Un film di Lech Majewski. Con Michal Tatarek,
Elžbieta Okupska, Jacenty Jedrusi, Jan Warta, Szymon Budzyk, Anna Mielczare,
Karolina Korta, Karolina Wardyn, Massimiliano Cutrera. Titolo originale Field
of Dogs. Drammatico, Pol/Ita/Sve 2013. Durata 102'. CG Home Video. Uscita
giovedì 17 aprile 2014.
Trama del film
Adam lavora
in un supermercato, era uno studioso e professore dell'università, amante della
letteratura. Sopravvissuto a un incidente, in cui hanno perso la vita la sua
compagna e il migliore amico, riesce a trovare conforto solo nel mondo dei
sogni dove cerca rifugio e si abbandona alle visioni generate dalla sua ossessione
per la Divina Commedia e come Dante, anche lui, parte per cercare la sua
Beatrice perduta.
Critica
Un film difficile e, secondo alcuni critici
che ne hanno visto l’anteprima, non del tutto riuscito. Di certo, lo dice la
premessa stessa che ho deciso di scrivere, non sarà un campione d’incassi, in
un momento in cui a farla da padroni sono azione e sequenze spettacolari. Ciò
non toglie che qualche curiosità questo racconto per immagini del polacco Lech
Majewski (anni
fa lavorò negli States collaborando al semi sconosciuto Prisoner of Rio, pellicola che lanciò come protagonista un attore
del calibro di Viggo Mortensen), a mio avviso, la suscita. Un’opera che termina
la cosiddetta ‘trilogia sull’arte’, i cui primi due episodi sono Il giardino delle delizie (2004) e I colori della passione (2011) e con la
quale il sessantenne cineasta di Katowice si getta e tenta di gettare lo
spettatore nel vortice delle pene e dell’umana incertezza, alla ricerca di un
finale salvifico mai facile da realizzare.
S’ispira Majewski, come rileva Giancarlo Zappoli di Mymovies,
alla Divina Commedia (letta in lingua italiana dalla voce di un audiolibro) e
intraprende un intimo viaggio nel quale non rinuncia alle tecnologie più
avanzate. “Rischia però di smarrire il rigore visivo e narrativo – scrive Zappoli
- che contraddistingueva la sua opera
precedente attratto com'è dal desiderio di moltiplicare segni e simboli”. In
questo non manca la sua Polonia, qui “tormentata da catastrofi così come lo è,
sul piano privato ed intimo, il cuore del protagonista”.
Una scena piuttosto surreale di Onirica - Field of Dogs
Ripeto con parole diverse l’osservazione
iniziale: senza nulla togliere alle capacità filmico-narrative di Majewski, venute a
galla in particolare col già citato I
colori della passione, mi rendo conto di scrivere su un’esperienza filmica
che ho la forte tentazione di risparmiarmi, consapevole che così facendo
infrango una regola basilare della critica cinematografica, vale a dire
scrollarsi di dosso pregiudizi prima di aver visto. Il fatto è che, per quanto
ho potuto apprendere su quest’opera, esiste il considerevole rischio di
imbattersi in forzature e incongruenze che dovrebbero servire al regista per
legittimare un senso realistico del proprio intento cinematografico. Perplesso,
infatti, il collega di Mymovies, quando osserva “su un piano più strettamente
socio-politico, la particolare enfasi dedicata alla morte per incidente aereo
del presidente polacco, figura molto discussa e sulla cui inumazione nella cattedrale
che contiene le spoglie dei padri della patria un Maestro di indubbia forza
morale come Wajda avanzò forti dubbi in una lettera aperta”.
Un'altra scena del film del regista polacco Lech Majewski
Avvalora il mio timore una convincente
affermazione di Carola Proto, critico di Coming Soon, quando scrive che Onirica - Field of
Dogs porta un fardello troppo pesante di piani narrativi e scelte
registiche (vedi telecronache e radiocronache dei tragici fatti di quattro anni
fa, nel 2010, appunto la succitata tragedia aerea con la morte del presidente
della Polonia Lech Kaczyński, della moglie e di diversi altri membri ed ex
componenti delle più alte istituzioni nazionali). Fardello che causa “un’attenzione
intermittente (…) uno straniamento che, se non ci si lascia andare alla
visionarietà del racconto, rischia di confondersi con la noia”. In conclusione
Proto efficacemente ci avverte che si è al cospetto di “un film complesso:
forse, per apprezzarlo di più e capirlo fino in fondo, andrebbe rivisto una
seconda volta, magari lasciando lavorare più gli occhi delle orecchie”. Io
passerò la mano.
