)
Una depressione che, è ovvio, non bastona solo il benessere della gente, ma come conseguenza ne va a ferire anche la tenuta psicologica, instillando il terrore sempre più forte della solitudine. Nonostante i cardini dell’opera siano questi, il cineasta padovano ha provato e, pare, con successo, una narrazione ritmata anche sull’allegria. Il film, per questo, sarebbe più leggero della vicenda che racconta. Ciò non toglie che Mazzacurati si confermi un maestro nel cogliere “ancora una volta le contraddizioni esistenziali – scrive Marzia Gandolfi di Mymovies.it - trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti”. Insomma, sembra proprio che per quest’ultima volta, si possa ancora sperare in un film intriso di una toccante, fiduciosa malinconia, come accadde in una pellicola che io amo particolarmente, La lingua del santo (2000), in cui, come stavolta, recitarono due attori di razza quali Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese (per quanto riguarda quest’ultimo, lo preferisco di gran lunga quando si tiene lontano dalle buffonate). Anche il resto del cast - basta leggere la scheda – impreziosisce l’opera. Credo proprio che darò fiducia a La sedia della felicità.


Albanese e Bentivoglio in una scena de La lingua del santo
Carlo Mazzacurati negli anni Settanta fu tra i primi studenti a frequentare il Dams (Discipline arte, musica e spettacolo) di Bologna e nel 1979, grazie a un'eredità, riuscì a girare il suo primo lungometraggio, Vagabondi, con il quale nel 1983 partecipò al festival milanese Filmmaker vincendo un premio di distribuzione offerto dalla Gaumont. Tuttavia, di lì a breve, la Gaumont venne smobilitata e il film non riuscì a uscire nelle sale. Da quel momento sono state tante le pellicole alle quali Mazzacurati ha lavorato, sia come regista sia come sceneggiatore (e in alcuni casi anche come attore). Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), L'unico paese al mondo (1994), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate di Davide (1998), La lingua del santo (2000, come suddetto) per citare solo alcune delle opere da lui dirette, fino alle più recenti, il documentario Medici con l'Africa del 2012 e, appunto, il film che ho voluto presentare con questo articolo. Una «storia assurda», l’ha definita lo stesso regista in un'intervista della scorsa estate, sul set in Val di Fassa, «un misto fra commedia pazzesca e commedia sentimentale, per questo il titolo provvisorio La regina della neve richiama un registro fiabesco, in qualche modo questa dimensione di fiaba attraversa tutto il film».

Stefano Marzetti