Il manifesto del Festival del cinema per ragazzi di Vittorio Veneto (Treviso)
Una serata all’insegna delle premiazioni
quella di sabato 12 aprile 2014, per la V edizione del Vittorio Veneto Film
Festival - Festival Internazionale di Cinema per Ragazzi. Un gran gala curato
dalla presentatrice delle reti Rai e Mediaset Francesca Rettondini e Gennaro
Viglione vicedirettore del VVFilmF.
Premi personali
- Miglior
doppiatore:
consegnato da Eleonora Sergio a Luca Ward.
- Miglior
attrice: consegnato
da Savino Zaba a Carolina Crescentini.
- Miglior
Interpretazione-Mytime: consegnato da Gianantonio Da Re, sindaco di Vittorio Veneto a Elena
Cotta.
- Premio
alla carriera:
consegnato dal direttore del VVFilmF Elisa Marchesini all’autore della
fotografia cinematografica Vittorio Storaro.
Film vincitori
- Fascia
dei più piccoli (6-7 anni): vincitore il film olandese T.I.M.-The
Incredible Machine di Rolf Van Eijk.
- Fascia
Santa Augusta (8-11 anni): vincitore il film estone Kid
Detectives & The Secret of the White Lady di Rene
Vilbre.
- Fascia
Monte Baldo (12-14 anni): vincitore il film svizzero-canadese Shana:The Wolf’s Music di Nino Jacusso.
- Fascia
Monte Pizzoc (15-17 anni): vincitore il film (l'unico italiano presentato) Blackout di Manuel
Zarpellon
e Giorgia
Lorenzato.
- Fascia
dei ragazzi, Monte Visentin (18-25 anni): vincitore il film tedesco Fur Elise di Wolfgang
Dinslange.
- Fascia
dei più alti (dai 26 anni): vincitore il film austriaco La
Vie Nous Appartient di Alex K. Lee.
- Premio
400Colpi: vincitore
il film Shana: The Wolf’s Music di Nino
Jacusso.
La Giuria di Qualità ha voluto anche
assegnare una menzione specialea Koan Of Spring di Lou
Ma Ho (pseudonimo
del regista iraniano naturalizzato francese Marc-Olivier Louveau).
Un film di Alessandro Rossetto. Con Maria
Roveran, Roberta Da Soller, Vladimir Doda, Lucia Mascino, Diego Ribon, Mirko
Artuso, Nicoletta Maragno, Mateo Çili, Giulio Brogi, Stefano Scandaletti,
Valerio Mazzuccato. Drammatico, Ita 2013. Durata 110'. Cinecittà Luce. Uscita
giovedì 10 aprile 2014.
Trama del film
Due ragazze,
un'estate calda e soffocante, il desiderio di andare via da un piccolo paese di
provincia. Luisa è piena di vita, disinibita, trasgressiva; Renata è oscura,
arrabbiata, bisognosa d'amore. Le vite delle due giovani raccontano la storia
di un ricatto, di un amore tradito, di una violenza subita: Luisa usa Bilal, il
suo fidanzato albanese, Renata usa il corpo di Luisa per muovere i fili della
propria vendetta. Entrambe vogliono lasciare la piccola comunità che le ha
cresciute, tra feste di paese e raduni indipendentisti, famiglie sfinite e
nuove generazioni di migranti presi di mira da chi si sente sempre minacciato.
Luisa, Renata e Bilal rischieranno di perdersi, di smarrire una parte preziosa
di sé, di perdere chi amano, di perdere la vita.