Non
essendo supportato dalla visione dell’anteprima del film, l’articolo va inteso
come una sorta di rassegna stampa da me commentata e, dove possibile,
arricchita.
Un film di Pawel Pawlikowski. Con Agata
Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik, Adam Szyszkowski.
Drammatico, Pol/Dan 2013. Durata 80'. Partheno. Uscita giovedì 13 marzo 2014.
Trama del film
Polonia,
1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento dove sta per
farsi suora: poco prima di prendere i voti apprende di avere una parente ancora
in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna
l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del
loro passato. Anna scopre, infatti, di essere ebrea: il suo vero nome è Ida e la rivelazione sulle sue origini la spinge a
cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia, insieme
alla zia. All’apparenza diversissime, Ida e Wanda impareranno a conoscersi e
forse a comprendersi: alla fine del viaggio, Ida si troverà a scegliere tra la
religione che l’ha salvata durante l'occupazione nazista e la sua ritrovata
identità nel mondo al di fuori del convento.
Tema del film
Pare proprio che la dichiarata presenza delle
caratteristiche tipiche del “cinema d’autore”, non debba scoraggiare dall’andare a vedere questo Ida, a detta di molti
critici cinematografici uno dei film più struggenti e
delicati degli ultimi tempi. Un’acuta storia – quella raccontata in immagini dal
regista polacco radicato in InghilterraPawel
Pawlikowski
(Last Resort del 2002 e My Summer of Love del 2005) - che risulta
essere un insieme di angoscia e coerenza nel percorso di ricerca della propria
radice. Una sorta di procedere all’interno di un plastico che ricostruisce vent’anni
di eventi in Polonia. E il risultato eccellente (premio della critica all'ultimo Festival di Toronto), a quanto
pare, è raggiunto anche grazie alla sorprendente intensità recitativa di Agata Trzebuchowska (filmografia
esigua ma nel 2011 l’attrice fu inserita dal cineasta Ladzek Dawid nella pellicola di grande successo, Ki), per la prima volta protagonista.
Il regista Pawel Pawlikowski
Dicevo, risultato eccellente ma attenzione,
non significa che Ida sia un film “facile”
da vedere. Il rischio che sia richiesto un utilizzo faticoso della capacità d’attenzione
dei più è, a mio avviso, inevitabile. Una di quelle opere in cui bisogna
credere, senza fermarsi alla prima impressione. È così che, forse, si potrebbe giungere a scoprire la spigliatezza con cui Pawlikowski disegna anche
le più tenui sfumature dell’animo delle donne. Capacità che pare essere un suo
vero e proprio marchio di fabbrica.
L'attrice protagonista Agata Kulesza
In questa sua ultima fatica quindi, prende
forma, un toccante conflitto interiore, un contrapporsi perlopiù mentale tra il
credere in Dio e a Lui dedicare la propria esistenza e la scelta della non
religiosità, sullo sfondo di laceranti ricordi legati alla persecuzione
perpetrata dai nazisti contro gli ebrei polacchi.
In questo senso l’opera è incentrata sulla
bramosia dei giovani di ripercorrere il passato per prenderne coscienza -
innanzitutto - e in qualche modo per studiarlo, in seconda battuta. A dare
forza al tutto, proposto in un bianco e nero che sembra sia capace di dare
maggior credibilità al racconto (e questo accade in moltissimi film, mi viene subito
in mente il portentoso Schindler's List
di Steven
Spielberg,
1993), sono proposte una fotografia illuminante e una colonna sonora del tutto
adeguata. Annunciato un finale a sorpresa, che dovrebbe costringerci a
ripensare l’analisi di quanto visto prima, nel tentativo di formarci un modo
diverso di vedere le cose. Un po' timoroso ma gli do fiducia.