La critica
Il regista Alessandro Rossetto in azione
Dire oggi che possa trattarsi dell’erede di Carlo
Mazzacurati,
scomparso assai prima del tempo lo scorso gennaio, sarebbe di certo azzardato. È
sicuro, comunque, che il regista Alessandro Rossetto, padovano come
il suddetto grande collega (autore di film del calibro de La lingua del santo [2000] e di cui il 24 aprile sarà in sala,
postumo, l’ultimo film, [vedi articolo]), che per quindici anni si è fatto le ossa girando documentari (tra cui l’apprezzato
Feltrinelli nel 2006, biografia dell’editore
Giangiacomo, attivista politico ai tempi delle Brigate Rosse), con il suo primo
lungometraggio ‘di finzione’, come si usa dire, intitolato Piccola patria (da giovedì prossimo, 10 aprile 2014, nelle sale
italiane), Rossetto, dicevo, pare possa avere le carte in regola per inserirsi con
successo nel novero dei registi del Nord, capaci di contrastare lo strapotere
della produzione romana.
Una scena di Piccola patria
Le sue capacità sono state riconosciute
quattro anni fa, quando a New York gli è stata dedicata una retrospettiva nell’ambito
del Documentary Film Festival. Come Mazzacurati, anche Rossetto (51 anni)
ha scelto la propria terra (popolata da migliaia d’immigrati) come
ambientazione del suo racconto filmico (le cui protagoniste sono l’esordiente Maria
Roveran - autrice
anche della colonna sonora – e l’altrettanto esordiente Roberta
Da Soller).
Quella “campagna industriale del Veneto – scrive Luca Renucci di Film Up - che
sembra non offrire né attrattive per i turisti né speranze per i suoi abitanti,
una terra pregna di
Giulio Brogi, ottimo caratterista veneto
rabbia, incapace – forse – di accogliere le realtà del
resto del mondo che cambia troppo velocemente e bruscamente”. Nel cast anche l’ottimo
caratterista veronese Giulio Brogi, industriale ‘bigotto’ in – guarda caso – il
succitato La lingua del santo. Un film che, come osserva sempre il collega
Renucci, parla di diversità e di un ambiente che sembra assai lontano dal
saperla accogliere. Al punto che le due
figure principali, Luisa e Renata, ‘inventate’ dalla sceneggiatura scritta a
sei mani dallo stesso regista con Caterina Serra e Maurizio
Braucci, improntano
la loro esistenza al desiderio spasmodico di andarsene, nella speranza di
trovare un luogo in cui poter essere libere. Una “sinfonia di luoghi aridi,
atmosfere claustrofobiche e personaggi costruiti in modo impeccabile, anche
grazie alla sconvolgente bravura e naturalezza di tutti gli interpreti”, dice
ancora Renucci.
Altri che l’opera l’hanno vista in anteprima,
parlano di Piccola patria come di un’occasione
per castigare un’Italia che scivola verso il baratro culturale, inteso come
impossibilità che la gente sia in grado, magari pian piano, di aprire la
propria mente. Ma anzi è ancora gravemente malata di preconcetto e sempre
pronta a puntare il famoso dito verso chiunque, in un modo o nell’altro, rompa
gli schemi. Rossetto, in ciò, è bravo a far capire che, comunque, non è certo
solo il ‘suo’ Nordest a essere contaminato da tale morbo. Ma che, viceversa, il
problema riguarda la società di tantissime altre zone civilizzate (si fa molto
per dire). Ogni “immigrato – rileva Giancarlo Zappoli di Mymovies - non importa
se albanese o altro, può essere chiamato spregevolmente ‘negro’ e per lui non
esiste futuro. Neanche quello di un amore perché questo vocabolo ormai abusato
si confonde nella mente delle due protagoniste con il sesso mercenario, con il
ricatto che dovrebbe consentire la realizzazione di un sogno, con, in
definitiva, l'incapacità di provare un sentimento nella sua pienezza”. Un film
che a me sembra meritare fiducia.
Un film di Carlo Mazzacurati. Con Valerio
Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio
Albanese, Giuseppe Battiston. Commedia, Ita 2013. 01 Distribution. Uscita
giovedì 24 aprile 2014.
Trama del film
Un tesoro
nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, s’innamorano,
un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali,
poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che,
tra equivoci e colpi di scena, li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli
alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una
sperduta valle vivono un orso e due fratelli.
Tema del film
Per questa sua ultima fatica, che arriverà postuma
sul grande schermo, il magistrale regista veneto Carlo Mazzacurati (Padova, 2
marzo 1956 – Padova, 22 gennaio 2014) già da tempo gravemente ammalato, forse
proprio prevedendo di non arrivare al rivedere il suo film in sala, ha deciso
di restare fedele al tema a lui più caro, quello delle persone che nel momento
più buio della loro esistenza inseguono la grande opportunità per una svolta
che ne cambi improvvisamente il destino. È, in poche parole, ciò che chi ha già
visto La sedia della felicità, ha
riscontrato nel lungometraggio basato sulla sceneggiatura scritta a sei mani
dallo stesso Mazzacurati, con Doriana Leondeff e Marco Pettenello. Così come a
restare la stessa è l’ambientazione, cioè la terra d’origine di questo artista,
il Veneto appunto, quel Nord-Est una volta ‘locomotiva’ economica d’Italia ma
oggi anch’esso colpito in modo doloroso dalla depressione.
Carlo Mazzacurati giovane cineasta. Alle sue spalle
il collega romano Nanni Moretti (foto Corriere.it)
Una depressione che, è ovvio, non bastona
solo il benessere della gente, ma come conseguenza ne va a ferire anche la
tenuta psicologica, instillando il terrore sempre più forte della solitudine.
Nonostante i cardini dell’opera siano questi, il cineasta padovano ha provato
e, pare, con successo, una narrazione ritmata anche sull’allegria. Il film, per
questo, sarebbe più leggero della vicenda che racconta. Ciò non toglie che
Mazzacurati si confermi un maestro nel cogliere “ancora una volta le
contraddizioni esistenziali – scrive Marzia Gandolfi di Mymovies.it - trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso
avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti”.
Insomma, sembra proprio che per quest’ultima volta, si possa ancora sperare in un
film intriso di una toccante, fiduciosa malinconia, come accadde in una pellicola
che io amo particolarmente, La lingua del santo (2000), in cui, come stavolta, recitarono due attori di razza quali Fabrizio
Bentivoglio
e Antonio
Albanese (per quanto
riguarda quest’ultimo, lo preferisco di gran lunga quando si tiene lontano
dalle buffonate). Anche il resto del cast - basta leggere la scheda –
impreziosisce l’opera. Credo proprio che darò fiducia a La sedia della felicità.
Albanese e Bentivoglio in una scena de La lingua del santo
Carlo Mazzacurati negli anni
Settanta fu tra i primi studenti a frequentare il Dams (Discipline arte, musica
e spettacolo) di Bologna e nel 1979, grazie a un'eredità, riuscì a girare il
suo primo lungometraggio, Vagabondi,
con il quale nel 1983 partecipò al festival milanese Filmmaker vincendo un
premio di distribuzione offerto dalla Gaumont. Tuttavia, di lì a breve, la
Gaumont venne smobilitata e il film non riuscì a uscire nelle sale. Da quel
momento sono state tante le pellicole alle quali Mazzacurati ha lavorato,
sia come regista sia come sceneggiatore (e in alcuni casi anche come attore). Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), L'unico paese al mondo (1994), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate
di Davide (1998), La lingua del santo
(2000, come suddetto) per citare solo alcune delle opere da lui dirette, fino alle più
recenti, il documentario Medicicon l'Africa del 2012 e, appunto, il
film che ho voluto presentare con questo articolo. Una «storia assurda», l’ha definita
lo stesso regista in un'intervista della scorsa estate, sul set in Val di
Fassa, «un misto fra commedia pazzesca e commedia sentimentale, per questo il
titolo provvisorio La regina della neve richiama un registro fiabesco, in qualche modo questa dimensione di fiaba
attraversa tutto il film».